E' qui la festa?
Tutto per colpa della mia vicina di casa. O della gastrite psicosomatica. E non son neppure certo che tra le due cose non ci sia poi un nesso di causalità.
Mi trovavo dunque dinanzi alla porta del poliambulatorio, per lagnarmi del mio stomaco con il dottor Bettis. Sulla porta dello studio ammiccava di sbieco un cartello finemente vergato Uniposca.
Durante le vacanze estive, il Dott. Bettis sarà sostituito dalla Dott.ssa Melara.
La Dott.ssa Melara sarà sostituita dal Dott. Sardi.
Il Dott. Sardi sarà sostituito dal Dott. Introvigne.
Il Dott. Introvigne sarà sostituito dal Dott. Bettis.
Ammetto di provare sempre un certo straniamento, di fronte alla scienza medica. Mentre covavo cogitabondo la mia gastrite psicosomatica di fronte al mistero, mi tocca di gomito la mia dirimpettaia e co-mutuata.
- Dai, accompagnami a una festa. L’ho già chiesto inutilmente a Toni, Tano e Toto, non mi resti che tu.
– Diamine, mi sento lusingato.
– Guarda che è una festa chicchissima, che ti devo dire, tutta gente fine, intellettuali, sai, e aragosta e champagne.
Se gli intellettuali mi causano l’ulcera, devo ammettere invece di aver letto da qualche parte che aragosta e champagne, per la gastrite, sono un autentico toccasana. Ecco perché mi trovavo ora di fronte a quella villetta, nella zona residenziale della città. Sciaguratamente, la mia vicina di casa mi aveva appena telefonato, avvertendomi che a causa di un contrattempo non sarebbe venuta alla festa.
– Ma tu vai, vai pure, è bella gente.
Dopo alcuni minuti vagolavo tra saloni e terrazzo, un po’ in soggezione di fronte a toilettes da mezza sera e completi Armani. Neppure io, in verità, sfiguravo con la mia Polo color pistacchio.
Così arrivo a parlare con la padrona di casa, e chiedo lumi sull’origine dello champagne che frizza nel mio flût.
- Oh, mioddio, lo champagne, che cosa grezza. Non usa più, non lo sa? E’ un’inutile ostentazione. Meglio questo spumantino bello fresco comprato allo spaccio sulla tangenziale. Genuino, vero?
Stomachevole, ora che l’ho assaggiato. Eppure, non lo sanno forse che ci ho la gastrite?
- Ma l’aragosta, mi dica, almeno l’aragosta.
– Su, su, quale aragosta, roba antica, classista. Coraggio, si serva di quegli stuzzichini vegetali che la servitù ha appena portato in terrazza.
A quel segnale, la torma di intellettuali, fin lì cheti e compiti, flette i muscoli e si proietta come orda selvaggia intorno al tavolino pieghevole del buffet. Tento di avvicinarmi anch’io, ma il gruppone in fuga ha creato un muro impenetrabile.
Cerco lo sfondamento puntellandomi con i gomiti contro costati e omeri. Nulla da fare, non c’è varco. Gli intellettuali hanno formato una perfetta falange macedone e, se appena riesco a scostarne uno di qualche centimetro, di repente un’altra schiena mi si para dinanzi, insormontabile e indifferente ai miei tentativi di conquistare lo stuzzichino vegetale cui sento di aver diritto.
Uno o due volti si girano per qualche po’ ad osservare i miei sforzi. Rivoletti di salsa tonnata scivolano dagli angoli delle bocche ruminanti. Foglioline di prezzemolo sbandierano tra gli incisivi, quando mi concedono un sorriso comprensivo.
Finalmente, procedendo ginocchioni, individuo un pertugio tra un paio d’anche e intrufolo un braccio polipesco alla ricerca cieca di qualsiasi cosa. Per un po’ la mano brancola senza riportar bottino, ma ecco infine che alcuni piccoli oggetti, non ancora identificabili, vengono individuati dalla mia palpazione.
Serro la mano a pugno. Di qualunque cosa si tratti, adesso è mia, è solo mia. Faccio fatica a estrarre il braccio dalla massa inghiottente, e ne approfitto per tentare l’identificazione della mia preda. Trattasi di oggetti di piccole dimensioni, ovali, consistenti.
Noccioline!
Diamine, ho compiuto il ratto delle noccioline. Mai potuto sopportarle, ma ora quelle noccioline sono l’unica cosa che desideri con tutto me stesso.
Facendo leva sul punto vita dell’intellettuale che ho di fronte, riesco infine a strappare dalla bolgia il mio braccio, che vien via con uno schiocco. Non devo assolutamente farmi scoprire dagli altri. Ogni uomo è un potenziale nemico che brama le mie noccioline. Mi trascino carponi dietro un divano. Una deliziosa acquerugiola mi titilla la papilla. Apro con voluttuosa lentezza la mano, pronto a ingollare in un sol colpo il pugno di noccioline.
Solo che no, non sono noccioline.
Sono noccioli di oliva.
Avanzi, resti, cadaveri di olive succhiate e masticate. Fisso con orrore la mano aperta: una trentina di noccioli s’ammucchiano ancor umidi della saliva di chi ne fece scempio. Alzo lo sguardo: la padrona di casa osserva con disprezzo i miei numerosi prigionieri di guerra.
- No, aspetti, c’è un equivoco, non crederà mica che...
Ma mi taccio, consapevole che contro di me s’accanisce una falsa evidenza.
La mia gastrite pretende ancora soddisfazione. Con noncuranza raggiungo allora il padrone di casa, chiedendo lumi sulla cena vera e propria.
- Sa, non per esser scortese, ma s’è fatta una certa, e tra un po’ dovrei andare.
– Cena? Quale cena? Ma no, noi non ceniamo mai. E’ così plebeo. Così basso ceto. Lei agogna forse il basso ceto?
- Il basso ceto magari no, ma un sottoaceto non lo disdegnerei punto.
– Ebbene no, noi non usiamo cenare E poi, non abbiano neppure appetito, nevvero?
Un branco di grugni ancora manducanti si gira verso di me. Avverto il loro sdegno. Il mio stomaco inizia a intonare il Coro a bocca chiusa della Butterfly, tradendo la mia imperdonabile propensione proletaria alla fame.
– D'altro canto – sibila la padrona di casa – suppongo che non abbia appetito neppure lei. Con tutte le olive che ha mangiato.