Imperocché la natura cotesto dono mi fe’, d’essere davvero l’uomo giusto.
Non lo dico io, lo affermano i fatti (lo specifico per gli invidiosi).
Adunque così accade: io piaccio.
Ci posso forse far qualcosa?
Ognuno si ritrova ad essere quel ch’egli è, e non c’è motivo veruno per adontarsene (cioè a dire: se non piacete, peggio per voi).
Fu così che, per fato o per ventura, incontrai un dì il mio primo grande amore, di sottobosco il guardo e nerocrinita.
Fui con ella gentile e premuroso, un cavalier servente, un gentilhomme.
Preparando bauli e cappelliere per l’addio, mi disse lei che cercava invece un uomo forte.
Di repente incontrai un sogno: fiera, bella e d’alabastro.
Le mostrai allora cos’è l’uomo forte e risoluto, l’uomo che non deve chiedere mai.
Salutandomi dal treno, mi spiegò l’infelice che avrebbe voluto un uomo distante e misterioso.
Ma la terza, oh, la terza donna della mia vita mi conobbe invero circonfuso di mistero, che neppure il mio nome le svelai.
Fui così distante che, a un certo punto, per la lontanza, non la vidi nemmanco più.
Al ritorno trovai soltanto un suo biglietto, in cui mi spiegava che s’andava in cerca di un uomo gentile e premuroso.
All’incontrare il quarto e unico grande amore, premurosamente e misteriosamente le appioppai un forte manrovescio preventivo, da distante e con estrema gentilezza.
Non potevo essermi sbagliato, non più.
La fortunata creatura – ci credereste? – nell’andarsene mi denunciò alla Benemerita.
Ora che sconto una lieve pena, condannato da un giudice donna che, non lo nego, dallo scranno mi lanciava coi fulminei rai uno sguardo vorace a concupirmi, rifletto sulla morale della mia vita.
Fui di certo l’uomo giusto, questo sì; solo, sempre con la donna sbagliata (l’altra possibile morale potrebbe essere che le donne non sanno quel che desiano; ma suppongo sia ipotesi inconcepibile)