URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, marzo 20, 2006

L'uomo delle stelle


La chiave al collo, legata a una catenella che scompare nella scollatura. Non me ne separo mai, perché così ho imparato, che quello che fa bene può far anche molto male.

Come la vita.

E sono molte le vite che chiudo a chiave nell’armadietto in fondo al corridoio. Ci sono storie, là dentro, c’è il passato, e l’oblio. Le storie e il passato sono le cartelle di chi è andato via, l’oblio è la clozapina, cinquecento milligrammi per quelli della camerata B, trecento per gli altri.

Alcuni li dobbiamo legare alle sbarre del letto, la sera, perché cinquecento milligrammi non bastano, e una dose superiore può dare un oblio da cui non si ritorna.

Con lui, invece, non c’è bisogno di farmaci, né di contenimento. Non si può contenere il mistero.

Non sappiamo, di lui, nulla e nessuna cosa. E’ stato trovato un giorno al cancello del giardino. Qualcuno lo deve aver portato, perché non si muove mai da solo. Occorre sfiorargli il braccio, con leggerezza, accompagnandone delicatamente la direzione.

Ma, da solo, lui rimane fermo, ovunque si trovi, in ogni momento. Per ore resta in mezzo al giardino, o al fondo della camerata, o nel letto, o in piedi, finché non ci ricordiamo di lui e lo andiamo  a prendere, tagliando le piccole radici che affonda in ogni luogo. E’ come un albero, lui, un faro, una minima montagna, sembra immane ed è minuto, inamovibile ed è così leggero.

E sempre, e ovunque, guarda verso il cielo.

Lo sguardo non si può incrociare mai, a fatica ricordo l’azzurro dei suoi occhi, sempre rivolti all’alto, che le cose di quaggiù non vedono. C’è qualcosa, là in alto, e ogni giorno, e ogni notte, a ogni istante, e ovunque, all’aperto e all’interno dell’ospedale, i suoi occhi sono rivolti verso un punto esatto del cielo, sempre lo stesso, uguale e sconosciuto.

Di giorno, il volto è teso nella battaglia per non perdere le coordinate invisibili tra nuvole e sole. Di notte, sembra che lo sforzo si attenui, ma solo un po’, e solo un po’ sia più facile il compito, e meno gravoso.

Durante il mio ultimo giro in corsia, appena prima dell’alba e subito dopo la semioscurità, lo trovo nel suo letto vicino alla finestra, gli occhi arrossati per la notte insonne, lo sguardo proteso verso quel punto che nome non ha.

Vorrei capire, vorrei poterlo aiutare nella sua fatica, e prendere su di me una parte della sua stanchezza, ma non sa nessuno cosa fissi lassù, in quell’arco irrinunciabile di cielo.

Lo so che non dovrei sentirmi coinvolta così, che il mio compito è solo quello di somministrare milligrammi di torpore. Ma io raccolgo le storie di tutti quelli che passano di qui, e sono trent’anni.

Rinchiusa qui dentro più di loro, scrivo sulle schede dell’armadietto le loro voci, le loro impossibilità, e quello che da soli non san dire. E anche quando loro non ci sono più, io continuo a sentirli parlare, le loro voci mi chiamano perché non li dimentichi, chiedono il mio aiuto, e io a volte so come aiutarli, e altre volte no, e allora ascolto le voci per tutta la notte, finché il turno poi finisce.

Ma di lui no, di lui non scrivo nulla, finché non capisco la sua domanda rivolta all’alto, e la sua fatica, che piano sembra consumarlo, ed è sempre più stanco ormai.

E una notte, poi, una notte dopo tante, una notte passata a osservare lo stesso punto nel cielo, finalmente ho compreso, e tutto è stato allora così evidente.

E’ sempre là, quel punto, sempre a settentrione, verso il cielo lassù, in mezzo a ogni stella, e tra ogni stella solo quella, la prima della costellazione del Nord, dell’Orsa Minore, del Piccolo Carro, la Stella Polare.

Quello è il punto, quella la Stella che lui osserva sempre, senza interruzioni, anche quando, con la luce del giorno, è per gli altri un ricordo invisibile appena. Ma lui sa sempre invece dov’è. La sorveglia, la protegge, lui, il custode dell’Orsa, l’auriga del Piccolo Carro, il guardiano della Stella del Nord.

Questo è il compito che gli è stato affidato, e che ha giurato di adempiere sempre. E sempre deve rinnovare giuramento e protezione, perché nulla e nessuno possa modificare il luogo della Stella spostandola da quell’esatto istante, dal settentrione della vita, dal Nord di tutti i naviganti, punto fermo da cui gli dei hanno iniziato a disegnare il resto del mondo, prima certezza tra tutte per gli uomini.

Quella notte allora, e ogni altra poi, sono rimasta insieme a lui, accanto alla finestra della camerata, a osservare l’alto, per alleviare la fatica e condividere il giuramento. Tutto il cielo ruota insieme, e a ogni ora le luci vive percorrono una parte di notte e di cammino, segnando rotte algebriche sopra un piano infinito. Ma lassù, a settentrione, nel cuore del Carro e dell’Orsa, la Stella rimane immobile e inespugnata come una verità perfetta, e quaggiù lui la custodisce e la protegge.

Chissà se anche là in alto, da così lontano, qualcosa osserva questi occhi azzurri, e chissà che non sia proprio l’incontrarsi di sguardi a rendere possibile che ogni costellazione resti ancorata a disegnare la notte con un profilo noto, senza disperdersi invece all’infinito, così che non si capovolgano i punti cardinali, e non si confondano le orbite, riportando tutto nel caos incomprensibile.

Due sguardi, asse del modo conosciuto, cardine non visibile attorno cui tutto ruota e si rinnova.

Lo aiuto, io, ad ogni notte passata accanto alla finestra, prima e dopo il giro nelle corsie. E a quella finestra ora mi chiamano le voci, e le voci chiedono aiuto, non per loro, adesso, ma per lui, per l’immane compito, per il giuramento eterno, per i lavoro che asciuga ogni respiro, ogni energia.

Ieri poi so che l’hanno portato in terapia, perché il mancato sonno, e la tensione, lo avevano quasi spezzato, ma adesso è qui, quasi trasparente, ormai, quasi cancellato dal dover reggere l’universo, e respira con fatica, e  allora adesso so, conosco la sua domanda e la sua storia e la via per liberarlo, come ne ho liberati altri.

Questa notte allora mi avvicino a lui, e non sono trecento né cinquecento, ma un grammo intero d’oblio, e non a lui solo, ma anche a me, perché ormai so che il mio compito è terminato, le voci chiamano alla finestra, io so cosa devo fare.

Allora lui mi guarda, finalmente mi guarda, e il suo è uno sguardo pieno di tempo, e si alza dal letto, e mi prende per mano, e mi mostra la sua stella, quella del giuramento, e apriamo la finestra e sul davanzale e il vuoto e galleggiamo e tetti e strade e città e sembra d’essere un angolo di cielo.


affrancato e spedito da Effe | 08:39 | commenti (29)

THE CURE
Hard Boiled Blogosphere
Blog Aggregator 3.3 - The Filter

 

 

dipinto da buba