URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

martedì, novembre 23, 2004

Il volo

Quanta distanza può esistere, tra un lato e l’altro della stessa strada?
Molta, di vita e di destino.
A mai più di uno sguardo, da finestra a finestra; a mai più di una voce appena di richiamo, così passammo i nostri anni più precoci.
Diversi agli occhi, ma uniti sempre da un patto d’identità che non giurammo e non tradimmo mai.
Lui, di luce e spazi aperti, io di ombra e di bastioni; solido e ferrigno io, e di solerti malumori, lieve lui invece, e senza affanni.
Eravamo uno l’anelito alla parte mancante dell’altro.
Non la mia, ma la sua storia ci passò accanto come vento di prima estate, inatteso.
Alla nascita, il corpo suo prese subito a veleggiare leggero verso l’alto della stanza.
Lo legò alla caviglia la vecchia levatrice, forte d’anni e d’esperienza.
"Ne ho visti altri – disse – di quelli come lui. Basterà spiegargli le leggi di natura, il tempo e la ragione lo guariranno dal docile volo".
Né l’uno né l’altra lo guarirono mai.
Allo sguardo della gente di quartiere sembrò strana la vista del piccolo ragazzo che i piedi non aveva mai per terra, e usciva di casa solo a mano di qualcuno che gli fosse àncora e salvezza.
Diverso lo facevano sentire i sentimenti d’altri, e chi lo additava sottovoce.
Gli regalò qualcuno un paio di scarpe blu infine, di piombo le suole a trattenere la corrente che, verticale, sempre lo traeva.
Normale quindi all’apparenza, ma al prezzo d'una falsa gravità.
La vicinanza d’animo e di casa ci portò a esser separati mai.
Ovunque l'uno, l’altro sempre ancora.
E molti anni non furono altro che così.
Fino al giorno in cui vide il libro, e l’immagine del quadro di Chagall, la promenade aerea e leggera sopra i tetti spioventi di Vitesbk.
Comprese allora quell'appartenenza.
Sentì che era finta, la finta normalità.
Non uguale agli altri, ma a quelle immagini d’arte e di pensiero.
Rinchiuse in casa il suo sentirsi straniero, nessuno volle più d’accanto.
Restava ore a guardare alla finestra verso cieli e tetti e deboli sogni.
All’altro lato della strada, ma a una distanza tale da non saperla dire, a lungo attesi la mia metà leggera.
Un giorno trovarono non più lui, ma la finestra aperta, piena la stanza d’azzurro e di un addio.
Non tornò mai più.
Fu la mia stanza, allora, confine e trincea verso il mondo ostile.
Privo ormai dell’altro me, non pago di me stesso, rabbuiavo consumandomi a fissare alla finestra oltre le basse case, in cerca d’impossibili orizzonti.
A mai più di uno sguardo, a mai più di una voce appena di distanza.
L’indomani, la mia stanza finalmente vuota.
Chiusa la finestra, dall’interno.
Sul davanzale, un paio di pesanti scarpe blu.


































affrancato e spedito da Effe | 09:13 | commenti (31)

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