Hotel Messico, civico 3
(homenage)
Per primo tracciò il sentiero Spiritum, gran facitore di mode.
Gettò poi benzina sul fuoco Livefast, e ora arde la facie a illuminare una piccola verità: c'è un Direttore in ognuno di noi, anche se in pallida copia fotostatica rispetto alla matrice.
Sia questo il terzo, e mio personale, tributo all'Hotel Messico.
Due cose erano certe, quando al mattino scendevo le scale di casa: la stessa canzone di Nino D’angelo suonata dalle radio a transistor di tutti i condomini, e l’odore del sugo messo a cuocere dalle otto del mattino.
Così doveva essere, in un condominio che si rispettasse.
Ma all’epoca c’era la vecchia del secondo piano.
Lei aveva avuto un fidanzato milanese, cinquant’anni prima (che poi era fuggito insieme ad un rivenditore di carrube con i mustacchi – il venditore li aveva, i mustacchi, per quanto anche le carrube fossero piuttosto pelose).
La vecchia, che allora si suppone dovesse essere un po’ meno vecchia, ma non di tanto, non si era mai più ripresa, e rinnovava il ricordo dell’antico amore cucinando ogni giorno il risotto alla zafferano.
La cosa fece molto scandalo tra i condomini. Un verace lezzo di pomodoro, incrostato ormai alle pareti da generazioni e generazioni di onesti napoletani, irriso da quell’odore estraneo e volgare.
Mio padre era da tempo che cercava di vendere la nostra casa, e non ci riusciva. Non tanto per via del fatto che eravamo abusivi (lo erano anche gli altri condomini, in effetti), quanto per il fatto che tutti coloro che venivano a visionare la casa, giunti al secondo piano si sentivano soffocare, e fuggivano in preda a conati di vomito.
La situazione era diventata insostenibile.
Mio padre, per la disperazione, prese a picchiare mia madre; mia madre picchiava mia sorella maggiore; mia sorella picchiava me; io picchiavo il figlio del vicino di casa; il vicino di casa picchiava per rappresaglia mio padre, che iniziava di nuovo tutto il giro.
La vecchia soffriva di emicrania, e mi mandava spesso in farmacia a comprare una confezione di Novalgina in gocce, in cambio di due soldi di mancia.
Poiché dovevo portare in farmacia anche le provette con l’urina di mio nonno paralitico, miscelavo in equa proporzione i fluidi dei due contenitori.
Il farmacista fece ripetere le analisi a mio nonno per diciotto volte consecutive, non riuscendo a capacitarsi dei risultati.
La vecchia, dal canto suo, aveva sempre più mal di testa, e stava assumendo un colorito itterico.
Un notte, d’improvviso, la vecchia sparì dalla circolazione, e nessuno ne seppe mai più nulla. Contestualmente scomparve anche un grosso ratto che era solito frequentare le cantine condominiali; le malelingue parlarono subito di un torbido caso di zoofilia.
In realtà, il ratto mi aveva visto trascinare il corpo della vecchia, dopo che le avevo fatto ingerire l’intero flacone di Novalgina.
Sapevo per esperienza indiretta che, in questi situazioni, non bisogna lasciarsi dietro scomodi testimoni.
Da allora il topo e la vecchia giacciono abbracciati sul fondo di una discarica abusiva di Secondigliano.
Da quel momento, la nostra vita migliorò notevolmente.
Mio padre riuscì finalmente a vendere l’appartamento, e con il ricavato acquistammo un basso ai Quartieri Spagnoli, guadagnandoci poi da vivere come figuranti per i TG nazionali che avevano spesso bisogno di realizzare dei reportage di costume sulla Napoli folkloristica.
Io frequentai l’Istituto Alberghiero, diplomandomi come cuoco.
Lasciai infine Napoli per cercare fortuna al nord.
Ora lavoro in un ristorante di Seveso, aperto nei locali di quella che, un tempo, era stata una fabbrica chimica piuttosto nota alle cronache.
Non posso lamentarmi della mia situazione, anche se mi tocca cucinare risotto allo zafferano tutti i giorni.
Ma non ho perso la speranza.
Il padrone del locale soffre spesso di mal di testa, e nelle mie tasche un flaconcino di Novalgina non manca mai.