Dal profondo del nero del mare
seconda parte e ultima
(la prima qui)
Cinto non avrebbe voluto neppure vederlo, il bambino, né sapere di lui, né custodirlo fra tetto e cielo sulla coffa della casa, anche se E’ per una notte solamente.
Non avrebbe voluto che il bimbo-uccello fosse portato a forza su per le scale in pietra grigia e costretto a entrare nella stanza sottotetto, legato ancora a catena e sedia, mentre agitava le braccia mulinando gorghi, e fischiava, e lanciava attorno schegge di paura e canto.
Ma poi il bimbo si era fatto quieto sul davanzale della finestra ancora chiusa, calmo d’improvviso alla vista dei tetti e di tutto quel cielo smarginato a sera. Si era rannicchiato con la fronte appoggiata ai vetri, un braccio avvolto ad ala intorno alle ginocchia, mentre con l’altra mano teneva stretta la catena che lo legava al mondo. Ogni poco tubava un suono rotondo e minimo, voltando la testa a scatti brevi verso il volo degli stormi che intagliavano diagonali fra i tetti.
Cinto gli lasciò un po’ di pane a tocchi sul davanzale, come faceva con gli uccelli che vivevano tra i coppi, e spense poi la luce nella stanza, a riempirla di nero come ogni sera. Disegnando cerchi metallici con l’andatura a compasso delle ruote, arrangiò al buio una mezza cena, un’abitudine che poi non consumava.
Quando la stanza fu del tutto oscura, e dall’esterno gli ultimi rumori si addensavano attorno al legno degli infissi premendo contro i vetri, Cinto aprì la finestra e lasciò tracimare la notte, che allagò a onde lente il mondo.
Il bambino si spostò sul davanzale, di quel tanto necessario perché la finestra potesse spalancarsi, immerso nel nuovo silenzio di quella marea nera che non aveva fine. Nel suo sguardo continuava a ripetersi, ancora e ancora, il movimento degli stormi migrati prima e già lontani.
Ci saranno ancora mani e gabbie, pensò Cinto stringendo forte le ruote di ferro.
Il bimbo-uccello si era voltato verso di lui, e negli occhi non portava anima ma solo rotte oblique e desiderio e cielo.
Ancora mani e gabbie.
Cinto indietreggiò fino alla cassetta di legno che teneva rincalzata sotto il letto. Affondò la mano impastando una burrasca invisibile di suono e di metallo. Poi tornò lento al davanzale, la sedia a ruote affiancata a quella pesante ancorata al bambino.
La marea chiamava, facendo risuonare la catena.
Il vuoto era una voce che cantava vertigini e divideva le acque.
La finestra precipitava verso un’oscurità liquida in cui galleggiavano sparsi e opachi i tetti.
Ancora lo guardò il bimbo-uccello, poi si voltò alla voragine del mondo.
Le tronchesi mangiarono il ferro della catena con uno schiocco definitivo e breve.
fine
[per chi desidera farsi (ancora più) male, la fine vera è poi questa:]
Dopo, Cinto restò a occhi chiusi sulla tolda della sedia al centro esatto della notte, addormentato di un sonno inautentico e leggero, aspettando che tutto avesse fine. Il vuoto ondeggiava un mare lungo fra strada e tetti, e sui palmi delle mani Cinto portava profondi i solchi rossi lasciati dalle ruote a cui restava artigliato.
Non era schiarito ancora, quando bussarono alla porta del sottotetto per prendersi il bimbo-uccello e portarlo via legato Per sua incolumità.
Troppo tardi, pensò sollevato Cinto, voltandosi verso la finestra aperta al vuoto.
Ma sopra il davanzale, con occhi notturni e gonfi di cielo, il bambino ancora stringeva forte la mano attorno alla catena che oscillava tronca, le nocche bianche e il palmo solcato di rosso, mentre più sotto s’increspava la strada, e ogni pensiero era inghiottito dal profondo del nero del mare.
[quanto al bimbo-uccello, qui
quanto agli infernotti sotto le case barocche di Torino, qui
quanto al titolo, qui]