Damasco
Anteoggi m’inoltro per casualità lungo la strada di Damasco, programma letterario di Radio 3. Si parla di Walt Whitman, e m’attardo come d’obbligo su quelle frequenze.
Non vien detto nulla d’originale, ma è sempre gradevole sentir parlare del Poeta, e ascoltarne i versi – nell’occasione declamati, per verità, con l’entusiasmo di un impiegato del catasto da parte di tal Alessando Pala.
Il conduttore per l’occasione (cambiano settimanalmente) è Giordano Bruno Guerri, e sottolinea quello che ha colpito tutti, credo, nell’avvicinare la poesia di Whitman: la distanza, più in termini di tempo che di spazio, rispetto alla poesia italiana dell’epoca. Mentre il bardo americano scriveva Io canto il corpo elettrico, in Italia il maggior poeta a lui contemporaneo metteva sotto torchio un’innocente cavallina storna (e gli animalisti, tutti zitti).
E’ lo spirito dei due popoli a essere differente, continua Guerri, e questa stessa differenza espressa nella poesia si ritrova anche nelle due diverse carte costituzionali.
Fiscale e definitoria la nostra: L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro [e si domanda, il conduttore, cosa questo significhi, che la Repubblica sarà fondata piuttosto sui cittadini. Qui mi sento di correggerlo: la nostra Repubblica è davvero fondata sul (ministero del) lavoro, sugli appalti pubblici e le relative tangenti], laddove più roboante e teatrale è l’attacco dell’altra: Noi, il Popolo degli Stati Uniti.
Sarà forse per questa maggior propensione al teatro (anche di guerra) che lo yankee interpreta la campagna elettorale come uno psicodramma collettivo (c’è anche chi piange a favore di telecamera, lo sapete).
Qui da noi, invece, le elezioni si risolvono in una Questione Privata, e non gli eligendi piangono ma, semmai, l’elettore nell’intimo della propria spoglia stanzuccia.