La sposa bambina
Giovanni Battista Schellino aveva sposato, nel giorno esatto e caldo del suo diciottesimo compleanno, la figlia tredicenne della Massara, una bambina con fianchi di daino e occhi di volpe che correva tutto il giorno per i campi a caccia di lucertole e nidi. La sera, stremata, prendeva un panchettino, sedeva vicino alla suocera, le posava il capo sulle ginocchia e si addormentava, mentre la donna le sfilava piano pagliuzze e fili d’erba rimasti intrecciati ai capelli.
La sposa si chiamava Anna Francesca Antonia Chirri*, e non sapeva scrivere il suo nome.
Mordendosi il labbro aveva resistito tutta la messa e metà del pranzo a tavolata sull’aia, nel giorno velato e afoso del suo matrimonio. Ma poi aveva finalmente buttato via le scarpe nuove e sollevato la gonna, correndo a piedi nudi con i figli degli invitati giù per le argille asciutte della costa .
La prima notte era rimasta in camicia bianca nel centro del giardino, legata al cielo da una mezzaluna bassa, dilagata e muta.
Vienincasa, le diceva Giovanni di traverso la finestra aperta.
La mastica notte a notte e pezzo a pezzo, aveva risposto Anna a naso in su.
Vienincasa, aveva ripetuto a mezzavoce Giovanni, come per incantare senza spavento un’ombra selvatica.
Poi la sputa intera e tonda, e ricomincia.
Ma chi?, aveva chiesto Giovanni.
Ma chi che cosa?, aveva riso via Anna, mentre già inseguiva al limite della macchia di pinastri una falena grande.
La notte calda si era rovesciata su ogni cosa, rilasciando, nel suo lento scivolare, suoni e vapori d’umido. Giovanni aveva ritrovato notte e sposa a mattino ancora lontano, raggomitolate insieme su un cespo di lattuga nuova, la pelle bagnata di sogno e di costellazioni.
Al ritorno da uno dei suoi viaggi per lavoro di un anno più tardi, Giovanni fiutò già nell’aria un odore di malombra, prima ancora di girare l’ultimo tornante. Saltò prima su una stanga e poi giù dal biroccio, lasciando la cavalla che sapeva da sola strada e curva, e tagliò a piedi su per il coltivo. Il casolare sembrava salvo, ma l’odore di bruciato aveva annerito per sempre il muro dietro la schiena della sposa, mentre la suocera le massaggiava il dolore di una spalla.
Erano tre, han visto che c’eravamo solo io e la bambina e volevano razziare, disse la donna. Ma Anna ha sparato.
Il vecchio fucile era di traverso all’aia, lungo e dritto come un’ombra di meridiana, a segnare l’angolo di tiro e fuga.
Erano di fuori. Stranieri. Liguri, aveva spiegato Anna, mostrando la macchia livida lasciata dal calcio del fucile sulla spalla che non sarebbe stata uguale all’altra mai più, lasciandole anche da vecchia, molte vite dopo, un’andatura provvisoria come di chi è pronto a cambiare idea e scappar lontano.
Anna abitava ed era abitata da una terra di mezzo, non chiara né scura, lontana dall’alto e impossibile al basso. La Liguria poco lontana era già per lei oriente, e le Alpi addosso a Cuneo un miraggio malfidato.
Ti porterò con me nei viaggi sul carretto, non ti lascio più da sola, le aveva detto allora Giovanni carezzandole i capelli speziati di rosmarino, e immaginò in quell’unico mattino tutti gli anni in cui le sarebbe stato padre e amico, e marito mai. Non sarebbe diventata adulta, la sposa bambina, troppo inseguita dalla vita per sapere del correre del tempo.
Il primo viaggio fu proprio nella Liguria appena oltrevalle, attraverso i boschi che da Calizzano rotolano giù verso Finale e il mare. Con i piedi che oscillavano nudi giù dal biroccio, per l’intero giorno Anna si riempì gli occhi di tutto quel senzafine azzurro mai veduto prima, di quel colore a onde che non quietava mai.
Durante il viaggio di ritorno fino a casa, si era poi leccata via dalle labbra un pianto continuo e silenzioso, mentre le si fermavano sulla pelle dei piccoli cristalli lucidi, scordati delle lacrime di sale.
Salirono anche alle nevi alte di Limone, rigidi negli abiti fuori misura che li infagottavano; ma fu molto tempo dopo, lui aveva già trentacinque anni, lei forse non ancora quindici. Si rincorsero tirandosi addosso neve e risate, sprofondati nel bianco fino a mezzagamba, e ogni volta risalivano le gobbe del terreno per poi scenderne ruzzando.
Nel ritorno a sera, Giovanni a stento riusciva a reggere le redini con le mani di ghiaccio, mentre Anna dormiva sulla sua spalla stringendo il secchiello che aveva riempito di neve per portare a casa quel giorno intero.
Fu poi una vita di anni e viaggi brevi, di legna a ciocchi per l’inverno e pomeriggi a cielo rosso, di sedie da rimpagliare e temporali scuri, di pomodori messi a seccare e lune mangiate a morsi, di stagioni che iniziavano improvvise a mezzogiorno, ché per tutto il mattino la nebbia piena aveva cancellato ogni mondo intorno.
Ma è così che succede alle persone, e senza colpa: la vita ha per loro velocità e fretta differenti.
Era vecchio ormai Giovanni, il carretto da tempo fermo e inusato sotto il portico. Nessuno quasi si ricordava più di loro, del casolare con il muro annerito per sempre dal fuoco del fucile, dei nidi e delle code di lucertola in un angolo dell’aia, dopo la linea curva dell’ultimo tornante.
Anna era rimasta per sempre con lui, che le era stato in ogni anno amico e padre. Lei, giovane ancora, i capelli speziati, i fianchi stretti come quelli di un daino, nell’ultimo giorno di Giovanni era accanto al suo letto, sposa e bambina, con tutte le parole necessarie a raccontare ancora i loro viaggi, e le lente carezze di adesso, e i giorni in cui sarebbe stata sola.
Aveva mani lui di ghiaccio.
Lei, ancora lacrime di sale.
* parole e pretesto sono colte da questo post, che di Giovanni Battista Schellino, il Gaudì delle Langhe, racconta la storia vera; qui s’è voluto concedere ad Anna Francesca Antonia Chirri una vita in più – la scrittura lo può, e deve. Segnalo così, colpevolmente in ritardo, i sapori e i ricordi a ventaglio del blog di Lorenzo Cairoli.