URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, gennaio 07, 2008
L’Uomo Bisesto

La luce era giovane ancora e umida, e l’aria di vetro nuovo.
La prima ora aveva gocciolato notte, la seconda brina e la terza finalmente giorno e silenzio.
Ogni colore era scordato via: la neve aveva smerigliato il mondo cancellando differenze e destini e suoni. Era bianco fondo tutto intorno, e sopra, e anche dentro, ma in segreto.
Dall’alto della valle, la strada pedaggera si portava a traino il resto del mondo che altrimenti restava a molte vite di distanza dal paese a conca e dal casolare sul bricco. Non la sapeva, Tino, quella parte di mondo, non la conosceva da generazioni. Non l’aveva vista il padre, né quelli prima di lui, come se quelle creste acuminate di pinastri avessero voci e gridassero di non passare più in là. Erano così forti, quelle voci, che Tino doveva a volte coprirsi le orecchie con le mani, e buttarsi a terra con la faccia ben calcata tra le zolle, per ripararsi dalle folate che potevano legarlo ai sassi della valle per una vita o più.
Ma oggi, dopo la terza ora, si poteva finalmente uscir fuori dal casolare sul bricco, e bersi con gli occhi per intero la linea della Pedaggera che scriminava la collina, fino a vedere da lontano l’aria dapprima appena crespa di movimento, poi in un chiaroscuro a scendere, e infine l’ombra più netta sulla neve del vecchio motocarro.
Arrivava ogni quattro anni solamente, e in quel giorno esatto, quel giorno così sottile da potersi consumare a morsi, e tanto trasparente da vederci dentro. Ogni ventinove febbraio l’Uomo scendeva la costa scartavetrando il motore con le marce basse, fin giù nella conca e dritto al centro del paese, attraverso la strada appena sgombra di neve. Quello era l’unico giorno dell’anno in cui le voci che salivano dal fiume e scendevano dai crinali non potevano legare nessuno, e dovevano rimandare nodi e vendette a tutto il resto dell’anno.
Tino avvolse la sciarpa e prese a calpestare orme più grandi di lui sulla neve. Aveva le scarpe del fratello tornato da militare, e sul bianco restavano rosari a grana grossa di cuoio chiodato. Arrivò in paese che la piazza era ancora grigia dei fumi lasciati dal motocarro. L’Uomo aveva già preso a lavorare, e una mareggiata di mani cotte dal freddo ondeggiava per aiutarlo a scaricare il cassone, e tutti sapevano quel che poteva essere il guadagno.
A metà mattina la giostra era pronta, con il telone a spicchi a far da tetto, l’impiantito con la segatura e i cavalli allungati in un trotto immobile.
Per un soldo l’Uomo faceva salire un adulto o due ragazzi, e di giri ne facevano uno solamente, ma senza fine, ché la giostra non fermava mai, spinta fino a sera dal motore che tossiva un fumo nero. La giostra era ogni anno più rammendata e stenta, a qualche cavallo mancava un occhio ormai o forse due, e una zampa era steccata da un bastone di castagno, e qualche coda era fatta ora di saggina.
E’ come la vita, diceva l’Uomo nel suo accento distante, che perde pezzi ma non si arrende.
Il ventinove febbraio era un giorno lunghissimo, si poteva vivere e morire molte volte tra il suo inizio e poi la fine, e non mancava tempo per una cosa e per l’altra. Tutti nel paese o dai cascinali avevano un soldo in mano, e un giro senza fine stretto nel pugno.
Ogni tanto l’Uomo beveva un sorso forte e poi cantava canzoni tristi di parole sentite mai; allora tutti si fermavano intorno a sentirlo, con gli occhi che pungevano non più per il vento freddo, e la giostra continuava a girare per qualche po’ da sola, con i cavalli che dondolavano liberi e stupiti. Poi tutto riprendeva, che di tempo ce n’era ancora tanto, forse un anno intero, o anche quattro, prima che finisse il giorno.
E quando, dopo molte vite, scendeva alla fine sera, allora la stessa mareggiata di mani del mattino infuriava contro i pezzi della giostra, subito smontata e riposta sul cassone.
Quella era infine l’ora, e il momento, e il motivo.
Perché l’Uomo sarebbe ripartito presto sulla Pedaggera, a girare il mondo oltrevalle per quattro anni ancora, su strade dritte come meridiani, in mezzo a città di case alte come pini, fino a sfiorare forse il mare, o anche il cielo che gli fa da specchio.
E avrebbe portato con sé uno di loro.
Solo in quel giorno, solo ogni quattro anni.
Ne erano partiti tanti con lui, rimasti poi chissà in quale angolo di mondo a mandare ogni tanto notizie e foto in bianco e nero con vestiti eleganti presi per l’occasione a prestito.
Solo in quel giorno, mentre le voci già premevano ai margini del cielo scuro.
Vieni? chiese l’Uomo.
A Tino il bianco che dal mattino aveva dentro, ma in segreto, si tinse di calore. L’Uomo stava guardando lui, fino in fondo agli occhi.
Vieni? chiese ancora l’Uomo, e già tendeva la mano verso Tino per farlo salire sul motocarro.
Vieni? ripeteva la voce che sapeva canzoni tristi e necessarie, e che odorava di notti e strade lunghe.
Tino aspettava quelle parole e quella mano e quegli occhi da tempo ormai.
Pensò al casolare, alle zolle, alle scarpe troppo grandi del fratello, al salato del sudore d’estate, alla pelle spaccata d’inverno, alla faccia ben piantata tra le zolle, a tutto il mondo che aspettava fuori.
Distolse lo sguardo senza abbassarlo e voltò morbido le spalle, mentre ai bordi già notturni della piazza le voci si addensavano tra i vicoli e, premendo lungo i muri fin quasi a piegarli, dicevano il primo giorno ormai di marzo.

affrancato e spedito da Effe | 09:01 | commenti (25)

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