URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

mercoledì, ottobre 31, 2007
Chi ha tempo

Ho scritto, or non è molto, che il tempo non esiste: esiste solo l’atto del misurarlo.
Anche questa affermazione, pur se vera, è però imprecisa
Non siamo noi, infatti, a misurare il tempo: è il tempo, invece, a prenderci le misure. Ci squadra, ci valuta, ci soppesa, e poi scrive una data da qualche parte.
Eppure, il tempo non è stato sempre così arrogante. Ricordo un’età in cui il tempo aveva ancora bisogno dell’uomo, e non parlo del pleistocene, ma della mia prima giovinezza (d’accordo: era il pleistocene).
Nei paesi, il giorno era ordinato dal tempo della chiesa; ma i rintocchi delle campane non erano suoni sintetizzati registrati con tecnologia laser su cd eseguiti in loop. C’era necessità di un campanaro, di due braccia robuste e di una certa morigeratezza con il vino (per non suonare a festa alle quattro del mattino, per dire)
E nelle città, neppure lì il tempo esisteva da sé. Ogni sera, a tendere l’orecchio, era possibile percepire un sottile e corrosivo crr crr: erano migliaia, decine di miglia di rotelline d’orologio da polso che venivano girate freneticamente tra indice e pollice, per dare la carica necessaria al meccanismo. Senza quel movimento umano, il tempo, il giorno dopo, semplicemente non sarebbe esistito.
E anche le sveglie: oggi sono ordigni satellitari collegati all’orologio nucleare di Cape Canaveral, e indicano l’orario su pareti e soffitti con la chirurgia del laser.
Una volta no, una volta bastava dimenticarsi di dare la carica alla sveglia, per trasformare un domani lavorativo in un giorno di tiepida festa. E il trillo della sveglia, prodotto da un martelletto che picchiettava furiosamente tra due campanelli metallici a forma di funghetto, era talmente forte da svegliare l’intero caseggiato, così che bastava acquistare una sola sveglia collettiva, con gran risparmio di danari, per mettere in piedi di buon mattino tutto il condominio. Era solo questione di mettersi d’accordo sull’ora della sveglia, che veniva stabilita per compromesso storico (nel senso che ogni volta c’era qualcuno che faceva storie) tra le diverse esigenze. Il tempo, allora, era esattamente quel doveva essere: un accordo, un’idea, una convenzione.
E se non si condivideva il passaggio legale/solare dell’ora, era sufficiente non spostare le lancette. Gli orologi non decidevano da soli l’ora esatta (a quello ci pensava l’altra chiesa, santa madre televisione). A voler resistere, si poteva attendere il successivo ritorno solare/legale senza uniformarsi al resto del mondo. La cosa poteva apparire di limitato buonsenso, ma andare contro il buon senso, come recita l’epigrafe di questo blog, è un buon modo per non arrendersi. Se avessimo più buon senso, ci arrenderemmo.
Un tempo, insomma, era il tempo ad aver bisogno dell’uomo. Ora è l’uomo ad aver bisogno di sempre più tempo, e quel che trova non gli basta mai (sospetto ci sia un che di fraudolento nel contratto con la vita, forse una clausola scritta in caratteri minuscoli; attenti a cosa firmate)

Autoglossa:
Il tempo è un attributo divino sotto forma di eternità. Finché l'eternità era nelle mani dell'uomo, nelle braccia del campanaro e nella chiavetta che dava la carica all'orologio a pendolo, poteva starmi bene, Eravamo tutti più sicuri.
Ora è l'uomo a essere nelle mani dell'eternità.
La prospettiva mi spaura.

affrancato e spedito da Effe | 09:28 | commenti (35)

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