Disclaimer: Herr Effe si prende un giorno di riposo (per quanto sia irenegrandianamente in vacanza da una vita, ma questa è un’altra storia) e lascia campo libero. Io vi ho avvisati, e se saltate a piè pari mica mi offendo.
Approfitto della sventata gentilezza del titolare qui, che a suo tempo ebbe la balzana idea di dare le chiavi di casa al sottoscritto e a qualche altro losco figuro, per buttar giù qualche riga pensosa – riciclando peraltro alcune cose scritte da altre parti, chè il tempo è quello che è.
Conosco Herr Effe – addirittura di persona - da parecchio tempo. Qualche anno, almeno quattro: un tempo che, nella relatività tutta particolare della cosiddetta blogosfera, assomiglia a un'era geologica. Ma in fondo non è necessario essere suoi abbonati non paganti per capire che, a prescindere dalla qualità di ciò che scrive (altro concetto per il quale la definizione di “relativo” è giusto un pallido eufemismo), HE è una persona profondamente e sinceramente convinta della specificità delle parole scritte in rete e della forza che a queste parole viene tanto dalla loro particolarità, quanto dalla loro gratuità.
Vorrei chiarire che su quest’ultimo punto io e HE abbiamo opinioni abbastanza diverse: io non ho nulla contro il guadagno, che è una delle possibili giuste forme di riconoscimento dell'impegno e - soprattutto - del merito; in altre parole, non trovo che la monetizzazione del talento e/o dell'applicazione corrompa il talento e/o l'applicazione. E, a differenza del padrone di casa, sono meno rigido e severo nel giudicare la bontà e l’efficacia dei passaggi dal web alla carta, dai pixel alla brossura; sul serio, se domani Buràn diventasse McSweeney’s e venisse distribuito – a pagamento – “in tutte le migliori librerie”, beh, non avrei nulla da ridire: anzi, plaudirei convintamene, cercando di celare l’invidia.
Il punto che però mi preme toccare è un altro. Per i casi della vita, in questi ultimi giorni mi sono preso la briga di seguire alcune discussioni che ravvivano quella parte di blogosfera che io frequento; e non so dire se sono più stupito dal fatto che persone che stimo sentano il bisogno di chiarire, di assicurare che sbarcano il lunario grazie a normali professioni altrettanto normalmente retribuite – per cui la loro scrittura in rete non ha né secondi fini né compensazioni variamente tangibili – o dalla quantità clamorosa di diffidenza, sospetto e persino malevolenza che viene resa esplicita da molti abitanti di quel microcosmo. Non so voi, ma io provo un fastidio forte e crescente nei confronti di coloro che, temo per propria povertà morale, passano la vita a pensar male degli altri, a immaginarsi doppi fini, bassezze, ambiguità. Intendiamoci: io non sono esente da questo modo di essere e fare e pensare: sono italiano, in fondo, e il quadro che ho descritto è esattamente quello che si trova sui giornali, in televisione, in strada, in ufficio. Ma credo di essere vicino ad un punto di rottura, e vorrei essere capace di insegnare alla persona corta che non si deve essere per forza degli inguaribili ingenui romantici per credere nell’esistenza di persone capaci di fare le cose per passione, addirittura non retribuita. Buràn, e le persone che gli stanno dietro e gli danno vita, ne sono un esempio, che io qui ringrazio pubblicamente (attendendomi gli imbarazzati rimbrotti del padrone di casa) e che io qui uso come metafora ed esempio. Perdonate la generalizzazione, ma se siamo quello che pensiamo, allora non siamo un granché.