Il giorno più bello
Al funerale di Menico Monforte non si presentò nessuno.
Non c’erano i familiari, né i cognati che stavano su a Gottasecca.
Non erano venuti i vicini dalle altre mezzadrie, né i pochi amici del paese.
Non si era presentato, infine, neppure lo stesso Menico, ma la sua assenza era stata prevista per tempo. Lui stesso aveva programmato di arrivare per ultimo, a cerimonia già iniziata, per riempirsi gli occhi della chiesetta gremita. Ma quando spinse i battenti della navata buia e vuota, il sorriso che aveva preparato allo specchio per giorni gli rotolò via dal viso, lasciando solo un graffio al posto della bocca.
Menico Monforte si diresse verso la canonica, a stento seguito dai suoi stessi passi. Don Nino Passalacqua stava stirando con cura la tonaca rammendata.
- Don Nino, cosa capita? Non era per oggi?
- Menico, ho detto io a tutti di non venire. Ci ho pensato su, e non credo che si possa.
- Ma avete cercato nei vostri libri?
- Sì, sì, ho cercato, ho anche chiesto al Vicario. Non c’è scritto da nessuna parte, che sia consentito.
- Ma c’è scritto chiaramente che non si può? C’è la proibizione?
- No, non c’è, ma una cosa del genere non si è mai vista prima.
- Don Nino, eppure lo sapete bene che vita grama ci tocca masticare ogni giorno, con la benedizione di Dio. Sempre a schiena spezzata a cavar via dalla terra quel poco che gelo e siccità non si sono già spartiti. E poi i debiti, il maltempo, la malattia, i litigi con i vicini per un solco in più, che poi non ci si guarda in faccia per anni fino a non ricordarne più il motivo, con la sola consolazione, alla sera, di un bicchiere di vino aspro per dimenticare che domani andrà ancora peggio. Non basterebbe un’intera vita di peccati, per meritarci in cambio un’esistenza così. Ma al funerale no. Al funerale viene tutto il paese, tutti con il vestito buono, le donne con gli occhi bassi e gli uomini con il cappello in mano, e si fanno certi discorsi, si dice quant’era buono, il defunto, perfino i vicini adesso lo piangono, e la chiesa ha cinquanta candele nuove, e il corteo attraversa tutto il paese. Dopo una vita stenta, arriva il giorno più bello, che a saperlo prima uno aspetterebbe ancora un po’ a morire, tanto per godersi lo spettacolo. E invece, nemmeno quest’ultima soddisfazione. Ma io no, io non me lo voglio perdere, il mio funerale. Me lo voglio ben godere da vivo, dall’inizio alla fine. Almeno quello. Don Nino, mettetevi su i paramenti e accendete i ceri, che a chiamare gli altri ci penso io.
In capo a un’ora, tutte le colline erano defluite a fondovalle, sul sagrato e in mezzo ai banchi di legno bruno della chiesa, per il funerale di Menico Monforte.
Le parole di don Nino Passalacqua colavano come miele di castagno dal pulpito, a ricordare le tribolazioni e le virtù incontabili del compianto Menico.
La comunità singhiozzava per la grave perdita, mentre i parenti cercavano inutilmente di consolare la vedova affranta.
Il più commosso in prima fila era proprio Menico Monforte, incapace di arginare il fiume di lacrime che tamponava asciugandosi occhi e naso con la manica del vestito buono.
Alla fine della lunga cerimonia, il corteo si mosse verso il camposanto guidato da don Nino, che intonava il De Profundis attorniato dai chierichetti. Subito dopo seguiva con passo strascicato il caro estinto, circondato dai parenti più stretti e dalle prefiche. Chi non era riuscito a entrare in chiesa guardava ora il corteo che defluiva lungo l’argine degli stretti vicoli in pietra. A ogni segno della croce che pioveva giù da finestre e poggioli, Menico Monforte rispondeva con un cenno pacato e un sorriso lieve, finalmente in pace con tutti.
Giunti alla tomba di famiglia, si distese sulla lapide incrociando le mani sul petto. Attraverso i rami degli abeti, il cielo del pieno pomeriggio gli si allargava sul viso.
Don Nino recitò le ultime giaculatorie, e poi ciascuno dei presenti, uno alla volta, sfilò davanti alla tomba per abbracciare la vedova.
- Era un uomo buono.
- Grazie.
- Sono i migliori che se ne vanno per primi.
- Grazie.
- Non lo dimenticheremo.
- Grazie.
- Condoglianze. Se poi volete vendermela, la vacca.
- Grazie. Pagamento anticipato.
- Ma veramente con vostro marito ci si regolava, di solito, passata la fiera.
- Ora mio marito non c’è più, son rimasta sola e devo pensare alla vecchiaia. Pagamento anticipato.
Menico Monforte avvertì un formicolio sgradevole alle estremità. Ma come, il suo corpo era ancora caldo, e già gli altri pensavano agli affari propri.
- Chi muore giace, e chi resta si dà pace - sospirò don Nino, indovinandone i pensieri.
Ma Menico era già lontano dalle preoccupazioni terrene, trasportato dal fiume lento di voci che mormoravano il suo nome.
La lunga fila di abbracci e di commerci terminò che era notte piena. Dopo che la vedova ebbe distribuito ai poveri, ultimi in corteo, i pani che aveva fatto cuocere secondo l’usanza, i parenti intimi si trattennero ancora un po’ a conversare del più e del meno.
- Menico – disse poi la vedova – noi andremmo, comincia a rinfrescare. Tu che fai, vieni con noi?
- No, avviatevi pure, io resto ancora un po’.
La notte era più ampia, adesso, e c’era posto per ogni uomo con tutti i suoi sogni. Menico Monforte riviveva ogni istante del suo funerale, risentiva tutte le parole buone, rivedeva le lacrime sincere rigare i menti che, di solito ispidi, oggi avevano brillato lustri a forza di sapone e rasoio.
- Che giorno magnifico. Il più bello della mia vita – pensava, mentre un languore dolce gli rotolava tra denti e lingua e, attraverso i rami degli abeti, gli occhi gli si riempivano definitivamente di tutto il cielo nero.