The Camp of Silence
Quando affermo che le parole edificano mondi, non l’intendo per fatto metaforico, ma reale e del tutto concreto.
Non mi riferisco alla sospensione dell’incredulità, alla dimensione del sogno, alla drammatizzazione, ma al mondo nella sua verità fisica.
La mia (la nostra?) esperienza della realtà non passa infatti che tramite la parola.
L’universo è fatto di storie, non di atomi, racconta la Rukeyser.
Ma non si tratta solo, mi si intenda, un fatto di rappresentazione del mondo, di organizzazione dell’esperienza del reale attraverso la parola.
Se osservaste per un momento, e con attenzione, il tavolo accanto a voi, notereste allora che è esattamente costituito, come un incastro, da una serie di parole (base, superficie, spigolo, gamba, legno, plastica, spazio, volume, altezza, profondità, stinco tumefatto) che danno forma e sostanza all’oggetto.
Persino i sentimenti e le sensazioni sono parole – solo, più trasparenti.
Si comprende allora perché quello che raccontiamo, per ciò stesso esiste – il potere temibile della parola.
Eppure, tra una parola e l’altra, che vediamo arroccate e agglomerate a formare il mondo in ogni minuzia e in ogni maestosità, ci sono degli interstizi necessari, che sono fatti di silenzio.
Il silenzio è una distanza, minima e immisurabile, che dona senso.
Così come le note musicali, per essere intelligibili, per formare armonia, devono creare tra loro una distanza (non solo in senso di non-sovrapposizione: la differenza di frequenza tra una nota e un’altra è una distanza, e chi è stonato lo è in quanto non sa rispettare esattamente queste distanze), anche le parole, per formare la realtà, devono essere cementate e avvolte nell’amnio del silenzio.
Proporrei allora di dedicare il prossimo barcamp esattamente al silenzio.
Un Camp of Silence (o Silent Camp, se si terrà sotto Natale), in cui ciascuno partecipi agli altri il proprio particolare silenzio.
Perché i silenzi sono mica uguali tutti: ce ne sono di densissimi e vischiosi, mentre altri son radi e stanchi, o accesi e violentissimi, o indomabili o arresi.
Quindici minuti per ciascuno: ci si siede, e si condivide con gli altri il proprio silenzio.
Chissà che mondo sarebbe, dopo.
(nota: anche silenzio è una parola)