URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, aprile 23, 2007
Arrivederci Roma

Ci sono luoghi in cui potrei facilmente vivere.
Città come Lisbona, che è un’eterna attesa d’indefinito.
Potrei offrirmi invitto financo alla sfida degli orizzonti piatti e delle case a traliccio della Normandia.
Già dovrei invece dar conto dei primi dubbi se parliamo di Praga: troppo evidente il suo senso d'irrealtà.
E poi Roma.
Roma non è una città in cui vivere, a dispetto dei milioni di persone cadute in questo equivoco. Roma è città da godersi nel primo mattino  di una domenica sfaccendata, sapendo già di doverla poi felicemente lasciare.
Allora sì, difesi dall’assenza di traffico e lontani dalle molestie dei gruppi nipponici ancora a far colazione con il sushi avanzato la sera prima, allora sì che si può ricercare la Roma parallela e minore, quella che non sa dei luoghi imposti al turista, quella dei vicoli pieni di silenzio, se pure non del tutto privi di fama.
Scendo dunque dai giardini del Quirinale percorrendo il vicolo Scanderberg e quello della Panetteria, evito con cura la Fontana di Trevi giungendo a scantonare prima di Piazza di Spagna, e mi concedo allora il lusso di una via del Babuino deserta, così come la parallela Margutta.
Poi si dirotta a sud, passando lontano da piazza Navona, con l’unica eccezione del crocicchio di Pasquino.
Subito dopo c’è il Ghetto, dove uomini anziani siedono in strada accanto alla porta di casa, portando lieve la kippah. Li saluta sorridendo la gente che inizia a percorrere il Portico d’Ottavia.
Fuggendo Campo dei Fiori e piazza Farnese, attraverso indi il Tevere,  evitando per bene i ponti milvi con relativi lucchetti, fino a giungere a Trastevere prima che inizi a inscenare la propria farsa da pro-loco.
Ed è lì, nelle vie a quell’ora ancora autentiche, dalla finestra di un vicolo financo sordido ma che ha voce e cuore, che odo finalmente un inclito verso in metrica, a cantare la Città Eterna: A Spartaco, e spicciate che devi da anna’ dar pizzicarolo.
Ora, da subalpino di ceppo celtico non credo di aver colto appieno la dotta citazione, ma dev’essersi trattato senz’altro di un Orazio, o tuttalpiù d’un Ovidio d’annata.

affrancato e spedito da Effe | 08:47 | commenti (31)

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