URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

giovedì, aprile 19, 2007
La Città Nuova
(terza parte)

La città nuova è un nido di ragno in cui si agitano vite vischiose. La tela finissima è di continuo strappata e ritessuta altrove.
Di notte la città è in caccia, e ogni movimento si fa preda. Il bozzolo tessuto si deforma a catturare in esteso e in profondo, finché al mattino ogni vita, ogni sguardo, ogni possibilità è inglobata, e tutto, tutto è Città.
 
***
 
Qualunque cosa, anche una presenza intollerabile, pensa Anna, ma non quest’assenza.
Non un vuoto senza pareti né fondo.
Meglio il contorno certo di un dolore, piuttosto che non sapere chi sono.
La notte è ormai passata quasi per l’intero. Anna l’ha trascorsa aspettandolo inutilmente, accovacciata accanto alla porta. Quell’uomo che detesta e che desidererebbe morto, quell’uomo che certo ha reso morta lei, quell’uomo dalla voce scura, quell’uomo, lei non può far altro che amarlo, quando sa che non verrà.
Ma ora, insieme al primo mattino, anche i passi secchi di lui salgono nel freddo delle scale. Anna chiude allora gli occhi, lasciando che il suono dei passi le rotoli piano sulla lingua.
Adesso sì, finalmente, adesso può ricominciare a odiarlo.
 
***
 
Quello spazio adesso serve ad altro, risponde noncurante l’architetto quando Marco chiede conto del suo armadietto, ora ingombro di planimetrie intubate.
Marco sa che la tenuta da cantiere è dichiarazione e codice. E’ un segnale convenuto che riconosce l’appartenenza a un mondo in divenire.
La sua tuta, il casco e le scarpe antinfortunistiche sono gettate a terra in un angolo dello spogliatoio. Curvare volontà e schiena per raccogliere gli indumenti, o lasciare per sempre la trigonometria di giorni e mondi, sono due voci che dicono la medesima sconfitta.
Marco Siri raccoglie le sue cose e inizia a cambiarsi, mentre lo sguardo dei presenti indaga in silenzio l’impiantito.
 
**********
 
Mentre lui dorme nel letto umido, Anna guarda fuori dalla finestra all’ultimo piano.
La città di rare luci verticali sembra immobile e raccolta intorno ai piedi della notte.
Ma Anna sa che nulla è fedele a quel che sembra. Dietro ogni muro e all’incrocio perfetto delle vie si ripetono all’infinito altre verità. La stessa strada ripercorsa oggi non è già più uguale, sfalsata in prospettiva da un orizzonte frammentato e nuovo.
Anna soppesa l’altezza della finestra dall’asfalto lontano. Otto piani fuori terra, un’aiuola comunale dove ieri c’era uno spartitraffico, un parcheggio a spina di pesce disegnato da strisce blu. E’ quanto basta per un volo definitivo, per una scelta che non ammetta ritorni.
Raccoglie, cucendole addosso, le poche cose che ancora le appartengono, quelle che lui non ha calpestato via in queste notti – un ricordo a chiave, un rumore immaginato, l’odore basso di un sottoscala – e si consegna al vortice che la pretende e che l’avrà per intero, gettandosi nel vuoto d’anima sul letto accanto a lui, dentro di lui, a indovinarne il corpo voltato di spalle, quasi invisibile nel buio, per dichiararne piano e una volta ancora il nome:
Marco, sono qui.
(fine)

affrancato e spedito da Effe | 08:41 | commenti (45)

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