URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, aprile 02, 2007
Il Padiglione

Il corridoio ha occhi che malamente guardano il cortile interno. Di notte, sulle piastrelle scheggiate e scure camminano rumori con voce d’uomini e sguardi di animale. Siamo topi, qui nei corridoi lunghi d’ospedale, topi che rispondono agli orari di cibo e medicine, per vagare poi tra stanze e scale in un movimento che cambia nome e volto ma non ha fine mai.
Da qui non si ritorna, qui si sopravvive ancora un po’, legandosi ognuno al proprio male.
Di notte mi alzo dal letto numero 28 ed esco dalla camerata come tutti gli altri topi, ma non cammino e salgo invece sopra il davanzale alto di una delle finestre che succhiano la poca luce dal cortile. E’ da lì che guardo il padiglione, i finestroni piombati e bui, la porta sempre chiusa. E da lì che ascolto le loro voci.
Gridano.
 
Ti sbagli, il padiglione è vuoto da anni, dice al mattino l’infermiere con la faccia stanca, ma gira lo sguardo al carrello delle medicine.
Era il padiglione degli infelici, aggiunge quando insisto. Ma trenta, forse quaranta anni fa. Io lavoravo lì. C’erano bambini con due teste, donne ricoperte a squame, uomini senza braccia e gambe e testa.
Non è vero, rispondo, creature del genere non esistono.
Forse, ma noi li vedevamo così. Nessuno li voleva, né famiglie né suore, e allora li chiudevamo dentro il padiglione, come un mondo che non doveva essere visto mai.
E cosa facevano, loro?
Gridavano.
 
Lungo i corridoi, di notte, ci si deve lasciar guidare dagli odori, che le lampadine son bruciate e rotte quasi tutte, ormai. L’odore delle latrine e quello della cucina al piano sono i due estremi di un universo chiuso. Gli odori differenti delle medicine segnano le camerate, quella degli infettivi, quella degli operati, quella dei narcotizzati con l’assenzio. Ci si muove al buio, orientandosi tra i quattro odori cardinali, tra passi uguali che diventano corpo solo se sfiorano altri passi, e poi ritornano ombra in un movimento famelico ed eterno.
Nel padiglione degli infelici, la notte strappa sempre grida che sembrano mani pronte ad afferrare e tese. C’è qualcosa che chiedono e vogliono. Ma i passi continuano in tutte le silenziose direzioni, lungo i corridoi bui, e non sembrano accorgersi di nulla.
 
Quarant’anni fa nel padiglione rinchiudevamo senso di colpa e dubbio, e isolavamo ogni pazzia e peccato. Cercavamo così salvezza, ma inutilmente. Ti ripeto che ora non c’è più nessuno, là dentro. Scorda il padiglione. Scorda tutto.
 
A volte i topi trovano una fessura tra le mattonelle, o una porta lasciata socchiusa in fondo al corridoio. Esco al cortile interno, dove non c’è più luce che nelle camerate. Il padiglione è vicino, ma camminare contro le voci che gridano e soffiano vento è difficile, è fatica. L’aria è fredda.
L’infermiere dalla faccia stanca traversa il cortile e non ha rumore, lo vedo appena in controbuio mentre porta in spalla un sacco pesante e grande a spezzargli la schiena. Arriva alla porta del padiglione e la apre senza difficoltà. Appena entra, le voci che gridavano ritornano al silenzio. Quando poi, dopo un’ora scura, finalmente esce, l’infermiere porta il sacco in mano. Vuoto. Forse le voci hanno avuto quello che volevano
 
Nel letto numero 28 passo il resto della notte, il freddo mi ha portato febbre alta e debolezza. Dico cose che perdono senso, e non ricordo più se ho visto l’infermiere nel cortile o nel delirio.
Quando riapro gli occhi, i corridoi vanno riempiendosi d’oscurità. Devo aver dormito un giorno o due, un sonno pesante di farmaci e febbri.
A notte piena, la porta in fondo al corridoio è socchiusa ancora. Le voci del padiglione mi gridano contro, ma mi abbasso e piego per non incontrarne la resistenza mentre attraverso il cortile. Sono vicino, adesso, la maniglia della porta è ruvida di ruggine, le voci gridano più forte mentre la tocco, il padiglione sembra tremare, la porta non è chiusa, le voci gridano, il cortile è buio, le grida aumentano, l’aria è fredda, le voci gridano gridano gridano.
 
Silenzio.
 
Tutto finisce appena apro la porta. Con il poco d’occhi che la notte concede entro con la mano tesa in avanti. Non filtra luce dai finestroni piombati, e la porta si è richiusa. Faccio qualche passo. Non c’è rumore, solo quello del mio sangue che circola a fiammate in gola. Non vedo nulla, non ricordo dove sono, potrei trovarmi in qualunque luogo del mondo, potrei essere al centro di una cartografia distante e sconosciuta.
 
Ho freddo.
 
Devo tornare verso la porta. Mi volto e muovo qualche passo indietro. Forse non è questa la direzione, allungando la mano non trovo né porta né parete. Devo aver camminato in senso errato. Qui gli odori sono diversi e senza senso, non sono gli odori che conosco, quelli che mi orientano. Non so più dire destra o sinistra. Non so andare avanti o dietro.
 
Un topo.
La trappola.
E le voci, d’improvviso, intorno a me.
Gridano.
 
Il turno del mattino passa nelle corsie a rifare i letti.
Che fine ha fatto il paziente che dormiva al numero 28, domanda l’infermiere al collega dalla faccia stanca che alza appena lo sguardo di quarant’anni prima.
 
Quale paziente?

affrancato e spedito da Effe | 08:31 | commenti (61)

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