URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

martedì, gennaio 29, 2008
La sposa bambina

Giovanni Battista Schellino aveva sposato, nel giorno esatto e caldo del suo diciottesimo compleanno, la figlia tredicenne della Massara, una bambina con fianchi di daino e occhi di volpe che correva tutto il giorno per i campi a caccia di lucertole e nidi. La sera, stremata, prendeva un panchettino, sedeva vicino alla suocera, le posava il capo sulle ginocchia e si addormentava, mentre la donna le sfilava piano pagliuzze e fili d’erba rimasti intrecciati ai capelli.
La sposa si chiamava Anna Francesca Antonia Chirri*, e non sapeva scrivere il suo nome.
Mordendosi il labbro aveva resistito tutta la messa e metà del pranzo a tavolata sull’aia, nel giorno velato e afoso del suo matrimonio. Ma poi aveva finalmente buttato via le scarpe nuove e sollevato la gonna, correndo a piedi nudi con i figli degli invitati giù per le argille asciutte della costa .
La prima notte era rimasta in camicia bianca nel centro del giardino, legata al cielo da una mezzaluna bassa, dilagata e muta.
Vienincasa, le diceva Giovanni di traverso la finestra aperta.
La mastica notte a notte e pezzo a pezzo, aveva risposto Anna a naso in su.
Vienincasa, aveva ripetuto a mezzavoce Giovanni, come per incantare senza spavento un’ombra selvatica.
Poi la sputa intera e tonda, e ricomincia.
Ma chi?, aveva chiesto Giovanni.
Ma chi che cosa?, aveva riso via Anna, mentre già inseguiva al limite della macchia di pinastri una falena grande.
La notte calda si era rovesciata su ogni cosa, rilasciando, nel suo lento scivolare, suoni e vapori d’umido. Giovanni aveva ritrovato notte e sposa a mattino ancora lontano, raggomitolate insieme su un cespo di lattuga nuova, la pelle bagnata di sogno e di costellazioni.
Al ritorno da uno dei suoi viaggi per lavoro di un anno più tardi, Giovanni fiutò già nell’aria un odore di malombra, prima ancora di girare l’ultimo tornante. Saltò prima su una stanga e poi giù dal biroccio, lasciando la cavalla che sapeva da sola strada e curva, e tagliò a piedi su per il coltivo. Il casolare sembrava salvo, ma l’odore di bruciato aveva annerito per sempre il muro dietro la schiena della sposa, mentre la suocera le massaggiava il dolore di una spalla.
Erano tre, han visto che c’eravamo solo io e la bambina e volevano razziare, disse la donna. Ma Anna ha sparato.
Il vecchio fucile era di traverso all’aia, lungo e dritto come un’ombra di meridiana, a segnare l’angolo di tiro e fuga.
Erano di fuori. Stranieri. Liguri, aveva spiegato Anna, mostrando la macchia livida lasciata dal calcio del fucile sulla spalla che non sarebbe stata uguale all’altra mai più, lasciandole anche da vecchia, molte vite dopo, un’andatura provvisoria come di chi è pronto a cambiare idea e scappar lontano.
Anna abitava ed era abitata da una terra di mezzo, non chiara né scura, lontana dall’alto e impossibile al basso. La Liguria poco lontana era già per lei oriente, e le Alpi addosso a Cuneo un miraggio malfidato.
Ti porterò con me nei viaggi sul carretto, non ti lascio più da sola, le aveva detto allora Giovanni carezzandole i capelli speziati di rosmarino, e immaginò in quell’unico mattino tutti gli anni in cui le sarebbe stato padre e amico, e marito mai. Non sarebbe diventata adulta, la sposa bambina, troppo inseguita dalla vita per sapere del correre del tempo.
Il primo viaggio fu proprio nella Liguria appena oltrevalle, attraverso i boschi che da Calizzano rotolano giù verso Finale e il mare. Con i piedi che oscillavano nudi giù dal biroccio, per l’intero giorno Anna si riempì gli occhi di tutto quel senzafine azzurro mai veduto prima, di quel colore a onde che non quietava mai.
Durante il viaggio di ritorno fino a casa, si era poi leccata via dalle labbra un pianto continuo e silenzioso, mentre le si fermavano sulla pelle dei piccoli cristalli lucidi, scordati delle lacrime di sale.
Salirono anche alle nevi alte di Limone, rigidi negli abiti fuori misura che li infagottavano; ma fu molto tempo dopo, lui aveva già trentacinque anni, lei forse non ancora quindici. Si rincorsero tirandosi addosso neve e risate, sprofondati nel bianco fino a mezzagamba, e ogni volta risalivano le gobbe del terreno per poi scenderne ruzzando.
Nel ritorno a sera, Giovanni a stento riusciva a reggere le redini con le mani di ghiaccio, mentre Anna dormiva sulla sua spalla stringendo il secchiello che aveva riempito di neve per portare a casa quel giorno intero.
Fu poi una vita di anni e viaggi brevi, di legna a ciocchi per l’inverno e pomeriggi a cielo rosso, di sedie da rimpagliare e temporali scuri, di pomodori messi a seccare e lune mangiate a morsi, di stagioni che iniziavano improvvise a mezzogiorno, ché per tutto il mattino la nebbia piena aveva cancellato ogni mondo intorno.
Ma è così che succede alle persone, e senza colpa: la vita ha per loro velocità e fretta differenti.
Era vecchio ormai Giovanni, il carretto da tempo fermo e inusato sotto il portico. Nessuno quasi si ricordava più di loro, del casolare con il muro annerito per sempre dal fuoco del fucile, dei nidi e delle code di lucertola in un angolo dell’aia, dopo la linea curva dell’ultimo tornante.
Anna era rimasta per sempre con lui, che le era stato in ogni anno amico e padre. Lei, giovane ancora, i capelli speziati, i fianchi stretti come quelli di un daino, nell’ultimo giorno di Giovanni era accanto al suo letto, sposa e bambina, con tutte le parole necessarie a raccontare ancora i loro viaggi, e le lente carezze di adesso, e i giorni in cui sarebbe stata sola.
Aveva mani lui di ghiaccio.
Lei, ancora lacrime di sale.

* parole e pretesto sono colte da questo post, che di Giovanni Battista Schellino, il Gaudì delle Langhe, racconta la storia vera; qui s’è voluto concedere ad Anna Francesca Antonia Chirri una vita in più – la scrittura lo può, e deve. Segnalo così, colpevolmente in ritardo, i sapori e i ricordi a ventaglio del blog di Lorenzo Cairoli.

affrancato e spedito da Effe | 00:09 | commenti (37)


martedì, gennaio 22, 2008
Tutti giù per terra

Ancora adesso, che sempre taglio la notte in due per il lato più estremo e duro, e lascio che ogni oscurità mi insinui sé con i suoi olii tra vestito e pelle, la testa inclinata e bassa verso ogni prossimo marciapiede, mentre mastico il liquore di una nebbia piena e lenta che smuove i contorni delle svolte.
Ancora adesso, che son trascorsi e netti dieci anni ormai di una distanza priva di sopportazione, un mare scuro di giorni tirati in secco e resi uguali dall’assenza, tutta una vita a occhi chiusi a partire dalla costa di quel fiume – solo uno schianto ripetuto senza numero di volte, ogni volta più lontano e ogni lontananza con maggiore colpa.
Ancora adesso, che cammino e tocco e vedo e potrei parlare cavando dal silenzio una voce che non sia la mia, in cui mi possa però conoscere o sostare almeno, per calcolare dove sono e dov’è tutto, e forse avrei parole che non so ma che conoscerei dicendole, come se ascoltassi da lontano un altro e diverso vivere.
Ancora adesso di quella porta ho più paura.
Di quello che c’è dietro.
Di quello che non c’è.
Contavo ogni ora della notte fino a che potevo, a occhi fermi sulla maniglia, in una morte di paura e di desiderio che si aprisse. Ogni più inimmaginabile mondo poteva uscirne se solo non l’avessi vegliato e atteso al freddo del pavimento.
Per dieci anni.
La casa aveva voci che scandivano sogni, li infiltravano sottopelle, li spalmavano su occhi e labbra e fin dentro ai pensieri, e non rimaneva nessuno a sorvegliare il mondo, nessuno a impedire che lo cancellassero, che mi cancellassero, nessuno pronto a setacciare la notte con unghie e denti, a strapparla con pugni chiusi e piedi scalzi perché avesse una fine breve, perché dalle lacerazioni tornasse una luce appena di malaombra a rifare i contorni netti di ogni cosa, a giurarne il peso, la solidità, l’inutile resistenza.
Sul pavimento restavo seduto a lungo, la schiena appoggiata allo stipite della mia stanza, a un passo dalla porta appena oltre l’inguadabile corridoio, le tasche segnate dagli avanzi di una cena mal consumata e tenuti da parte per non cedere al sonno durante la notte lunga.
Ma la porta non si è aperta mai.
Non ha girato nessuno la maniglia, non i cardini, nessuna lama di luce è mai filtrata dalle fessure, nessun rumore, o parola, o mondo, così aumentando il desiderio e il terrore a ogni ora di veglia e attesa.
Per dieci anni.
A ogni mattino il risveglio era nel mio letto che qualcuno, tu, aveva fatto scivolare sotto il mio corpo arreso e raccorciato sul pavimento come un feto mai nato.
Cercavo nella notte il cuore della verità, ma il cuore non è mai al centro delle cose, il cuore è sempre un atto periferico, per trovarlo occorre smarrirsi e deviare e arrivare fin sul margine, sulla costa scoscesa di quel fiume, sull’erba fradicia e inafferrabile mentre lui scivolava giù e io non potevo far altro che chiudere gli occhi per non vedere, e coprire le orecchie per non sentire la sua voce e soprattutto, poi, il suo silenzio, il tuo silenzio, ora, la domanda non ripetuta mille volte - perché lui, l’altro tuo figlio, e non invece me, perché lui se n’è andato e sono rimasto io al suo posto, al posto che era suo, di lui che l’assenza ha reso perfetto e la morte meritevole d’ogni amore, lui così irraggiungibilmente migliore, e meglio sarebbe adesso se su quella costa ci fossi stato io, questo vorresti dire da dieci anni, dietro quella porta che era sua, ma adesso, d’improvviso, adesso attraverso il corridoio che per tante notti è sembrato così vasto e scuro, lo attraverso ancora fradicio di oscurità esterna, e scivolo anch’io da una costa sdrucciola, dai miei non vissuti dieci anni, e rotolo infrenato verso la sua porta, la tua porta, affondo la mano sulla maniglia cedevole, la porta che si apre, e tu dentro che mi guardi stupito come fosse da dieci anni che non sai chi io sia, e mentre ti scaglio in faccia la mia voce, mentre ti lancio parole per trapassarti e ucciderti, mentre dico il mio odio per non avermi difeso e voluto e perdonato, è amore quello che dico, è anche questo amore, non è mia la colpa, ma è mia la pena, e quello che vorrei è solo una minore distanza, un rinascere appena, un quietarsi, lo stringersi di un abbraccio, mentre la tua mano che per ogni notte ho desiderato e temuto si muove e mi lascia le guance e la vita abrase per sempre dal segno violento delle tue dita.

[la madre di uno dei sette operai bruciati vivi nel rogo della Thyssenkrupp ha dichiarato che certo sarebbe andata con lui, l’avrebbe seguito subito, perché il figlio aveva bisogno di lei, se solo non avesse avuto anche un altro figlio; soltanto per questo, non poteva. Perduti tutti – chi è stato portato via, chi è rimasto, chi è nel nulla del mezzo]

affrancato e spedito da Effe | 08:46 | commenti (20)


giovedì, gennaio 17, 2008
Il blog che non c’è
storie in un giorno che non esiste

Appendice in apice al post precedente.
Qui, nelle segrete dell’ufficio postale, si è all’opra chini, colletivamente e alacremente, per chiudere il prossimo numero di Buràn, tanto che non s’ha quasi tempo per altro. E la situazione non può che peggiorare.
Pure, non mancano le tentazioni. Nei commenti al post sottostante, che chiosa l’inesistenza del 29 febbraio e di tutto ciò che in quelle ore accade, la semiramide Signora delle nebbie sobilla: “si potrebbe pensare di consegnare al 29 febbraio le storie di ogni inesistenza”.
Diavolessa.
Supponiamo allora che venga creato immantinente un blog apposito, un blog che non c’è, destinato ad accogliere le vostre storie in un giorno che non esiste.
Supponiamo che detto blog sia ora oscuro, e che torni ad esserlo dal 1 marzo e in eterno, e messo in chiaro solo e soltanto durante l'illusione per 24 ore durevole del 29 febbraio.
Supponiamo che questo strano blog, una volta scoperchiato, mostri le storie che voi avrete nel frattempo scritto ad hoc, (“le storie di ogni inesistenza”).
Supponiamo che esista financo una mail apposita (ilblogchenonce@gmail.com), cui inviare le storie che verranno spaginate nel blog che non c’è.
Ebbene, e infine: sareste disposti voi ad accettare la sfida di affidare le vostre parole a una vita densissima e breve, a un’esistenza effimera e all’oblio poi per sempre?

affrancato e spedito da Effe | 09:23 | commenti (64)


martedì, gennaio 15, 2008
Il giorno che non c’è

Sto dunque chiudendo, sul calepino, il bilancio defintivo del 2008.
2008, sì, che le cose fatte all’ultimo momento si sa poi come vengono.
Ma c’è un elemento di disturbo, al cui cospetto sono in giuste ambasce. Come ci si deve regolare, infatti, nei confronti del 29 febbraio?
Trattasi con tutta chiarezza di un giorno impossibile, inesistente. E’ un’illusione, un abbaglio, il gioco di maja.
Sicché, che credito si può mai dare a fatti e circostanze che dovessero verificarsi in costanza di quel dì?
Sono valide, le promesse di matrimonio?
Esigibili, i crediti?
Ostentabili, le vittorie?
Riscattabili, le anime?
Corruttibili, i corpi?
Inseguibili, le perdute occasioni?
Oppure sarà vero che, per convenzione, nulla può accadere in quel giorno, che non lascia traccia dentro le vite né smotta rughe ai volti.
Ecco, a tal proposito, e questa è la domanda che più m’insegue – oh me, oh vita.
Come si regolano coloro che per ventura, disattenzione o maleficio, si trovano a esser nati con esattezza giuliana nel giorno che non c’è? Quando lo festeggiano, il genetliaco? Una volta ogni quattro anni? E durante quel quadriennio non invecchiano, lasciando noi incanutire al posto loro? E nell’anno bisesto recuperano di repente l’invecchiamento differito, o forse vivono semplicemente quattro volte più a lungo di noi?
E chi sono infine costoro, nati dall’impossibile e dall’invisibile: forse son come i nati con la camicia, i benandanti che si recano in sogno, durante le quattro tempora, a combattere l’esercito furioso?
Ma a farci pensiero, non ho mai conosciuto nessuno che sia nato il 29 febbraio.
Ma proprio nessuno nessuno.
Statisticamente, questa dovrebbe costituire prova validante del fatto che il 29 febbraio non esiste del tutto.
Peraltro, non ho conosciuto mai nemmeno chicchessia nato il 15 maggio, e vi confesserò dunque i miei dubbi sulla veridicità anche di quella data (nel mio bilancio definitivo del 2008, pertanto, traccio due righe rosse sul calendario. Di tempo ne resta poco)

affrancato e spedito da Effe | 09:06 | commenti (30)


lunedì, gennaio 14, 2008
In loving memory
A Georgia/Buba devo amicizia e riconoscenza.
Lei ha disegnato l'ufficio postale di Herzog, e ricordo come componeva grafica e pagine di sacripante!: notturnamente e con una mano sola, mentre con l’altra sorreggeva la neonata Larissa per la poppata.
Adesso Georgia è più sola; so che ha la forza per nuovi domani.
F

affrancato e spedito da Effe | 08:43 | commenti (10)


giovedì, gennaio 10, 2008
Walden, ovvero vita nei boschi (delle Langhe)

Se vi pungesse mai vaghezza di solcare invernalmente quei luoghi fenogliani che digradano da Mombacaro a Monesiglio, e d’inseguire nei boschi di larici e castagni le peste non sbiadite ancora delle bande partigiane e garibaldine, e le uste di volpi, cerbiatti e cinghiali, dovrete allora acconciamente munirvi d’uno strumento che, ben più che utile, si rivelerà necessario per sopravvivere nella e alla boscaglia: il sigaro cubano. Per vostra edificazione, o scettici, m’appresto ora alla dimostrazione dell’assunto.
Siete dunque sui pendii descritti, e arrancate sbuffando il vostro fiato e il fumo di un robusto e muscolare avana. Vi sedete su un tronco divelto, ad ammirare il silenzio che scorteccia gli alberi spogli. Di repente, vi giunge da una forra lì da presso uno scalpiccio sullo spesso strato di foglie cadute. V’immaginate già un ungulato tenero e disneyano cui offrire una paterna carezza, quando il tonfo del piccolo trotto che allontana da voi l’animale, infastidito dai miasmi del tabacco, rivela che non di leggiadro cerbiatto si trattava, ma verosimilmente di uno scorbutico e zannuto cinghiale. Il sigaro inizia già a preservare la vostra incolumità di apprendista Papageno.
Riflettete sul fatto che, qualora diramassero le ricerche in seguito al vostro probabile smarrimento nella boscaglia, potreste segnalare la vostra presenza innalzando segnali di aromatico fumo o anche di luce e di bragia, qualora le ricerche si protraessero notturnamente. Impossibile comprendere la ragione per cui nessun manuale di surviving menzioni il sigaro tra l’equipaggiamento irrinunciabile dell’avventuriero.
Riprendete quindi la marcia, superando a saltafosso i rittani pietrificati di neve e le basse giogaie. Siete certi che, scavando con perizia e fortuna, ancora si troverebbero sotto l’humus tracce di quegli inverni ragazzi passati a far la guerra partigiana.
Iniziando la discesa, passate attraverso una frazioncina munita e imprevista. Il vostro aspetto – giacchino trapuntato ma senza maniche, sigaro in bocca, cappelluccio sghembo di lana color ruggine, fatto a punta – vi dona l’aspetto dell’ultimo dei sette nani, l’ottavo, il più alto, quello di cui ci si vergogna in società e non viene mai invitato alle feste in famiglia. La gente del piccolo borgo (antico?) risponde al saluto, attonita alla vostra visione. In campagna, nei luoghi isolati, ci si saluta ancora tra sconosciuti, al contrario di quanto avviene in città. La socialità non è quindi un prodotto del consesso, ma della solitudine, tenetevelo per detto.
Constatate che avete fatto male il calcolo dei tempi, quelli naturali e vostri. La marcia si è protratta più del previsto, e ora scurisce il cielo rapidamente. Tagliate quindi per campi arati e coltivi, lasciando i margini del bosco alle spalle, per affrettare il rientro. La prossima volta prestate più attenzione alle sterpaglie di rovi, prima di saltare un fosso, che ora bisognerà giustificare un opportuno rammendo ai calzoni.
A questo punto, i legacci dei vostri scarponi si saranno verosimilmente allentati. La soluzione più semplice sarebbe legarli di nuovo, ma provatevi voi, dopo un paio d’ore passate a una temperatura dapprima poco superiore, e poi certamente inferiore agli zero gradi, e senza guanti (che con i guanti son buoni tutti) ad afferrare un qualsivoglia oggetto. Le mani saranno definitivamente anchilosate nella forma tipica della zampa d’orso. Un sentimento di pieno affetto solidaristico vi empie, pensando ai poveri plantigradi impegnati disperatamente in millenni d’evoluzione a cercare, senza costrutto, di allacciarsi gli scarponi da trekking. Ma ancora una volta il fido sigaro vi soccorre: mettete infatti le mani a conca intorno al suo corpo caldo, aspettando che le falangi perdano il loro aspetto da stoccafisso. Potreste anche accelerare il processo spalmando il braciere direttamente sul palmo delle mani, se non siete di quei damerini di città che rifuggono le ustioni per motivi estetici.
E insomma, alla fine, con le scarpe che, di nuovo fenoglianamente, tonnelleggiano di fango, arrivate in vista della vostra casupola che s’indovina nel buio ormai stellato. Siete soddisfatti e ricostituiti: avete passato finalmente un pomeriggio salubre, all’aria pulita e corroborante, in mezzo alla natura ristoratrice.
Vi piega in due l’improvvisa fucilata del primo, crudo e definitivamente corrosivo colpo di barbarica tosse.

affrancato e spedito da Effe | 09:22 | commenti (24)


lunedì, gennaio 07, 2008
L’Uomo Bisesto

La luce era giovane ancora e umida, e l’aria di vetro nuovo.
La prima ora aveva gocciolato notte, la seconda brina e la terza finalmente giorno e silenzio.
Ogni colore era scordato via: la neve aveva smerigliato il mondo cancellando differenze e destini e suoni. Era bianco fondo tutto intorno, e sopra, e anche dentro, ma in segreto.
Dall’alto della valle, la strada pedaggera si portava a traino il resto del mondo che altrimenti restava a molte vite di distanza dal paese a conca e dal casolare sul bricco. Non la sapeva, Tino, quella parte di mondo, non la conosceva da generazioni. Non l’aveva vista il padre, né quelli prima di lui, come se quelle creste acuminate di pinastri avessero voci e gridassero di non passare più in là. Erano così forti, quelle voci, che Tino doveva a volte coprirsi le orecchie con le mani, e buttarsi a terra con la faccia ben calcata tra le zolle, per ripararsi dalle folate che potevano legarlo ai sassi della valle per una vita o più.
Ma oggi, dopo la terza ora, si poteva finalmente uscir fuori dal casolare sul bricco, e bersi con gli occhi per intero la linea della Pedaggera che scriminava la collina, fino a vedere da lontano l’aria dapprima appena crespa di movimento, poi in un chiaroscuro a scendere, e infine l’ombra più netta sulla neve del vecchio motocarro.
Arrivava ogni quattro anni solamente, e in quel giorno esatto, quel giorno così sottile da potersi consumare a morsi, e tanto trasparente da vederci dentro. Ogni ventinove febbraio l’Uomo scendeva la costa scartavetrando il motore con le marce basse, fin giù nella conca e dritto al centro del paese, attraverso la strada appena sgombra di neve. Quello era l’unico giorno dell’anno in cui le voci che salivano dal fiume e scendevano dai crinali non potevano legare nessuno, e dovevano rimandare nodi e vendette a tutto il resto dell’anno.
Tino avvolse la sciarpa e prese a calpestare orme più grandi di lui sulla neve. Aveva le scarpe del fratello tornato da militare, e sul bianco restavano rosari a grana grossa di cuoio chiodato. Arrivò in paese che la piazza era ancora grigia dei fumi lasciati dal motocarro. L’Uomo aveva già preso a lavorare, e una mareggiata di mani cotte dal freddo ondeggiava per aiutarlo a scaricare il cassone, e tutti sapevano quel che poteva essere il guadagno.
A metà mattina la giostra era pronta, con il telone a spicchi a far da tetto, l’impiantito con la segatura e i cavalli allungati in un trotto immobile.
Per un soldo l’Uomo faceva salire un adulto o due ragazzi, e di giri ne facevano uno solamente, ma senza fine, ché la giostra non fermava mai, spinta fino a sera dal motore che tossiva un fumo nero. La giostra era ogni anno più rammendata e stenta, a qualche cavallo mancava un occhio ormai o forse due, e una zampa era steccata da un bastone di castagno, e qualche coda era fatta ora di saggina.
E’ come la vita, diceva l’Uomo nel suo accento distante, che perde pezzi ma non si arrende.
Il ventinove febbraio era un giorno lunghissimo, si poteva vivere e morire molte volte tra il suo inizio e poi la fine, e non mancava tempo per una cosa e per l’altra. Tutti nel paese o dai cascinali avevano un soldo in mano, e un giro senza fine stretto nel pugno.
Ogni tanto l’Uomo beveva un sorso forte e poi cantava canzoni tristi di parole sentite mai; allora tutti si fermavano intorno a sentirlo, con gli occhi che pungevano non più per il vento freddo, e la giostra continuava a girare per qualche po’ da sola, con i cavalli che dondolavano liberi e stupiti. Poi tutto riprendeva, che di tempo ce n’era ancora tanto, forse un anno intero, o anche quattro, prima che finisse il giorno.
E quando, dopo molte vite, scendeva alla fine sera, allora la stessa mareggiata di mani del mattino infuriava contro i pezzi della giostra, subito smontata e riposta sul cassone.
Quella era infine l’ora, e il momento, e il motivo.
Perché l’Uomo sarebbe ripartito presto sulla Pedaggera, a girare il mondo oltrevalle per quattro anni ancora, su strade dritte come meridiani, in mezzo a città di case alte come pini, fino a sfiorare forse il mare, o anche il cielo che gli fa da specchio.
E avrebbe portato con sé uno di loro.
Solo in quel giorno, solo ogni quattro anni.
Ne erano partiti tanti con lui, rimasti poi chissà in quale angolo di mondo a mandare ogni tanto notizie e foto in bianco e nero con vestiti eleganti presi per l’occasione a prestito.
Solo in quel giorno, mentre le voci già premevano ai margini del cielo scuro.
Vieni? chiese l’Uomo.
A Tino il bianco che dal mattino aveva dentro, ma in segreto, si tinse di calore. L’Uomo stava guardando lui, fino in fondo agli occhi.
Vieni? chiese ancora l’Uomo, e già tendeva la mano verso Tino per farlo salire sul motocarro.
Vieni? ripeteva la voce che sapeva canzoni tristi e necessarie, e che odorava di notti e strade lunghe.
Tino aspettava quelle parole e quella mano e quegli occhi da tempo ormai.
Pensò al casolare, alle zolle, alle scarpe troppo grandi del fratello, al salato del sudore d’estate, alla pelle spaccata d’inverno, alla faccia ben piantata tra le zolle, a tutto il mondo che aspettava fuori.
Distolse lo sguardo senza abbassarlo e voltò morbido le spalle, mentre ai bordi già notturni della piazza le voci si addensavano tra i vicoli e, premendo lungo i muri fin quasi a piegarli, dicevano il primo giorno ormai di marzo.

affrancato e spedito da Effe | 09:01 | commenti (25)

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dipinto da buba