URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, novembre 26, 2007
Orbite

Ma questo è avvenuto prima che lei rincorresse il treno delle dodici per Bologna, prima che si innamorasse del mio migliore amico, e prima che sposasse un altro ancora.
Prima di tutto questo, lei occupava ogni mattina la parte di mondo a destra del mio tavolo. Era un tavolo senza merito, se non quello di dividere la realtà in due metà esatte. Il mondo si riconosceva e si attestava ogni mattino attorno a quel centro, senza assecondare invece una propensione a disperdersi scivolando via verso un orizzonte obliquo.
Lo avevamo comprato insieme, il tavolo, al mercato dell’usato, senza sapere che quella venatura che lo traversava era il confine tra il nostro prima e il dopo. Lo avevamo sistemato sotto la finestra della cucina, e da lì lasciavamo che i tetti e le strade intorno si riempissero dei nostri occhi a ogni mattina nuova. Dal mio lato di mondo, a sinistra del tavolo e della sua venatura, vedevo attraverso la finestra il rigore ondulato dei coppi e il rettifilo morale di grondaie e scolatoi. Dal suo emisfero, invece, si aprivano le colpe del viale della stazione e le oscure possibilità di un tratto di ferrovia.
E’ una stazione quasi del tutto immaginaria, la nostra, che esiste per breve solo intorno a mezzogiorno e a sera, al rallentare dell’unico treno che due volte al giorno qui si ferma per qualche minuto a trasportare nuovi sogni verso il capoluogo o per riportarne sconfitte in pari numero.
Fa troppo caldo qui dentro, mi sento soffocare, aveva detto lei quel mattino d’inverno. I vetri della finestra erano graffiati di gocce brinate e grigie, ma forse non era nella cucina che quel dentro la soffocava.
Esco a prendere aria nuova, aveva aggiunto indossando cappotto e fretta. Era quasi mezzogiorno. Avrei dovuto capirlo.
Non tornò a sera, e nemmeno il giorno dopo. La sua metà di mondo rimaneva inclinata e vuota. Passai l’inverno con il riscaldamento spento, e restavo in casa indossando giaccone e guanti e berretto di lana, seduto al tavolo sotto la finestra.
Le parlavo, ne disegnavo a voce il nome, le ricordavo che quello era il centro del nostro mondo attorno cui tutto doveva possedere gravità e orbita. Vedevo le parole farsi fiato bianco nella stanza gelida, le parole divenute oggetti leggeri che evaporavano verso l’altezza immisurabile del soffitto.
Continuai a osservare l’innalzarsi inutile delle mie parole fino a un febbraio senza fine. Quando non solo la cucina, ma tutta la casa e gli infissi e gli architravi e l’impiantito furono umidi del suo nome, lasciai il mio lato di mondo a sinistra del tavolo. Infilai sotto il maglione molti fogli di giornale che scricchiolavano di gelo, per proteggere volontà e petto dall’assalto della mia decisione improvvisa. La bicicletta era ancora sotto casa, dove l’avevo lasciata mesi prima, e scivolai, seguendo come meridiana la venatura del tavolo, verso lo spazio infinito dei trenta chilometri che mi respingevano da Bologna. Avevo saputo dove era andata a vivere, me l’aveva detto lui stesso con una telefonata. Un amico fa così, mi aveva detto, e non era colpa loro se si erano innamorati.
La porta di casa era aperta, e da dentro evaporava un odore familiare di freddo e di parole. Il mio migliore amico era seduto sul divano, con gli occhi fissi verso un punto molto oltre le macchie di umidità del soffitto.
Si sentiva soffocare, disse, se n’è andata, si è sposata due settimane fa.
Il suo divano non era come il mio tavolo, non si trovava in linea con il margine del mondo, era piuttosto uno scoglio non segnato sulle carte, tagliente e ruvido. La notte fredda riempiva la casa a ondate attraverso la porta rimasta aperta. Seduti a poca incolmabile distanza, restammo a fumare a turno le nostre parole verso l’alto, passandoci il mozzicone di un ricordo come ai tempi dell’università.
Andiamo, disse poi, ed era ormai mattina. A dieci minuti di vicolo c’era la loro casa, con le finestre già sveglie. Sfiorai con la mano la fessura tra portone e muro, toccando la luce e il calore che filtravano.
Lei non lo sa, che cosa vuole, disse lui, senza credersi.
Tornai pedalando piano a casa mia, ogni sera seduto al tavolo a guardare quel tratto di viale che malvolentieri torna dritto dalla stazione.
Finché non la vidi.
Era passato un anno.
E’ qui che tutto doveva ritornare, al punto esatto dove il mondo si ricontorna e ruota.
Ferma in strada, guardava verso la mia finestra. La meridiana del tavolo la trafiggeva con esattezza ortogonale. Ora finalmente potevo renderle tutti i mesi di freddo e vuoto e parole che premevano contro il soffitto fino a farlo esplodere. Ora potevo chiudere le imposte della finestra e riavviare il riscaldamento per scongelare istanti e tempo, e lasciare a lei la sofferenza di una porta chiusa che non l’avrebbe lasciata entrare.
 
Adesso siede di nuovo al tavolo della mia cucina, accanto alla metà che separa il prima dal nostro adesso. Però vive all’emisfero sinistro, come accettata condizione e regola, a sorvegliare l’aurora boreale della nuova illuminazione pubblica.
Io governo la parte destra di ogni nuovo giorno, la tazza di tè che fuma tra le mani.
A volte, il mio sguardo s’inclina e scivola verso il viale e la stazione.
Fa troppo caldo, in questa casa.

affrancato e spedito da Effe | 09:15 | commenti (41)


giovedì, novembre 22, 2007
L’oscena sopravvivenza delle parole

Muovo da questo post di Tez, per arrivare a ribadire come la volontà di sopravvivenza della parola scritta abbia in sé qualcosa di osceno, di sconcio, di scandaloso.
Considerate ora il numero dei libri che hanno residenza nelle nostre case da anni, numero che varierà, è dato supporre, da 100 a n.
Libri che possediamo da una o due vite precedenti (ogni esistenza è la somma di vite e ritorni e svolte), dalle tre diverse case abitate anni addietro, da quattro amici persi ormai di vista, da cinque sogni che non si realizzeranno più.
Accettiamo cambiamento e rinascita, rincorriamo nuovi inizi, disposti a modificare tutto e per primi noi stessi. Cambiamo città, automobile, pettinatura, orari, partito, fede e marito.
Ma i libri no, i libri ce li portiamo dietro sempre, come i senzatetto che trascinano dentro un carrello del supermercato abiti e ricordi (e non sarà un caso che i siti che vendono libri online utilizzino proprio la formula del carrello, per organizzare le scelte dei libri selezionati).
A fronte della realtà in cui tutto muta e ha termine, la parola scritta non ha fine – qui la ragione dell’osceno, dello scandalo contro natura.
La maggior parte di quei libri che stipiamo negli interstizi di scaffali e stagioni non verranno letti che una volta sola, nella nostra vita. Quelli che hanno prodotto un incantamento, quelli che hanno avuto significato, quelli che vorremmo non aver incontrato mai. Resteranno nel carrello come maglioni vecchi, indossati una volta sola e poi mai più. Ma il maglione di vent’anni fa lo possiamo buttare, pur forzando il nostro istinto di robivecchi dell’anima. Il libro, invece, anche quello polveroso e stanco, anche quello oscurato in terza fila d’angolo, non lo butteremo mai. E non per nostra volontà o renitenza. Le parole scritte si abbarbicano alle nostre vite, artigliano il tempo che sfila in parata, ci masticano le spalle restando avvinghiate alla nostra schiena e, semplicemente, rimangono.
Perfino i libri mai venduti che vanno finalmente al macero – la parte maggiore di tutti quelli stampati – una volta disciolti per recuperarne la carta, sedimentano le lettere, le consonanti, le vocali, le interpunzioni, che non vengono eliminate nel procedimento ma sopravvivono e devono essere accumulate in contenitori. Sacchi e sacchi di lettere, di caratteri e di corpi, milioni di A, decimilioni di Elle, che riestesi con arte combinatoria potrebbero rendere indietro tutti i libri passati e futuri.
Una Biblioteca Universale residuale, o un Infinito Teorema di oscena sopravvivenza.

affrancato e spedito da Effe | 09:13 | commenti (28)


martedì, novembre 20, 2007
La mia vita con Pulsatilla

Cara Valeria,
ora che il tuo occhio occhiuto non occhieggia più tanto nelle librerie, molti mi chiedono tue notizie, sapendo che un tempo siamo stati intimi.
Be’, intimi.
Diciamo che abbiamo condiviso un lungo percorso di vita.
D’accordo, d’accordo.
Siamo usciti insieme, io e te, per qualche sera, va meglio così?
E va bene, si è trattato di una sera solamente.
E non eravamo proprio soli.
C’erano un altro centinaio di persone. Tutti i migliori nomi della blogosfera, quando la blogosfera aveva ancora il coraggio, non dico di giocare, ma proprio di mettersi in gioco (per la cronaca - vedasi in questo archivio il post del 21/05/04 -, si trattava del primo BlogRodeo Live, presentato da Tommaso Labranca in quel di Rozzano).
Una sera sola, epperò che sera, nevvero, Valeria? Chi se la può scordare.
E in effetti, nemmeno tu l’hai dimenticata.
Così, quando le folle mi fermano per strada e mi domandano E ma comm’è ‘sta Pulsatilla, parlandone dal vivo?, io rispondo sempre E’ come la vedi sul suo blog.
Cioè, è verde? mi chiedono quelli.
Ma no. Voglio dire: è simpatica, no? Eppoi non si scorda degli amici.
Nel lungo epistolario digitale che abbiamo intrattenuto negli anni (e va bene: una diecina scarsa e scarna di mail, se non meno), tu hai spesso rievocato quel nostro incontro.
Sei davvero simpatico, mi hai scritto, e già la cosa doveva destarmi qualche sospetto. Simpatico e intelligente. Mi ricordo benissimo di te, quella sera. A Milano.
Ma come, Milano, Valeria?
Rozzano.
Era Rozzano.
Ti ricordi benissimo, solo che ti ricordi di un’altra persona. Avrei dovuto capirlo subito. Ma non te ne faccio una colpa. In fondo, dietro questi nick sembriamo un po’ tutti uguali. Come si fa a distinguere questo da quello, il vero dal falso, Rozzano da Milano? Voglio dire, fanno pure rima.
Dati i precedenti, ho detto ai maligni e ai superbi che le mezze pagine bianche del tuo libro sono citazioni della memoria che hai di me.
Ora so che sei impegnata nel casting per il film che verrà tratto dalla Ballata. Non dev’essere facile cercare una persona che interpreti il personaggio della tua persona che interpreta il personaggio di Pulsatilla. C’è di che confondersi, e tu ne hai il talento, a quanto pare.
Ma tieni duro. Io continuo a seguirti, e so che ogni momento di nero del tuo film sarà la celebrazione subliminale del nostro incontro a Milano.
O Rozzano.
O wherever.
Il mondo, in fondo, è così piccolo.
 
(per quanto possa sembrare strano, i fatti narrati corrispondo a verità, toponimi compresi)

affrancato e spedito da Effe | 09:09 | commenti (38)


lunedì, novembre 19, 2007

Il tempo della blogsfera

Non era un esperimento, il blog a-tempo.
Era un’esigenza.
L’esigenza di essere Rete.
Perché la dimensione della Rete, l’unica che può scuotere una certa torpidezza in cui a volte la blogosfera s’avviluppa e si specchia, è quella plurale e collettiva.
La Rete o è un insieme, o non è.
La Rete o è un noi, o è niente.
Qualcuno ha domandato perché il tempo dell’iniziativa a-tempo sia stato così limitato, lasciando fuori numerosi contributi tardivi.

Al di là del fatto che, in Rete, nulla è fuori e tutto è qui, io dico invece che è stato un tempo infinito.
Cinque giorni.
Potete immaginare quanti post sono stati scritti in cinque giorni, sui soli blog di splinder?
E in tutta la blogosfera italografa?
E nei blog di tutto il mondo virtuale e senza confine?
Centinaia di migliaia.
Un milione di post.
Avete avuto tempo un milione di post.
Omero, per scrivere l’Odissea, ne ha certamente impiegato di meno.


affrancato e spedito da Effe | 09:03 | commenti (21)


lunedì, novembre 12, 2007
Un blog A-Tempo
(post di natura collettiva)

Aggiornamento a-temporale: trattandosi di blog a-tempo, l'iniziativa non può che essere realmente a tempo. La collezione di dis-unità di misura avrà termine venerdì 16 novembre. Un instant-blog, e così sia.

Lo abbiamo detto dapprima sotto traccia, lasciando il seme in qualche cavità d’animo. Ma adesso il seme ha radice e fibra e fusto. Siamo con esattezza qui, tra Einstein e Proust: i
l tempo non esiste.
Esiste solo l’atto del misurarlo.
Esiste il nostro modo irripetibile di percepirlo, di smarrirlo e di ritrovarlo.
Ci sono dis-unità di misura del tempo differenti e non univoche per ogni singola identità e storia.
Ci sono dis-unità che dicono la nostra vita e ne tracciano lo scorrere molto meglio dei giorni, e ne tarano il rimanere avvinghiata attorno oggetti e sentimenti vischiosi con maggiore precisione dei minuti secondi.
Al di fuori di noi, il tempo non ha senso.
Allora tutto sta adesso nelle vostre volontà. Con la piena correità di Cybbolo e la grazia grafica di Blulu, è stato approntato codesto blog A-Tempo, che è iniziativa atemporale, ritmica, esplosiva e determinata.
Lasciate traccia sui vostri blog, se lo volete, del vostro personale modo di percepire e misurare il tempo, passando parola circa l’iniziativa. Sul blog A-Tempo verranno pubblicati, con autore e link, tutti i post segnalati (nei commenti qui o là), così da creare una collezione collettiva di dis-unità di misura.
Il mio contributo, riciclando in edizione rivista quanto già detto, viene qui al seguito:

In un modo solamente conosciamo la realtà del mondo: nell’atto del raccontarlo. Sono le parole a costruire vite e luoghi. E i loro tempi.
Le parole ci dicono, e dicono noi.
Abbiamo inventato occasioni e sistemi per misurare il tempo, e non abbiamo ideato nulla per calibrare le parole che segnano, ben più del tempo, il nostro trascorrere. Eppure dovrebbe ben essere possibile, per strada, avvicinare uno sconosciuto e domandargli civilmente
Per cortesia, saprebbe dirmi quante parole sono?
Quegli leggerà il marchingegno che porta al polso, e
Mancano ottanta a diecimila
Allora ho da sbrigarmi. Le parole mi sono proprio volate, questo dì.

Aggiornamento sul tempo di:
Malos Mannaja
Baccarat

affrancato e spedito da Effe | 00:56 | commenti (81)


La Biblioteca di Babele di Borges e (è) la Rete
(e noi, ciechi o veggenti)

Un mia breve versione dei fatti sulla scrittura in rete e le visioni borgesiane, ospitato su Ibridamenti (in collaborazione con l'Università Ca' Foscari di Venezia).


affrancato e spedito da Effe | 00:48 | commenti (8)


lunedì, novembre 05, 2007
La Sirena

A giurare che visse qui davvero un tempo la sua vita di Sirena, resta ancora la memoria inoppugnabile di sogni oscuri che interrompono le notti, e la trasparenza di certi ricordi che nuotano via dentro improvvise amnesie.
A ogni giorno che scompare dal lunario senza testamento e spiegazione, a ogni giovinezza che matura e alla maturità che invecchia, e dietro il venir meno e il consumarsi, si sa e si conosce la sua fame delle nostre vite.
La Sirena vive per sottrazione e desiderio. La Sirena ama ciò che distrugge, e deve distruggere tutto quello che ama.
Ma c’era un tempo in cui la si poteva vedere affacciata a una finestra stretta, al primo piano della casa che terminava il paese al suo confine con l’oscurità del bosco. Ora non esiste più la casa, non esiste il bosco; eppure, quell’oscurità inattraversabile rimane sospesa ancora.
Per primi furono i suoi occhi, stanchi e adulti in un viso senza colpa, cerchiati da notti in veglia, e bellissimi. Il suo sguardo arrivava fino all’estremo altro del paese lungo la strada dritta che divideva le case in due come una meridiana: al colmo del giorno, il sole illuminava esatto e pieno l’intera via, separando le case per le quali il mattino era già finito da quelle per cui il pomeriggio era iniziato appena. Allo stesso modo lo sguardo della Sirena divideva il tempo degli abitanti del paese tra fine e inizio, tra poco dopo e molto tempo prima.
Poi furono la bocca e la curva delle labbra piene, socchiuse sul punto di raccontare vite e verità conosciute in giorni e notti passate alla finestra senza alzare lo sguardo dalla strada, eppure immobili e mai decise al suono. Finché rimase, non pronunciò parola o voce, e sola fuggì via a quelle labbra forse l’anima, nel giorno in cui tutto finì.
E da ultimo fu il profumo di semi di cacao che si liberava dalla sua pelle a riempire strade e case fino all’orizzonte della carrareccia, così dolce che era impossibile da sopportare, così intenso che era impossibile da non desiderare. Ogni giorno quel profumo scuro rimaneva nella bocca di uomini e donne, e di notte abitava inquieto i loro letti umidi.
Chiunque nel paese passava sotto la finestra sempre aperta, a costo di allungare inconfessabilmente la via al mercato del sabato, o di uscire di casa in pieno temporale. Tutti passavano, lasciando sotto il suo sguardo qualche sogno, un desiderio stento, un incontro di molti anni prima, le fughe mai compiute nelle notti concordate a lungo, e tutte le parole che non sarebbero state dette mai.
La Sirena raccoglieva ogni cosa nello sguardo – interi pomeriggi, biglietti di treni già partiti, una voce dal cortile, e improvvisi cambi di stagione – senza restituirla più, amando tutto di un amore onnivoro e insaziato.
Il volto alla finestra rifletteva ogni giorno di più una bellezza che quasi era impossibile guardare; dietro al davanzale, nella parte sconosciuta della stanza al primo piano, il suo corpo cresceva invece obeso e pallido, incontenibile nei vestiti sempre più larghi, fino a espandersi per metà della camera, enorme ormai e immobile.
Intorno alla presenza della Sirena, il resto della vita scorreva comune e conosciuta: il lavoro, le stagioni, i campi, le famiglie, gli amori e ogni tradimento. Tutto come doveva essere, tutto come in ogni altra città e luogo, tanto che ciascuno era convinto che ogni paese possedesse una sua propria sirena, al punto estremo delle case, lanciata come una polena verso e contro il bosco denso e ondeggiante di burrasca, ad arginarne l’oscurità e aprirne i sentieri.
Per tutti fu stupore quindi quando arrivò da lontano lo Sconosciuto un giorno a raccontare come lei fosse al mondo forse l’ultima sirena. Lo Sconosciuto prese a passare tutti i giorni, proprio come gli altri, sotto lo sguardo e la finestra aperta, legato per sempre dal profumo di semi di cacao.
Fu lui il primo a notare le crepe sulle travi portanti della casa, e lungo il basamento al piano basso. Il corpo della Sirena era cresciuto quanto la sua bellezza, e le assi del pavimento della stanza si erano imbarcate sotto il peso, e le pareti curvavano come chiglia di nave.
L’intero paese portò allora travi di sostegno e pali e corde, e la stanza al primo piano venne puntellata e ancorata a nuovi ormeggi, perché la piena della notte non la portasse via verso il pericolo degli alberi affioranti dal buio.
Qualcuno disse che occorreva salire nella stanza, controllare, chiedere, sapere.
Ma nessuno poteva.
Uomini e donne del paese non sapevano allontanarsi dal suo sguardo che mangiava loro dalla finestra ogni giorno un minimo di vita. Desideravano la Sirena, ne avevano bisogno come lei di loro, ma nessuno poteva vederla da vicino se non dalla strada, nessuno poteva conoscerla, e mai amarla.
Lo Sconosciuto aveva già azzannato le prime scale, a scricchiolar gradini e vicinanze. Aprì la porta della camera e la richiuse alle sue spalle, per non aprila mai più.
Dalla strada, in ogni giorno a venire, si sentì la sua voce nella stanza che cantava alla Sirena un canto di ogni parola per chiedere il suo sguardo, perché si voltasse per breve almeno verso l’unico che tra tutti gli altri la poteva amare.
Anche nel giorno in cui tutto ebbe fine, lei non si voltò mai.

affrancato e spedito da Effe | 09:22 | commenti (34)

THE CURE
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