URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

martedì, settembre 25, 2007
Accade, sta già accadendo

Qui (ma anche là) si esce poco alla luce del sole, segregati come si è nella stanza delle rotative per consegnarvi, da qui a pochi giorni, un numero di Buràn del tutto speciale per intensità delle testimonianze e per qualità delle narrazioni.
Nel frattempo, a Torino, la Fondazione del Libro organizza nel prossimo fine settimana Portici di Carta, fiera del libro d’autunno.
Sotto i portici del centro si snoderà la libreria all’aperto più lunga d’Europa. Lungo il percorso, nelle vie e nelle piazze barocche, incontri e dibattiti.
Uno di questi avrà per tema 10 anni di blog, Vizi e virtù di uno strumento che ha rivoluzionato il mondo dell’informazione e dell’editoria.
Modera, sornione, Giuseppe Granieri, intervengono Luca Sofri, Giorgio Vasta e il sottoscritto.
Già.
Persone diverse, e idee differenti. Se ne diranno di cotte e di crude, ma soprattutto di crude.
Per chi avesse l’ardire: Domenica 30 settembre, ore 15, Piazza Castello, atrio del Teatro Regio.
Update (più che altro per ricordarmi che domenica ho un impegno):
questo articolo de La Stampa parla dell'incontro. Quanto all'idea di portare i libri e le scritture nelle strade, non ricorda da vicino la nostra Giornata delle Scritture di Strada, che realizzammo insieme a maggio 2006? Per dire.

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venerdì, settembre 21, 2007
Diapositive delle vacanze
n. 6: il Rientro

Ho trascorso gli ultimi infuocati giorni di vacanza in compagnia della tonda gentile delle Langhe.
Che non è, come i più maligni di voi avranno forse equivocato, una valligiana formosa dagli accondiscendenti costumi, ma la qualità di nocciola tipica di queste parti.
Quel tipo di nocciola, per intenderci, che dopo la raccolta viene monopolizzata dalla Ferrero di Alba.
Quel tipo di nocciola, per intenderci ancor di più, che voi gustate, ignari e golosi, durante il metodico svuotamento fino alla trasparenza dell’ennesimo barattolo in vetro di Nutella.
Il prossimo barattolo vittima della vostra ingordigia potrebbe vedere la luce proprio grazie alle mie scaltre abilità di raccoglitore.
Volevo che lo sapeste per tempo, in modo che possiate rivolgermi un pensiero gentile mentre il vostro dentista vi sta trapanando sadicamente quella nuova carietta sul premolare inferiore destro.
E non dovete neppure ringraziarmi.

affrancato e spedito da Effe | 00:14 | commenti (20)


giovedì, settembre 20, 2007
Diapositive delle vacanze
n. 4 e 5: Il flamenco; Lo spirito del luogo

Si dice, del tango, ogni e qualsiasi bene, e non sarò certo io a.
E però, il flamenco.
Volete mettere, il flamenco?
Il flamenco conduce alla pazzia, al pianto o all’innamoramento (che sono poi nomi differenti di un identico luogo d’anime)
Il flamenco è il corpo di un dio che danza la palingenesi.
Se, nel tango, la donna segue e obbedisce, nel flamenco invece insegue e chiama.
Avete osservato le mani che articolano arabeschi nell’aria? Sono sortilegi che vincono e avvincono.
Avete avvertito fin nello stomaco il tacco imperioso, il contrappunto del legno percosso e calpestato? Sono lampi di un temporale che può perdervi o salvarvi – e la decisone tra l’una e l’altra possibilità non spetta a voi.
E però.
Sapete del divieto di Zapatero, circa le sfilate modaiole condotte da mannequins anoressiche, per non fornire modelli autodistruttivi alle infante?
Ebbene, la proibizione ha dato i suoi frutti.
Le adolescenti catalane sono tutte basse e tarchiate e chiassose.
Chi danzerà, tra una generazione o due, il flamenco che ricrea i mondi? Le danzatrici di Botero?
Ma questa sera in sala balla forse l’ultima delle flamenchere. Al centro della platea, estasiato, ‘o Malamente. Gilet e gessato d’ordinanza, accento di Forcella, sguardo da latitante. Ordina una crema al uischi (il gruppo sc suona come in scena)
Sul palco, baila, guapa.
In platea, un Bailey's a ‘o guappo.

Dove ricerchereste, voialtri gentildonne e valentuomini, l’anima autentica di una città?
Nei quartieri gotici e fumosi? Nelle avenide diagonali? Nei mercati rionali?
Ingenui.
Lo spirito del luogo si trova proprio lì, davanti a voi: è il negozio di souvenir.
I controviali delle ramblas sono teatri di posa dove si recita a soggetto per il turista (si salva forse il solo mercato della Boqueria, e chissà se ha qualcosa in comune con la Bucciria di Palermo).
Sotto ogni insegna, due diciture costanti: Si parla italiano e We speak english. Risulta ovvio l’inglese passepartout. Ma notate, ve ne prego, come la seconda lingua indicata non sia il francese (qualche conto ancora in sospeso tra i due rami borbonici?), né il crucco (svanito ormai l’effetto del marco pesante), ma addirittura e proprio l’italiano. Non vi si empie il petto di solido orgoglio nazional-popolare?
Il turista non può resistere al canto della sirena, e acquista tutto l’acquistabile.
Bella quella maglietta con la scritta Tossa de Mar.
E pazienza se il turista, a Tossa, non c’è mai stato. E’ sempre Spagna, no? (ad ogni buon conto, sarà bene dare una controllatina all’atlante, non si sa mai)
Guarda che carine quelle cozze con i nastrini colorati, in cucina staranno un amore.
Le cozze sarebbero, in realtà, delle nacchere, ma non bisogna essere poi così pignoli.
E il padellone da paella per 24 persone? Imperdibile.
Ma cara, tu la paella (pronunciata così come si scrive) non la sai mica fare.
Tesoro, ho il freezer pieno della versione Quattro Salti In Padella.
Sei stupenda.
L’amore ai tempi del congelatore.
Mentre il commesso – che, per inciso, mastica l’italiano quanto Don Lurio, parlandone da vivo – incarta il parabolico padellone, faccio in tempo a leggerne il marchio di provenienza sul fondo: made in Taiwan.
Olé.

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mercoledì, settembre 19, 2007
Diapositive delle vacanze
n. 3: il ristorante dell'albergo

Non nella regola e nel canone, non nell’osservanza e nel vincolo si esprime, autentico, l’animo fiero della schiatta umana.
Tutti devoti e pii, ecologisti e pacifisti, coniugi fedeli, cittadini esemplari e onesti contribuenti.
Fin quando è d’obbligo e incombe la sanzione o la reprimenda..
Ma lasciate loro sciolta la briglia, allentate di poco il nodo, e vedrete allora, negli uomini,  il Male.
E il Male è il ristorante a buffet.
L’albergo è a quattro stelle, tutto marmi e vetrate e piscine interne intiepidite e idromassaggianti.
E il ristorante.
A buffet.
Il Maelstrom.
All’ora del desinare, la calca multilingue preme, ancora con residuo ordine, alle porte scorrevoli d’entrata. Ma queste sono l’ultimo baluardo della civiltà. Una volta varcate, nulla è più come prima.
Secoli di ricerca filosofica, di progresso, di abiura della barbarie e dall’antropofagia, dimenticati in un momento.
Tutto origina da un equivoco che mi permetto ivi di spiegare. Le diverse portate presenti sul buffet non devono, ripeto, non devono necessariamente essere consumate tutte e per l’intero.
Potete scegliere, capite?
Il branzino O la fiorentina.
Il gazpacho O la paella.
Non siete obbligati a ingurgitare tutto, come quando la mamma da piccoli vi diceva Non si può avanzare neppure un boccone, pensa ai bambini affamati dell’Africa, E allora perché non lo dai ai bambini affamati dell’Africa, ‘sto piatto di cavoletti di Bruxelles, dico io.
Ma no, ogni tentativo di arginare l’orgasmo da tavolo è inutile.
Una turista statunitense con occhialini rosa a forma di farfalla cavolaia riempie il piatto con merluzzo in umido in bagno di salsa alla menta in letto di cipolle al forno in crosta di mele candite farcite di cozze ripiene di churros spruzzate di zuppa di lenticchie guarnite con un pasticcio di pasta e avvolte in filetti di sogliola marinati con cotenna di maiale in insalata di anguria condita con un passato di cannelloni al sesamo e tabasco.
Il tutto, è ovvio, rigorosamente flambè.
E così fanno tutti gli altri avventori, in un andirivieni continuo dalle tavole ai banconi degli antipasti, dei primi, dei secondi, dei contorni. L’area dei dolci è solidamente presidiata in modo permanente da un picchetto di spagnoli oversize (categoria medio-massimi) che impilano crepes, budini, gelato trigusto, gelatine di frutta, spume al cioccolato e crema catalana.
Neppure un terzo del cibo accaparrato tra spintoni e grugniti viene effettivamente ingurgitato. In un trionfo di trigliceridi e colesterolo, alla quarta o quinta portata il commensale boccheggia, s’ingolfa, illividisce, ansima e infine precipita con il viso a picco nel piatto degli antipasti caldi, ormai freddi.
A fine bolgia, pazienti cameriere che provengono probabilmente dai paesi più affamati del terzo e quarto mondo, spazzano con disgusto il pavimento ingombro di avanzi e di qualche avventore stramazzato sotto il tavolo.
Nulla, però, viene sprecato: la raccolta verrà triturata e utilizzata per la salsa dello chef del giorno appresso.
Oggi, nel gazpacho ho trovato un paio di occhiali rosa a forma di farfalla cavolaia.

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martedì, settembre 18, 2007
Diapositive delle vacanze
n. 2: Barcellona

Avinguda Diagonal, Ronda Litoral.
Siamo passati dalle parole tronche catalane (quelle di Gaudì, Mirò e Dalì) a quelle dentali e blese di Barcellona.
Barcellona, per chi non fosse avvezzo alla geografia transeunte della globalizzazione, non è in Catalunya. E non è nemmeno in Spagna. Barcellona, splendida città in cui mai vivrei, è un patchwork pianificato .
E’ una Milano (solo, più cosmopolita) con il porto di Genova (solo, più olimpico), le piazze di Roma (solo, più turistiche) e la kasbah di Torino (solo, più gotica).
Chi mai sarebbe in grado di tollerare tutto questo?
Tanti chilometri e caselli e autogrill, e sembra di essere ancora in Italia (solo, un po’ di più)
Una visita d’obbligo all’Edificio Forum degli architetti Herzog e de Meuron (noialtri Herzog siamo eclettici e diversificati, sbarchiamo il lunario come architetti, cineasti, personaggi letterari. Qualcheduno tra noi si disimpegna financo come blogger, ma quello è il ramo cadetto della famiglia, e non lo si tiene da conto), e poi ci si tuffa nelle ramblas ostruite dal girovita esagerato e adiposo del turista di retroguardia, quello che disdegna le vacanze agostane, eccessivamente affollate, e cala in orda barbara e selvaggia e multipla nel tiepido settembre collettivo (e ad agosto, scommetto, nemmeno l’ombra di uno straniero, aquì).
C’è tempo per una visita sinottica dell’Arena Monumental (la plaza de toros) e della Sagrada Familia. Nella prima brucano cemento, in appositi stalli metallici, cinque o sei tori in attesa di mattanza. Nella seconda, ingabbiati anch’essi in lunghe code transennate e anch’essi ruminanti chewingum o vetusti bocadillos (quelli invenduti nell’agosto deserto), torme di turisti.
Qualcuno delle ultime file ipotizza, con perfida invidia motivata dall’attesa preventivabile in ore 6 prima dell’entrata, che anche i turisti antistanti abbiano delle gran corna; non conoscendoli tutti e cinquemila di persona, non mi permetto l’illazione, ma potrebbe anche essere.
Di certo, tori e visita-tori hanno in comune una cosa: lo sguardo. Il caldo del mezzodì li squaglia, li spariglia, li attanaglia, donando a entrambe le specie, nell’attesa mansueta, l’identico occhio da manzo.
Lesso.

affrancato e spedito da Effe | 09:09 | commenti (15)


lunedì, settembre 17, 2007
Diapositive delle vacanze
n. 1: la Catalunya

Imparà a parlà català non è diffì. E’ sufficié troncà le parò.
Il centro cittadino è centre urbà, il percorso è camì, le informazioni diventano informaciò.
Ma è proprio quando occorre l’informaciò, che non si trova nessuno per la strà.
Com’è noto al turista all inclusive dabbene, la Costa Brava deve il nome al proprio aspetto aspro e selvaggio. Lungo questa carrettera invisa alle mappe e imboccata per accidente, l’asprezza del paesaggio c’è invero tutta. A mancare – ma è difficoltà risolvibile, secondo colui che, tra noi, si è erto a Nume e Guida – è solo la costa. Del mare non risulta traccia, neppure odorosa e salina.
- Di là, c’è l’indicazione, sentenzia finalmente il Nume.
- Per la costa?
- Per l’albergo Miramar. Nomen omen.
Ci si addentra allora tra gole e forre inabitate. In salita costante.
- Passare per l’interno del Paese consente di ritrovare i suoi aspetti originali e non addomesticati, giustifica la nostra Guida. Ad esempio, data l’ora, potremmo trovare qualche comida realmente tipica, un posto dove a mangiare ci vadano di solito i locali, e non i turisti ottusi e à la carte.
In effetti, dopo l’ennesimo tornante e un dislivello del 16% compare, solitaria e scrostata, una casina segnalata da un coltello e una forchetta incrociati.
- Cucina sana, tradizionale, agreste, ci assicura il Condottiero.
L’insegna recita però Steack House.
- Il nocumento della globalizzazione, conclude disgustato il Conducator.
Proseguiamo oltre. Adelante, adelante. E sempre in salita.
Dopo aver scollinato una vetta (il termometro dell’auto indica 12 gradi), un urlo frantuma il silenzio della cordigliera.
- Il Miramar!
Scendiamo di fronte all’insegna lampeggiante dell’albergo, dopo aver posteggiato di fianco a un autobus austroungarico a tre piani. Carico di sci.
Dall’interno dell’albergo giungono le note gentili di Dragostea e di Bomba (un movimiento sexy). Il progresso, quand’anche solo musicale, evidentemente fatica a trovar strada in questo deserto rupestre.
Un albergatore rubizzo ci viene incontro. Lo guardiamo con apprensione.
- Miramar? domanda il Nume.
- Sì, señor.
- Y el mar?
- El mar? Mira, risponde l’oste indicando un punto lontanissimo, una macchia blu della grandezza di una mosca nana incuneata in una sella tra due picchi.
Sarà per il mal d’altura, saranno le note techno che continuano a pompare, ma di repente ci mancano fiato e parole.
Il Nocchiero invece non si perde d’animo. Mica è Nocchiero per niente. Compulsa la guida Michelin, e immediatamente si riposiziona aerodinamicamente al posto di guida, i rai fulminei che già divorano la strada a venire.
- Questa volta non posso sbagliare. Dritti vero l’hotel Miramonti.

affrancato e spedito da Effe | 00:29 | commenti (17)

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