URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, luglio 30, 2007
Qualcosa di ancora nuovo sul fronte occidentale
 
Avrà un senso, allora, e quale, la ricerca ostinata e lenta di quelle voci, e dei racconti, e dei libri minimi stampati in proprio che negli inserti culturali dei giornali non compariranno mai? Esiste, ancora e tuttavia, un dovere inattuale e proprio, nell’inseguire quei fatti e quelle vite invisibili che hanno avuto nome collettivo di Resistenza? E’ probabile che sia così, se è vero che, esistendo guerre civili, non mancano al contrario tempi di pace incivili, e nessuno avrà necessità di domandarmene esempio.
Se infatti c’è un problema generazionale, nel nostro Paese, non è quello denunciato oggi da iMille. Il problema è che quelle generazioni sono del tutto o quasi scomparse, e la distanza tra noi e quel momento fondante si rivela eccessiva ormai, e la memoria non trattiene se non a stento quegli anni, e quasi sembra che noi non si venga invece e proprio da quei luoghi e da quei nomi.
E’ forse tardi per pensare, ora, a quanti Primo Levi costretti al silenzio dal nostro inascolto, a quanti Fenoglio inconsapevoli siamo passati accanto senza volerlo comprendere, lasciandoceli poi alle spalle seduti su una panchina di città, o in borgo isolato a mezza costa tra i coltivi, a fare i conti con il quotidiano ma sempre con lo sguardo catturato e perso in un altrove che non è trascorso mai.
 
Aurelio Ranuschio (Freccia) faceva parte di un distaccamento della 16esima Brigata Garibaldi comandata dal partigiano Robin, nelle Langhe della Val Bormida. Il 26 luglio 1944, in seguito a una delazione, Freccia viene catturato dai nazisti a Cengio (SV) e trasferito in un carcere di Savona.
“... poi presero degli aghi da calzolaio (lesine) bucandomi in ogni parte del corpo. Con dei morsetti mi stringevano le dita e i polsi e mi colpivano violentemente con calci i testicoli. Per circa due settimane mi tennero in isolamento.
... Parteciparono agli interrogatori anche giovani donne fasciste. Con delle pinze mi fu estratta la lingua e con le forbici la bucarono da parte a parte, mi vennero strappate due unghie della mano sinistra, una dalla mano destra e una dal piede destro. Con l’ago di una siringa, tenuto da un pinza, entravano sotto le unghie fino all’osso della falange. Quando svenivo per l’atroce dolore, mi facevano rinvenire spruzzandomi un liquido attraverso le narici. Visto che non riuscivano a farmi parlare, mi misero in una cella isolata. Dopo un periodo di tempo, un mattino, ci riunirono tutti e, dopo un lungo viaggio, fummo condotti a Bolzano”.
Il 5 ottobre Freccia viene tradotto al campo di lavoro e sterminio di Dachau. Il viaggio in treno dura cinque giorni, senza cibo né acqua. A Dachau incontra Pietro (Pierin) Mazzucco, padre di quello stesso Robin che comandava il distaccamento della Brigata Garibaldi.
“Per me Pierin era come un padre, quando mi abbracciava per farmi coraggio, mi diceva sempre che io ero forte, che sarei riuscito a tornare a casa.
... Mazzucco cadde sfinito a terra, i cani gli furono addosso e iniziarono a morderlo, non so come trovai la forza di metterlo sulle mie spalle mentre i cani continuavano ad azzannargli le gambe. Pierin mi implorava di lasciarlo, riuscii a portarlo al campo ormai cadavere. Lo seppellimmo in un boschetto e cercai di imprimere bene nella mentre il punto esatto. Se fossi riuscito ad arrivare a casa vivo, avrei voluto dare le indicazioni giuste ai suoi figli per poterlo riportare a casa. Ci sono riuscito, ora riposa nel cimitero di Cengio”.
(Aurelio Ranuschio, Per non dimenticare, Le Stelle, Cengio 1997)

affrancato e spedito da Effe | 08:46 | commenti (62)


martedì, luglio 24, 2007
I nove segni della dissolvenza di un’anima visibile*
 
E dunque, Rispettabile Notaio, lei ora questa cosa la vuole sapere proprio da me, nonostante possa verificarla dal documento che ha in mano, certo, è naturale, è la sua funzione, lei deve essere sicuro della mia e delle nostre identità, e quindi propone questo piccolo test, ma non è difficile, in effetti poteva andarmi peggio, poteva chiedermi qualcosa di molto complicato, chessò, la dimostrazione dell’ultimo teorema di Fermat, e invece consideri pure che il test io l’abbia già superato, e chi è infatti che non saprebbe rispondere, chi è che non ricorda il proprio indirizzo di casa, Rispettable Notaio, e volevo tra l’altro dirle che lei è davvero elegante con quel gessato Armani e la camicia con i gemelli d’oro ma senza cravatta e con il colletto sbottonato, come dice, ah sì, certo, l’indirizzo, e chi non lo ricorda, ovvio, e però guardi, sarà forse il caldo, o forse il freddo, che qui c’è un’aria condizionata direttamente pompata dalla Siberia, oppure sarà che, per ingannare l’attesa di oltre un’ora prima del suo arrivo, abbiamo chiacchierato di viaggi, soprattutto quel signore a lei dirimpetto e a me sconosciuto, che vola ogni settimana per lavoro, e che lavoro farà mai, il narcotrafficante, forse, ecco, adesso che l’ho detto, lei, Rispettabile Notaio, ha sorriso, mentre invece il frequent flyer dirimpetto e sconosciuto no, non sorride, mi guarda e non sorride, forse non ha senso dell’umorismo, o forse è davvero un narcotrafficante, o quel che è peggio, un narcotrafficante senza senso dell’umorismo, e in definitiva, il mio indirizzo, ma gli è che a volte ci ricordiamo cose lontane che non ci riguardano, ad esempio, il 12 ottobre, è il 12 ottobre che è stata scoperta l’America, tutti si ricordano il 1492, ma non tutti il 12 ottobre, io me lo ricordo anche se è una cosa lontana e non mi riguarda, anzi no, forse ci riguarda tutti, che molte cose, nel bene o nel male, sono derivate da quella data, la Coca Cola, ad esempio, la Coca Cola è tendenzialmente un bene, ma il doppio cheeseburger con maionese, quello no, quello è il male, per il colesterolo, dico, e poi è certamente un bene Steinbeck, ma Palahniuk forse è male, forse è come il doppio cheesburger, con la maionese, certo, ma quel che volevo dire è che è strano, lo so, ma in fondo che cosa non è strano, nevvero, la vita tutta è strana, è imprevedibile, quante cose ci accadono e non le avremmo mai dette possibili, nel bene e nel male, la Coca Cola e Palahniuk, ah no, scusi, quelli sono gli americani, il 12 ottobre, e insomma, no, guardi, non me lo ricordo, in questo momento non me lo ricordo proprio, il mio indirizzo di casa, che vuol farci, ci ho provato ma non ricordo, ma lei potrebbe darmi un aiutino, Rispettabile Notaio, lei ha il mio documento d’identità, come inizia il nome della via, M?, sicuro? M, sì, potrebbe essere, potrebbe anche essere, stasera ci vado, vado in quella via, dico, e verifico se c’è il mio nome su qualche citofono, se c’è, allora vuol proprio dire che abito lì, glielo confermerò io stesso per telefono, e no, il suo numero di telefono non ce l’ho, ma basta cercare sull’elenco telefonico, no?, sotto la voce Rispettabile, oppure Notaio, o magari sotto il suo nome, sì, è certamente meglio il nome, in fondo la conosco da anni, so bene come si chiama, ma se adesso comunque me lo ricordasse, il suo nome, mi farebbe cosa invero gradita, anche solo un aiutino, anche solo la prima lettera, e che bei gemelli che ha, Notaio, che bei gemelli.
 
[con un eccesso di drammatizzazione, d’accordo, ma (quasi) tutto quanto sopra si è verificato non più tardi del pomeriggio di ieri. Mi pare un chiaro segno del fatto che mi sto progressivamente dissolvendo. Quali siano i successivi otto segni di questo fenomeno, ancora lo ignoro ma, identificatili, sarà mia premura indicarveli su queste stesse pagine. Come avete detto che si chiama, codesto blog?]
 
*Il titolo è sollevato di peso da un altro brano che non leggerete sul prossimo Buràn. Di tutte le scritture invisibili, alcune sono più invisibili di altre.

affrancato e spedito da Effe | 09:32 | commenti (48)


giovedì, luglio 19, 2007
Cambia il tempo
 
D’accordo, il tentativo di terrorizzare le masse si è rivelato un bluff. No, non parlo di Al Qaeda, ma delle previsioni del tempo.
Vi avevano assicurato che, da maggio in poi, avremo avuto un’estate canicolare e torrida.
Macchè, fino a ieri qui c’era un venticello subalpino che lévati.
Ora, va bene, il caldo è arrivato, e qualcuno se ne duole. Chi soffre l’afa vorrebbe abolire i mesi di luglio e agosto.
Ebbene, sappiano dunque costoro che presto saranno accontentati.
Pare infatti che, con la prossima finanziaria, luglio e agosto verranno aboliti, insieme a tutti gli altri mesi.
Resterà, come unità di misura temporale, solamente l’anno completo.
E’ facile immaginare come questo comporterà un notevole risparmio nella produzione e nell’acquisto dei calendari (di una sola pagina), con beneficio del PIL e accumulo del tesoretto.
Certo, dovremo solo abituarci a indicare il trascorrere del tempo in modo alternativo, ma sarà una semplice questione di pratica.
 
Le attiveremo l’adsl entro quarti d’anno, tre quarti e mezzo al massimo.
 
Faccio le vacanze un dodicesimo di anno all’anno.
 
Cara, esco un miliardesimo di anno a comprare le sigarette (lo sta ancora aspettando, ndr)

affrancato e spedito da Effe | 10:59 | commenti (36)


lunedì, luglio 16, 2007
Ci sono uomini
 
Al funerale di Salvatore Spanò non c’era proprio nessuno.
L’impresario e il suo assistente, dopo aver trasportato la bara dal carro funebre al portone aperto della chiesa, si arrestarono d’improvviso, schiacciati dallo spazio vuoto e dai banchi deserti. L’aroma residuo d’incenso rendeva la chiesa ancora più vuota, al ricordo di quanti erano stati lì appena il giorno prima. Ma adesso no, adesso non c’era proprio nessuno.
Don Vitaliano, il parroco, mentre ancora indossava i paramenti diede un’occhiata dalla sagrestia alle navate deserte, avvertendo, improvviso, un senso grumoso di nausea. Non avrebbe di certo celebrato un funerale di fronte a quei banchi vuoti. Come se già non bastasse dover dare i sacramenti a un perfetto sconosciuto. Con un cenno della mano indicò all’impresario di attendere sul sagrato e si affrettò a fare un giro nei paraggi, per cooptare qualcuno che venisse a piangere il morto. Conosceva l’indirizzo di alcuni pensionati che di mattina restavano in casa. Bussò alle loro porte, supplicò, invitò e infine ordinò. Nel giro di mezzora aveva trovato quattro persone disposte a mettersi la cravatta e assistere al funerale di uno sconosciuto.
Mentre celebrava il rito e i quattro rispondevano alle invocazioni, Don Vitaliano pensò all’intera comunità dei parrocchiani che avrebbe ritrovato, numerosa e assidua, la domenica seguente. Pensò alle parole che avrebbe detto durante la predica, alla contrizione dei fedeli, all’assoluzione che avrebbe dovuto concedere, alle strette di mano e ai sorrisi dopo la messa. Ancora più densa, la nausea gli riempì di nuovo la bocca.
Al cimitero, al bordo della fossa che sbadigliava in attesa della salma di Salvatore Spanò, c’erano solo l’impresario, il suo assistente e il cappellano del cimitero. Quattro incaricati attendevano pigramente che terminasse la cerimonia di sepoltura, per poter chiudere la tomba a andare finalmente a pranzo. Il cappellano disse poche parole, e fu tutto. I quattro incaricati, dopo aver ricoperto di terra la fossa, spianarono la superficie e se ne andarono. Presto sulla terra smossa sarebbe ricresciuta l’erba, come se nulla fosse mai accaduto.
La pagina locale dei necrologi riportò i pochi dettagli della vita di Salvatore. 79 anni, nato a Casoria, figlio di Giuseppe Spanò e di Maria Acquaviva. Nessun parente. A piangerlo al suo funerale, quattro sconosciuti scelti a caso, ma questo, nel necrologio, non veniva detto.
Pietro Jovine, il padrone di casa di Salvatore Spanò, non era interessato ai dettagli, aveva altre cose urgenti a cui badare. Con la morte improvvisa del suo pigionante, gli veniva a mancare l’affitto mensile del monolocale. L’appartamento doveva essere rimesso in ordine e nuovamente affittato il prima possibile. Girò la chiave nella serratura, aprì piano la porta, e rimase a guardare l’unica stanza, silenziosa e vuota nonostante i pochi arredi. Si sentiva come un intruso, sebbene fosse il padrone di casa. Si scrollò via il senso di disagio ed entrò nella camera, considerando quanto sarebbe stato necessario fare per preparala per il prossimo inquilino. Il monolocale era affittato ammobiliato, per cui non era necessario alcun trasloco. Nell’armadio e nella cassettiera c’era poco vestiario. Avrebbe chiamato qualche associazione di carità, sapeva che sarebbero venuti subito a far piazza pulita, come già era successo in passato. Gli effetti personali li avrebbe buttati via, si era portato apposta un grosso sacco dell’immondizia. Faceva tutto parte della routine di un padrone di casa, e dopo trent’anni ci aveva fatto il callo.
Soltanto, lo incuriosì un pacchetto sottile che ritrovò in un cassetto in alto dell’armadio, legato da un elastico sottile. Lo tenne tra le dita per un po’, indeciso se aprirlo. L’elastico si ruppe nel momento in cui tentò di sfilarlo. Otto vecchie cartoline natalizie, ciascuna firmata Con amore, Maddalena. Nient’altro. Nessuna data, né indirizzo del mittente. Solo le firme meticolosamente sempre uguali. Le cartoline erano messaggi del passato. Chissà cosa raccontavano.
Pietro Jovine si sedette sulla sponda del letto. Non era tipo da perdersi in queste riflessioni, un padrone di casa non ha tempo per certe cose. Ma adesso pensava a Salvatore Spanò. Lo aveva incontrato di rado, in tutti quegli anni, buongiorno, buonasera, nient'altro. Chissà, se solo si fosse fermato a parlargli di più, qualche volta.
Dopo essere rimasto a lungo sovrappensiero, si riscosse e buttò le cartoline nel sacco dell’immondizia.
Restava solo più un calendario, appeso al muro accanto alla cassettiera. Era del 1953, e mostrava la prima pagina, quella di Gennaio, come se non fosse mai stato usato, ma solo scolorito e dimenticato dal tempo. Sul calendario c’era un’immagine di Roma, con il profilo del Colosseo ritagliato contro un cielo troppo blu. Forse a Salvatore Spanò piaceva quell’immagine, o forse l’anno 1953 aveva un significato che doveva essere difeso per sempre.
Pietro Jovine non era solito a questi rimuginamenti. Il suo era un mondo di affittuari in regola o morosi, un mondo definito dalla raccolta delle pigioni e dalle bollette da pagare, un mondo dove la felicità significava un piatto di pasta scotta, un bicchiere di vino, la partita in tivù.
Staccò il calendario dal muro, trattenendolo per un po’ tra le mani. Forse avrebbe potuto tenerlo per sé, per far vivere ancora una memoria mai avuta, per conservare un passato mai esistito.
Poi, d’improvviso, si alzò in piedi e buttò il calendario nel sacco della spazzatura.
 
Legenda.
Ebbene, o Lettore, tu più scaltro e avvertito degli altri – sei il mio preferito, lo sai (è una cosa che ovviamente dico a tutti) – avrai sicuramente colto le atmosfere dichiaratamente dublinesi del racconto qui sopra. In effetti, si tratta della traduzione, della riduzione e del tradimento di Jimmy Carrigan’s Funeral, short story di William J. Brazill* pubblicata nel 2003 su Electric Acorn, lit-magazine dei Dulin Writers. Questa è una storia che non leggerai su Buràn (non me ne piaceva il finale, e qui l’ho tagliato). Te ne faccio munifico dono per accusarti sommariamente: il tradimento della traduzione è cosa che fai anche tu, ogni volta che leggi una storia, ogni volta che te ne appropri e la rendi viva, ogni volta che stringi il patto con chi ha scritto.
Ogni storia è un’altra storia.
 
*(d’accordo, questo improbabile Brazill dev’essere invero ‘mericano, ma tutto torna, nella filiera dei tradimenti)

affrancato e spedito da Effe | 08:49 | commenti (19)


mercoledì, luglio 11, 2007
Globaliséscion
 
E poi dice che Torino è una città di provincia.
Macchè.
Lasciatemi fare un confronto con le vostre realtà.
Voi le avete avute, dico, le Olimpiadi Invernali che hanno portato il nome della vostra città all over the world?
Noi sì.
Torino è andata al mondo, e il mondo è venuto a Torino, riempiendo le sue strade di nordeuropei, canadesi, russi, australiani (australiani? Ai giochi della neve?)
E, per dire: voi l’avete avuto il lancio in massima pompa della nuova 500, con coreografie da musical hollywoodiano?
Noi sì.
E adesso la macchinetta dei poveri la vendono al prezzo di una Mercedes.
Voi l’avete avuto, santiddio, Lapo Elkann?
E vabbé, noi si; nessuno è perfetto.
Ma adesso.
Adesso a Torino c’è un ristorante unico in Italia (così recita la pubblicità)
Il Crocodile Restaurant. O è il Kangaroo Restaurant? Qualcosa di esoticamente simile, comunque. Pesce, carne e vini dal mondo (una specie di Buràn enogastronomico).
A parte la lista dei pesci (dal blue marlin al wahi wahi, allo squalo e ancora oltre), colpisce la carta delle carni.
Zebra.
Coccodrillo.
Antilopi (10 tipi) (esistono 10 tipi di antilope?)
E pitone.
Già.
Sento crescere, palpabile e giustificata, la vostra invidia.
E pensare che, ai tempi del post sottostante – il pleistocene -  l’unica esoticità disponibile sul mercato era la carne Montana.
Duro fatica a comprendere se il presente globale e pitonato sia inver migliore.

aggiornamento
: oltre alle specie, evidentemente poco protette, sopra riportate, il menù offre anche bisonte, canguro, gambero dello Yemen, butterfish, red snapper, il tutto ananffiato acconciamente da Merlot argentino (!) e rhum di Trinidad & Tobago. Mica pizza e fichi.

affrancato e spedito da Effe | 09:12 | commenti (52)


lunedì, luglio 09, 2007
Effe, rimembri ancor
(à propos del concorso di Giorgio Flavio)
 
A voler proprio darne conto, l’epoca in cui costì si verdeggiava nell’età più tenera corrisponde in effetti al pleistocene. Mi riferisco, per intenderci, ai tempi in cui le previsioni del tempo in tv le faceva solo il colonnello Bernacca. Come, non sapete chi era, parlandone da vivo, Bernacca? Mai sentito parlare neppure di Ruggero Orlando da Nuova York? O dell’Idrolitina e di Kambusa One, l’amaricante? O delle Vacanze all’Isola dei Gabbiani? Davvero no? Allora basta, non abbiamo più nulla da condividere (è finito)(il post, è finito)(d’accordo, scherzavo)(però siete dei pivelli)(e delle sbarbine, senz’altro).
E insomma, si era dunque, dicevo, in pieno pleistocene. A casa si possedeva un televisore (e sottolineo uno) grande e pesante. Dopo l’accensione, occorreva attendere ben più di qualche istante prima che un timida evanescenza a centro schermo diventasse progressivamente immagine. In bianco e nero, ovviamente, ché il primo televisore a colori - un Telefunken warholiano dai colori orribilmente violenti - arrivò in era successiva. L’apparecchio in bianco e nero non era naturalmente dotato di telecomando, cosicché lo zapping richiedeva un movimento oscillatorio tra il divano e i tasti del televisore. I tasti, quando premuti, emettevano uno schianto secco udibile a molte leghe di distanza, tanto che persino la vicina di casa era informata sul fatto che avessimo seguito per intero la serata (unica) di Sanremo o avessimo optato a un certo punto per il teleromanzo. Una sorta di Auditel casalingo e artigianale, in effetti. Certo, l’attività motoria necessaria per alzarsi ogni volta e cambiare programma poteva risultare faticosa, ma fortunatamente all’epoca c’erano solamente un paio di canali Rai, e nulla più.
Ebbene, e in definitiva, nonostante alcuni miei sit-in di protesta (avevo circa 5 anni), i miei genitori solevano all’epoca dirottarmi al talamo subito dopo cena, e prima di Carosello (ora non mi domanderete, se non altro per pudore, di cosa si trattasse). Le mie proteste erano motivate dal fatto che tutte le menti migliori della mia generazione (quella, appunto, dei 5 anni) erano ammessi alla visione di Carosello, prima del coma notturno, mentre io, invece. Alle mie rimostranze veniva serenamente ribattuto che il nostro apparecchio, purtroppo, Carosello non lo trasmetteva. Non si trattava dunque, come qualche maligno sospettava, di un provvedimento disciplinare o di una direttiva pedagogica, ma di meri problemi tecnici.
Per anni ho prestato fede a questa motivazione, e anche oggi, se qualcuno avanza in proposito l’ipotesi di una censura parentale anti-consumistica, ribatto che, probabilmente, già all’epoca si davano casi di interferenza provocati dalle proditorie e invasive antenne di Radio Maria.
 
Bonus track. Per quanto mi presenti puntuale al mio quarto d’ora quotidiano di autocritica, non di meno non mi si potrebbe definire una persona modesta, e questo era vero vieppiù in età prescolare. All’epoca ritenevo infatti che mi attendesse senza fallo un destino specialissimo (supponevo potesse trattarsi della salvezza del mondo o di un affaire consimile, ma mi mancavano elementi certi) che prima o poi mi sarebbe stato rivelato. D’accordo, per un fatto di onestà dovevo pur ammettere che i superpoteri certamente necessari per un’impresa tanto eccezionale ancora non li possedevo, ma era di certo solo una questione di tempo. Ben presto – lo avevo imparato sulla scorta di quel tal galileo (non Galilei: Jesus, dico, che se proprio si deve scegliere un modello, tanto vale puntare in alto) – qualcuno mi avrebbe preso da parte per confessarmi che, in realtà, non ero veramente figlio dei miei supposti genitori (quelli della censura televisiva)(è chiaro che io, magnanimo, avrei comunque continuato lo stesso ad amarli come tali) ma che a loro ero stato semplicemente affidato in attesa della venuta del mio tempo.
Immaginerete allora il mio sguardo benigno e già consapevole, quando uno stretto parente di sesso maschile mi prese in disparte per parlarmi di una cosa della massima importanza. Comprenderete, del pari, la mia delusione, quando costui prese a parlarmi del segreto delle donne. Si, va bene, tutto assai istruttivo, ma: e il mio destino specialissimo?
Ad oggi, se devo fare un consuntivo, confesserò dunque che della mia missione salvifica non c’è ancora risultanza, ma questa – perché no? – potrebbe ancora essere una questione di tempo; quanto invece al comprendere le donne, ebbene, temo che neppure gli eventuali superpoteri si riveleranno mai e del tutto sufficienti.

affrancato e spedito da Effe | 08:56 | commenti (56)


giovedì, luglio 05, 2007
Tutto sul mio Herzog
(e altre facezie)
 
Oggi è il giorno dell’autocompiacimento. Mica il mio: il vostro.
Grazie all’avventata cortesia di Silvana Rigobon, sulla rivista dell’editore Fernandel si parla in questo numero del blog Herzog. E la storia di Herzog sono i suoi incauti e canaglieschi lettori, che non solo ne tessono il controcanto dei commenti, ma collaborano e suggeriscono e impongo i progetti che, a latere di questo blog, si sono negli anni sviluppati (sacripante!, Buràn, Scritture di Strada e blog collettivi). Il senso dell’articolo, che mi pare del tutto condivisibile, è che stare nella Rete significa essere Rete, e far parte un sistema di relazioni che moltiplicano possibilità e identità. La blogosfera è un Autore Collettivo.
 
E collettivamente parlando, segnalo due iniziative. Il contastorie Giorgio Flavio propone, con tanto di giustificazioni letterarie e concorso a premi, di dare in pasto al pubblico le vostre credenze fanciullesche. Ne vien fuori un elenco sociologico gustoso. Io vi parteciperò la settimana prossima, e già annuncio rivelazioni esplosive e dinamitarde (se solo riuscirò a ricordarmi di quell’età del pleistocene, dico).
 
E poi c’è l’accatastatore di Pinokki, quel tosco-rivoluzionario di Strelnik. Il suo esperimento di social rewriting A Pinokkio's Bloody Binary Story fa passi da gigante (e arriverà anche al prossimo Festival della Creatività di Firenze), e già si profila una seconda edizione (anche multimediale). Qui si è già partecipato alla prima chance; non siate ignavi e pavidi, riscrivete un Pinocchio anche voi, Lucignoli che altro non siete.

affrancato e spedito da Effe | 08:42 | commenti (28)


lunedì, luglio 02, 2007
A girl with kaleidoscope eyes
 
La stagione era viola di libeccio e gonfia delle prime mareggiate.
Il vento seminava sabbia ocra all’angolo d’ogni vico e lungo i bordi dei poggioli.
Di giorno, la gente al borgo camminava premendo con la mano un fazzoletto alla bocca e con gli occhi stretti a taglio nell’aria terrosa e mossa.
Di notte si chiudevano le imposte barricando inutilmente fessure e luci con involti di stracci e lembi di vela vecchia intrisa ancora di salsedine, e presto ogni parete era umida d’altomare, e ogni letto ondeggiava di stravento tra ricordi e voci di peschereccio.
Defluita la marea notturna, su finestre e ringhiere si scioglievano bianche al primo sole le lenzuola salate e umide, vele di navi salpate mai.
Da tre giorni e da tre notti era arrivato al borgo, chiuso nella stanza della stessa pensione economica di così tante vite prima.
Di notte si rigirava nel letto crocchiante di sabbia, e di giorno restava alla finestra, guardando verso la marina per ritrovare quei giorni così azzurri.
Se n’era accorto tre mesi prima o forse più, osservandosi allo specchio dopo una fitta più vera delle precedenti. All’inizio si distingueva a stento, un’ombra solamente, un’indecisione appena, e lieve,  della pelle. Poi si era fatta contornata e netta, una macchia color cannella fiorita all’altezza dello sterno, che gli trapassava il petto fino alla clavicola.
Non aveva avuto necessità di pareri e visite. A ogni fitta nuova sapeva con maggior chiarezza cosa lo stava scavando in profondo.
Era un ricordo.
Era il passato.
Era un giorno lontano e cancellato che aveva germogliato radici per anni, fino a spampinare quel petalo sulla pelle.
Al quarto giorno, il vento aveva scavalcato lo sperone di costa più a ponente, lasciando al borgo un’aria disorientata e fredda.
Lui aveva domandato senza dare peso, il giorno del suo arrivo. Sapeva che aveva continuato poi a vivere ancora lì, segnata e sospesa, un giorno come l’altro.
E con un figlio di vent’anni.
Nelle stradine che scendevano al molo galleggiava l’odore salato e caldo del pesce fritto e il rumore fresco del vino bianco al bicchiere. Seduto al tavolo della taverna, sotto il pergolato, aveva riletto a lungo la breve lista dei piatti del giorno.
Non aveva domandato, non ce n’era stato bisogno.
Gli stessi occhi verdemare.
Il tempo non passa per tutti in modo uguale.
Lei invece l’aveva guardato appena, nel rotolare piano la domanda ovvia. Ma non era facile rispondere, adesso, mentre lei aspettava in piedi. La carta del giorno non diceva tutto. Che cosa desiderava infine, lui, una frittura mista, un polpo in umido, un’altra occasione, il perdono, la guarigione?
Ordinò controvoglia la frittura, senza alzare lo sguardo dalla carta. Contò i suoi passi allontanarsi alle spalle verso la cucina e poi, dopo alcuni minuti, tornare uguali per numero e rumore. Passi senza voce, e senza memoria.
Non le disse nulla più. Chissà cosa aveva creduto di poter fare. Parlarle piano, forse, ricordare un nome, scostare la camicia dalla spalla fino a scoprire una macchia color cannella.
Si guardò intorno.
Nel mare freddo ridevano in una lingua dura solo tre ragazze dalla pelle rossa e dai capelli di sole. Tra dieci anni sarebbero tornate ancora qui, sfatte come le madri che ora si spellavano incuranti sulla spiaggia, e di quelle vite né innocenti né colpevoli non sarebbe rimasta traccia.
Neppure lui aveva ritrovato quello che cercava.
Lasciò sul tavolo il piatto colmo e i soldi del poco conto e risalì il vico già a mezzombra, verso la pensione e il primo treno.
A metà via cercò appoggio con la schiena al muro irregolare d’una casa, che lo accolse ancora tiepido del tardo mattino, mentre con la mano premeva lo sterno e una fitta assoluta gli portava via ricordi e fiato.

affrancato e spedito da Effe | 08:44 | commenti (25)

THE CURE
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dipinto da buba