URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

giovedì, giugno 21, 2007
Urla e biancheggia il mar
 
Sa che lo attende ancora, puntuale, a ogni uscita dal tristo opificio.
Al rintocco del pendolo meridiano, ripone l’operoso impiegato d’ordine le mezze maniche da copista, odorose d’inchiostri passati, nel cassetto delle sue poche cose – una risma di carta bianca bellamente impilata, un calamaio colmo di riserva, un temperino per affilare la punta del pennino.
Ripiega gli occhiali a mezze lenti che per tutto il dì gli hanno cavalcato, perfette d’equilibrio, la punta irregolare del naso.
Un ultimo controllo al ripiano della scrivania, che sia in ordine e pronta all’opra per il giorno a venire.
Scricchiolano le suole consunte mentre si avvia, indossata la giacchetta nera che spazzola con cura ogni mattina, all’uscita dell’edificio, uguale e indistinto in mezzo ad altri come lui.
E tutti ristanno, sull’uscio, perché già è lì, e si annuncia con un primo lembo, una prima striatura nera, e ha ogni giorno nomi differenti: procella, fortunale, tormenta, burrasca, nubifragio, ciclone, turbine, tifone, uragano.
E in effetti qui si domanda a voi se esista una spiegazione scientifica (aumento della temperatura, congiunzione astrale sfavorevole), al fatto che ogni dì, da un mese a questa parte, tra le 17 e le 18 - non al mattino, non alla sera - si scatenino, puntuali e irrimediabili, rovesci temporaleschi che riducono la città taurina a una dépendance della foresta pluviale amazzonica, con alberi divelti, tombini straripanti, fiumi in rivolta, e muschi e licheni sulla biancheria intima.
Magari anche da voi si verificano consimili episodi, e chissà se con la stessa puntualità (che noi qui siam sabaudi, si sa, con varianti savoiarde, e alla puntualità ci teniamo anziché no)

affrancato e spedito da Effe | 09:00 | commenti (35)


martedì, giugno 19, 2007
Controcanto
 
Siamo uomini e siamo donne.
Siamo vite e storie.
Abbiamo occhi, abbiamo mani e volti.
Abbiamo speranze in fondo al mare.
Abbiamo ai piedi sandali e polvere, e la pelle bruciata di salsedine.
A cento e mille abbiamo attraversato questo tratto breve, ma il viaggio non è finito mai, e continua fino al termine della notte.
Avevano ragione allora i marinai.
Non eran miti, quelle storie di sirene.
Solo, queste voci del Canale di Sicilia non cantano.
(in tema, questa storia sacripantica âgée)

affrancato e spedito da Effe | 08:43 | commenti (12)


giovedì, giugno 14, 2007
La fama nel mondo
 
A volte le cose son talmente chiare, talmente trasparenti, che siamo noi a non vederle.
Da quando ho appreso che il problema più impellente e grave che il Parlamento si trova ad affrontare (ed è una campagna dell’opposizione, ma non dubito che l’iniziativa, altamente morale, raccolga un sostegno trasversale) è la mancanza dei gelati alla buvette, ho finalmente compreso come, se davvero vogliamo cambiare il mondo, dobbiamo liberarci dalla schiavitù del necessario.
E’ il superfluo, quello che conta, e son certo che esisterà un qualche aforisma di Oscar Wilde in proposito, soltanto a ricordarselo - che ha coniato più aforismi lui che referendum Segni, ed entrambi su qualunque risibile argomento.
Dal canto mio, ritengo ad esempio che, per risolvere il problema della fame nel mondo, sarebbe essenziale che centinaia di biplani, Canadair, B52, Mig ed elicotteri Mangusta sorvolassero a volo radente i villaggi sperduti del Burkina Faso, del Gabon e di tutte le aree depresse, lanciando agli aborigeni dei manifestini – eventualmente riprodotti con il ciclostile, per contenere i costi – con la ricetta originale del pâté de foie gras (in francese, ovviamòn).
E’ un’idea, eh.
Se avete proposte alternative per risolvere gli altri problemi globali, non tralasciate di vergare qualche  appunto qui.
Infine, per poter affermare ad alta voce Fatti, non parole (Wilde?), stamane mi sono avvicinato a un mendicante, scegliendolo all’uopo tra i più cenciosi e ridotti a mal partito, e ho lasciato benignamente cadere nella sua mano tesa, accompagnando l’elegante movenza con la frase Tenete, buon uomo (Wilde?), un papillon di seta blu (Modugno, e questa volta son sicuro).
Non pare anche a voi, in effetti, che da oggi il mondo sia con tutta evidenza migliore?

affrancato e spedito da Effe | 08:58 | commenti (36)


lunedì, giugno 11, 2007
La scelta
 
La prima era stata quindi Rosa, e gliel’aveva spiegato proprio il giorno delle nozze la sorella grande, come doveva fare per rimanere incinta subito, e di un maschio. La notte stessa Rosa aveva traversato l‘aia per entrare nello stabbio dove tenevano il verro, e lì aveva fatto e detto quanto necessario. Perché il figlio maschio ci voleva, per aiutare nel campo o stare a bottega a imparare arte e malizia. Poi però occorreva la figlia femmina, che badasse in casa per aiutare i vecchi. Sapeva anche questo, Rosa, che era stata la prima, e per cercare a ogni costo la femmina fece negli anni altri sei figli.
Tutti maschi.
Dopo il settimo, il verro venne macellato alla stagione giusta.
I figli di Rosa vennero quindi per secondi, ed ebbero figli anche loro.
Tutte femmine.
Maritarono, le femmine figlie dei figli di Rosa, andate in sposa a giovani che portavano nessuna parentela tra di loro, a rimescolare un po’ i destini.
L’ultima a maritare fu Palmina, e di figli ne ebbe poi quattordici.
Ogni volta che aspettava, i vicini chiedevano E allora, Palmina, cosa volete questa volta, il maschio o la femmina?
E' uguale, rispondeva Palmina muovendo i fianchi larghi, è uguale.
E fu uguale davvero, e in tutto.
Dei quattordici figli, i maschi furono sette, e sette le femmine. Sette i biondi, e i bruni sette. Sette belli, e sette irrimediabilmente brutti.
Cinto, figlio ultimo di Palmina, fu dunque maschio, bruno e mai bello. Già ai quattro anni si capì che da lontano non vedeva chiaro e guardava il mondo sfiorandolo con il naso e occhi buoni e lenti.
E’ miope, ci vorrebbero gli occhiali, disse il farmacista del paese.
Ce li abbiamo già, rispose fiduciosa Palmina. Il suo primogenito, che aveva vent’anni più di Cinto ed era anche lui maschio, e però biondo e bello, era andato all’America tre anni prima, e aveva lasciato a casa i suoi occhiali da presbite, Tanto in America ogni cosa è grande e lontana.
Aveva allora pensato Palmina che, se gli occhiali andavano bene per il primo, perché mai non avrebbero dovuto andare bene anche a Cinto. Gli inforcarono la montatura nera e spessa con uno spago legato dietro la nuca, che gli occhiali erano adulti e il piccolo naso non ce la faceva a reggerli da solo. Ma lo spago non era riuscito a evitare quel giorno che gli occhiali cadessero, e per poca ventura proprio sotto il passo di Cinto.
Non sono proprio rotti, disse Palmina osservando le lenti coperte da una ragnatela di crepe, e col tempo Cinto si era poi abituato a considerare il mondo come qualcosa di incerto e sfumato e scomposto in un mosaico di frammenti, tanto che, a togliersi le lenti, gli occhi dolevano e si rifiutavano di ricondurre tutto a un’immagine unica e sola.
Se agli altri sembrò quel giorno irregolare, il volto della donna che sposò, con quello zigomo più alto dell’altro che le socchiudeva a tratti un occhio, a Cinto sembrava invece bello e giusto, tanto a perfezione s’inquadrava tra le schegge e i frammenti del suo mondo scaleno.
Più di qualcuno si stupì allora quando nacque Lena, che fu l’ultima, ed era figlia di Cinto , figlio di Palmina, figlia dei figli tutti maschi della Rosa, che fu la prima.
Lena l’ultima era bella come i fratelli biondi di suo padre, bella come il primogenito che dall’America aveva scritto che lì ogni cosa era possibile, anche operarsi agli occhi e vederci da vicino e da lontano, come per miracolo, e lui l’avrebbe fatta quell’operazione, a costo di spenderci su ogni risparmio, e avrebbe visto bene, tanto che poi avrebbe potuto scriverle lui stesso, le prossime lettere, se solo avesse imparato a scrivere. Ma non aveva fatto in tempo, poi, a operarsi e a scrivere, e di lui era tornata solo una cassetta con le poche cose, e un giornale con la pubblicità di una clinica per ricchi in Nuova York.
Lena era bella, aveva spalle forti e risata fresca, e anche lei doveva maritare, come tutte, e già l’aspettava in chiesa da lì a pochi giorni il figlio del salsamentario. Non restava che aspettare ormai la fine della fiera, con tutta quella gente in giro col vestito buono, e i banchetti con le mercanzie, e la banda e il palco in piazza per ballare a sera.
Era venuto per la fiera anche lui, ed era la prima volta che lo si vedeva intorno, col suo nome zingaro e il furgone che non si distingueva dalla polvere che sollevava lungo la strada, e quando ne scendeva restava piegato con una gobba che non poteva nascondere e ribrezzava un po’, ma aveva occhi come zafferano e nel furgone custodiva meraviglie, riviste a colori e profumi di Grasse e stoffe a fiori freschi e calze di nylon viste mai. Seduto in piazza, riempiva la cartina con tabacco biondo Macedonia, e dopo aver inumidito un lembo della carta con la punta della lingua, arrotolava la sigaretta e ne accendeva un fumo dolce. Ogni ragazza e donna sostava davanti al furgone, per portarne via pochi soldi di merce, o un sogno, o almeno quello sguardo carico di spezie.
Lena aveva portato via, in più, anche una promessa: Questa notte parto e ti porto via con me, lontano.
A sera dunque si era presentato nella strada sotto casa, il motore che raschiava piano e chiamava l’attesa di ogni strada.
Lena si era fatta alla finestra, nella sera umida di calore e povera di luce. Seduto sul cofano del furgone, lui aveva preparato la cartina con calma e sapienza, e quella punta di lingua che passava ruvida sulla carta, lenta, Lena se la sentiva sulla pelle, a tracciare ferite e brivido.
Pensò al figlio del salsamentario, al corredo che odorava di cassapanca, ai giorni già saputi, la vita di paese, le domeniche a messa, i figli biondi oppure bruni, e pensò sorridendo poi al viaggio, ai chilometri di polvere, alle notti sotto un cielo mai uguale, allo sguardo zafferano, al sapore del tabacco dolce e ai i segni caldi che lui le avrebbe scritto sulla pelle.
Suo padre Cinto era entrato nella stanza girando per la casa al semibuio, che di sera per lui il mondo non era poi più vago che di giorno.
Ci vuol coraggio, a essere felici, le disse piano, mentre a occhi chiusi puliva con il fazzoletto le lenti frammentate.
Lena ingoiò a fatica l’ultimo respiro di quella sera scura e accostò piano le gelosie, mentre il motore del furgone raccontava strade sempre più lontane.

affrancato e spedito da Effe | 08:24 | commenti (42)


venerdì, giugno 08, 2007
Non tutti sanno che
 
Ora, se domandate un po’ in giro, per insana curiosità, Chi siamo, è probabile che otteniate, tra le altre risposte, anche quella Siamo quello che sappiamo.
Non che sia in disaccordo, e anzi, l’espressione l’ho coniata io stesso (d’accordo, ci sono dei precedenti ma, dacché io dimentico ogni cosa, posso convincermi d’averne il copyright).
Tuttavia, la definizione è incompleta perché, così io credo, e seguendo un giusto processo per sottrazione, siamo soprattutto quello che non sappiamo.
Accetto, democratico, opinioni difformi, tuttavia ritenendole difettose per definizione.
E allora forse non sapevate che.
Cercando in rete tracce di Buràn, e questa volta con google anziché con il solito technorati, ho visto una pagina Wikipedia in lingua straniera che non trattava, come le precedenti, del Бура́н siberiano.
E’ giusto, ho pensato, è opportuno che la rivista abbia una sua pagina su Wikipedia. Poi ho seguito il link. La prima riga della pagina recitava così:
Buran ła xé un'ixoła abità 'nte ła laguna de Venezsia; fa parte del comùn de Venezsia. Ghe abitan çirca 3.700 persone e ła xé cołegà da un ponte al'ixoła di Mazsorbo.
In definitiva: lo sapevate che esiste una versione di Wikipedia in veneto (Benvegnui sula Wikipedia en léngoa veneta)? E c’è anche in napoletano (Bemmenute ncopp'â Wikipedia napulitana), siciliano (Salutamu. Chista è la Wikipedia 'n sicilianu), emiliano (Bëin arivä in s' la Wikipedia, l'enciclupedia libera che tüt i pölan cambiä) e in altre versioni regionali.
Think global, act local – che poi è il percorso artistotelico dall’universale al particolare.
Se già lo sapevate e non me ne avete informato: satanassi, chissà quali altri segreti inconfessati celate al mondo.
 

affrancato e spedito da Effe | 09:35 | commenti (27)


giovedì, giugno 07, 2007
Citazioni stonate
 
Sempre l’ho ritenuta una fanfaluca, l’affermazione per cui o si scrive o si vive.
Come diceva Pessoa (e le citazioni qui risulteranno stonate perché, andando a memoria, delle frasi non potrò ribadire il tono esatto), la letteratura è la dimostrazione che una vita sola non basta.
Piuttosto, a causa dell’unica risorsa energetica realmente non rinnovabile – il tempo, dico, ed è strabiliante come, a fronte degli sforzi per perfezionare fonti alternative a quelle combustibili e fossili, nessuno abbia ancora provveduto a individuare una forma succedanea al tempo – a causa del poco tempo, dicevo, in questi giorni la dicotomia è tra scrivere e leggere.
Come diceva Borges, altri andranno fieri di quel che han scritto, io vado fiero di quel che ho letto. E così, correi Borges e lui, munifico suggeritore, in questi giorni resto intrappolato da quella Franziska Linkerhand, romanzo di Brigitte Reimann  che tratteggia il mondo terribile e magnifico della Germania Est dopo la Guerra. Non me ne so staccare.
Lascio qui, allora e dunque, non una scrittura, ma un dubbio di lettura. Si fa vivo, presso la redazione di Buràn, il periodista messicano Marcos Rodriguez Leija, di stanza ora nel Paese del mate, a offrire la sua collaborazione. Questa almeno è l’interpretazione maggioritaria, ma non univoca, della sua mail. Accettansi ulteriori decrittazioni:
Saluti. Il mio nome è Marcos Rodriguez Leija. Sono produttore e giornalista messicano. 
Ora sono in Mendoza, Argentina.
Vorrei collaborare allo scomparto. Storia della spedizione che spero prego a loro. 
Ringraziamenti per il relativo supporto.
E scusano male la mia scrittura italiana.
Marcos Rodríguez Leija
 
Un tempo c’erano i figli di Ogino-Knaus, ora ci sono i figli di Babelfish.
E il senso?
Lost and found in translation.

affrancato e spedito da Effe | 08:57 | commenti (16)


martedì, giugno 05, 2007
Mille e non più mille
 
E allora lo ammetterò: se quella precedente è stata dedicata alle parole, quella presente è la settimana delle ghematrie e dei numeri da interpretare. E dunque, per curiosità e divinazione, e infine per vostra edificazione, stupite delle statistiche in calce, che suddividono gli accessi alla rivista Buràn per Paese di provenienza dei lettori. Ora, va bene il Vietnam, e son lieto puranche del Kazakistan. Ma l’interrogativo, inquietante invero e non poco, è allora questo: chi è che ci legge dalla Santa Sede? In questi frangenti cosa si fa, ci si genuflette? No, perché io ci avrei il ginocchio della lavandaia, nel caso.

 

 


affrancato e spedito da Effe | 08:51 | commenti (22)


lunedì, giugno 04, 2007
Venditori di liscivia
 
Sosteneva, or è qualche giorno, la signora Maria Felicita, che la sua parola preferita del mese scorso era simmetria, e ne vantava l’avvenenza. Non negherà però ella che simmetria sia invero una parola disonesta.
Le parole, e certune in particolare, dovrebbero essere coerenti con il concetto che esprimono. Simmetria allora dovrebbe essere, per onestà, una parola simmetrica, e non lo è.
Allora vada la mia preferenza alla parola tre, di cui nessuno, con ogni evidenza, oserebbe porre in dubbio coerenza perfetta e onestà.
Se almeno simmetria fosse, se non proprio simmetrica, almeno, per approssimazione, palindroma.
Che il palindromo, ammettiamolo, è luogo di soddisfazioni.
Non sarà necessario ricordarvi che Saippuakivikauppias è il palindromo più lungo del mondo (19 lettere, e voi m’insegnate che in finlandese significa Venditore di liscivia).
Io ero rimasto a quel ben più che noto in girum imus nocte et consumimur igni, ma non è disprezzabile neppure Accavalla denari, tirane dalla vacca attribuito a Primo Levi nel Calore vorticoso.
Alla bisogna, tango si balla piacerà invece agli abitanti di Palermo (inteso come il quartiere di Buenos Aires).
Occorre portar aratro per Rocco suppongo si riferisca al fatto che la presenza in politica di Buttiglione rientra nella catergoria “Braccia rubate all’agricoltura”.
Non male anche l’inglese Madam, I’m Adam come ipotetica prima frase mai formulata al mondo dal primo uomo. Epperò, al di là della pronuncia eccessivamente oxfordiana di Adamo, si ritorni qui al discorso dell’onestà: può, la traduzione di una frase palindroma, non esserlo sua volta?
E l’obiezione valga anche per i commercianti finnici di ceneri mescolate ad acqua summentovati.
Date retta: la parola del mese sia allora tre, che un più bel dir non fu mai detto.

affrancato e spedito da Effe | 08:50 | commenti (30)

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