URBI ET ORBI. Questo blog va contro ogni buonsenso. Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi. Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo. (P. O. Enquist, quasi)
giovedì, aprile 26, 2007
Gli odori cardinali
Arrivano invece ad affermare alcuni che non esistano affatto e siano, al contrario, oggetto di fantasia, gli odori cardinali.
Ma, sebbene l’olfatto sia, tra ogni senso, il più barbarico e abdicato, gli odori-guida segnano percorsi e vite.
Non solo questi punti cardinali dicono i luoghi – arrischiatevi di mattina a prima luce a percorrere con occhi chiusi i quartieri-dormitorio e le zone-uffici: camminerete sicuri guidati dall’aroma di caffè e pane, o vi perderete asettici nel secondo caso.
Ancora di più, è il momento di farne confessione, gli odori cardinali segnano il tempo.
Esiste ed è tangibile, a volerne dire, l’odore della fanciullezza, che nel mio caso è quello dell’asfalto bagnato.
Se riuscite a pensare alle giornate calde d’estate, con l’asfalto bollente che respinge le gocce improvvise di un acquazzone violento e breve, ricorderete allora l’odore che si leva dalla strada a fine temporale, quell’odore particolare dell’acqua subito evaporata e calda e impura di polveri e residui.
S’interrompeva per pochi attimi il gioco, allora, riparando sotto qualche portone fino al temine del rovescio. Allo spiovere, l’odore dell’asfalto bagnato di pioggia che non c’era già più era il segno del gioco che riprendeva, della prima vita che avanzava, dell’imprevedibile domani di cui si aveva fame inesauribile.
Posso aggiungere, generoso, che anche gli odori di pneumatico, di benzina e di vinaccia, che segnavano cantine e garage sotterranei, luoghi nostri di nascondino e di mistero, mi riportano a quei giorni.
Ma l’asfalto bagnato e caldo, la nuvola invisibile di odori, soprattutto quello mi rapisce ogni volta , al sentirlo, verso anni così lontani.
Pretenderò dunque clemenza, se mai mi vedrete acquattato dietro un’auto o all’angolo di un crocicchio dopo un acquazzone estivo: non guardate con severità al pizzetto ormai canuto, starò solo inseguendo, inutile, una giovinezza distante e urbana.
Città come Lisbona, che è un’eterna attesa d’indefinito.
Potrei offrirmi invitto financo alla sfida degli orizzonti piatti e delle case a traliccio della Normandia.
Già dovrei invece dar conto dei primi dubbi se parliamo di Praga: troppo evidente il suo senso d'irrealtà.
E poi Roma.
Roma non è una città in cui vivere, a dispetto dei milioni di persone cadute in questo equivoco. Roma è città da godersi nel primo mattino di una domenica sfaccendata, sapendo già di doverla poi felicemente lasciare.
Allora sì, difesi dall’assenza di traffico e lontani dalle molestie dei gruppi nipponici ancora a far colazione con il sushi avanzato la sera prima, allora sì che si può ricercare la Roma parallela e minore, quella che non sa dei luoghi imposti al turista, quella dei vicoli pieni di silenzio, se pure non del tutto privi di fama.
Scendo dunque dai giardini del Quirinale percorrendo il vicolo Scanderberg e quello della Panetteria, evito con cura la Fontana di Trevi giungendo a scantonare prima di Piazza di Spagna, e mi concedo allora il lusso di una via del Babuino deserta, così come la parallela Margutta.
Poi si dirotta a sud, passando lontano da piazza Navona, con l’unica eccezione del crocicchio di Pasquino.
Subito dopo c’è il Ghetto, dove uomini anziani siedono in strada accanto alla porta di casa, portando lieve la kippah. Li saluta sorridendo la gente che inizia a percorrere il Portico d’Ottavia.
Fuggendo Campo dei Fiori e piazza Farnese, attraverso indi il Tevere, evitando per bene i ponti milvi con relativi lucchetti, fino a giungere a Trastevere prima che inizi a inscenare la propria farsa da pro-loco.
Ed è lì, nelle vie a quell’ora ancora autentiche, dalla finestra di un vicolo financo sordido ma che ha voce e cuore, che odo finalmente un inclito verso in metrica, a cantare la Città Eterna: A Spartaco, e spicciate che devi da anna’ dar pizzicarolo.
Ora, da subalpino di ceppo celtico non credo di aver colto appieno la dotta citazione, ma dev’essersi trattato senz’altro di un Orazio, o tuttalpiù d’un Ovidio d’annata.
La città nuova è un nido di ragno in cui si agitano vite vischiose. La tela finissima è di continuo strappata e ritessuta altrove.
Di notte la città è in caccia, e ogni movimento si fa preda. Il bozzolo tessuto si deforma a catturare in esteso e in profondo, finché al mattino ogni vita, ogni sguardo, ogni possibilità è inglobata, e tutto, tutto è Città.
***
Qualunque cosa, anche una presenza intollerabile, pensa Anna, ma non quest’assenza.
Non un vuoto senza pareti né fondo.
Meglio il contorno certo di un dolore, piuttosto che non sapere chi sono.
La notte è ormai passata quasi per l’intero. Anna l’ha trascorsa aspettandolo inutilmente, accovacciata accanto alla porta. Quell’uomo che detesta e che desidererebbe morto, quell’uomo che certo ha reso morta lei, quell’uomo dalla voce scura, quell’uomo, lei non può far altro che amarlo, quando sa che non verrà.
Ma ora, insieme al primo mattino, anche i passi secchi di lui salgono nel freddo delle scale. Anna chiude allora gli occhi, lasciando che il suono dei passi le rotoli piano sulla lingua.
Adesso sì, finalmente, adesso può ricominciare a odiarlo.
***
Quello spazio adesso serve ad altro, risponde noncurante l’architetto quando Marco chiede conto del suo armadietto, ora ingombro di planimetrie intubate.
Marco sa che la tenuta da cantiere è dichiarazione e codice. E’ un segnale convenuto che riconosce l’appartenenza a un mondo in divenire.
La sua tuta, il casco e le scarpe antinfortunistiche sono gettate a terra in un angolo dello spogliatoio. Curvare volontà e schiena per raccogliere gli indumenti, o lasciare per sempre la trigonometria di giorni e mondi, sono due voci che dicono la medesima sconfitta.
Marco Siri raccoglie le sue cose e inizia a cambiarsi, mentre lo sguardo dei presenti indaga in silenzio l’impiantito.
**********
Mentre lui dorme nel letto umido, Anna guarda fuori dalla finestra all’ultimo piano.
La città di rare luci verticali sembra immobile e raccolta intorno ai piedi della notte.
Ma Anna sa che nulla è fedele a quel che sembra. Dietro ogni muro e all’incrocio perfetto delle vie si ripetono all’infinito altre verità. La stessa strada ripercorsa oggi non è già più uguale, sfalsata in prospettiva da un orizzonte frammentato e nuovo.
Anna soppesa l’altezza della finestra dall’asfalto lontano. Otto piani fuori terra, un’aiuola comunale dove ieri c’era uno spartitraffico, un parcheggio a spina di pesce disegnato da strisce blu. E’ quanto basta per un volo definitivo, per una scelta che non ammetta ritorni.
Raccoglie, cucendole addosso, le poche cose che ancora le appartengono, quelle che lui non ha calpestato via in queste notti – un ricordo a chiave, un rumore immaginato, l’odore basso di un sottoscala – e si consegna al vortice che la pretende e che l’avrà per intero, gettandosi nel vuoto d’anima sul letto accanto a lui, dentro di lui, a indovinarne il corpo voltato di spalle, quasi invisibile nel buio, per dichiararne piano e una volta ancora il nome:
Di notte le rotaie del tram, che separano e segnano i contorni d’ogni periferia, vengono diliscate via dalla sede, e lasciano segni longitudinali e doppi. Ma a vederli, a ricordare la città com’era ieri, solo barboni e ubriachi, e a loro nessuno crederà.
Subito ogni ferita sulla strada viene cauterizzata e chiusa da una farmacopea di catrami bollenti, e le rotaie dirottano ai nuovi quartieri di confine, lucidi di tegole e scuri d’asfalto.
***
Non sei niente, non puoi essere niente. Esisti solo per quello che ti concedo io, così lui le dice mentre l’amore arriva finalmente alla resa dei corpi. Anna ascolta la pioggia contro la finestra, e non conosce di sé che quel rumore.
Lui sa cosa la ferisce, sa quali strade la perdono e le percorre tutte. Da quando gli apre la porta ogni notte, Anna non aspetta altro che lui se ne vada, non aspetta altro che lui torni ancora.
Io per te sono tutto, le dice lui, e tu per me niente.
Anna ascolta il rumore della pioggia contro la finestra e in fondo agli occhi.
***
I lavori hanno un ritardo eccessivo, rischiamo di non rispettare i tempi concordati, accusa fredda l’architetto Anna Lorenzi.
Forse i tempi non erano realistici, osserva Marco.
O forse è lei che non conosce il suo mestiere.
I presenti abbassano gli occhi, in un cantiere l’umiliazione di uno è umiliazione di tutti.
Lo faccio da vent’anni, il mio mestiere, risponde Marco Siri, o forse l’ha pensato solamente, perché nessuno sembra aver sentito e, se hanno sentito, non gli credono già più.
***
Al mattino, lungo i meridiani e le strade senza nome dei quartieri nuovi e ancora pieni di rivelazione e di notte a termine, viaggiano paralleli camion di arredi in serie e auto cariche delle nuove vite che presto radicheranno lì.
Camion e auto scaricano armadi e mutui ventennali, tavoli in truciolato e improvvisi amori, sedie nuove e un prossimo litigio.
Vite e mobili in pari quantità, e ugualmente a buon mercato.
***
Lui l’ha condotta in auto al ponte che divide il parco in due. Questo è il luogo, per oscuro accordo. Nella notte, le macchine parcheggiate scambiano lampi secondo un Morse ravvicinato e breve. Un solo flash se si cerca un uomo. Due lampeggi se è la coppia che si pretende.
Lui lancia nel buio un bagliore secco che galleggia a bordo fiume. Anna spera che il segnale non abbia risposta, ma l’attesa non dura a lungo. Qualcuno restituisce lo stesso messaggio in cifra.
Resta qui, le ordina lui mentre scende dall’auto lasciando il posto ai passi ancora bui che si avvicinano.
Anna stringe forte la maniglia interna della portiera, fino a confortarsi di un dolore caldo.
***
Al cantiere, Marco Siri vede che il suo nome è stato cancellato dal cartellone della direzione lavori. Il suo posto è ancora lì, ma il senso del suo restare non sa trovarlo. Mentre attraversa lo spazio tra il gabbiotto degli attrezzi e i pallet di mattoni, lo evitano sguardi fatti duri.
I ritmi di lavoro sono alti, adesso è l’architetto a comandarli e a guidare la genesi. I muri a piombo, gli interni rasati, anche i bulloni che inchiavardano impalcature han perso anima. Marco osserva la casa che nasce, e sa che sarà un buco nero nel suo mondo di piani cartesiani.
Ma i ritmi sono alti, e i muratori incolpano lui degli straordinari non pagati, imposti per recuperare tempo.
Le scadenze sarebbero state rispettate comunque, ragiona Marco, ogni lavoro ha un suo respiro fatto della fatica degli uomini, della resistenza dei materiali e dalle leggi che regolano costellazioni e maree.
Ma adesso a srotolare i progetti sul tecnigrafo è solo l’architetto, l’architetto Anna Lorenzi.
(Al corso di editoria FareLibri si è dunque provveduto a editare i racconti scritti dagli autori coinvolti nell’iniziativa. Ora, perché dovrei piegarmi a una falsa modestia? Di tutti i racconti, il mio è stato senza dubbio il peggiore. Dappoiché ha ognuno quel che si merita, a voi tocca proprio e soltanto la summentovata narrazione herzoghiana, in tre comode puntate quotidiane direttamente sui vostri schermi. Non me ne ringraziate.)
La Città Nuova
(prima parte)
Se la città appare di giorno uguale, è solo per conquistata abitudine degli occhi.
Ma la notte ridisegna ogni topografia, e case vengono cancellate e rase, e si scavano basalti per altre fondamenta. Nuove strade vengono srotolate e tese, si agganciano indirizzi e aumentano distanze. Scavi bruschi aprono visceri di tubature, la pala meccanica tocca nervature ramificate sotto il derma di bitumi e asfalti, dita sensibili setacciano un pietrisco molle e oscuro.
I cantieri notturni sono enzimi che assimilano la città di ieri e la fanno diversa e nuova.
A ogni giorno successivo, la città appare uguale per conquistata abitudine degli occhi - ma è differente e ricucita, e spostata appena un po’ più in là.
***
Anna si cerca nello specchio del bagno, e il suo viso si ricompone a pochi centimetri dal vetro. Non vede alle sue spalle, né altro intorno. Lo specchio è colmo del suo primo piano.
Sei un recipiente fessurato e vuoto, le ha detto lui. Non trattieni niente, quanto ti attraversa è perduto e inutile. Se la soppesassi, la tua vita non avrebbe tara, e se la mettessero a setaccio, la tua anima non darebbe sedimento.
Lui aveva acceso la luce, orientandola verso Anna.
Ecco: io ti guardo, e non ti vedo.
***
Il primo ricordo che appartiene a Marco Siri è una figura in controbuio, un’ombra ferma lungo l’argine. L’ombra gli concede solo le spalle e guarda altrove – l’argine, il fiume, la notte a mezzo, ma non lui. Per Marco sarà poi sempre così, una vita a inseguire quell’ombra, e il volto non l’ha visto quasi mai.
Nel ricordo, la scena si ripete sempre sopra un piano cartesiano, l’argine dritto e tagliato da pioppi a filare, la strada che si intuisce parallela e bianca, l’orizzonte posato lungo una linea messa a piombo. Marco ha costruito così la sua vita, facendone un’algebra di sentimenti. E’ stato semplice prendere misura a realtà e sogno, che si ripetono in una sequenza di pieno e vuoto.
Che si sia fatto geometra è poi una necessità banale, una continuità di forma. Ogni origine è nel primo ricordo, in quell’ombra che non si è girata quasi mai.
***
La città che sempre muta ha camminamenti sotto traccia e anima sotterranea. Ha tunnel nascosti come pensieri che si moltiplicano profondi sotto case e strade. I condotti fognari sono vene di un sangue spesso e buio, e ossa cave le gallerie del treno metropolitano.
Uomini e macchine divorano come topi il corpo cavernoso della città, ne succhiano via detriti e tumori fossili, addentano strati pietrosi e bevono residui di vite che il terreno assorbe con le acque reflue.
La città sotterranea è predizione della città di superficie, ne disegna gli sviluppi e il domani e traccia confini nuovi. La città nascosta sentenzia la condanna che la città visibile conoscerà a breve.
***
Lo specchio nega ad Anna ogni tregua del tempo, ogni concessione. Le rughe leggere a lato degli occhi sono tracce di notti passate a rifare calcoli a tavolino sotto poca luce, perché nessuno fuori la conosca vigile e in dubbio.
Quanto ti attraversa è perduto e inutile, le ha detto lui.
Il suo primo piano nello specchio del bagno è ora enorme e sgranato e occupa ogni tempo presente, mentre Anna con le dita in gola cancella il sapore di una notte intera.
***
Marco Siri sa che ogni cantiere è una metafora. In principio è il caos e l’assenza di ragione, fino a che compasso e squadra tracciano una piccola cosmogonia da tecnigrafo. E’ il pensiero che crea fondamenta di nuovi mondi, e colonne cementarmate che segnano confini, e paradisi perfetti. Ogni cantiere è una genesi, e dove gli altri vedono mattoni e calcestruzzi e infissi e architravi e impianti e allacciature, Marco riconosce costellazioni.
Ma, nel nuovo cantiere, l’architetto che ha disegnato il progetto è persona senza metafisica, non ragiona in termini di terra e cielo. E’ arrivato un mattino a occupare ogni spazio con la sua parola. Marco è in un angolo, cancellato il sogno e l’ordine. L’architetto si è giurato suo nemico, senza saperlo.
E’ ora il tempo in cui tutto prende corpo, e le cose si fanno promessa. Continua a snodarsi la lista dei partecipanti al litcamp: l’ultimo, in ordine di tempo, è Francesco Forlani di Nazione Indiana.
Siamo entusiasti per la futura presenza di chiunque abbia segnalato il proprio nome, ma permettetemi di segnalare anche un’assenza (di voce), e triplice: hanno promesso di appalesarsi alla giornata del 12 maggio anche La Pizia, Gonio e Marquant. Se questi nomi vi dicono poco, vi siete appena guadagnati i simpatici gradi di pivellini della rete.
Essi non-più-blogger sono tra i Giusti che la blogosfera l’han costruita, e c’erano all’epoca pionieristica in cui si era ben pochi, costì, e ci si domandava cosa, come e perché (alzi la mano chi, ancora oggi, s’è dato risposta)
Essi non-più-blogger, già famosi, hanno abbandonato la loro voce in rete da lunga pezza. Sarebbe interessante, in quel di Torino, indagare il motivo di questa esigenza al silenzio (sia chiaro, il silenzio è pur necessario alla parola, mentre non è dato l’inverso).
Ma anche solo il ri-vederli sotto le abbandonate spoglie renderà storica la data del litcamp.
E’ tutto.
Ah, no, dimenticavo il bonus-track.
E’ egli un maramaldo, un mentitore. Vi avvicina sommesso, e pare voglia raccontare una chiacchiera da caffé, un fatto di cortile. Poi prende distanza, e qualche pugno allo stomaco lo rende sempre. In questo caso, arriva fino all’insostenibilità dello sguardo. Io ve ne ho avvertiti. Non leggetelo assolutamente.
Voglio dire, la resurrezione non è neppure la parte più difficile.
In fondo si tratta di un exploit, e chiunque di noi conosce, prima o poi, un momento di grazia in cui riescono cose d’eccezione.
Io, per esempio, una volta ho cucinato un filetto alla Stroganoff che aveva del miracoloso (in realtà avevo letto con attenzione, una volta tanto, le istruzioni per lo scongelamento del piatto già pronto).
E anche voi, suvvia, non siate timidi, potrete ben dare testimonianza di quella volta, o di quell’altra, in cui voi.
Ciò detto, il fatto di risorgere ci può anche stare.
E’ vivere, che è difficile.
Tra mutui, programmi televisivi in prime time, la politica estera, le malattie infantili, la cattiva letteratura, i rallentamenti a ferragosto tra Roncobilaccio e Barberino del Mugello.
Provateci voi, dico.
Si pensava un tempo che gli uomini avessero inventato gli dèi per dar corpo a un desiderio d’immortalità.
E’ vieppiù possibile che siano invece gli dèi a credere in questa sciocca superstizione degli uomini, per trovare infine un che di speranza (e ora chi glielo spiega, agli empirei?)
Il corridoio ha occhi che malamente guardano il cortile interno. Di notte, sulle piastrelle scheggiate e scure camminano rumori con voce d’uomini e sguardi di animale. Siamo topi, qui nei corridoi lunghi d’ospedale, topi che rispondono agli orari di cibo e medicine, per vagare poi tra stanze e scale in un movimento che cambia nome e volto ma non ha fine mai.
Da qui non si ritorna, qui si sopravvive ancora un po’, legandosi ognuno al proprio male.
Di notte mi alzo dal letto numero 28 ed esco dalla camerata come tutti gli altri topi, ma non cammino e salgo invece sopra il davanzale alto di una delle finestre che succhiano la poca luce dal cortile. E’ da lì che guardo il padiglione, i finestroni piombati e bui, la porta sempre chiusa. E da lì che ascolto le loro voci.
Gridano.
Ti sbagli, il padiglione è vuoto da anni, dice al mattino l’infermiere con la faccia stanca, ma gira lo sguardo al carrello delle medicine.
Era il padiglione degli infelici, aggiunge quando insisto. Ma trenta, forse quaranta anni fa. Io lavoravo lì. C’erano bambini con due teste, donne ricoperte a squame, uomini senza braccia e gambe e testa.
Non è vero, rispondo, creature del genere non esistono.
Forse, ma noi li vedevamo così. Nessuno li voleva, né famiglie né suore, e allora li chiudevamo dentro il padiglione, come un mondo che non doveva essere visto mai.
E cosa facevano, loro?
Gridavano.
Lungo i corridoi, di notte, ci si deve lasciar guidare dagli odori, che le lampadine son bruciate e rotte quasi tutte, ormai. L’odore delle latrine e quello della cucina al piano sono i due estremi di un universo chiuso. Gli odori differenti delle medicine segnano le camerate, quella degli infettivi, quella degli operati, quella dei narcotizzati con l’assenzio. Ci si muove al buio, orientandosi tra i quattro odori cardinali, tra passi uguali che diventano corpo solo se sfiorano altri passi, e poi ritornano ombra in un movimento famelico ed eterno.
Nel padiglione degli infelici, la notte strappa sempre grida che sembrano mani pronte ad afferrare e tese. C’è qualcosa che chiedono e vogliono. Ma i passi continuano in tutte le silenziose direzioni, lungo i corridoi bui, e non sembrano accorgersi di nulla.
Quarant’anni fa nel padiglione rinchiudevamo senso di colpa e dubbio, e isolavamo ogni pazzia e peccato. Cercavamo così salvezza, ma inutilmente. Ti ripeto che ora non c’è più nessuno, là dentro. Scorda il padiglione. Scorda tutto.
A volte i topi trovano una fessura tra le mattonelle, o una porta lasciata socchiusa in fondo al corridoio. Esco al cortile interno, dove non c’è più luce che nelle camerate. Il padiglione è vicino, ma camminare contro le voci che gridano e soffiano vento è difficile, è fatica. L’aria è fredda.
L’infermiere dalla faccia stanca traversa il cortile e non ha rumore, lo vedo appena in controbuio mentre porta in spalla un sacco pesante e grande a spezzargli la schiena. Arriva alla porta del padiglione e la apre senza difficoltà. Appena entra, le voci che gridavano ritornano al silenzio. Quando poi, dopo un’ora scura, finalmente esce, l’infermiere porta il sacco in mano. Vuoto. Forse le voci hanno avuto quello che volevano
Nel letto numero 28 passo il resto della notte, il freddo mi ha portato febbre alta e debolezza. Dico cose che perdono senso, e non ricordo più se ho visto l’infermiere nel cortile o nel delirio.
Quando riapro gli occhi, i corridoi vanno riempiendosi d’oscurità. Devo aver dormito un giorno o due, un sonno pesante di farmaci e febbri.
A notte piena, la porta in fondo al corridoio è socchiusa ancora. Le voci del padiglione mi gridano contro, ma mi abbasso e piego per non incontrarne la resistenza mentre attraverso il cortile. Sono vicino, adesso, la maniglia della porta è ruvida di ruggine, le voci gridano più forte mentre la tocco, il padiglione sembra tremare, la porta non è chiusa, le voci gridano, il cortile è buio, le grida aumentano, l’aria è fredda, le voci gridano gridano gridano.
Silenzio.
Tutto finisce appena apro la porta. Con il poco d’occhi che la notte concede entro con la mano tesa in avanti. Non filtra luce dai finestroni piombati, e la porta si è richiusa. Faccio qualche passo. Non c’è rumore, solo quello del mio sangue che circola a fiammate in gola. Non vedo nulla, non ricordo dove sono, potrei trovarmi in qualunque luogo del mondo, potrei essere al centro di una cartografia distante e sconosciuta.
Ho freddo.
Devo tornare verso la porta. Mi volto e muovo qualche passo indietro. Forse non è questa la direzione, allungando la mano non trovo né porta né parete. Devo aver camminato in senso errato. Qui gli odori sono diversi e senza senso, non sono gli odori che conosco, quelli che mi orientano. Non so più dire destra o sinistra. Non so andare avanti o dietro.
Un topo.
La trappola.
E le voci, d’improvviso, intorno a me.
Gridano.
Il turno del mattino passa nelle corsie a rifare i letti.
Che fine ha fatto il paziente che dormiva al numero 28, domanda l’infermiere al collega dalla faccia stanca che alza appena lo sguardo di quarant’anni prima.