URBI ET ORBI. Questo blog va contro ogni buonsenso. Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi. Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo. (P. O. Enquist, quasi)
giovedì, marzo 29, 2007
L’umorismo nell’Antico Testamento
Se proprio devo prendere posizione – pare che il relativismo, quest’anno, non si porti granché - allora io faccio il tifo per il tetragramma יהךה (YHWH).
Niente falsi moralismi: il Dio veterotestamentario è l’invitto Signore degli Eserciti, un tipaccio burbanzoso, collerico e malmostoso. Mica come certi suoi epigoni imbelli e metrosexual. Il Pentateuco e i Libri Storici son poemi omerici di battaglie, assedi, gesta epiche e squartamenti. "In quel tempo prendemmo tutte le sue città e votammo allo sterminio ogni città, uomini, donne, bambini; non vi lasciammo alcun superstite"; lo racconta quel sant’uomo di Mosè, mica Condoleeza Rice.
Ma non v’è chi non riconosca che l’Antico Testamento ha, eziandio, momenti di autentico umorismo. Gli esempi son molti, come quando Davide, di fronte all’empietà di Ioab, maledicendolo gli augura che non manchi mai nella sua casa "chi soffra di gonorrea". Voglio dire, i nostri insulti in coda al semaforo son ben privi di fantasia, al confronto. Ma si proceda a un esempio più strutturato e ampio. Mi limito qui di seguito a interpolare, parentetico e corsivato, il ben noto capitolo primo del secondo Libro dei Re:
Dopo la morte di Acab (ecco, così mi avete svelato il finale di Moby Dick, e io che dovevo ancora leggerlo) Moab si ribellò a Israele. Acazia (e già il nome) cadde dalla finestra del piano superiore in Samaria e rimase ferito (questa, se l’immaginate, è una scena da Buster Keaton). Allora inviò messaggeri con quest`ordine: "Andate e interrogate Baal-Zebub, dio di Accaron, per sapere se guarirò da questa infermità". (mo’, Acazia, tu fa’ chello cca vuo’, ma secondo me questo Belzebù è meglio frequentarlo né punto né poco) Ma l`angelo del Signore disse a Elia il Tisbita (già all’epoca c’erano i portavoce del Governo): "Su, và incontro ai messaggeri del re di Samaria. Dì loro: Non c’è forse un Dio in Israele, perché andiate a interrogare Baal-Zebub, dio di Accaron? (‘o ssapevo che se la sarebbe presa, per questa cosa delle competenze) Pertanto così dice il Signore: Dal letto, in cui sei salito, non scenderai, ma certamente morirai" (ja’, Signo’, e mò nun facite accussì, che vi pigliate subito collera). Ed Elia se ne andò (scostumato, stavamo ancora parlando). I messaggeri ritornarono dal re, che domandò loro: "Perché siete tornati?" (sciopero dei treni?). Gli dissero: "Ci è venuto incontro un uomo, che ci ha detto: Su, tornate dal re che vi ha inviati e ditegli: Così dice il Signore: Non c`è forse un Dio in Israele, perché tu mandi a interrogare Baal-Zebub, dio di Accaron? (oh, senza sbagliare una virgola. Per me se l’erano scritto sul polsino della camicia) Pertanto, dal letto, in cui sei salito, non scenderai, ma certamente morirai". (aridàje) Domandò loro: "Com`era l`uomo che vi è venuto incontro e vi ha detto simili parole?" (uno simpatico, a occhio). Risposero: "Era un uomo peloso (ci sono: Calderoli!); una cintura di cuoio gli cingeva i fianchi" (no, allora era Clint Eastwood). Egli disse: "Quello è Elia il Tisbita!" (ah, già, scusate). Allora gli mandò un comandante con i suoi cinquanta uomini (il comandante si chiamava Jackson, e il gruppo era noto comeThe Jackson Fifties . Anneriti e decimati dagli eventi che seguono, la successiva formazione si nominò, più modestamente, The Jackson Five). Questi andò da lui, che era seduto sulla cima del monte (ma allora era Messner. Ah, no, abbiamo già detto che), e gli disse: "Uomo di Dio, il re ti ordina di scendere!" (con calma e per favore, avrà risposto il Tisbita). Elia rispose al comandante dei cinquanta uomini: "Se sono uomo di Dio, scenda il fuoco dal cielo e divori te e i tuoi cinquanta". (Elì, e sorridi ‘na vota tanto, ja’, lasciati andare, campa sereno) Scese un fuoco dal cielo e divorò quello con i suoi cinquanta (come non detto). Il re mandò da lui ancora un altro comandante con i suoi cinquanta uomini. (Acazia, e allora sì ‘na capatosta) Questi andò da lui e gli disse: "Uomo di Dio, il re ti ordina di scendere subito". (questa devo averla già sentita) Elia rispose: "Se sono uomo di Dio, scenda un fuoco dal cielo e divori te e i tuoi cinquanta". (ma chi li ha scritti questi dialoghi così vari?) Scese un fuoco dal cielo e divorò quello con i suoi cinquanta (e so’ cento che se n’è fumati). Il re (Acazia, no, non lo fare) mandò ancora un terzo comandante con i suoi cinquanta uomini (l’ha fatto). Questo terzo comandante di una cinquantina andò, si inginocchiò davanti ad Elia (comandante, prova a chiedere a Elia se ha da accendere) e supplicò: "Uomo di Dio, valgano qualche cosa ai tuoi occhi la mia vita e la vita di questi tuoi cinquanta servi (see, stai parlando con quello giusto, ne ha già fritti un centinaio e ci ha aperto un McDonald’s). Ecco è sceso il fuoco dal cielo e ha divorato i due altri comandanti (e non c’è il due senza il tre) con i loro cinquanta uomini. Ora la mia vita valga qualche cosa ai tuoi occhi". L`angelo del Signore disse a Elia: "Scendi con lui e non aver paura di lui" (ah, perché è quel mite di un Elia che dovrebbe aver paura, nevvero). Si alzò e scese con lui dal re (a scavalcare un centinaio di corpi carbonizzati ci sarà voluto il suo bel tempo) e gli disse: "Così dice il Signore: Poiché hai mandato messaggeri a consultare Baal-Zebub, dio di Accaron, come se in Israele ci fosse, fuori di me, un Dio da interrogare, per questo, dal letto, su cui sei salito, non scenderai, ma certamente morirai". (un patteggiamento? Un rito abbreviato? Un condono tombale? No, eh?) Difatti morì (e hai voglia, a forza di portare rogna), secondo la predizione fatta dal Signore (predizione, ma se è Lui che manovra i fili) per mezzo di Elia (noto menagramo) e al suo posto divenne re suo fratello Ioram (che fortuna, visti i precedenti), nell`anno secondo di Ioram figlio di Giòsafat, re di Giuda, perché egli non aveva figli (se no faceva bruciare anche quelli). Le altre gesta di Acazia, le sue azioni, sono descritte nel libro delle Cronache dei re di Israele. (Aca’, graziassai, ma questa mi basta e m’avanza pure. Niente di personale, eh. Gloria in excelsis ecc ecc)
Quando senti un rumore alle spalle, o è il Diavolo, oppure è Dio. Lo sa anche il ragazzo che ora risale lo stradone lungo il viadotto non finito, l’asfalto caldo a trattenere la gomma delle suole.
Vieni, ha detto il prete, vieni passando da dietro, dove la chiesa è ancora un cantiere.
Qui finisce la città e inizia niente. Carcasse d’auto, immondizie sui marciapiedi e vie senza nome.
Vieni, ha detto il prete, vieni e non dirlo a nessuno.
Il ragazzo lavora al salone di bellezza per cani, qualche quartiere più giù, dove la città esiste e le case hanno numero civico. Non va a scuola, non ci sono scuole intorno allo stradone e lungo il viadotto.
Quando senti un rumore alle spalle, o è il Diavolo, oppure è Dio. Ma adesso è solo un cane magro color di pioggia che segue il ragazzo, forse nel vento caldo sente l’odore degli altri cani che il ragazzo si porta sui vestiti.
Non va a scuola, il ragazzo, dovrebbe andarci, ha dodici anni solamente. La polizia del municipio lo ha cercato per portarlo in classe, una volta, ma le vie di qui non hanno nome, né numero le case.
Vieni, ha detto il prete, vieni, ti devo parlare ancora.
Il cane e il ragazzo lungo lo stradone hanno lo stesso sguardo arreso, lo stesso pensiero randagio e breve.
Sei il Diavolo, oppure Dio? chiede il ragazzo al cane, e ride cattivo mentre gli lancia una pietra ai fianchi magri. Il cane abbassa appena la testa, conosce la pietra e il bastone, conosce il ricordo che fa male, e anche il ragazzo lo conosce, il ragazzo lungo lo stradone, e il cane dietro.
Vieni, ha detto il prete, vieni, sei un ragazzo cattivo, devi farti perdonare.
Lo stradone è ampio e vuoto, non se ne vede la fine, non ha una fine, ha solo un centro infinito, e nel centro ci sono un ragazzo e un cane, e sterpaglia e caldo.
Il ragazzo lavora al salone di bellezza per cani, lì tutti i cani hanno un padrone, non come questo cane magro che abbassa appena la testa. Il ragazzo ci andrà dopo, al salone, adesso deve andare dal prete, non vorrebbe tornarci, non vuole tornarci più, ma è un ragazzo cattivo, deve farsi perdonare, e non dirlo a nessuno, e le vie di qui non hanno nome, né numero le case, e non c’è scuola, e non ha fine lo stradone.
Se senti un rumore alle spalle, dice il ragazzo al cane quando arrivano al retro della chiesa che è ancora un cantiere, o è il Diavolo, oppure è Dio, stai attento in ogni caso.
Il cane è tutto lingua, si accuccia al muro senza ombra e chiude gli occhi al sole che non si può guardare.
Qui finisce la città e ogni altra cosa, e non inizia niente. Carcasse d’auto, immondizie, ragazzi e cani.
La chiesa sul retro è un cantiere, il prete ha chiuso la porta a chiave quando il ragazzo è entrato.
Il sole si muove appena, il viadotto sullo sfondo è un orizzonte non finito.
Quando esce dalla chiesa, il ragazzo ha cocci di vetro negli occhi.
Il caldo, lo stradone vuoto, i pugni stretti, un ragazzo senza numero né nome.
Afferra una barra di metallo dal cantiere, alle spalle del cane magro che dorme al muro.
O è il Diavolo, oppure è Dio, grida in silenzio il ragazzo, mentre i cocci di vetro piovono via dagli occhi e la barra colpisce ancora e ancora la testa del cane.
La rete dei simboli. Per tutti coloro che, pur interessati al Litcamp, non sono iscritti alla relativa mailing list, segnalo costì la mia considerazione e proposta: dappoiché la scrittura in rete – la sua cura, l’attenzione, la responsabilità - ha sempre la connotazione del dono, del movimento verso l’altro, vorrei proporre un movimento piccolo e non originale. D’altro canto, trattasi di fatto simbolico, e il simbolo non chiede necessariamente l’originalità, ma la condivisione.
Io proporrei, per chi lo vuole, che i partecipanti al Litcamp portino un libro a loro scelta, che abbia un particolare significato (anche puramente estetico, perché no?), corredato di dedica ragionata e motivata al Lettore Anonimo che lo leggerà.
I libri verranno lasciati su un tavolo all’interno delle sale luogo del Litcamp, e potranno essere sfogliati dai partecipanti, letti e scelti.
Ognuno potrà portarsi a casa un libro, e una motivazione, e forse una qualche emozione.
(un book crossing, se volete, ma collettivo, contemporaneo e circoscritto)
Io porterò il già citato Per Olov Enquist, La biblioteca del Capitano Nemo (Giano).
Inoltre, Sdrucciola, coordinatrice di Bookcrossing Italy, propone una liberazione collettiva di libri che, motivata dal Litcamp, ne ecceda i confini geografici. Con tutti questi libri liberati e randagi, occorrerà affiggere cartelli con l’avvertenza Beware of book.
Neri per caso. Segnalo che Brodo Primordiale, storica presenza cogitans della blogosfera (se non c’eravate ai tempi delle magnifiche diatribe con Camillo e con Filippo Facci, peggio per voi), coopta alcuni autori esterni che affiancheranno il titolare nella redazione del blog. Scelta incauta e perigliosa, datosicché tra gli invitati figura anco il sottoscritto (che si è già prodotto in alcuni numeri da avanspettacolo, tra cui questo, se gradite il genere). A chi fa notare che l’operazione sembrerebbe una versione snob del Macchianera di Gianluca Neri, esso Brodo risponde sdegnato che non è vero per nulla. Insomma – dato anche il template dark inside del blog – Neri, (ma) per caso.
Acqua passata. Dice che è tornato l’inverno con pioggia, neve e gradine. State parlando della Patagonia, suppongo. Qui in terra sabauda si ostina infatti un sole nitido e crudo. Nemmeno più la soddisfazione di poter biascicare tra i denti un Piove, governo ladro d’antan. Non pare fuori luogo quindi ricordare che, se la Giornata Mondiale dell’Acqua è stata ieri, le iniziative sul risparmio idrico continuano, e la cosa riguarda tutti. (Data l’inversione climatica, sconsigliovi di prenotare le prossime vacanze estive al sud e presso le isole. Nella capitale sabauda, in zona Mirafiori, Reparto Presse, l’aria è salubre, i panorami vasti e i metalmeccanici cortesi e sempre ilari)
Ora, su questo punto lei è irremovibile: al mattino non s’esce finché la casa non è lustra e in ordine e con i letti rifatti. E sì che di mattina l’acqua è alla gola e il minuto contato e fuggitivo. S’han tre bambin piccini, sapete, e un lavoro. O meglio, i lavori sono due, uno ciascuno, si capisce. Però è lo stesso lavoro, per cui lo si potrà ben quantificare come uno.
- Andiamo, dico, che l’è ora.
- Aspetta che devo mettere in ordine, si sa mai che venga qualcuno a trovarci.
- Qualcuno?
- Eh, qualcuno, qualcuno.
- Ma chi deve venire a trovarci, noi ora s’esce e non si fa ritorno fino a sera. Chi deve venire, se noi non ci siamo? Al massimo verrà qualche topo d’appartamento. E se il ladro trova i letti dei bambini non fatti, cosa fa, chiama telefono azzurro per farci togliere la patria potestà? E se lo scassinatore trova nell’acquaio le tazze della colazione ancora da lavare, allerterà i NAS e l’Ufficio di Igiene?
- Scostati, che devo passare lo strofinaccio sulla mobilia, si sa mai che venga qualcuno. Intanto, controlla se i ragazzi si son lavati i denti.
I ragazzi sono il Piccolo, il Medio e il Grande. Li passo in rassegna.
- Piccolo, hai tu provveduto all’igiene ortodontica?
- Sissignore.
- Medio, hai tu provveduto eccetera?
- Sissignore.
- Grande, eccetera?
- No.
- No?
- No.
- Provvedi immantinente.
- E soprattutto, aggiunge lei, non lasciare in disordine il bagno, si sai mai che venga qualcuno.
Finalmente poi si parte. La prossima azione strategica consiste nel recapitare Piccolo all’asilo nido, Medio alla scuola materna e Grande a quella elementare. Le tre scuole, ovviamente, non hanno sede in zone geografiche limitrofe. La prima è a nord della città, la seconda a sud e la terza a est. Noi, tenetevelo per detto, abitiamo a ovest. Si avvia la vetturetta familiare e si romba in prima marcia per centocinquanta metri, fino al primo semaforo. Dietro, allineati e coperti, ci sono i due figli.
Come, due?
Piccolo c’è, Medio c’è. Manca il Grande. Sant’Ignazio di Loyola, ce lo siam scordati a casa. Si fa il giro dell’isolato a tutta velocità, sempre in prima marcia, e si risale tutti – tutti – a casa.
- Purché non abbia fatto disordine, dice lei.
Grande è ancora in bagno, lo spazzolino da denti in mano e la testa appoggiata al lavabo. Russa.
Lei rassetta il bagno, poi si ridiscende a ranghi completi e si inizia il periplo della città. Sempre in prima marcia.
Piccolo è depositato al volo nelle mani caritatevoli delle Suore Pie di Suor Pia di Sarpi.
Fuori Uno.
In rapida sequenza, agli altri punti cardinali si lancia ai rispettivi istituti il resto della discendenza. Poco dopo, il trillo del cellulare.
- Pronto, sono la maestra Tale, della scuola elementare. Qui c’è un ragazzino che afferma di essere suo figlio, ma non lo è.
- Come, non è mio figlio? chiedo, rivolgendomi a mia moglie. C’è qualcosa che devi confessarmi?
- No, no, interviene al telefono la maestra, intendevo dire che questo non è il solito figlio, il Grande. E’ un altro.
Sancta sanctorum, abbiamo sbagliato le consegne.
- E mi dica, si tratta del Piccolo o del Medio?
- E io che ne so?
- Guardi, non è difficile, lo osservi in viso. Ha l’espressione corrucciata oppure truce?
- Mah, truce, direi.
- Ah, allora è il Medio, va tutto bene, ce la può fare. Cosa prevede il programma ministeriale, oggi?
- Scienze. I roditori.
- Benissimo, sui roditori sa già tutto, nella casa di campagna della zia Santina ci son certe pantegane che lévati. Ci vediamo oggi pomeriggio.
Lo so bene che le vostre vite, tra le sette e le nove del mattino, si dipanano simili a codesto case history. Per sopravvivere a tutto ciò, il sistema c’è, e ve lo spieghiamo (altrimenti, che corso di sopravvivenza sarebbe?)
Basta eliminare la fascia oraria 7-9.
Cancellarla.
Ignorala.
Eliderla dagli orologi, dai cellulari, dalle agende elettroniche. Dimenticatevi di quelle due ore (e, in effetti: quali due ore?).
Rilassatevi, lasciate fare, lasciate passare.
Restate a letto, poltrite a casa, godetevi il tempo.
Nodo per nodo, la Rete dei Segni assume direzione e corpo. Sapendo già quando (sabato 12 maggio 2007), si conosce adesso anche il dove.
Il Litcamp sarà ospite del Circolo dei Lettori di Torino, che ha sede nel secentesco, splendido e decadente Palazzo Graneri della Roccia (via Bogino 9).
Avremo a disposizione tre sale, stucchi e affreschi compresi, in cui rincorrere idee, sfide, segni e sogni.
Un munifico sponsor (per ora misterioso) promette vini del Chianti e rhum cubano – il che ci appare molto, molto letterario.
Che si possa insegnare come scrivere un libro, non lo credo affatto. Ma se mi insegnassero invece come si fa, un libro, allora sì.
Se ci fosse un laboratorio teorico-pratico in cui condividere l’esperienza di chi lavora in Laterza, Fazi, Edizioni Estemporanee, Sironi, DeriveApprodi e altri ancora, e di chi ha pubblicato con Mursia, Newton & Compton, Fernandel eccetera; se mi insegnassero cosa significa, in concreto, fare l’editore (e, a mio gusto, l’editore di ipernicchia, uno che la carta la realizza a mano con pasta di cotone e polvere di gesso e zinco e cos’altro, e poi cuce le pagine con fili di rame), e come si legge un testo e come poi se ne cura l’editing, che è la chiave di volta di ogni pubblicazione; se esistesse un laboratorio di tale tempra, allora sì, io lo frequenterei.
La distanza me ne impedisce la frequenza? E allora rientro dalla porta sul retro, con un coup de théâtre: offro il mio corpo logoro alla scienza editoriale.
I Farlibrai che frequenteranno il laboratorio avranno modo di concordare con gli scrittori presenti al corso – tra cui, senza averne titolo, m’intrufolo per quel che attiene la scrittura in rete – alcuni oggetti narrativi, che dai malcapitati scriventi dovranno essere sviluppati ad hoc e riconsegnati ai Farlibrai; costoro ne cureranno poi editing, impaginazione, lettering, grafica e ancora elencando.
Ai capitolini interessati segnalo pertanto il laboratorio. Per chi chiama da fuori Roma, consiglio di restare all’erta, che qui s’ha intenzione di proporre in rete uno sviluppo parallelo e magari collettivo dei temi narrativi del corso. Stay tuned, come dicono quelli che parlano in bergamasco stretto.
Dai libri da fare, ai libri fatti. M’informa il cartografo folle Mario Bianco che una nuova casa editrice torinese, Le Nuove Muse, ha iniziato il proprio viaggio stampando il primo libro del catalogo: Da la Mecca a qui, di Al-Sadiq Al-Nayhum. Le Nuove Muse cercano, oltre confine, voci non note e non comode. Al-Sadiq Al-Nayhum è uno scrittore libico. Ora, alzi la mano chi di voi ha in casa anche un solo libro di un autore libico. Nemmeno una mano? Lo sapevo: siamo lettori monchi. Da oggi ci sono nuovi mondi, in libreria.
Caterina ascolta i silenzi che riempiono l’unica stanza, divisa in due da una coperta appesa alla corda di canapa.
Ascolta i suoni, Caterina, se anche non li sente; ma i suoni smuovono l’aria, stingono colori, premono il soffitto di assi e appannano il finestrino alto alle sue spalle. Non sente da quel giorno, Caterina, da quando la mina al campo è scoppiata a dieci passi appena.
Il brigadiere lucida l’ottone della bandoliera. La divisa gli è larga, adesso, dopo tre anni di dubbi e guerra. Sulle colline i ragazzi rossi e azzurri, qui in paese le voci tedesche. E lui, con la divisa troppo larga, la bandoliera lucida e i suoi dubbi, proprio nel mezzo.
L’ha sentito, Caterina, mentre era al tavolo a sbucciar patate.
Quel suono.
A metà del costone a nord del paese, oltre il Bormida e su verso Gottasecca, c’era la cascina, e il tetto era di pietre larghe di Langa.
Nel portico del fienile passava la notte la brigata che aveva sparato il giorno prima. Ragazzi di fuori, ché si andava sempre lontano da casa a far l’azione. Qualcuno aveva visto e parlato. Dalla piazza occupata del paese urlò per primo un pezzo pesante, e raffiche subito dopo. Il portico e la cascina erano di fiamma, una stella magnifica che gridava e si torceva.
I partigiani superstiti vennero rastrellati e spinti all’aia, dove già c’era il padrone di cascina e la famiglia al muro. I soldati con parole secche risero del brigadiere con la divisa troppo larga, arrivato a fiato corto arrampicando il costone e la guazza delle fangaie lasciate da questa fine dell’inverno. Lui si mise in mezzo a dire no, i padroni della cascina no, non sapevano, non c’entravano, perché allora sparare. Avrebbero potuto fucilarlo in mezzo agli altri, non avrebbe fatto differenza una bandoliera tra zappa e vanga. Voltarono le spalle, e li lasciarono.
I partigiani no, quelli li portarono al processo di paese.
Caterina lo sente, quel rumore, e guarda la madre all’altra parte del tavolo, le mani secche che sbucciano e tagliano, gli occhi bassi e le labbra che mormorano in continuo.
Il processo è stato breve e di condanna. Tra i ragazzi presi ce n’è uno i cui occhi l’ultimo inverno ha reso trasparenti. Il ragazzo ha ascoltato senza capire. Il brigadiere ha ascoltato senza capire. Poi il maggiore tedesco ha fatto un segno con il dito a taglio sulla gola, e allora hanno capito tutti.
La madre di Caterina ha un figlio su in montagna, è partito con il fucile, non sa di lui da mesi. E’ a quel figlio che mormora in continuo, stringendo tra i denti le parole perché non tradiscano. Ha pensato che forse lui era tra quelli presi, ma il brigadiere ha detto di no, son ragazzi di fuori, non visti prima. Tocca ad altri farsi il segno della croce.
Caterina esce sull’aia, e guarda verso il suono. In basso, dove la strada gira dietro al paese e piega verso il mulino vecchio, gli alberi hanno adesso fiori improvvisi che vede solo lei.
Il brigadiere guarda la strada dalla finestra della stanza. I ragazzi presi son legati in fila, i soldati li spingono al mulino e fino al muro del cimitero. Qualcuno dei ragazzi guarda l’alto, verso le finestre chiuse che assediano la strada. L’ultimo di fila si volta al brigadiere, e ha lo sguardo trasparente. Adesso il suono lo sentono tutti: nella piazza occupata, nella strada, nella caserma dei carabinieri, lungo il fiume, nella case sulla costa. Ogni altro respiro è sospeso all’ascolto.
Li portano a morire, e loro cantano, pensa il brigadiere, e tra le mani è pesante la bandoliera lucida.
Li portano a morire, e loro cantano, pensa la madre di Caterina, continuando a tagliare da un’ora la stessa buccia.
Caterina ascolta i suoni.
Caterina ascolta i rumori.
Caterina ascolta le voci e vede il suono di laggiù agitare rami e nuvole dietro il mulino, mentre sale un odore di fieno e di primavera breve.
(il nucleo di questa storia è autentico. Il brigadiere perderà la vita subito dopo la Liberazione, durante le operazioni di sminamento del paese)