URBI ET ORBI. Questo blog va contro ogni buonsenso. Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi. Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo. (P. O. Enquist, quasi)
lunedì, febbraio 26, 2007
Guadagnare con i blog è immorale
e io vi restituisco i soldi
(la cassa è in coda al pezzo, se avete in uggia il seguire le peste del ragionamento)
Un passo indietro: conviene intanto domandarsi se la scrittura sia un atto morale.
La risposta è ovviamente positiva. E’ morale ogni atto che incida sul nostro giudizio e percezione del mondo – meglio: ogni atto che concorra a costituire giudizio e percezione.
Le scritture edificano mondi, e questo è quanto.
Ulteriore passo indietro: nel 2005, durante un interessante scambio epistolare con Tiziano Scarpa in cui sostenevo che, in rete, alla singolarità dello scrittore si sovrappone la simultaneità plurale dell’Io, e che le scritture del web, rispondendo a istanze di urgenza e immediatezza, sono le più autentiche (non migliori; un’opera d’arte difficilmente è immediata e non rielaborata, ed è quindi artificiale), Scarpa mi rimproverò una visione ingenua della letteratura. L’appunto mi piacque oltre ogni modo. Viringenuus, in Roma, era l’uomo nato libero.
Una letteratura ingenua, e quindi nata libera. Sì.
Il contrario – per danzare ancora e con pericolo sul filo etimologico - della letteratura cattiva.
La scrittura in rete è allora morale e libera; occorrerà agire di conseguenza.
Vien fatto spesso di ricordare il concetto della scrittura sul web come dono. Anche questo attiene a una dimensione di moralità.
Ne traggo allora in breve la conclusione: se la scrittura della rete è un atto libero e morale che si sostanzia in dono, non può aver vincolo di denaro.
Non può essere motivo o veicolo di guadagno, seppur minimo.
Niente pubblicità a pagamento, sul blog.
Niente Paypal.
E niente royalties sulla scrittura del blog, se pubblicata con codice isbn.
E’ quindi deciso: restituisco agli acquirenti di Perse in partenza i soldi che mi sono derivati dalla commercializzazione della scrittura, e si fa sul serio.
Non il costo totale di copertina, ovviamente, che appartiene quasi per l’intero all’editore; ma la mia quota sì.
Dice: allora è solo un cifra simbolica. Ecco, il simbolico è l’aspetto più importante della mia decisione, vi sono grato per averlo notato. E poi, moltiplicando il simbolico per il numero delle copie finora non restituite, vien fuori una cifretta non da Finanziaria, d’accordo, ma nemmeno insipida.
Presentatevi dunque con una copia dell’incunabolo, o con il relativo scontrino fiscale, o con una foto che vi ritragga accanto al libello, o con testimonianza asseverata circa il vostro acquisto (le dichiarazioni di amanti, parenti e debitori non verranno prese in considerazione).
Se siete sabaudi, organizzare la consegna dei danari sarà facile; altrimenti potreste sempre venire alla Rete dei Segni, il Litcamp del maggio torinese.
La pecunia, che talvolta olet, l’ho già pronta in saccoccia.
Aveva raggomitolato in valigia a piene mani il contenuto uguale dei primi due cassetti, già lontana. Era tornata da sua madre con dodici paia di collant, e un intero corredo di biancheria. Ma niente camicie, o maglie, o gonne. Un solo paio di scarpe.
E due figli.
Adesso
Si deve amare l’oggetto del proprio odio, lo si deve desiderare sopra ogni cosa fino a che diventi l’unico pensiero, l’unico nutrimento, la sola via d’uscita.
Prima
Non ricordava quando era iniziato. Il silenzio. Le luci in tangenziale, al ritorno da una sera tra amici. Nessuna parola. Da quanto tempo era così. Da quanto erano lontani. Ripensò ai gesti, agli sguardi. Non si guardavano da un anno.
Adesso
Le mani si raggrumano attorno al volante. Mancano quindici minuti alle nove.
Prima
Una vita doppia, non far mostra di nulla. Lei non sapeva, o aveva voluto non capire. Ma la verità è sempre banale. Una telefonata a cui non avrebbe dovuto rispondere. La ricevuta di un motel.
Adesso
C’è un sole lento, oggi. La luce attraversa la strada da est a ovest, bassa.
Prima
La sua vita sventrata, scucita, vuotata, rubata via, a frammenti così minimi da rendere impossibile ricostruirla. Lui aveva colpa di tutto. Vent’anni insieme. Due figli. E poi.
Adesso
Ha gli occhiali da sole. Per non farsi vedere. Per non vedere.
Prima
Sei mesi. Ancora si svegliava ogni notte, a cercare con la mano il suo calore. Lo odiava. Lo amava.
Adesso
Controlla l’orologio. Mancano dieci minuti alle nove.
Prima
La donna era già vecchia quando lei era bambina appena. Ora di quel corpo restava un’ombra nella camera, e la voce.
Ti ho portato una ciocca dei miei capelli. E dei suoi.
Aveva ancora il pettine che usava lui, le era rimasto nella valigia illogica quando se n’era andata. La vecchia aveva ripiegato le brevi ciocche dentro due involti di carta gialla, legandone uno con un nastro rosso, e racchiudendo l’altro con un nastro blu.
Vieni domani. Ti dirò se tornerà da te.
La sera stessa la vecchia le aveva telefonato, e la voce era di sabbia.
Ho visto la tua morte. Fra tre giorni.
E’ impossibile. Ti sbagli. Ti sbagli.
Adesso
Lui è puntuale. Lo è sempre stato. L’unica certezza.
Prima
Sapeva che il corpo era vuoto, che dentro non c’era più niente, consumato tutto, masticato tutto, buttato via. La sua vita era già morta. E ora anche lei. Per colpa di lui. Di lui. Di lui.
Adesso
Allora tutto è alla fine. Lo ama. Lo odia. Lo porterà via con sé.
Alle nove lui esce di casa. Lei ingrana la marcia. Il cellulare della macchina suona. Accelera. Ancora. Ancora. Per un attimo il parabrezza si fa buio, coperto e infranto da un corpo che si spezza e viene gettato via. Come ha fatto lui con la sua vita. Voci. Gridano. Gente accorre. Arresta la macchina all’angolo della strada. Il cellulare suona ancora, preme il tasto del vivavoce, e la vecchia è nell’auto.
Avevi ragione, mi sbagliavo. Non era tua, la morte che ho visto. Ho invertito le ciocche dei capelli. Non era tua, la morte. La mia previsione era sbagliata.
Qualcuno bussa al finestrino. Il mondo fuori è a frammenti, spezzato in schegge dalla ragnatela del parabrezza.
Ritrovarsi sugli scaffali delle librerie esattamente tra Hawthorne, Hemingway e Hugo, mica cotica.
Tutto bene, ma: e la pecunia? I pìccioli? Le palanche?
Presto detto.
I più maliziosi tra voi avranno memoria di come avessi sconsigliato chiunque dal pubblicare su carta i contenuti del blog, operazione editorialmente incomprensibile e sciagurata, e poi avessi concesso alle stampe, contro voglia e buonsenso, il libello Perse in partenza. Ebbene, arrivò or ora il rendiconto della malefatta.
Nell’ottemestre maggio-dicembre 2006 sono state svendute numero 1584 copie dell’incunabolo. Siam qui per dirla tutta: 1.500 copie le ho acquistate io perché non si diffondesse la vergogna; dell’ottantina residua me ne lavo le mani, e sarà opera di feticisti.
La vendita ha fruttato – non a me – un totale di dracme 7.762. All’autore spetta il 6% delle copie vendute detratta l’Iva. Le Royalties così maturate ammontano a 447,78 sesterzi, cui però va dedotto un 20% di trattenute per rese future (eh, gran cosa la fiducia), e si scende così a 358,23 zecchini. Nella nota che dovrò compilare per riscuotere il conquibus (aggiungendo una marca da bollo da 1,80 fiorini) si fa cenno all’ulteriore ritenuta d’acconto del 20% sul 75% del totale.
Giuro che mi sono perso.
C’è un commercialista, in sala?
Ammesso che la cifra residua assommi a ducati 304 più centesimi (già vedo accalcarsi orde di questuanti, falsi compagni delle elementari a cui non avrei restituito i soldi del panino e rapaci consulenti finanziari di Mediolanum), restano da tirare le conclusioni del caso.
Il libello summentovato consta di 88 pagine di testo, tolto il resto. Vuol ciò dire che il blog vale, sul mercato, circa 3 scudi e mezzo a pagina.
O, se preferite, pesando esso manufatto approssimativamente grammi 90, ne deriva che la mia anima vien via per poco più di tre denari a grammo.
Orbene: poiché l'idea di un confronto orizzontale sulle Scritture in Rete, strutturato sulla base delle dinamiche di condivisione proprie del web, pare abbia senso e seguito, viene dunque confermato il progetto, che da oggi inizia a divenire realtà. La Rete dei Segni creerà legami e nodi da sciogliere.
Ricordo la pagina wiki per iscriversi senza impegno, e per suggerire argomenti su cui confrontarsi.
Per partecipare al Litcamp non occorre nulla se non capacità di sogno, curiosità di idee e volontà di mettersi in gioco (almeno una su tre, che diamine).
Adjornamentija: da oggi, la Rete dei Segni può contare sulla correità organizzativa di Vittorio Pasteris (you know who), già ideatore del precedente Turin Barcamp
Avvertenza: quanto segue nasce, in nucleo, come commento. Cancellato. Evolve poi come mail. Cancellata. Si definisce infine come post, e se leggete questa avvertenza significa che non l’ho cancellato. Meglio avrei fatto, perché parlare di cose su cui sarebbe consigliabile tacere va contro ogni buonsenso. Tuttavia – e questa, opera di uno scrittore svedese, sarà ora la frase posta a campeggiare qui nella colonna a destra, sebbene insista col ritenere che non possano esistere scrittori svedesi, soprattutto quelli le cui iniziali formano l’acronimo POE – andare contro ogni buonsenso è un buon modo per non arrendersi. Se avessimo più buon senso, ci arrenderemmo.
S’è ripetuto con insistenza: qui si hanno cari i pregiudizi. I miei, intendo. E non perché li ritenga necessariamente validi; possono non esserlo, e non me ne cale in eccesso. Il pregiudizio è il rilievo altimetrico di una cartografia cognitiva, è l’indicazione orografica di una mappa del pensiero, e serve a interpretare la topografia del quotidiano. Se anche la mappa concede una certa tolleranza all’errore, è comunque strumento utile al (dis)orientamento.
Tutto questo, e sarebbe bastato molto meno, per dire che non ritengo di dover giustificare il mio pregiudizio nei confronti di Giuseppe Genna. D’altro canto trattasi di un pregiudizio discreto e indipendente: vive per conto proprio, non chiede attenzione, ogni qualche anno si ripresenta a far mostra di sé e poi ritorna nel dimenticatoio. Come iersera, ad esempio. Entrato in casa mia, si è seduto in poltrona (e sì che in a casa di poltrone non ce ne sono), ha riempito la pipa con una generosa carica di Balkan Sobraine (virginia, macedoni, oriental, latakia) e ha sorriso.
Suppone il Genna, a gemmazione di un post di Babsi Jones sull’utilità/disutilità dei commenti nei blog, che qualcuno possa domandarsi perché egli prenda posizione sulla diatriba commenti chiusi o aperti solo ora, dopo che se ne discute da anni. Invero ne faccio confessione: l’interrogativo era lacerante, ma ora finalmente s’è dato colmo alla lacuna.
Ebbene, nel suo articolo Genna dimostra che la rete, lui, la conosce poco e nulla (il mio pregiudizio ringrazia). Leggerà, suppongo, due o tre blog (uno è il suo) e due o tre riviste online (quelle in cui scrive lui, ma anche questa è un’illazione) e crede che quella manciata di bit sia la blogosfera. E' un diritto e non gliene faccio una colpa: altre ne ha, e di più gravi.
L’esortazione che Genna pontifica è di chiudere i commenti, nient’altro di meno.
Esso Genna non sa che il commento, oltre a essere, occasionalmente, un superamento in qualità del post stesso – e suppongo sia per scansare questo pericolo che Genna, i commenti, lui proprio no - ne è comunque l’evoluzione.
La scrittura in rete non è mai definitiva, mai irrevocabile, ma continuamente resa viva dalla condivisione e dal contributo esterno.
Rispondere a una suggestione con un commento o con un post autonomo è scelta equivalente per sostanza, seppur differente per collocazione.
Il commento ha dignità.
Il commento risponde alla stessa necessità di immediatezza della scrittura che genera i post.
Il commento giustifica l’esistenza di un blog, che è anche un sistema di relazioni, di condivisione di contenuti e di confronto alla pari.
La presenza dei commenti permette lo scambio effettivo di ruolo tra chi scrive e chi legge, caratteristico della blogosfera e della sua scrittura. Comprendo che chi è legato a schemi tradizionali e istituzionali – la fruizione del libro ai tempi di Gutenberg – si trovi a mal partito, in una situazione dove il piedistallo viene rimosso.
Tuttavia, nel suo articolo Genna accenna anche a qualche considerazione non del tutto infondata. La cosa irrita, ma solo lievemente, il mio pregiudizio, ché qui tutto quel che si chiede è un po’ di coerenza nel proprio ruolo.
La rete, in effetti, subisce da qualche tempo un certo appiattimento generale. Se anche i commenti non appaiono sempre pregnanti, è perché c’è un rilassamento, una perdita di propulsività e di fame di parole.
Questo stesso blog, di recente, ha meritato a stento il 6 politico per la poca intenzione di innovarsi.
Perfino le querelles d’un tempo davano maggiore vitalità e movimento, e spostavano l’inerzia di un mare troppo tranquillo. Qui si tenta di apportare un contributo in tal senso.
(su un altro argomento non sconcordo con il suddetto: l’uso che Babsi fa del proprio blog è pienamente BitLit oriented, con uso di ipertestualità, immagini, filmati e link che sono parte integrante del testo. Si dirà: ma Ella è estimatrice del Genna, e la cosa va contro ogni buonsenso. Tuttavia, andare contro ogni buonsenso è un buon modo per non arrendersi, ma forse questo l’ho già scritto)
L’ultima scontenta di andarsene a quel modo era stata la Neta Mora, che fino all’ultimo aveva implorato tra i pochi denti il figlio e la nuora perché non la mettessero nella stessa bara di Maria Bestente, che se n’era andata all’ottobre di tre anni prima. Lo sapevano tutti, nel paese su a mezza costa, che Maria aveva stregato il marito della Neta, ai tempi del grano di tant’anni prima, e ora quest’affronto della bara.
Figlio e nuora avevano guardato basso, sul legno grigio del pavimento scolorito a liscivia. Era da almeno tre generazioni che in paese si usava una bara sola. La stessa per ogni funerale.
Le campagne non rendevano più niente dall’epoca della filossera, e molti giovani avevano maritato presto per andare alla città, abbandonando a gerbido i coltivi. Nessuna famiglia aveva i danari per comprare una bara nuova ai funerali dei vecchi, che venivano sepolti dentro certe casse di legnaccio tutte fessure e nodi.
Era stato il parroco d’allora, don Basilio, ad avere l’idea.
Dopo l’ultima vendemmia, quando il mosto aspro che non dava vino era stato venduto in città per tagliare le uve più di nome, il paese aveva fatto una colletta, ed era stata comprata una bara nuova. Legno buono, stagionato, non bello per via di qualche imperfezione, ma solido e ben piallato.
Così i funerali, da allora, non erano più stati da meno di quelli d’altre valli. La cassa faceva figura sul biroccio che scendeva in camposanto al bordofiume, e le famiglie potevano piangere i morti con orgogliosa soddisfazione. Terminato il servizio funebre, la bara veniva recuperata e tenuta da parte fino alla volta successiva.
Tra gli stessi assi chiodati avevano così raggiunto il camposanto, dopo e tra gli altri, il marito conteso della Neta Mora, e poi Maria Bestente, margara e lupa, e ora la stessa Neta.
Di tempo però ne era trascorso, e i viaggi al fiume erano stati molti. La bara, slavata da piogge e canicole d’anni, mostrava ammaccature e sgraffi abrasi via dal piano ruvido del carretto e da necrofori fatti incuranti dal tempo ghiaccio o dal sudore al torso. Un paio d’anni prima uno dei cavalli del birocciao, prima d’essere legato alla stanga, aveva scorticato con i denti un angolo del coperchio, riparato poi malamente a stucco. I chiodi erano stati ribattuti molte volte, ma il legno si era imbarcato per via di certi umori assorbiti a ogni viaggio.
La bara era sopravvissuta a metà paese, ma il viaggio della Neta Mora sarebbe stato ormai l’ultimo.
Fu don Savino, parroco dopo don Basilio e nipote di vescovo, esiliato in valle per certe burrasche di gioventù, a radunare ancora le famiglie del paese. Ognuno portò quei pochi risparmi, tintinnandoli dentro la cesta dell’offertorio.
La settimana dopo, il solito biroccio portò dalla città un involucro coperto di tela cerata. Tutto il paese si trovò in piazza per l’arrivo della bara nuova. L’evento, a memoria d’ogni vivo, era il più importante nella storia del paese.
Al passaggio del carretto, gli uomini lasciarono zappe e falci e piante da rincalzare, e presero a seguire la bara che declinava tra i campi, formando un corteo silenzioso con i cappelli in mano. Le donne lasciarono pani a lievitare e zuppe sul fuoco, asciugandosi braccia e mani nei grembiali di casa. Anche la privativa e la vineria serrarono per non perdere l’arrivo del corteo in piazza.
Don Savino levò con una veronica il telo che copriva la bara magnifica, di legno rosso mogano con venature che parevano fiamma.
Il primo a rompere l’aria, muovendosi dopo alcuni minuti di ammirazione immobile e silenziosa, fu il sindaco, che avvicinò la mano al legno a nome della comunità. Poi toccò la bara anche Cinto Beltrame, che dopo aver venduto il vitello aveva calato all’offertorio per la nuova bara un fazzoletto accoccato e gonfio di monete.
Prima tutti gli uomini e poi le donne sfilarono avanti al feretro per ammirarlo in silenzio e toccarlo con gesto lieve. Qualcuno si segnò, indeciso.
La bara nuova venne riparata dietro il piccolo altare della cappella, e ne sbucavano le estremità fiorite di venature a fiamma.
Le prediche della domenica non erano mai state così seguite e attese. La cappella era colma di gente vestita a festa che arrivava alla buona ora per assicurarsi un posto ai primi banchi e da lì ammirare la bara lucida.
Con la scusa di preservare un bene tanto prezioso, ogni giorno qualcuno si presentava con un po’ di cera d’api per allisciare a panno morbido il coperchio e le pareti della cassa.
Le beghine si fecero più assidue ancora e, con la scusa dell’età e della smemoratezza, tornavano a confessare per molti giorni peccati già passati in perdono, contrite e in ginocchio ma con lo sguardo dritto alla bara che attendeva sotto l’abside.
Presto però iniziarono pretese e rancori. Chi avrebbe avuto il diritto di usare per primo la bara nuova?
Cinto Beltrame rivendicava la cassa per la sua famiglia, perché per l’acquisto aveva versato tutti i soldi del vitello.
Tino Roverso rispondeva che non li aveva versati mica tutti, i denari della vendita, e poi cosa c’entrava, l’uomo più anziano del paese era adesso suo padre, per cui sarebbe stato onesto portare la bara in casa loro, nel granaio, per esser pronti al funerale.
Il parroco, durante un predica di tuono, stabilì che a inaugurare la bara nuova sarebbe stato il primo tra loro che fosse effettivamente morto con tutti i crismi, e che non c’erano precedenze da vantare se non quelle della Provvidenza.
In ogni famiglia i più giovani presero allora malanimo contro i propri vecchi, che lamentavano gelo alle ossa anche d’estate e non mangiavano che pochi cucchiai di latte e polenta, e tuttavia non si decidevano a morir per primi. Gli uomini, a ogni alba, prima di scendere agli orti facevano il giro del vicinato con la scusa di scambiare chiacchiera sulla semina, e domandavano poi della salute dei vecchi altrui, augurando a ciascuno di loro cento anni di vita, mentre i vicini ringraziavano sorridendo verde.
Non era nemmeno primavera, quando poi accadde.
La notizia viaggiò tra i campi e la costa a gradoni.
Cinto Beltrame buttò a terra il cappello, calpestandolo con rabbia mentre pensava ai soldi del vitello.
Tino Roverso svegliò suo padre che dormiva gracile sul pagliericcio, e avrebbe voluto gridargli in faccia, ma poi se ne andò sbattendo la porta e senza lasciare parola.
Il primo viaggio della bara nuova, in un mattino basso e umido, fu per don Savino.
A celebrare il rito venne in persona lo zio vescovo, con paramenti e pompa e un chierico che gli reggeva un ombrellino per la pioggia fine. Al camposanto, sotto gli occhi a fessura dell’Eminenza, nessuno si azzardò a recuperare la bara color mogano per riportarla in paese sul biroccio.
A ogni vangata di terra che ricopriva il feretro, le donne del paese lacrimavano via un addio al legno cupo e fiammato, e gli uomini spezzavano tra i denti i nomi di santi e di madonne.
Lo zio vescovo, colpito da tanta partecipazione, intonò un Miserere commosso e baritonale che galleggiò a lungo sotto le nubi basse a fondovalle.
un incontro, dove nessuno insegna e tutti condividono, sul tema delle scritture mostruose e libere e perturbanti della rete e collaterali. Primo lancio.
Imperocché il poeta obliquo, etilico e apostrofico Arsenio Bravuomo, a continuazione della serata letteraria di ieri, ha già abbozzato la sua idea, ivi la rilancio, ancorché implume (l’idea, non il poeta, che è invero ipertricotico).
Dice egli: “in puro spirito barcampiano (ovvero niente gerarchie), vorrei organizzare una bella giornatina di chiacchiere qui a torino, su letteratura e poesia, di carta e di bit, su distribuzione digitale e non, su copyright e creative commons, su scrittura vecchio stampo e scrittura mostruosa, e quant’altro”.
A qual punto è l’organizzazione del Barcamp, si domanderanno i più smaliziati tra voi.
Ancora il Bravuomo: “ora ci mancano una data, un luogo, un’organizzazione, una pagina sul wiki dei barcamp, una mailing list di discussione rapida, uno o nessuno o centomila sponsor, i partecipanti, i talk, gli argomenti, le cose. per intanto, io ci ho messo il pensiero. ché stanca anche il pensiero, chevvicredete? quindi, vado a brindare al mio pensiero.”
Io proporrei che la data venga scelta tra sabato 12 e domenica 13 maggio, in contemporanea alla Fiera Internazionale del Libro. Molti di voi saranno sabaudi, in quei giorni, nevvero. E quindi.
Il resto, a seguire. Un futuro magnifico ci aspetta: cerchiamo di non arrivare in ritardo come al solito.
appendice: per una definzione di Barcamp vedi, ad esempio, Vittorio Pasteris
appendice all'appendice: l'Arsenio ha disposto la pagina wiki per organizzare il barcamp. Se vi va, e senza impegno, ci si può segnalare come possibili partecipanti, o suggerire idee (cilccare sul tasto Edit in alto a sinstra. La successiva password è bastradi)
appendice a tutto il resto: si inizia anche qui e in progress una lista di persone interessate al progetto. Non preoccupatevi, mica avete firmato una cambiale.
Il settecentesco Palazzo Graneri della Roccia è la cornice aurea e decadente in cui si presenta al pigro pubblico taurinense il progetto Vibrisselibri. Dei due relatori non vibrisselibrai, nemmen uno calca il parquet vetusto e scricchiolante delle sale con affreschi affumati e stucchi consunti. Si recupera di volata, per integrare il tavolo, un conoscente glabro e vago* di Demetrio Paolin - e vatti a fidare, d’ora in poi, di giornalisti e docenti d’università.
Note salienti della serata
Giulio Mozzi parla con la erre blesa. Molto intellettuale. E si rimbocca compulsivamente le maniche del maglione. Cosa questo significhi, in chiave psicanalitica, lo sa Domine Iddio.
Demetrio Paolin vibriisselibraio è diverso dal Demetrio Paolin Until.Ed. Proprio fisicamente, dico. Nella seconda versione è il giovin scrittore faceto e seducente à la Baricco. Ier sera era più alto e compassato, e squadernava un volto da saggista. Misteri della letteratura mutante.
Nella sala attigua si svolgeva un contemporaneo incontro sulla musica lirica, sicché alcune affermazioni vibrissiche venivano sottolineate da possenti do di petto, o dalle note profonde di un basso, tanto che ci si aspettava ad ogni pezza l’entrata del valente Radames da una delle altissime porte a doppio battente.
Altro?
Poco.
In queste occasioni si finisce con il dire molto meno di quanto si potrebbe, e ben più di quel che si dovrebbe. La lunga prolusione mozziana (da cui il mio modesto suggerimento di modificare il nome Vibrisse in Prolisse) si concludeva con un inibente Le domande dopo, che ha condannato i volenterosi astanti a un destino silente.
Del saggio paolinesco s’è arrivati a parlare a quasi un’ora dall’inizio, quando la mia autonomia di presenzialismo era ormai sotto il livello di guardia. Spiace aver dovuto scricchiolar via, quando ho visto che la direzione presa dall’incontro si faceva quanto più ondivaga.
D’altro canto, probabilmente ognuno dei presenti avrebbe desiderato dalla serata cose diverse. Mozzi voleva parlare di tutto il catalogo presente e futuro di Vibrisselibri (ha lungamente raccontato un paio di trame), Paolin avrebbe voluto parlare del suo saggio, il relatore interinale e glabro voleva parlare del suo gruppo di lettura sugli anni ’70 (?), l’olimpico Mario Bianco voleva che si facessero i nomi dei colpevoli degli anni di piombo, il luciferino Arsenio Bravuomo agitava il pizzetto a torchon con palese disaccordo su tutto, mentre io avrei voluto parlare, semplicemente e in modo esplosivo, di scrittura in rete, e del fascino di tutto quello che l’editoria tradizionale considera fuori dall’ordine, fuori dalla norma, fuori dal sistema, e per questo mostruoso. Ma di questo argomento si potrebbe parlare nei modi e nelle condizioni suggeritemi sottobanco dallo stesso Bravuomo, che ha un progetto fascinoso; spero vorrà esporlo quanto prima.
E insomma, di carne a quarti di manzo ce n’era parecchia, ma non s’è arrostito a sufficienza.
Conclusioni
Una conseguenza però l’ha avuta, la serata proli-vibrissa.
Ho acquistato un libro.
Di carta.
Eh.
Prima di forzare i battenti del palazzo Granari, ho visitato una vicina libreria, acquistando un libro di un autore svedese. Ora, siamo del tutto sinceri: chi mai si mette a leggere autori svedesi? Epperò ho preso il libro di tal Pov Olov Enquist per alcuni particolari non significativi.
Intanto per il titolo, La biblioteca del Capitano Nemo. Un libro che, suppongo, parla di libri, è un ordine non resistibile.
Eppoi, l’edizione della Giano è bella assai, con una copertina ocra e ruvida d’antan, e la carta spessa e paglierina (son vittima dello charme-marketing, ammesso che esista).
Ma soprattutto, sul risvolto di copertina si legge così: “La cosa più bella per un uomo: vivere come un mostro, ai margini, ed essere la creatura che rende visibile la natura umana”.
Avrei voluto leggerla, questa frase, ai Vibrisselibrai.
*come da precisazione di Paolin nei commenti: "giorgio vasta, oltre ad essere una delle menti della Nazione (Indiana) è anche finissimo editor (per Bur...)"
Per alcuni di voi, la frase Vado al mare è un’intenzione che si traduce con il semplice attraversamento della strada dirimpetto. Per noi che bivacchiamo nell’entroterra del regno, invece, le conseguenze dell’azione sono 250 chilometri di nebbia a banchi, a grappoli, a fiocchi, a ciocchi, a monoliti e a bastioni.
Ma poi, il sole sulla Piazzetta, a scaldare ossa e schiena, con gli occhi socchiusi al controsole. Si gode allora d’una Portofino deserta e serrata per fine stagione.
Lo sciabordio lungo il molo, i riflessi prismatici di acqua e luci, e i gabbiani. Immagini la tua (im)possibile vita colà.
Svegliarsi con il blu negli occhi, e lo stridio dei gabbiani.
Passeggiare al pomeriggio tra palme e pitosfori, e lo stridio dei gabbiani.
Rifrangersi a sera nelle infinite luci dei paesini di costa, e lo stridio dei gabbiani.
Non si può farne a meno: ti alzi e fiondi un ciottolo contro la cricca di gabbiani appollaiati sulle barche alla fonda. E che avranno mai da stridere tutto il santo giorno?
Ci si bea così, nullafacenti, in ottima compagnia, tra terra e mare e cielo. Si calpestano l’orme di Truman Capote, che soggiornò a lungo nella casa sopra al ristorante Delfino (avrete presente), di Guy de Maupassant, che approdò qui nella baia con il suo veliero (hai capito, il Guy) e di Guglielmo Marconi, che condusse esperimenti di telegrafia a bordo del suo panfilo Elettra, qui alla fonda (un panfilo, mica un pedalò).
Poche altre persone, in Piazzetta. Giusto qualche franzoso in gita.
Per immedesimarti nell’atmosfera internazionale, consumi un congruo pasto a base di eggs and bacon. Undici euro, per informazione. Il tutto annaffiato da the inglese (vabbé, Twinings in bustina) e accompagnato da focaccia ligure, che se no i locali si offendono.
Anche il cameriere, come la cittadella, è fuori stagione, avendo con tutta evidenza superato di gran carriera i novanta. La mancia la riconosce subito, mentre i saluti no. Forse avresti dovuto salutarlo in turcomanno - sai, sempre per via dell’allure internazionale.
Tra i colori pastello o accesi delle case di mare, l’amenità della caletta, il sole, i gabbiani (altro ciottolo meritatamente fiondato), si dimenticano affanni e ansie della vita d’ogni dì.
Che pace.
Che silenzio.
Alle 15 o’ clock, i decibel di betoniere, martelli pneumatici, picconi e flessibili, che intonano un peana all’arte della ristrutturazione globale, riempiono il borgo di un’onda sonora d’urto che, è dato supporlo, avrà risvegliato anche il macilento cameriere rintanato ormai in qualche cantina.
L’unico vantaggio è che, almeno, ora i gabbiani non si sentono più.
Mercoledì 7 febbraio, nella ridente (e per qual motivo mai) cittadella sabauda, Giulio Mozzi, Demetrio Paolin et altri presenteranno VibrisseLibri e i primi due libri del relativo catalogo (Una tragedia negata, Paolin, e L’Organigramma, Comotti)
Dell’iniziativa siete edotti: Vibrisselibri è casa editrice virtuale che recupera in rete quanto di mostruoso, ovvero al di fuori dall’ordinario (dove l’ordine è quello delle logiche editoriali e mercatali), sia degno di visibilità e diffusione, superando le impossibilità dell’editoria tradizionale su carta. E fin qui, sia lode e sursum corda.
Epperò.
Vibrisselibri cerca, per i propri libri virtuali, editori cartacei disposti a far rientrare nell’ordine il mostruoso.
La carta non è il Male, sia dato atto. E tuttavia, i dubbi non son lontani.
Sostiene infatti VibrisseLibri – cito a memoria e non letteralmente – che il destino della scrittura sia su carta.
Poiché a me sembra un discorso, questo, di normalizzazione e di omologazione al sistema, mercoledì avrò qualche domanda da avanzare, ai prodi VibrisseLibrai.
(Mercoledì 7 febbraio 2007 – ore 18.30, Circolo dei lettori, Palazzo Graneri della Roccia, via Bogino 9. Intervengono Giulio Mozzi, Demetrio Paolin, Luca Rastello, Marco Revelli)
E la luce. A scaglie, gonfie di mattino e cielo aperto. Aprì gli occhi allo sguardo, senza ricordare. Nelle mani terra e sassi, lo stesso sapore che gl’insabbiava la bocca.
Si alzò ancora torpido che il giorno era appena indeciso sui lembi della ferrovia. I binari fluivano a scala verso qualche vita più a est. Si ripulì di polvere e notte, voltando verso casa.
Non era andato lontano, e rientrò prima che la via fosse viva. Lei non si era accorta, dormiva piano nella casa avvolta nell’umidore notturno ancora.
Non ricordava quasi nulla della vertigine, dei muri di casa d’improvviso pesanti e spessi, dell’aria che mancava, di quel bisogno di urlarsi via, lontano, adesso. Era uscito alla notte per camminare, o non avrebbe vissuto ancora.
Qualcosa però lo riportava ora indietro, lo riconsegnava a un ritorno, legato ma non già più intero. La sua ombra restava su quello sterrato, tra massicciata e ferrovia, a masticare terra e vento.
Durò per qualche giorno ancora, mentre lei lo osservava in trasparenza. Gli orari soliti, la camicia pulita, il rincasare quieto.
E’ quasi pronto, disse lei dalla cucina, e aveva comprato una retina di coquillages, e un profumo di oceano e distanze.
Lui appena in tempo guardò la data sul giornale che leggeva in attesa della tavola: 15 maggio 1883.
Gli oggetti presero a farsi liquidi per fluire sullo sfondo, sovrapposti e fusi contro tappezzerie e infissi e tetti e vie. Ora si sentiva fatto di sola controluce, e aprì la porta verso cammino e ferrovia.
I ricordi qui si fanno più omertosi, come sogni di sogni interrotti. Viaggiò su treni e navi, camminando mondi interi. A pezzi invece la sua vita, per essere in cambio tutto lontananza e domani.
Attraversò città dai nomi brevi e lunghi fiumi. Inseguì comete e mattini, radendosi con un coccio di bottiglia.
Ascoltò lingue diverse seduto all’ombra dei cortili, sapendo poi che ogni uomo parla ovunque una lingua sola e uguale, una lingua d’occhi e mani e di suoni dentro, e poi ancora in viaggio a percorrere confini, a scardinare notti, fingendo di non esser mai solo.
Di certo in tasca ritrovò pietre colorate, piume d’angelo, giorni e attese, mele acerbe, un cane che abbaia, il sudore dei campi, lenze da pesca, mani aperte, un sogno ricorrente e molti sguardi.
A ogni giorno, a ogni sole, una ruga nuova, e il cammino con respiro un po’ più breve.
Si avvicinò al termine del mondo a una città che sapeva di ruggine e lavanda, e a guardarla dalla ferrovia aveva corpo di donna addormentata .
Seguì per caso un ponte e poi una via, svoltando secondo le pendenze della strada.
La porta accostata aveva un taglio di luce lungo i bordi.
Arreso allora alla sedia e al peso di ogni ricordo che ritornava piano, sentì la voce dalla porta di cucina.
Adesso sì, adesso é pronto.
Fece a tempo appena a leggere la data sul giornale, 15 maggio 1893, prima che lo annebbiasse un profumo di mare e coquillages.
(per un riferimento nebuloso: ricordo vagamente di aver letto, anni fa, di una sindrome, osservata credo nel corso dell’800, che si manifestava nelle persone colpite come una pulsione incoercibile a partire improvvisamente e viaggiare senza posa, soprattutto a piedi. I soggetti venivano spesso ritrovati a giorni e miglia di distanza da casa, senza che sapessero spiegare quanto successo.
A completare il tutto, suggestioni lontane di canzoni e storie on the road)