URBI ET ORBI. Questo blog va contro ogni buonsenso. Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi. Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo. (P. O. Enquist, quasi)
mercoledì, novembre 29, 2006
Mezzo vuoto o mezzo pieno
(la vera storia del bicerìn)
Che siate i più inveterati tra i peccatori, è cosa certa, e senza dubbio a fronte delle tentazioni della gola capitolate volentieri. Sembrerà quindi che qui vi si accontenti, e invece si parla a latere di cultura. Noto in voi un’espressione dubbiosa. Oltre che peccatori, anche miscredenti (e presumo infedeli).
Torino, 1763. A pochi passi dal palazzo reale dei Savoia (quelli dei biscotti, suppongo), di fianco al santuario della Consolata, l’acquacedratario Dentis apre una minuscola piccola bottega per la mescita di prodotti coloniali come tè, caffè e cioccolata.
A inizio ottocento, il locale prende l’aspetto lillipuziano che conserva ancora oggi, con il parquet scricchiolante e le boiseries mielate.
Il successo del locale è dovuto alla bevanda da cui prenderà il nome: il bicerin (bicchierino, in lingua pedemontana), che è un’evoluzione della precedente bavareisa, bevanda alla moda fatta di caffè, cioccolato e crema di latte, mischiate con uno sciroppo (non è dato sapere se fosse indicato anche per la cura della pellagra e dello scorbuto).
Nella preparazione del bicerin scompare fortunatamente lo sciroppo, e i tre ingredienti vengono serviti a strati e non mischiati, a una temperatura prossima alla fusione nucleare.
La bevanda, servita in piccoli bicchieri, spopola presto in tutta la città, incontrando il gusto della nobiltà e della plebaglia, del cocchiere, della sartina, dei facitori dell’unità d’Italia, degli intellettuali squattrinati, del ministro sabaudo e delle cestaie.
Il bicerin costava tre soldi, ovvero 15 centesimi di Lira, e il prezzo venne mantenuto inalterato dalla metà dell’ottocento fino al 5 dicembre 1913 – poi dice l’inflazione - quando passò a 20. L’anno successivo all’aumento scoppiò la prima guerra mondiale, e non v’è chi non veda tra i due fatti una qualche correlazione.
Dumas padre (quello che non sapeva distinguere fra tre e quattro) in una lettera parlò del bicerin come di una delle cose da non perdere, a Torino. Silvio Pellico, prima di finire in gattabuia (forse per una questione di quattrini dati a strozzo, non ricordo) frequentava il locale, e Giacomo Puccini, che abitava in una soffitta a un tiro di cucchiaio dal Bicerin, lo impestava con le sue molte sigarette in barba alla legge Sirchia, mentre vergava pentagrammi.
Anche Nietzsche apprezzava la bevanda (del suo cavallo non si conosce invece l’opinione).
E poi Gozzano, Calvino, Soldati. Fino a Hemingway, che inserì il bicerin (la cui formula è ovviamente segreta e tramandata da due secoli, in specie per la cioccolata, preparata in casa) tra le cento cose del mondo che avrebbe salvato.
Poi dice che 'na tazzulella 'è cafè è facile come bere un bicchier d’acqua (ah, no, questa l’ho già detta)
Sul piazzale si rivelava al pubblico con odore di verza e nafta, tra costumi di scena ad asciugare sull'arpa dei tiranti tesi.
Poca colla sotto i manifesti, che il colore l’avevano perso già per altre strade, staccati poi ogni volta con cura dopo la breve permanenza e riattaccati a case e muri della data successiva, a promettere Il Più Grande Spettacolo Del Mondo.
Il tendone era difeso a rattoppi dalle brezze tese, e pareva vela issata in mari di periferia.
Il padrone del circo era inserviente in livrea rossa e venditore di gelati prima dello spettacolo; a luci spente e poi riaccese riappariva come lanciatore di coltelli in giaccotto uzbeko, giocoliere in camicia bianca, mangiafuoco di petto glabro. Era poi sempre lui a bordo pista, invisibile d’ombra, a toccare con la canna i garretti del cavallo che scartava intorno al domatore al centro dei riflettori, a tirar la coda da fuori le sbarre al leone riottoso, a reggere l’equilibrio al trampoliere per quel bicchiere in più che dà coraggio.
La moglie del padrone del circo era odalisca dalle cosce forti, incantatrice di serpenti dalle cosce forti, trapezista dalle cosce forti, e donna-tagliata-in-due nel numero di magia, in cui la metà inferiore del corpo restava nascosta in una cassa.
Fino alla stagione precedente era stata anche donna cannone, ma il suo diametro era ormai superiore a quello del pezzo d’artiglieria. L’uomo che dava fuoco alle polveri, del resto, era scappato con la contorsionista, e ora quando lei aveva clienti d’angiporto, lui sedeva fuori casa ad aspettare quieto.
A comandare ritmo alle attrazioni, la Grande Orchestra di otto strumenti. L’età aveva risparmiato invece solo cinque strumentisti che si alternavano ai fiati orfani, e mancava allora sempre qualcuna delle note in partitura, arrangiata dal direttore dell’orchestra in tonalità minori e grevi da quando un giocoliere pallido, svelto di mano e di cuore, aveva cambiato circo dieci anni prima almeno.
C’erano poi, aquile tra gli altri artisti, i Favolosi Fratelli Franček, dodici acrobati magiari di Ariano Irpino, clan all’ordine della madre e padrona, che la sera leggeva loro i fondi turchi del caffè come favola di notte buona.
I Favolosi Fratelli Franček saltavano abbracciati al paio sulla pedana a bilanciere, proiettando all’apice del tendone il Favoloso maggiore, Coriolano Franček, ghepardo e agile all’altra estremità della pedana.
Coriolano, quando si esibiva un tempo nei grandi circhi itineranti, riusciva ancora a piroettare a mezz’aria fino a cinque salti mortali indietro. Ora le giunture sollecitate dolevano, e i salti carpiati erano al massimo tre, sempre che nell’aria non ci fossero umidità e reuma. D’altro canto, il tendone del circo era troppo basso per salti maggiori, una quarta piroetta lo avrebbe schiantato contro la tela cerata del tetto, la quinta lo avrebbe sbalzato al cielo in deriva.
Lo spettacolo si apriva con la moglie del padrone del circo al trapezio, che nelle ultime stagioni cigolava basso per una carrucola con un sottile mal di ruggine. La mole a ogiva e le cosce forti sventagliavano radenti a pochi centimetri dalle teste del pubblico in orrore, come il Botafumeiro della cattedrale di Santiago de Compostela alla messa grande. Era un numero molto applaudito, quando terminava.
Quella sera il funambolo che giocava d’equilibrio con una bicicletta sul fil d’acciaio teso a quattro metri dalla pista aveva uno dei frequenti attacchi di vertigine, e il numero saltava.
I Favolosi Franček, per rimedio, avrebbero eseguito spettacolo doppio. Lo spettacolo doppio era eguale al semplice, solo che gli identici esercizi erano ripetuti a specchio, e Coriolano Franček, la seconda volta, piroettava i salti carpiandoli all’avanti, anziché indietro.
Forse fu per una posizione errata al bilanciere, o troppa foga, o un riflettore orientato contr’occhio, e Coriolano finì tra le poltronissime del settore D, con rotolar di sedie e di cappelli. Quando si riaccesero le luci dopo poco buio, un telone aveva ricoperto il settore D intero, e sotto qualcuno si agitava ancora.
Alla fine dello spettacolo, il florilegio e passerella di tutti gli artisti e le attrazioni. Al pubblico, in pista, erano sembrati cento; eran venti, ma tutti sorridenti.
Quella sera mancava Coriolano, a salutare, ma nella poca confusione nessuno lo notò.
(Non s’adontino lorsignori: per quel che pare, così noi siamo. Giocolieri di parola, equilibristi senza rete e senza scampo, prestigiatori di trucco pesante, domatori di domande feroci, funamboli sul filo del rasoio, intenti qui e altrove a recitare differenti identità per un pubblico non sempre pagante)
Tutto ha inizio qui, con la discussione intorno alla corretta preparazione del Marocchino (non fatevi ingannare: cacao in polvere, caffè espresso, crema di latte , ancora cacao in polvere: il tutto rigorosamente in bicchierino di vetro da punch. Alcune versioni apocrife chiedono che il bicchierino venga preventivamente spalmato di nutella. Trattasi evidentemente di un’aberrazione - cui occorre cedere, ogni tanto).
Dice poi il signor Ricambi Originali che a Roma i baristi mica han tempo da perdere con simili pretese; al massimo preparano un caffè macchiato e via.
Ma come, non han tempo da perdere?
La tazzina di caffè è un'esperienza collettiva e diacronica, è il momento ultimo di un percorso assai lungo, che inizia forse con un Imam yemenita (pur se la Coffea Arabica è originaria dell’Etiopia), e prosegue con la raccolta, la torrefazione, la miscela di qualità diverse per forza e acidità, e si fonde con la durezza dell’acqua utilizzata, con la temperatura di servizio, il tipo di zucchero e la capacità della macchina di erogare l’espresso (che scandalo: la macchina per l’espresso è invenzione meneghina, anziché partenopea).
Non parliamo poi del cacao necessario alla preparazione del Marocchino, perché allora occorre anche ricordare la bevanda cara agli dèi degli Incas, la conquista della foresta brasiliana a colpi di fucile da parte dei colonnelli fazendeiros e delle loro bande di sicari, João Guimarães Rosa e Gabriella garofano e cannella.
Alle corte: bere un caffè, o un Marocchino, non è esattamente facile come bere un bicchier d’acqua.
(nella prossima puntata, le meraviglie del Bicerin)
aggiornamento con il caffè mattutino d'oggi: il suddetto signor Ricambi Originali segnala questa raccolta di fotografie e video in bianco e nero sulla coltivazione del caffè, e sulle vite che ne derivano (foto e video di Sebastião Salgado, e pazienza se c'è lo sponsor di settore)
secondo caffè: diamine, anche Blulu segnala questo ricco esperimento fotografico sulle tazzulelle 'e cafè (deprivate di sponsor)
Come può un dolore tanto piccolo da stare per intero in una mano, condannare a un inferno simile?, pensò Jakov Mikailovijc, premendosi il palmo contro la guancia. Uno dei suoi, che nell’esercito era stato maniscalco, aveva proposto di risolvere il problema usando certi ferri del mestiere, prima che Jakov Mikailovijc lo cacciasse fuori dalla stanza a calci, e ora il gonfiore era più grosso di una noce. Se almeno si fosse trovato un po’ di laudano.
- Compagno commissario, un telegramma da Mosca!
Jakov Mikailovijc guardò appena la carta giallina del dispaccio.
- Non lo vedi che sono impegnato, Volodja? Portalo a Filip Isaievic, lui saprà regolarsi.
- L’ho già fatto, compagno commissario. E’ stato lui a mandarmi da te.
Jakov Mikailovijc si lamentò piano, toccandosi l’ascesso con la punta della lingua.
- E va bene, da’ qua.
Jakov Mikailovojc lesse le poche righe del telegramma. Avevano carta bianca, per quella faccenda. Dovevano sbrigarsela loro. Il commissario sospirò, avrebbe preferito un no o un sì netti, da Mosca. Dover decidere gli dava malessere. E quel gonfiore, poi.
- Volodja, chima gli altri. Anzi, prima cercami Piotr Lazarevic.
- E’ da stamattina che non si vede.
- Cerca in ogni casa di Ekaterinburg, trovalo e mandamelo qui.
Bezigue
Piotr Lazarevic infilava gli stivali, mentre Anna Stefanova si toglieva i fili di fieno rimasti intrecciati ai capelli biondi, lunghi di nove mesi. L’estate era densa, in città, e sul viale Libknecht, nel fienile dietro la casa di Ipatiev, scorreva ancora più lenta e torbida.
- Piotr Lazarevic, finalmente ti trovo. Jakov Mikailovijc ti manda a chiamare.
- Volodja, figlio di un qualche diavolo dei boschi, che cosa vuoi?
Il messaggero accennò con gli occhi alla ragazza. Piotr Lazarevic la sogguardò con un sorriso a mezzo. Non aveva immaginato che il suo dovere di sorveglianza avrebbe potuto essere così gradevole.
- Tornate in casa, Anna Stefanova. Verrò da voi questa sera, dopo che quei due si saranno coricati.
- Allora venite alle undici, vanno sempre a dormire presto. Prima giocano un po’ a bezigue, poi lei scrive qualche nota sul suo diario, e alle dieci e mezzo spengono il lume.
Lanotte
Avevano deciso in fretta. Bisognava risolversi a far tutto presto e senza clamori. Jakov Mikailovijc venne incaricato di dare la notizia, Piotr Lazarevic avrebbe fatto il resto. Arrivarono alla casa di Ipatiev verso mezzanotte.
- Svegliate tutti. C’è pericolo. Scenderemo nelle cantine.
- Ma perché, cosa succede? - domandò assonnato Nikolaj Aleksandrovic.
- Non fate domande, siete sotto la mia protezione. Portate Aleksandra Federovna e tutti i vostri da basso. E’ per la vostra sicurezza.
Gli scantinati erano male illuminati da una sola lampadina debole e sporca che pendeva da un gancio del soffitto. Prima di entrare, Piotr Lazarevic aveva trattenuto Jakov Mikailovijc per un braccio, parlandogli a voce bassa.
- Compagno commissario, anche Anna Stefanova?
- Tutti. Disponete le sedie.
Nikolaj Aleksandrovic e Aleksandra Federovna vennero fatti sedere al centro, gli altri a lato e poi dietro ancora. Sembravano pronti per una foto ricordo. Ma non c’era tempo per ricordare nulla.
In due minuti era compiuta ogni fine.
- Qualcuno vada a cercarmi del laudano - disse Jakov Mikailovijc premendosi la guancia.
Piotr Lazarevic, con la punta dello stivale, rigirò il corpo di Anna Stefanovna. Nulla aveva violato il viso, su cui si leggeva ancora l’ultimo luglio degli Urali.
[Nella notte tra il 16 e il 17 luglio 1918, Nikolaj Aleksandrovic Romanov, zar di tutte le Russie, e Aleksandra Federovna, la zarina, vengono giustiziati nella cantina di casa Ipatiev, a Ekaterinburg, dove erano stati tenuti prigionieri dall’aprile. Con loro muoiono i cinque figli, il medico di corte, un valletto, un cuoco, e la dama di compagnia Anna Stefanova Demidova, finita a colpi di baionetta.
Pare che Lenin fosse favorevole a far salva la vita dello zar, mentre per Trockij, per il fatto stesso che fosse un re, Nicola II doveva morire. Il Comitato Centrale di Mosca lascia il destino dei Romanov nelle mani del Soviet degli Urali. Filip Isaievic Gološcekin, Piotr Lazarevic Voikov e Jakov Mikailovijc Jurovsky, costituito un triumvirato a Ekaterinburg, decidono la soppressione della famiglia reale.
Il 16 luglio 1918 la zarina Aleksandra Federovna così aveva concluso l’ultima pagina del suo diario:
Ore 8, cena. Giocato a bezigue con N(icolaj). A letto alle 10 e mezza. 15 gradi.]
Dal vallone che dà verso mattino era scesa una stagione a cielo basso che già sfiorava i bricchi più lontani.
Ai primi giorni ognuno scantonava in piazza per questionarne la misura. Anche i più tenaci ora dovevano capitolare, ché non restava dubbio: a ogni giornata il cielo si abbassava un po’ di più.
Vedrete che presto si mangerà gli alberi al sopramonte, aveva previsto qualcuno. E il cielo si era mangiato gli alberi al sopramonte.
Toccherà anche ai gerbidi alti, avevano detto poi. E il cielo si era abbassato ancora, e i gerbidi erano scomparsi di azzurro.
Il prevosto aveva fatto recitare le novene nella sagrestia a monte del paese, ma subito dopo il cielo aveva cancellato la croce del campanile. La chiesa si era svuotata, allora, e ormai al confessionale ci veniva soltanto più la Neta, a inventare ogni giorno un peccato per essere finalmente punita.
Il medico condotto aveva stabilito che era opportuna invece la pratica di un salasso per far defluire gli umori che gonfiavano il cielo. Fece sparare infine verso l’alto tutte le doppiette del paese a bucare il ventre azzurro. Appena dimenticato l’odore della polvere da sparo, i pallettoni erano ricaduti giù interi come grandine a forare cappelli e bisacce, e tutti correvano al riparo con le mani sulla testa, bestemmiando il salasso, il medico e anche, a ogni buon conto, il prevosto.
Il cielo si era abbassato un po’ di più, e anche il condotto aveva perso quasi tutti i clienti. Lui e il prevosto si trovavano a sera a lagnarsi e a bere vin santo fino alle lacrime. Guardavano fuori dalla bifora della sagrestia, e macché, il cielo ero basso, e calava sempre più.
Ormai la gente usciva per strada a capo chino e schiena curva, per timore di sbattere la testa nell’azzurro che già raschiava i coppi delle case.
Lindo Boasso era lento, talmente lento che per fare qualunque cosa impiegava almeno il doppio del tempo necessario. Le sue uve maturavano a primavera, quando i tini degli altri già erano stati rilavati, e i prosciutti in cantina gli stagionavano al biennio. Era nato forse cinquant’anni prima, ma di anni non ne aveva compiuti che trenta finora, e malcontati. Eppure fu Lindo Boasso a ragionar per primo.
Occorre far qualcosa, disse al paese anche quel giorno in piazza a controllare la caduta del cielo. Ci vuole un rimedio. Io conosco chi e come. Se volete, mando. Ma ci vogliono quattrini.
Granai e cantine erano pieni, in paese, ma di consegnar danari a qualche sconosciuto, non si parlava. Tornarono tutti in silenzio alle case, piegando bene le ginocchia e togliendosi i cappelli
Il mattino dopo, alla prima luce, l’azzurro era a un metro da terra, e della gente non si vedevano che grembiali e pantaloni frusti, e ci si riconosceva ormai da quelli, o dalle scarpe con il tacco fesso, o dalla voce. Di casa uscivano solo più i ragazzini delle prime scuole, che correvano per vicoli sfiorando con le zazzere il cielo fresco di nuvola.
Ogni famiglia fece avere allora i danari a Lindo Boasso, perché mandasse.
Va bene, manderò, rispose, mentre a tentoni cercava per strada il figlio mezzano.
Va’, prendi la mia bicicletta e pedala dalla Lena di Gottasecca. Dille del cielo, e che ci mandi un rimedio.
Lindo Boasso consegnò un involto al figlio, annodato per le cocche.
Qui dentro ci sono i quattrini, dalli a lei.
Ma come, in bicicletta ci vogliono due ore per un viaggio e due per l’altro, ed è salita fin su al passo. Mandami allora in treno, protestò il ragazzo.
In treno no, non mi fido mica. Il treno striscia come un serpe. Ci si può fidare, di un serpe? Andrai in bicicletta, e tornerai subito indietro con il rimedio.
Il ragazzo scarrucolò giù per i ciottoli del paese, con i cielo che gli fischiava negli occhi facendoli umidi. A fondo del vallone non girò invece per Gottasecca e la salita, deviando in basso verso la stazione. Sciolse le cocche, e prese dal fagotto il necessario per il biglietto di andata e del ritorno. Calcolando poi il tempo risparmiato, entrò da un locandiere e fece festa con manzo e vino rosso. Il cielo era alto, alla stazione, e l’aria sapeva di voci lontane.
Quando arrivò infine dalla Lena, spiegò e rispiegò, rovesciando i quattrini rimasti sul tavolaccio di cucina. La vecchia contò le monete malcontenta.
Ti darò il rimedio, disse, per quel che mi hai portato.
Tutto qua? chiese Lindo Boasso a sera, di fronte al figlio che era tornato portando il rimedio nel fagotto.
Tutto qua, rispose il ragazzo, sparendo fuori nel blu cupo per non dover dire d’altro.
Speriamo che basti, pensò Lindo, grattandosi la nuca.
Molta gente venne a casa per vedere, strascinandosi carponi sui selciati a un dito appena dalla notte.
Restarono tutti lì, nella stanza grande, seduti intorno al rimedio che spuntava dal fagotto sopra il tavolo.
Il prevosto e il medico condotto non vennero, e fecero dire che rimanevano a piangere in sagrestia.
Fu una note di veglia e di semi di zucca, e di parole poche.
A mattino fatto, dalla casa di Lindo Boasso, dalla sagrestia, e da tutti cantoni, ognuno di loro guardò in fuori dalle finestre aperte.
(ora, non che è che possa fare tutto io. Al raccontino manca un explicit. In caso di generosa offerta, porrò i vostri contributi qui in calce. Ma presto, che il cielo mi par basso)
Ti darò il rimedio, disse, per quel che mi hai portato.
Lo condusse nel retro dove bollivano misericordiosi intingoli, producendosi in una danza del ventre che condannò defintivamente il cielo a schiantarsi. (Diamonds)
Lindo Boasso riversò a terra il contenuto del fagotto su un quadrato di terra appena zappato.
Erano 4 piume di gabbiano che Lena aveva dato al giovinetto. Erano solo 4, poche rispetto alla bisogna ma Lindo non si scoraggiò e bestemmiando fra i denti la genìa tutta della Lena, si abbassò ulteriormente per disporle sulla terra come punti cardinali. (Metallicafisica)
Il medico ed il prevosto, unici prigionieri del rugginoso proprio ad aver tentato l'esercizio di una disciplina svogliata che costringesse il loro sguardo ad una genuflessione, d'osservanza al proprio ruolo ed alle proprie convinzioni, avevano infine ceduto. Il prevosto di schianto per assenza di robusta fibra. Il medico condotto ricorrendo alle droghe morfinose prelevate di soppiatto dagli sportelli alti della farmacia.
Il medico dormiva morto, il prevosto invocava con gli occhi immersi nel cielo basso la redenzione.
L'opprimente marea lattiginosa iniziò a prender distanza dalla terra, dagli uomini fiduciosi, dai coppi umidi incrostati di licheni e muschi soffici per arrestarsi, spezzando la speranza, a metà del campanile.
Il figlio mediano di Lindo Boasso, che sapeva perchè quella materia non liberasse dal giogo l'abitato, cominciò a raccattare a manciate le bucce dei semi di zucca che punteggiavano pavimenti e selciati, ad ingoiarne con foga a migliaia. Troppe. Esalando faticosamente l'ultimo respiro compensò al sottratto, con quell'alito debole sospinse via cieli, nubi e foschie. Sorridendo. (Stellato)
C'era tutto il paese ad aspettare, ma non si vedevano che punte di scarpe, punte, punte, e suole di ritorno.
Lindo aprì il fagotto, dentro c'era uno scrigno di legno a forma di uovo.
Dall'uovo uscirono due farfalle, maschio e femmina.
Volarono per la stanza aprendo l'aria a colpi di leggerissime ali.
La folla sbirciava nei buchi già aperti e sospirava "oo-ooohhhh!"
Ma per quanto volassero due farfalle da sole non potevano far comparire il mondo.
Ci vollero molte primavere, inverni, la cova, i temporali estivi e le preghiere delle donne sgranate al vespro.
Le farfalle figliarono e si moltiplicarono al loro ritmo naturale e poi si sa, la vita di una farfalla dura un giorno.
I figli dei figli dei paesani e di Lindo rividero il mondo per intero, mentre i vecchi ancora raccontavano di quel cielo una volta sceso fino a terra. (Pispa)
Lindo doveva decidere e anche alla svelta, che il cielo oramai era di un basso, ma di un basso.
Prese un pentolone di coccio, cominciò a far bollire dei fagioli, quando furono lessati aggiunse due pomodorini del piennolo - venuti dal Vesuvio, che glieli mandava sempre una sua amica- un pò di sedano, del basilico, aglio, olio e sale. I paesani lo guardavano con aria di disapprovazione, pensando, ma guarda questo, il cielo sta cadendo e lui pensa a cucinare.
Preparò fagioli per tutto il paese, li servì lui personalmente, raccomandando a tutti di mangiarli.
Dopo che tutti ebbero mangiato, Lindo spiegò il suo piano
Era un pò a disagio ma per il bene del suo paese lo superò e spiegò il da farsi, quando i fagioli cominciavano a fare effetto sprigionando aria nelle pance dei suoi compaesani, questi si dovevano riunire e lanciarla verso il cielo. Il piano piacque, tutti si disposero in circolo e con le braghe abbassate decisero di sganciare al 3 di Lindo.
1-2 e...un momento Lindo, disse uno degli uomini radunati, ci potrebbe essere qualche controindicazione? Qualche pericolo?
Al massimo una scorreggia ci seppellirà, bofonchiò Lindo, continuando a ingurgitare fagioli. (Didolasplendida)
E poi di nuovo volsero lo sguardo all’interno.
C’era una gallinella, nell’involto. Una giovane, tenerella, che si guardava intorno come a cercar conforto, e di tanto in tanto beccheggiava i semi di zucca rimasti. Con un certo pudore, come sospettosa.
E con questa, che dobbiamo farci con questa?, chiesero gli uomini al Boasso.
Il Boasso scosse il capo e chiese al figlio: che t’ha detto la Lena?
Non m’ha detto nulla, rispondeva il ragazzino, con tono di nenia e colpa, non m’ha detto proprio nulla.
Il cielo continuava ad abbassarsi, l’alba era cupa e densa tra il fogliame e gli steccati.
Boasso guardò ancora una volta la gallinella.
Il figlio si scagliò fuori di casa, per vomitare in un angolo rabbia mista a residui di manzo e vino rosso e paura.
Non se ne avvide nessuno: il cielo ormai aveva ricoperto tutto. La gallinella starnazzò come in una risata e poi si udì un rumore secco di collo spezzato.
Due ore più in là, in un sole abbagliante, la Lena si pettinava le rade chiome bianche e sorrideva dei destini degli uomini. Illusi.
Cialtroni.
La Neta correva scarmigliata giù per il tratturo che portava alla masseria del Boasso, inseguita da un'alba precoce.
Ansava ed emetteva suoni che erano per metà parola e per metà singulto.
Chi riuscì ad udirle, raccontò che pareva invocasse la punizione per i suoi peccati direttamente dall'azzurro incombente che ormai tutto avvolgeva.
Dalle finestre aperte l'insostanza cerulea pervase ogni cosa, cancellando suoni, volti e cose. Solo rimase, svolto a metà sopra il tavolo di Lindo Boasso, un canovaccio.
Ricamate svogliatamente v'erano sopra alcune parole, o forse nomi, o forse un'invocazione antica e incompleta:
e nella luce bianco azzurra del mattino vide scagliarsi in cima alla montagna "UN UFO" nero pieno di luci. (Palommellarossa)
Sotto il cielo basso il fagotto di lino si mosse svolgendosi e rivelando alfine il suo contenuto, celato ai più fino ad allora. quanta fatica per sostenere un sogno e quanta lena per disfarlo, ma si sà i tempi erano maturi ed anche il tempo della sceneggiata era oramai morto..
.. un uovo..
c'era solo un uovo, bianco come alabastro..
..-Si porti al castel dell'ovo- disse uno più dotto degli altri, -che certo qualcosa accadrà!
Lo portarono come in una laica processione, lungo le strade e i vicoli della città, e come per magia ovunque passassero su tuttti i muri le strade le porte i cartelloni e tutte insomma le superfici visibili comparvero indelebili scritte colorsangue che dicevano, raccontavano, denunciavano senza pietà e risparmio, tutte le menzogne, gli abusi le oscure manovre dei palazzi del potere. E a nulla valsero i tentativi di cancellarle, che tornavano più grandi e nitide che mai a risvegliar coscienze, a denunciare e a chiedere giustizia... (Bestio)
Il cielo aveva concluso la sua lenta, ma inesorabile, discesa sulla terra.
Che ai troppi errori umani, e forse anche divini, non c'era più rimedio. (Giorgi)
Ti darò il rimedio,disse, per quel che mi hai portato.
Tutti volsero lo sguardo al fagotto.
Poi gli occhi si spostarono di faccia in faccia rivolgendosi mute domande, trattenendo, persino, il fiato, aspettando che Lindo Boasso compisse un gesto.
Quello che videro era un pezzo di carta lercio e arrotolato legato da uno spago.
Dentro, una matita blu.
Il foglio traboccava di lettere grandi, storte, tremule e declinanti verso il basso.
"prima che sia troppo tardi tendi con le mani quell'ultimo piccolo lembo di cielo e inizia a colorare tutt'attorno.
Ti si stancheranno le mani, la punta si spezzerà, temperala e continua.
Non fermarti.
Disegna le nuvole e la pioggia, il sole e le stelle, la luna, il vento, la nebbia e la neve.
Non dimenticare nulla.
Arriva fino alla fine, quando si sarà consumata tutta e i polpastrelli pure.
Allora avrai finito e quello, soltanto quello sarà il vostro cielo". (e.l.e.n.a.)
Tornarono poi a guardarsi tra loro e, con volti di domanda, verso il tavolo.
Sul fagotto aperto stavano ancora pochi oggetti: un sacchetto di juta, dei peli rossicci e frammenti di uno specchio rotto.
Lindo era in piedi, ché la stanchezza della notte insonne non l’aveva ancora colto, lento com’era. Ma non riusciva ancora a capire come il rimedio potesse funzionare. Ciò che è stato annodato dev’essere sciolto disse a un tratto una donna, questo è l’unico rimedio.
Il cerchio dev’essere chiuso.
E per dar valore alle proprie parole, uscì decisa verso il cielo, senza nascondersi o chinarsi, ma a braccia aperte.
Quando di lei restava appena un lampo di colore della gonna, strinse a sé le braccia in un cerchio silenzioso.
E un pezzetto di cielo, solo un poco, si aprì al suo abbraccio. (Riccionascosto)
Non era rimasto più nulla. Solo fazzoletti di terra su cui poggiavano le loro case, come in certi quadri surrealisti. Condannati a essere prigionieri, senza mai poter uscire.
Lindo tornò a guardare impotente il contenuto del fagotto: una goccia di vernice trasparente che era bastata appena per ridare colore e sostanza alle cose.
Qualcuno si buttò dabbasso, per sfuggire a una vita impossibile; uomini e donne si disperarono e qualcuno uscì fuori di senno.
In un angolo, il figliolo si pentì amaramente del proprio comportamento sconsiderato e, finalmente, pianse.
Da lontano, Lena vide, sentì, capì. Trasformò le sue lacrime in vernice magica. Ci mise qualche giorno.
Il settimo si riposò. (Katiuuuscia)
Molta gente venne a casa per vedere, strascinandosi carponi sui selciati a un dito appena dalla notte.
Restarono tutti lì, nella stanza grande, seduti intorno al rimedio che spuntava dal fagotto sopra il tavolo. Fu una note di veglia e di semi di zucca, e di parole poche.
Nessuno parlava, perché ognuno di loro cercava di immaginare cosa poteva essere quel benedetto rimedio infagottato sul tavolo. Naturalmente era qualcosa di diverso per ognuno di loro, in base al carattere, al modo di vedere il mondo, alla storia di ogni persona... il fabbro immaginava 4 piume, da disporre secondo i punti cardinali, perché da piccolo giocava sempre agli indiani.
Il chierichetto astronomo aveva frequentato troppo catechismo e immaginò un capro espiatorio che pagasse per tutti, naturalmente sorridendo. La bella del paese, donna romantica oltre ogni dire, immaginava 2 farfalle che svolazzavano liberando l'aere e, obbedendo al biblico comandamento, si moltiplicavano salvando il mondo. La locandiera, gran burlona, immaginava dei fagioli che mangiati producevano gas, condannando il mondo senza aria a vivere nei miasmi dell'inferno. L'innamorato deluso, d'altro canto, non si fidava della Lena in quanto donna e immaginava una burla atroce della stessa. L'ubriaco del paese immaginava parole senza senso scritte sul canovaccio del fagotto, inutili come la sua stessa esistenza e anche in questa tristissima occasione non mancò chi avanzava la tesi del complotto alieno. Come dimenticare la politica? il sindaco Peppone naturalmente immaginava un rimedio che dimostrasse finalmente come tutti i mali del mondo ma anche la sua salvezza dipendano dall'etica di chi lo governa. Il becchino invece scuoteva la testa, troppi errori aveva visto per poter sperare ancora in qualcosa di buono per il futuro. La maestrina elementare immaginava nel fagotto della Lena una stupefacente matita blu, in grado di correggere tutti gli errori del mondo...la fattucchiera accarezzava nervosamente un gatto nero nel suo grembo e immaginava un esoterico abbraccio parzialmente risolutore con il cielo stesso; la pittrice, animo nobile, immaginava una vernice trasparente che potesse prendere il posto dell'aria. La verità è che Lena, da lontano, vedeva e sentiva tutto e non si era mai divertita così tanto. Il suo mondo non era più composto da personaggi che lei inventava (che erano perciò così noiosamente prevedibili per lei) ma da persone vere e pensanti, che si erano riunite nella stanza di Lindo Boasso per disvelarsi un po'. Del resto il servizio meteo, proprio per l'indomani, aveva previsto una tramontana fresca e pulita. (LipsVago)
Io ti dico che poi il prevosto di nascosto tirandosi su la vesta se n'è andato di corsa su per la strada di San Sulpizio per andare alla casa mezza selvatica del guardiacaccia Cora Erminio.
Era agitato il prevosto perché gli avevano tolto la clientela fedele rivolgendosi a quella vecchia bagasciona di Gottasecca, o chi fosse lei, 'na stria,'na bruta masca. Perché invece il guardiacaccia Cora Erminio, lui sì che era un bravo cristiano, magari bietolone, però non superstizioso e pagante le decime alla Santa Romana Chiesa invece di tutti quei porconi avari e lucidi di grasso da far schifo, con le scarselle piene, gonfie e le femmine sghignazzanti e porche, loro.
Invece l'Erminio avea sposato santamente sua nipote, la povera Evelina, e ci avevano messo al mondo un bel figliolino dopo sei mesi, che si sa che era suo, il Ginetto, che ci somigliava tutto, magari anche nella chierica ma quello conta mica tanto, per dire, per il mondo eretico e malsano.
E così è andato là e tanto ha bracalato fuori dalla finestra che il disgraziato Erminio e sceso giù con le brache in mano e lui ci ha intimato l'ordine:
Adesso vai là con il revolver e la doppietta e ci pianti un bordello infernale (si fa per dire) e gli intimi scioglimento di adunata sediziosa, se no scomunica del papa e tutto il resto che viene, porcadiunavaccadellamiseria!!!
Allora quel cristo del Cora si è riassestato la mutanda, è corso in casa a prendere fucile e munizioni ed è volato giù come una saetta, che pareva che ci avesse gli alemanni al culo.
Insomma arrivato là alla casa del Boasso che già gli stava sul gozzo per via di roba di terre e eresie ha dato un calcio alla porta e ci ha fatto:
Alto là, criste, fermi tutti se no sparo che qui si fa una rivolta!!!
La gente si metteva le mani nei capelli al vedere quello scemo dalla nascita con 'sto calibro 12 in mano.
Poi si alza il Boasso padre che ci aveva un portamento da re e gli fa:
O te, o tu figlio di una cagna e di un prete, cosa cristo sei venuto a fare tra le persone civili, che qui ci si ingegna e studia per una rivoluzione climatica, mica come te che sei solo capace a prendertela in culo dal prevosto!!!
Allora il Cora, a sentire quelle parole schifose gli è venuto come un mancamento che è volato giù in terrà come un sasso, tutto slungato là che pareva un salame verminoso; al contempo pure la doppietta è andata sbatter contra la gamba del tavolo e ci ha fatto su due colpi verso il soffitto che è successo un finimondo generale e imperiale.
Imperiale perché: c'è la causa e l'effetto, cioè che sti due colpi ti hanno preso in pieno il lampadario a petrolio del Boasso, ci hanno scaturito fuoco e fiamme e ci han dato incendio al paglione di sopra del cognato Gino, ove ci teneva nascoste tre taniche di benzina dal tempo dell'ultima guerra, per paura della tessera annonaria e razionamento, con conseguenza di esplosione terrificante.
Fatto sta ed è che tutti sono scappati, meno il Cora Erminio che l'ha tirato per i piedi suo cugino Ferrero Ermete perchè non finisse così malamente.
Poi l'inferno del fuoco bestiale è tanto salito su che ci fu un calore così grosso e terribile che il cielo si spaventò e aveva paura di bruciare anche lui.
Allora per terrore di bruciarsi il culo, 'sto benedetto celeste cielo ha deciso di tirarsi su e di diventare un po' più grigio e di piovere un bel po', ma un po' tanto.
Così si è spento il più spaventoso incendio che mai uomo vedesse da quelle parti e a Erminio ci han dato una medaglia del cazzo, tanto per dire, poi, dopo un bel po', però. (MarioB)
I gemelli DiegoArmando e Ronaldo Miska, completamente strabici dalla nascita, sorseggiavano liquido bollente dal loro samovàr portatile, seduti sulla trave di un ponteggio al 24° piano, a Brno.
videro all'orizzonti monti e cime mai vedute prima.
qualcosa non andava dall'altra parte del cielo .
col muletto dotato di scala periscopica e sirena ambulante rossa, superarono la ex cortina di ferro ed entrarono in Italia.
raggiunsero il paese dove Lindo e i suoi conterranei guardavano straniti lo stupido fagottino sul tavolo, con tutto il cielo addosso.
allora montarono la scala periscopica allungandola al massimo, poi DiegoArmando che era il più basso, salì sulle spalle dell'altro.
prese due viti del 12 dalla tasca dei pantaloni e con lo svitavvita Krups piantò due bei tappi ad espansione in cima in cima, nel cielo, a cui appese il panorama correttamente.
di corsa, risalirono sul muletto, riattraversarono la ex cortina di ferro e, prima che il samovàr si freddasse del tutto, erano di nuovo seduti sulla trave al 24° piano.
"ora sì che va bene" esclamò Ronaldo sorridendo, e si guardarono soddisfatti nei 4 occhi strabici.
"robe da matti! si era stortato tutto il panorama"
"mi pareva!" rispose DiegoArmando.
un attimo dopo suonò la sirena del cantiere.
erano già le 18, a Brno.
(Pispa)
Cammina strade ad angolo con la notte stretta ancora in mezzo ai denti.
Non è vero che sia poi così ferma e piena: la conduce allora lui, la notte, a fondo di ogni vicolo, oltre l’ultimo cantone e fino ai campi, a tenderne le possibilità appese tra i piloni del viadotto.
Senza lui si fermerebbe tutta qui, la notte, serrata dentro pugni chiusi, tra briciole dimenticate in tasca, concentrata e secca e di scorza dura.
Riavvolge allora i giri di ogni oscurità al cambio d’ora, fino a quando alle sue spalle il cielo inizia a inacidire di un bianco nuovo.
Fino a quel momento definitivo, spinge la bicicletta vecchia e senza un freno a ridisegnare i contorni di questa parte di periferia, la Città di mezzo, e il suo lavoro sarà condurla all’indomani del buio.
E’ un luogo minimo, la Città di mezzo, che si vive e non si vede, raccontata da tradimenti e vite molto prima che dai selciati. La ricompone lui a ogni notte colmandone il perimetro, chiamando il nome delle cose perdute durante l’inganno chiaro del giorno.
Passa per strada sfiorando corpi addormentati al di là dei muri, così vicini che basterebbe allungare la mano per toccarne i sogni umidi e i respiri che filtrano da infissi e crepe. Per non cedere ai sogni tiene stretto il manubrio della bici, si àncora a pedali e sella per non volare sopra tetti e strade e vite, si lega alla luce orizzontale e pubblica per sospingere la notte intorno agli angoli della Città di mezzo, che è un luogo mobile e concreto.
Si calca poi il cappello con visiera e alliscia la divisa vecchia da metronotte, e ricomincia a tessere un’altra volta il mondo.
Ha una famiglia a casa che non vede quasi mai, ne conosce solo le prime voci che trova al suo rientro, e i sogni che iniziano quando esce a sera. La Città di mezzo è un luogo necessario, e lui non può negarsi a quel dovere.
Nelle strade dove distende il buio non c’è quasi nessuno, qualche ladro e tagliagole appena che esce per lavoro, e lo saluta togliendosi il cappello. Anche loro sanno la notte, e hanno famiglie che vedono a stento.
Con il metronotte scambiano sigarette e parole per passare di traverso al freddo che ancora manca a domani. Si conoscono da anni, ognuno serve un mestiere e un dio, ma non qui, che la Città di mezzo è luogo di confini dichiarati e illesi, dove tutto accade subito prima o appena dopo.
Ma all’uomo piegato contro la saracinesca chiusa tocca una spalla ora il metronotte.
Lo sguardo che si volta è sconosciuto e cieco.
Non sa la Città di mezzo, dove tutto trova improvvisamente fine.
La lama apre un varco senza tregua nella divisa e nella vita color stoffa.
Ha la notte stretta ancora in mezzo ai denti, quando cede in avanti a raschiare il selciato con il viso.
Mentre cade, si strappa in alto un angolo di buio ed entra, a un’ora sorpresa, il chiarore appena umido del giorno.
Autunno è il luogo del Doppio, dove esauriscono ancora le certezze d’estate e già s’arrischiano i primi inganni d’inverno.
L’Esercito Furioso e i Benandanti consumano guerre perché vinca questo mondo o quell’altro.
E quell’ora in più, tra legale e solare, la venticinquesima ora dove il mondo accade due volte.
Nel breve Doppiomondo dell’ora in più, ognuno ha il suo Doppio di fronte. I nostri Altri sciamano sul Lungofiume, ingorgano gli acciottolati delle piazze, affollano i tavolini dei caffé all’aperto.
Non è raro, allora, dover attendere anche un paio d’ore per un aperitivo, o per un sì sussurrato piano.
Nel Doppiomondo tutto ritorna in gioco, e si ha possibilità di ripetere ancora lo stesso errore, o di tentare daccapo un amore impossibile.
C’è un gran vociare, nelle strade gremite del Doppiomondo, e la strana sensazione di averle già sentite tutte almeno una volta, quelle parole.
Al consumarsi della venticinquesima ora, il Doppiomondo non scompare – che non è sogno, ma realtà, e ci resta appresso, così vicino che è impossibile raggiungerlo (per raggiungere qualunque cosa occorre allora che esista una differenza, una distanza minima da colmare).
E’ un peccato di nostalgija, perdere così di vista il proprio Altro e Doppio.
A unica consolazione, migliora sensibilmente la questione del parcheggio sotto casa.
C’era una gallinella, nell’involto. Una giovane, tenerella, che si guardava intorno come a cercar conforto, e di tanto in tanto beccheggiava i semi di zucca rimasti. Con un certo pudore, come sospettosa.
E con questa, che dobbiamo farci con questa?, chiesero gli uomini al Boasso.
Il Boasso scosse il capo e chiese al figlio: che t’ha detto la Lena?
Non m’ha detto nulla, rispondeva il ragazzino, con tono di nenia e colpa, non m’ha detto proprio nulla.
Il cielo continuava ad abbassarsi, l’alba era cupa e densa tra il fogliame e gli steccati.
Boasso guardò ancora una volta la gallinella.
Il figlio si scagliò fuori di casa, per vomitare in un angolo rabbia mista a residui di manzo e vino rosso e paura.
Non se ne avvide nessuno: il cielo ormai aveva ricoperto tutto. La gallinella starnazzò come in una risata e poi si udì un rumore secco di collo spezzato.
Due ore più in là, in un sole abbagliante, la Lena si pettinava le rade chiome bianche e sorrideva dei destini degli uomini. Illusi.
Cialtroni.