URBI ET ORBI. Questo blog va contro ogni buonsenso. Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi. Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo. (P. O. Enquist, quasi)
giovedì, settembre 28, 2006
Il giro del mondo in 80 link
Qui si lavora indefessi, sotto l’onda e ben mimetici, a partire da quel dì.
Ricordate: in ogni angolo del mondo ci sono storie, vere o presunte, che vogliono raccontarsi, e chiedono attenzione.
L’esperienza è esaltante, ed è il vero senso della rete: di link in link, abbiamo già fatto più volte il giro del mondo.
E voialtri, Gentildonne e Valentuomini, se posso, di grazia, timidamente dimandare: cosa diavolo state aspettando? C’è l’intero web da setacciare.
Leggete perfettamente l’hindi/urdu? Sgranocchiate con nonchalance il mandarino? Lo swahili lo fischiate durante il vostro jogging intorno al salotto di casa? Ebbene, individuate blog o riviste online interessanti, e segnalatecele.
Ma se anche leggete solo l’inglese, ricordatevi che non lo parlano solamente gli anglo-americani. C’è l’Africa, ci sono tutti quei Paesi la cui lingua è tanto ostica da indurre i blogger a scrivere in lingua franca. Lo stesso è per il francese.
Il lavoro da fare è molto, il tempo poco. Fatevi coraggio, o verrò personalmente a suonare il vostro citofono alle due di notte (ora indicatissima per navigare nel worldwideweb).
Un mistero, io credo, non è tanto una cosa di cui non si conosca la chiave.
Il mistero è qualcosa che c’è, ma non si vede. Non ci si accorge della sua presenza in mezzo a noi.
Saperlo vedere è sciogliere il mistero.
Provo a lasciare qualche impressione sul racconto precedente. Non pretendo sia questa l’interpretazione autentica, perché io ne so quanto voi.
Si dice che nel finale del racconto sono scomparse le donne e il loro mondo parallelo. Forse non è così.
Si legga il Finale Primo (un bell’ossimoro, nevvero). Chi è che avvelena il vino, e proprio quello bevuto dai congiurati? Per alcuni, è stato il vedovo Reviglio. Può anche darsi, ma qualcosa sfugge.
Intanto, le donne-Masche hanno giurato che, se gli uomini sparigliavano il mondo, loro avrebbero pareggiato, e nello stesso senso va lo specchio che riflette la colpa e i colpevoli (lo specchio raddoppia, cattura le anime e, dovreste saperlo, è porta di altri mondi e del mistero – appunto).
Inoltre, c’è quella fugace apparizione-segno della volpe creduta donna, o della donna creduta volpe. Saper farsi animale era dote delle Masche, di chiara derivazione sciamanica.
Altra sapienza che apparteneva loro era l’arte di utilizzare erbe officinali. E funghi, naturalmente.
Le donne ci sono, io credo; solo, non si vedono – ed è mistero.
E poi, chi ha mai viso appellare un uomo come vedovo Taldeitali? Di una donna, si può dire che è la vedova Reviglio, intendendo che è la moglie del defunto signor Reviglio. Ma qui si insiste ritmicamente sulla cadenza vedovo Reviglio.
Chi è costui? Qual è la sua identità, la sua sostanza? In quale rapporto sono, le donne-Masche, con questo uomo/donna/mezzodìo? Sono vittime, sacerdotesse, mandanti? Esitono loro, e non il vedovo, o il vedovo e non, invece, loro?
Mistero.
Diverso è il Finale Secondo.
Viene detto all’inizio del racconto: Credere bisogna pur credere. Gli uomini hanno necessità di credere, sia pure in qualcosa di sbagliato e impossibile.
Credere (a) un mondo è ciò che lo fa esistere.
Nel finale, il patto viene rotto. Gli uomini non credono più, e nemmeno il mezzodìo crede più in loro. Il mondo, allora, non può che svanire. Anzi, non è mai esistito, retroattivamente.
In effetti, la frase finale del racconto doveva proprio essere Questa storia non è esistita mai, e intendevo cancellare materialmente i post dopo la loro lettura. Non è detto che non lo faccia.
Poi, ha ragione chi dice che tutto avviene la terza volta, che c’è dell’altro – è il mistero, e io non lo conosco.
C’è sempre dell’altro, c’è sempre una volta costantemente prossima.
Per questo bisogna esserci: per poterla raccontare.
(storia quotidiana in tre atti, due finali e un mistero)
Finale secondo
In cresta alla grangia, il lento lavoro delle stelle che filtrano oro accenna a farsi luce sull’uscio della casa, ma si sofferma, rabbrividisce, rallenta e lì resta, rischiarando di un niente l’interno della stanza.
- Ménico Reviglio, vien fuori – intima il podestà, ma piano, come l’avesse pensato solamente.
I tre uomini accompagnano la poca luce entrando appena nella casa scura. La stanza è vuota, eppure è ingombra di voci in attesa, di occhi animali, di notti e di fuochi. E infine c’e, nella penombra, un profilo ostinato, ottuso. E’ il vedovo Reviglio, oppure un albero di noce, o il prossimo autunno.
- Ménico Reviglio – graffia con la voce il farmacista - noi non ti crediamo. Non crediamo più in te.
L’ombra spessa si fa forte del silenzio e degli sguardi di nebbia degli uomini. E’ di questo che vive. Poi, ma forse è solo immaginazione, si srotola nell'aria un respiro di polvere, o un sorriso, ma doloroso e lento, lontano già come un ricordo.
Poi, più nulla.
Soltanto, i muri della casa sembrano ora meno spessi, e la notte più disperata.
- Andiamo, è finita. E’ vinto – constata il farmacista.
- Solo questo? Nient’altro? – dubita ancora l’oste.
- Solo questo. Nient’altro.
Ora, fuori dalla casa e sul sentiero, c’è un mondo intero a ritroso, e quel che era l’andata ora è il cammino del ritorno. L’aria è trasparente e del tutto buia, come se intorno non ci fosse nulla. Appena qualche pinastro in costa, ma già indeciso e opaco, come se una malattia, o la dimenticanza, avesse mangiato via le radici.
Gli uomini a metà sentiero si voltano indietro. La casa sulla grangia non si vede già più , rientrata nella notte, o nella terra.
Giù da basso, in fondo alla conca, Paroldo era e non è più, con i tetti bassi di pietra grigia, le strade in salita, l’odore del pane la mattina presto. Scomparsi sullo sfondo i sogni e le cambiali, i litigi e le fienagioni. Una notizia che doveva arrivare domani non è mai esistita, quel viaggio nessuno lo farà.
Dei tre uomini si sente ancora il passo a discendere la sterpaia sul sentiero che ora si riconosce a stento.
Tra poco svolteranno dallo sperone che ancora li nasconde, le loro scarpe smuovono radici e polvere, sono vicini ormai, ancora un passo, uno sfrondar di rami, ma quando devono svoltare oltre la roccia e comparire, la notte restituisce silenzio al silenzio, e poche stelle, e nessuno che sia mai stato su quelle colline.
(storia quotidiana in tre atti, due finali e un mistero)
Finale primo
E’ tutto un silenzio, tutto un rumore lontano di costellazioni. Viene gridato un nome ma scompare subito nel buio, mai pronunciato.
La casa è immobile; sono le ombre d’uomo a tentarne i confini. La porta è accostata appena, basta nulla a far ruotare i cardini. Se al di fuori c’è qualche po’ di luna, nessuna luce entra nella casa, che emana buio denso e odor di stalla.
- Ménico Reviglio, vien fuori! – grida il farmacista. La voce è risucchiata ancora dai muri spessi, e fatta silenzio. Il podestà arma il moschetto per sentire un suono che non sia solo quello dei pensieri.
- Forse è scappato, sentendoci arrivare. Andiamocene anche noi – insinua l’oste.
- No, è qui, lo sento da questo odore di selvatico. Se si è nascosto, lo staneremo. Se cerca il buio, gli daremo luce. Andate a prendere dei rami secchi.
Ombre sul nero, gli uomini tornano dalla notte con bracciate di sterpi e ramaglie, con cui riempiono la stanza.
- Date fuoco.
L’aria secca aspira subito all’alto la fiamma, facendole scorticare le travi del soffitto. Le poche cose dentro - un tavolo, una panca, - schioccano voci e digrignano volti.
- Là, sono tanti! – grida l’oste, puntando dito e occhi. Tra la fiamma ora calda si muovono confuse figure d’uomo. Il podestà implora il moschetto, che esplode un tuono e manda in frantumi le figure dinanzi a loro.
- Uno specchio. Era uno specchio. Eravamo noi – ammette l’oste.
- Sta bruciando tutto. Fuori di qui, presto.
E’ ancora notte. La casa della grangia è un piccolo sole notturno che sibila tizzoni e furia. Dopo molto correre, i tre uomini si fermano a mezza costa, appena oltre lo sperone.
E’ fatta. E’ finita.
- Sì, ma nello specchio c’eravamo noi – ricorda l’oste
- E allora? – riprende incerto il podestà.
- E allora, quello che accade nello specchio, accade nel vero.
- Sciocchezze – risponde il farmacista, ma la voce è sabbiosa, sa di greto di torrente. L’oste cava dal tascapane la bottiglia a mezzo, e ognuno tira un sorso forte e amaro. Il resto del cammino fin giù alla conca di Paroldo è masticato tra pensieri scuri. Eppure il paese è ancora là, solo più languido, e le loro case, e l’unica luce illumina la piazza. Nessun incendio, nessun colpo di moschetto. Nulla.
Sulle selci della via, d’improvviso un’ombra scontornata, che pare donna e invece poi è fulva e volpe, un movimento appena dietro il cantone in cerca di facile pollaio.
- Ve lo dicevo. Tutte superstizioni. Non ci succederà niente.
Il farmacista bussa senza più nascondersi alla porta bassa della canonica, dove qualcuno aspetta.
Il prevosto apre con lentezza e fa entrare i tre uomini.
- Allora?
- Allora è a posto. Sistemato.
- Con la volontà di Dio.
Un’allegria finalmente liberata e tesa tonifica le voci.
- Tutto quel fuoco mi ha asciugato la bocca - dice roco il podestà.
L’oste schiocca via il turacciolo dalla bottiglia, che ormai ha solo più fondo. Anche il prete beve una golata vuotando il vetro, ché questa notte è da brindare e da dimenticare.
- Prete, prendi un’altra bottiglia, che dobbiamo lavarci bene la gola. E che il vino sia migliore di quello bevuto adesso.
Il prevosto allora scende nel grottino sotto casa, seguito dagli altri che camminano ormai insieme come una muta.
Prende al collo la bottiglia nuova. Subito accanto, c’è il posto lasciato vuoto dalla bottiglia bevuta prima. In quel vuoto, qualcosa che prima non c’era.
Un sacchetto.
Di juta.
L’afferra il farmacista, e subito slega la corda grezza che lo strozza, e fa rotolare sulla mano il contenuto leggero. E’ lieve sul palmo, quel che resta di un’amanita verdognola. La parte mancante del fungo ben giustifica il retrogusto amaro che quel vino non avrebbe dovuto avere.
(storia quotidiana in tre atti, due finali e un mistero)
Atto terzo
Il giorno d’estate ha notte improvvisa e breve, che nasce nella conca a fondovalle mentre le colline in cima hanno ancora un chiarore di sentieri e passi ben segnati.
La canonica ora è mondo d’uomini attorno al tavolo, e per ogni uomo un bicchiere vuotato e riempito ancora alla bottiglia.
L’oste accennò un'ultima volta alla sua malavoglia.
- Ma cosa dobbiamo dire, cosa dobbiamo fare?
- Ad ogni conto buono, io il moschetto ce l’ho ben carico a pallettoni – gorgogliò il podestà.
Il farmacista ingollò d’un sorso il vino che dà coraggio.
- Lo chiameremo fuori di casa, e gli daremo il fatto suo. Ora andiamo.
- Sì, andate, e vi protegga il Cielo – farfugliò il prete.
- Come, voi non venite?
- Non posso, lo vieta il mio ufficio. Resterò qui a pregare per voi e per l’anima di quel disgraziato. Andate, andate, io vi benedico – concluse il prevosto, biascicando qualche parola in un latinorum pastoso di vino, mentre con la mano segnava nell’aria una croce sbilenca.
I congiurati vuotarono ancora i bicchieri, e l’oste mise nel tascapane la bottiglia vuota per metà, in caso si facesse necessaria una benedizione ancora per la via.
Ora è la notte.
Il buio è un luogo di rami secchi e rovi bassi a segnar caviglie e coscienza.
Tre uomini sbriciolano terra e sassi sotto il passo, mordono sentieri, scostano ombre al passaggio.
E’ una caccia, una rincorsa a fiato breve.
Le narici raccolgono un odor di selva e preda, gli occhi stanano pensieri in fuga.
La conca di Paroldo è giù da basso, nascosta ora dietro lo sperone e tra le rocce.
Con un rialzo breve, il sentiero sale sulla sterpaia come un calanco di fiume, e sulla riva opposta c’è la grangia, e la casa del vedovo Reviglio.
L’ultima salita, e la notte tocca i muri della casa scura.
(storia quotidiana in tre atti, due finali e un mistero)
Atto secondo
L’aria all’interno del locale era spessa di ronzii, nonostante le strisce di carta moschicida che pencolavano oleose dal soffitto basso. Già si avvertiva a pelle e a fiuto la pesantezza molle del temporale che non sarebbe più arrivato. Il farmacista alitò con cura sulle lenti che teneva in mano.
- Siamo uomini moderni, del mille e novecento. Non possiamo consentire l’ignoranza e la superstizione. Questo paese va finalmente liberato dalla servitù di quell’uomo. E poi mi ruba la clientela, il ciarlatano.
- E si prende per sovrappiù gli oboli miei. Voglio dire, di Santa Chiesa Cattolica e Apostolica – si corresse il prevosto, massaggiandosi con cura il mento malrasato.
- Dobbiamo risolvere il problema una volta per tutte – confermò il farmacista, calcandosi le lunette di vetro sul naso rincagnato.
- E però, se poi ci fa il malocchio? – obbiettò l’oste.
– Basta non crederci. Le cose che fa, le fa perché gli si crede. Dobbiamo eliminarlo in maniera de-fi-ni-ti-va. Qualcuno di voi ha paura?
Gli altri tre mantennero gli occhi bassi e le labbra strette. A ogni buon conto, si torsero anche le polpe delle braccia, a scongiurare peggiori conseguenze.
- Allora siamo intesi. Non perdiamo tempo. Sarà per domani notte, su alla grangia. Salute.
I congiurati strinsero il patto a mezzo pomeriggio, con un vino rosso e scuro come sangue di bue.
La moglie dell’oste, sorella del podestà, era rimasta sul retro della rivendita, a riordinare i pacchi di sale e di trinciato forte. Quando non ci furono più parole dall’altra parte della tramezza, si levò il grembiale e appuntò uno scialle fine alla punta della crocchia.
Per strada non c’era nessuno, solo il pomeriggio ora pieno che faceva roventi selciato e silenzio. Scantonò dal vicolo per arrivare invisibile alla canonica. Nella cucina grande e scrostata, la perpetua stava insegnando alla nipote a fare il pane. L’impasto era diviso in tre forme grosse e tonde, e sopra ciascuna la vecchia disegnava cerchi con la mano.
– Sul pane devi fare il segno della croce, così vien cotto bene e non inacidisce per tre giorni.
La moglie dell’oste strascinò i piedi sul battuto del pavimento, per chiedere parola.
- Che c’è? – domandò la perpetua.
- Il vedovo Reviglio.
– Che ha fatto?
- Non è quel che ha fatto. E’ quello che gli faranno.
La perpetua spinse fuori la ragazzina e serrò l’uscio a chiavistello. A nominare il vedovo in quella casa c’era pur sempre del rischio. Ma lei stessa conservava ancora nella madia il sacchetto di juta che le aveva dato Reviglio per certe smanie che pativa alle notti di luna, quando ricordava un solo amore di molte vite prima chiamandolo per nome fino a giorno.
Da suo canto la moglie dell’oste, come molti altri in paese, sapeva che da certi peccati era più facile farsi mondare dal vedovo che dalla curia, e all’anima linda ci teneva; e poi aveva la figliola che sposava da lì a sei mesi, non si potevano correre rischi proprio adesso. Raccontò alla perpetua quanto aveva sentito, e di come gli uomini intendessero farla finita con Ménico Reviglio, la notte sucessiva.
- E noi, cosa possiamo fare?
- Quello che gli uomini disfano, le donne riparano. Se loro sparigliano, noi pareggeremo, e se rovinano, saneremo. Gli uomini non sanno niente, di come si tiene in vita il mondo. Sanno di vanga e di fucile, e finché son giovani restan buoni per lo spasso; il resto lo devono lasciare a noi, altrimenti lo sappiamo noialtre che son disgrazie. A mia cognata Lena parlerò io, per mio fratello il podestà. Ma il farmacista, quello li, mica è sposato. Ci avrà pure una tresca, una debolezza. A chi possiamo parlare per far pari?
- Io non so nulla.
- Andiamo, se non lo sapete voi. Alla sera il prevosto avrà pur la lingua sciolta. Vi avrà detto qualcosa anche del farmacista, no? Parlate. Forse con la figlia della Catlina?
- No, no. Al farmacista piacciono piuttosto i garzoni biondi. Vien qui a farsi certi pianti col prevosto, a domandar perdono, ma poi ritorna sempre a girare per cascine. Non crede nelle donne, e forse neppure in Dio.
- Non va bene, il cerchio non si chiude. Quattro uomini e tre donne. Eppure non resta che provarci lo stesso. Domani notte.
- Domani notte.
La moglie dell’oste e la perpetua segnarono il pane con le croci, insieme, a serrare promessa e segreto.
(storia quotidiana in tre atti, due finali e un mistero)
Atto primo
Aveva la stagione color di prugna e miele, calda. Di traverso le stoppie crocchiava l’odore a grani grossi delle crete secche sotto cielo e suole.
Vero: sul pomeriggio, a ogni quarto tocco di campana, s’alzava dalla forra del torrente un vento di nuvole fredde e tese, un vento scuro che portava temporale; ma era un temporale che indugiava sulle creste di collina senza osare mai il fondovalle. Anche il tuono non era di schianto secco, ma sempre un rotolar di massi a mezza costa, un rimandare.
Solo di mattina presto la terra espirava una nebbia umida e notturna che stagnava a mezz’aria come un secondo cielo; ma subito il sole premeva vita e suoni al terreno arso.
L’unico a venire interrogato al chiuso della privativa fu Dolfino detto Masnà, che giocava con i bambini del paese e non sapeva d’avere già trent’anni.
– Credere bisogna pur credere. A Delio Fassio, che non ci credeva, gli è morto il braccio – disse Masnà, agitando entrambe le braccia a dimostrare che le sue, invece, erano ben vive e adatte al volo.
Lo lasciarono scomparire dall’usciolo della privativa, ché quella storia la conoscevano già e da lui non avrebbero saputo altro. Era avvenuto molti anni prima, o così ancora si raccontava: quel Fassio era mezzadro, su alle Braci, e Ménico Reviglio, ancora ragazzo, stava a servizio da lui. Fassio quella volta l’aveva battuto più del solito, e il mese dopo il braccio gli si era fatto secco e inutile.
- Sciocchezze! Bestialità! – gridò il farmacista all’interno della privativa, battendo il pugno sul tavolaccio umido.
Alla stagione successiva, Ménico Reviglio aveva avvertito tutti di anticipare la vendemmia d’una settimana almeno; era poi discesa grandine per dritto e per traverso, e aveva fatto strame dei filari a quelli che non avevano creduto.
- Superstizioni del demonio – rinfocolò il prevosto agitando il breviario.
Ora Ménico Reviglio era uomo e vedovo, e aveva casa in una grangia sopra un bricco, là dove la stradetta dalla conca di Paroldo sale la collina, e piega poi dietro uno sperone e tace. Alla grangia saliva chi aveva la giovenca che ancora non figliava o il fidanzato renitente alle nozze, quanti malsopportavano debiti e chi non riusciva a tirar grande il primogenito con il mal sottile.
Il vedovo Reviglio consigliava, risolveva, dava medicamenti e rimedi che ravvolgeva dentro certi sacchetti di juta, o insegnava orazioni ai Santi; altre volte invece, e senza ragione, s’infuriava e con un bastone inseguiva fin sull’aia i postulanti e li ricacciava poi oltre lo sperone.
- Turba l’ordine pubblico – sentenziò il podestà.
Si diceva poi che a qualche ragazza in età da marito, salita da lui per un consiglio sul futuro sposo, il vedovo Reviglio avesse già ben mostrato il perché e il percome dei doveri coniugali, e che alla moglie del fornaio, che gli aveva chiesto di farle ricrescere i capelli caduti per la febbre saracena, avesse per dispetto fatto spuntare una barbetta riccia.
E tuttavia era anche certo che alla famiglia che stava giù ai Roveri, e proprio in quell’anno di poco raccolto e molti buchi nuovi nella cinghia, aveva fatto nascere due vitelli gemelli già grossi come manzi, con cui la famiglia aveva fatto dote per le due figlie grandi.
Non c’era poi dubbio che il vino nuovo riuscisse solo perché ogni anno a San Martino il vedovo passava a buttar nei tini qualcosa che cavava dai suoi sacchetti di juta.
L’oste, che aveva avuto in gestione la privativa solo perché cognato del podestà, non aveva per vero nulla contro il vedovo Reviglio, ma era stato compreso lo stesso in quella improvvisa commissione che aveva per tribunale la sua mescita, ché le parentele hanno un peso buono e uno cattivo, e si deve piegar la schiena sotto entrambi. Sospirò, dovendo partecipare agli altri la sua opinione, seppur cotta e mangiata solo per l’occasione.
– E’ un senzadio.
– E poi è perfino socialista – rincarò il podestà.
- Dio ne scampi! – tuonò il prevosto, mentre si favoriva un bicchiere di rosso dopo essersi segnato il petto.
Se lo chiedeva qualche tempo fa anche Caracaterina: che fine fanno tutte le parole, anche quelle che non usiamo, che restano sospese, possibili, inverosimili, cancellate, scordate?
Da qualche parte devono pur essere, perché le parole sono oggetti, lo sappiamo da sempre.
Parole-cose, con peso specifico e forma.
E hanno bisogno allora di luoghi.
Di occasioni.
Di cittadinanze.
In Brasile, ad esempio, c’è il Museo della Lingua Portoghese, unico museo al mondo dedicato alla bellezza di una lingua. Un luogo per non perdere le parole.
Raquel ci racconta una mostra del museo, dedicata a Joaõ Guimarães Rosa. Ce la racconta per immagini – immagini, però, fatte di parole. In una delle immagini, le parole restano letteralmente sospese per aria grazie al contrappeso della terra del Sertão.
Le parole hanno peso, e volano tuttavia.
Le parole sono materia.
Ecco perché piacciono gli editori che hanno cura della materia con cui stampano i loro libri, che scelgono carta speciale, lettering particolari, inchiostri inusuali.
Vien da sé che siffatta attenzione appartiene più all’editore meno dimensionato, piuttosto che alla Grande Catena Mostruosa.
Segnalo allora le Edizioni Estemporanee (o EdEst, da cui il titolo del post), specializzata in letteratura ibero-americana (autori già noti, ma anche – ed è qui il maggior merito - quelli mai tradotti prima in italiano, come la panamense Rosa Marìa Britton ).
EdEst ha copertine che non lasciano scorrere invano il polpastrello di chi sfoglia; lo trattengono, chiedono tempo e attenzione. La carta usata è spessa, e le parole si ancorano alla superficie, aderiscono, restano sospese a mezz’aria, liberate dalla pagina a invischiate nella materia.
In qualche posto si trattengono e hanno vita, le parole, e di noi non si dimenticano.
Tutto per colpa della mia vicina di casa. O della gastrite psicosomatica. E non son neppure certo che tra le due cose non ci sia poi un nesso di causalità.
Mi trovavo dunque dinanzi alla porta del poliambulatorio, per lagnarmi del mio stomaco con il dottor Bettis. Sulla porta dello studio ammiccava di sbieco un cartello finemente vergato Uniposca.
Durante le vacanze estive, il Dott. Bettis sarà sostituito dalla Dott.ssa Melara.
La Dott.ssa Melara sarà sostituita dal Dott. Sardi.
Il Dott. Sardi sarà sostituito dal Dott. Introvigne.
Il Dott. Introvigne sarà sostituito dal Dott. Bettis.
Ammetto di provare sempre un certo straniamento, di fronte alla scienza medica. Mentre covavo cogitabondo la mia gastrite psicosomatica di fronte al mistero, mi tocca di gomito la mia dirimpettaia e co-mutuata.
- Dai, accompagnami a una festa. L’ho già chiesto inutilmente a Toni, Tano e Toto, non mi resti che tu.
– Diamine, mi sento lusingato.
– Guarda che è una festa chicchissima, che ti devo dire, tutta gente fine, intellettuali, sai, e aragosta e champagne.
Se gli intellettuali mi causano l’ulcera, devo ammettere invece di aver letto da qualche parte che aragosta e champagne, per la gastrite, sono un autentico toccasana. Ecco perché mi trovavo ora di fronte a quella villetta, nella zona residenziale della città. Sciaguratamente, la mia vicina di casa mi aveva appena telefonato, avvertendomi che a causa di un contrattempo non sarebbe venuta alla festa.
– Ma tu vai, vai pure, è bella gente.
Dopo alcuni minuti vagolavo tra saloni e terrazzo, un po’ in soggezione di fronte a toilettes da mezza sera e completi Armani. Neppure io, in verità, sfiguravo con la mia Polo color pistacchio.
Così arrivo a parlare con la padrona di casa, e chiedo lumi sull’origine dello champagne che frizza nel mio flût.
- Oh, mioddio, lo champagne, che cosa grezza. Non usa più, non lo sa? E’ un’inutile ostentazione. Meglio questo spumantino bello fresco comprato allo spaccio sulla tangenziale. Genuino, vero?
Stomachevole, ora che l’ho assaggiato. Eppure, non lo sanno forse che ci ho la gastrite?
- Ma l’aragosta, mi dica, almeno l’aragosta.
– Su, su, quale aragosta, roba antica, classista. Coraggio, si serva di quegli stuzzichini vegetali che la servitù ha appena portato in terrazza.
A quel segnale, la torma di intellettuali, fin lì cheti e compiti, flette i muscoli e si proietta come orda selvaggia intorno al tavolino pieghevole del buffet. Tento di avvicinarmi anch’io, ma il gruppone in fuga ha creato un muro impenetrabile.
Cerco lo sfondamento puntellandomi con i gomiti contro costati e omeri. Nulla da fare, non c’è varco. Gli intellettuali hanno formato una perfetta falange macedone e, se appena riesco a scostarne uno di qualche centimetro, di repente un’altra schiena mi si para dinanzi, insormontabile e indifferente ai miei tentativi di conquistare lo stuzzichino vegetale cui sento di aver diritto.
Uno o due volti si girano per qualche po’ ad osservare i miei sforzi. Rivoletti di salsa tonnata scivolano dagli angoli delle bocche ruminanti. Foglioline di prezzemolo sbandierano tra gli incisivi, quando mi concedono un sorriso comprensivo.
Finalmente, procedendo ginocchioni, individuo un pertugio tra un paio d’anche e intrufolo un braccio polipesco alla ricerca cieca di qualsiasi cosa. Per un po’ la mano brancola senza riportar bottino, ma ecco infine che alcuni piccoli oggetti, non ancora identificabili, vengono individuati dalla mia palpazione.
Serro la mano a pugno. Di qualunque cosa si tratti, adesso è mia, è solo mia. Faccio fatica a estrarre il braccio dalla massa inghiottente, e ne approfitto per tentare l’identificazione della mia preda. Trattasi di oggetti di piccole dimensioni, ovali, consistenti.
Noccioline!
Diamine, ho compiuto il ratto delle noccioline. Mai potuto sopportarle, ma ora quelle noccioline sono l’unica cosa che desideri con tutto me stesso.
Facendo leva sul punto vita dell’intellettuale che ho di fronte, riesco infine a strappare dalla bolgia il mio braccio, che vien via con uno schiocco. Non devo assolutamente farmi scoprire dagli altri. Ogni uomo è un potenziale nemico che brama le mie noccioline. Mi trascino carponi dietro un divano. Una deliziosa acquerugiola mi titilla la papilla. Apro con voluttuosa lentezza la mano, pronto a ingollare in un sol colpo il pugno di noccioline.
Solo che no, non sono noccioline.
Sono noccioli di oliva.
Avanzi, resti, cadaveri di olive succhiate e masticate. Fisso con orrore la mano aperta: una trentina di noccioli s’ammucchiano ancor umidi della saliva di chi ne fece scempio. Alzo lo sguardo: la padrona di casa osserva con disprezzo i miei numerosi prigionieri di guerra.
- No, aspetti, c’è un equivoco, non crederà mica che...
Ma mi taccio, consapevole che contro di me s’accanisce una falsa evidenza.
La mia gastrite pretende ancora soddisfazione. Con noncuranza raggiungo allora il padrone di casa, chiedendo lumi sulla cena vera e propria.
- Sa, non per esser scortese, ma s’è fatta una certa, e tra un po’ dovrei andare.
– Cena? Quale cena? Ma no, noi non ceniamo mai. E’ così plebeo. Così basso ceto. Lei agogna forse il basso ceto?
- Il basso ceto magari no, ma un sottoaceto non lo disdegnerei punto.
– Ebbene no, noi non usiamo cenare E poi, non abbiano neppure appetito, nevvero?
Un branco di grugni ancora manducanti si gira verso di me. Avverto il loro sdegno. Il mio stomaco inizia a intonare il Coro a bocca chiusa della Butterfly, tradendo la mia imperdonabile propensione proletaria alla fame.
– D'altro canto – sibila la padrona di casa – suppongo che non abbia appetito neppure lei. Con tutte le olive che ha mangiato.
Vi capita mai di non riconoscere persone che, all’opposto, fanno mostra di saper di voi vita, morte e, se siete inclini all’ascesi mistica, financo miracoli? Se vi accade con una certa frequenza, sapete allora che non è vita facile, quella dello Smemorato. Avete di fronte volti sorridenti, che vi salutano e attendono empatia e condivisione, e a voi invece non dicono assolutamente nulla.
A volte, il contesto può giovare all’agnizione. Se, ad esempio, lo sconosciuto vi preme il gomito seduto al vostro fianco al cenone natalizio che si tiene a casa vostra, datemi retta, è ben possibile che si tratti di un vostro parente prossimo (e qui la smemoratezza può aver cause le più varie).
Altri contesti, più neutri, non aiutano affatto. La strada, le code in Posta, la file al supermercato vanno assolutamente evitate. La vita ritirata si confà allo Smemorato, per evitar figuracce. Ma se proprio vi ostinate ad avere una vita sociale, e vi porge la mano, improvviso, lo Sconosciuto, allora cercherete con metodo di vagliarne le diverse e possibili identità.
E’ vostra moglie/marito?
No?
Sicuro?
Sicuro sicuro?
Vabbé.
E vostro figlio/figlia?
Ah, dimostra novant’anni?
Proseguite allora con parenti, amici, vicini di casa, compagni delle elementari (i più subdoli e restii al riconoscimento). Se siete Smemorati di razza, e proprio non vi sovviene l’identità del dirimpettaio, non vi resta che accettarne la conversazione utilizzando qualche artificio retorico atto a mascherare la vostra pantomima.
Non prendete mai l’iniziativa, nell’intavolare la discussione. Non chiedetegli della sua famiglia (potrebbe essere appena rimasto orfano a causa di uno tzunami) o di qualche affine specifico (potrebbe aver appena scoperto la moglie in situazione equivoca con il derattizzatore del condominio) o del suo lavoro (è possibile che abbia appena ridotto sul lastrico migliaia di risparmiatori a causa di errate previsioni sull’andamento della Borsa).
Giocate sempre di rimando. La tecnica delE tu? è la più convincente.
Come va?
E tu?
Bene, grazie. Sei poi andato a farti controllare dal neurologo?
E tu?
Ma che, ti sei rincitrullito?
E tu?
Tuttavia, questi accorgimenti son validi solo se lo Sconosciuto prende egli l’iniziativa. Esistono però taluni loschi personaggi (parenti, per lo più, e amici) che, incrociandovi per la via, non richiamano la vostra (dis)attenzione, salvo poi lamentarsi concitatamente in occasioni successive del fatto che non li avete salutati. Avrete un bel daffare a scusarvi; essi se la legheranno al dito, e vi faranno scompagno a morte (è da tempo che cerco di comprendere il significato di questa espressione, di probabile origine valtellinese, ma mi resta oscura).
Per questo lo Smemorato ha affinato nel tempo un chiaro istinto, che gli permette di cogliere nello sguardo dello Sconosciuto incrociato per caso la lucina fosca del malanimo. E’ sufficiente allora che un passante lo osservi per più di qualche frazione di secondo e lo Smemorato, supponendo trattarsi di persona che DEVE essere riconosciuta, lo bacerà e abbraccerà con trasporto, come il più intimo degli amici.
Non nego che a volte capita di abbracciare Sconosciuti che son tali per davvero. Alcune ecchimosi potrebbero essere conseguenza di questi eccessi d’amplesso. Tuttavia, meglio l’ecchimosi che lo scompagnammorte (almeno, così credo). Dunque, lo Smemorato continuerà a salutare metà della popolazione che occupa le vie cittadine con un Oh, salve! convinto.
Il salve è un’altra delle tecniche dello Smemorato, che così si barcamena in territorio neutrale tra il tu e il lei.
Se l’Interpellato risponde con un altrettanto convinto Oh, salve! allora prestate attenzione: è possibile che siate di fonte a un altro esemplare della vostra stessa specie. Nel dubbio, dopo alcune schermaglie che abbiano saggiato la sua resistenza (E tu? Mah, così, e tu?) osate un affondo che funga da prova del nove, varcando senza pudore i confini dell’assurdo.
E zia Filossera, come sta?
Eh, chissà, tu l'hai sentita di recente?
E senti, hai più fatto quel viaggio dalla Cappadocia fino alle foci dello Yangtze su un monopattino con una ruota sola?
Se lo Sconosciuto vi dà corda, allora, siate felici.
Avete trovato davvero un vostro simile.
Per certo, scoprirete in lui affinità tali da farvi sembrare, e la cosa avrà per voi un sapore così raro, di conoscerlo proprio da sempre.
Ora, non è che segnalare un libro debba costituire un privilegio per pochi iniziati. Chiunque ne abbia la tempra si disponga pure alla tenzone; l’importante, se non si è capaci, è di ammetterlo in anticipo.
Io, ad esempio, vi segnalo in modo senza meno errato due libri. Intanto, è sbagliato l’accostamento degli autori: l’uno è uomo e l’altra è donna, il primo è italiano e la seconda galiziana, l’uno ha scrittura concreta e solida, mentre la scrittura dell’altra è aerea e sfuggente. Lui è arrivato al blog dopo aver pubblicato tre libri (due nel solo 2006), lei ha scritto un libro dopo l’esperienza in rete.
L’accostamento tra i due autori sarebbe dunque incongruo, non fosse per l’appunto per questa scelta, antecedente o successiva, ma comunque qualificante, della scrittura in rete. Mi si permetterà dunque di perseverare nell’errore.
Attendevo la pubblicazione di Sicilia di Maria Carrazoni (Untitled Editori) per un motivo esatto. Volevo sapere in che modo la sua scrittura, in costante disequilibrio, mai conclusa come l'anello di Moebius, avrebbe potuto essere addomesticata per la trasposizione in un libro. La risposta è stata in fondo semplice: non la si è addomesticata per nulla.
La scrittura è appena un po’ più mite, appena un po’ più controllata, ma per il resto è un riprendere discorsi potenti. Ci sono i richiami a personaggi fenogliani e pavesani, c’è il viaggio, c’è il mutevole rincorrersi dei diversi Io presenti (chi narra, chi ascolta, e ora sono donne, ora uomini, ora solo identità).
Il viaggio, dicevo. Quello in Sicilia, realmente compiuto dall’autrice; ma ancor più quello interiore del dialogo d’amore. E' un diario, il libro, è un carteggio di lettere mai scritte. Ho inteso che forse è la destinataria di queste lettere a immaginare e desiderare, nel suo negato e crudele bisogno d’amore, che qualcuno le scriva. Ho capito come il libro possa avere anche una connotazione, come dire, lateralmente religiosa, con un amore impossibile (da vivere e da abbandonare), a cui non viene risposto che silenzio. Ho pensato che forse non è il mittente, come nella prima ipotesi, a essere immaginario, mentre lo è il destinatario delle lettere, e che si tratta dunque di lettere a me stessa che raccontano il mondo, con le sue impossibilità, visto da Maria Carrazoni.
Ho detto bene, che queste erano recensioni sbagliate. Le mie ipotesi interpretative, che non mancano di una qualche suggestione, sono state tutte sconfessate dall’autrice.
Remo Bassini ha una vita che è già racconto. Prima di diventare giornalista e direttore de La Sesia di Vercelli, è stato operaio, portiere di notte, insegnate in carcere. Una vita immersa con carne e midollo nella realtà. Così è la sua scrittura; carne e midollo. Circa il suo ultimo libro, Lo scommettitore (Fernandel), potrei dirvi che è stato da poco il libro del mese di Fahrenheit, con conseguente esposizione in bellavista presso la Feltrinelli. Potrei dirvi che il libro è accompagnato da una nota di Marco Travaglio. Potrei dirvi che è stato recensito da Tuttolibri e da Stilos.
E invece, tenendo fede alle premesse, sbaglio recensione e vi parlo del primo libro di Bassini, Il Quaderno delle voci rubate (La Sesia), che non è accompagnato da note, non è stato il libro del mese e neppure della settimana, e nelle riviste intellettuali è passato, credo, sotto silenzio.
Ve ne parlo per due motivi. Il primo, futile, è una curiosità. Ricorderete un filmato pubblicitario di qualche tempo fa: una famigliola con suocera al seguito si sollazza in gita automobilistica, quando il padre-conducente nota, lui solo, che sul pianale della vettura è stata dimenticata, si suppone in un’occasione adulterina, una scarpa da donna. Attirando l’attenzione degli altri occupanti verso qualcosa di inesistente al di fuori dell’auto, ratto il conducente getta la scarpa dal suo finestrino. Giunti a destinazione, la suocera si lamenterà di non riuscire più a trovare la sua scarpa, sfilata durante il viaggio. Ebbene, nel Quaderno è presente l’identico episodio. Ma proprio identico. Solo che il manoscritto di Bassini, circolato per case editrici, è precedente alla pubblicità. I creativi nostrani riservano con evidenza molta attenzione agli autori inediti; sia resa loro la giusta lode.
Il secondo motivo di questa segnalazione sbagliata riguarda la tecnica narrativa di questo romanzo, in cui l’Io che racconta, da spettatore finisce con il diventare personaggio invischiato nella trama di operai, preti e prostitute (carne e midollo, appunto). Il libro è scritto a frammenti. E qui in rete si conosce bene la potenza del frammento, il suo non essere mai concluso nelle proprie potenzialità, la ventura di poter essere ancora tutto, il non de-finito, il non de-limitato.
La verità è inconoscibile, nella sua interezza. Si rispecchia, forse e a volte, in qualche improvvisa scheggia.
Che sarebbe poi stato proprio quello il giorno, lo si era capito fin dal mattino presto, quando Cinto aveva ricominciato a parlare dopo due mesi passati a denti stretti. Il male non aveva impiegato poi molto a succhiargli via le forze da braccia e petto, sfiancandolo inutile sopra un pagliericcio. Dalla finestretta in fondo allo stanzone aveva guardato passare, in silenzio, la fine della stagione e l’inizio di quella successiva.
Ma quel mattino aveva poi parlato.
- Siete qui – aveva detto. La sorella Palma gli aveva carezzato i capelli stanchi, ma Cinto non parlava con lei, né con gli altri della casa.
- Ci siete tutti – aveva continuato, e i suoi occhi guardavano verso un punto in fondo alla stanza. Aveva poi preso a chiamarli tutti per nome: il fratello Mino, morto che lui aveva appena compiuto ott’anni, il padre e la madre, l’amico Tonio con cui andava a rubar mele e uve nei campi d’altri, e che poi non era più tornato dalla guerra. Con tutti Cinto questionava, raccontava, e ascoltava.
- Son venuti a prenderlo – aveva detto Palma al dottore, venuto a visitar Cinto verso mezzogiorno.
- Superstizioni – aveva risposto il medico – e poi il cuore è ancora forte.
Un’ora dopo, Cinto era mancato.
I parenti più stretti e i vicini di casa l’avevano vegliato poi per tutta notte così come si usa, parlando del raccolto, mangiando nocciole, e ridendo perché qualcuno giurava d’aver visto il prete andar per frasche con la margàra che stava su ai Lisini.
Ma lui, Cinto, aveva un’espressione corrusca e tesa, quando avrebbe dovuto invece e finalmente riposare come fan tutti una volta morti, che almeno le fatiche e i pensieri non se li portano più dietro.
Al mattino, che ancora non s’era fatto pieno giorno, arrivò a piedi Masina, la sorella più grande di Cinto e Palma. Abitava dall’altra parte del mondo, appena oltre la riva del Tànaro. Il Tànaro divide la valle in due con gorghi e correnti che lasciano ferma la sola superficie, e le famiglie al di qua e al di là del fiume non attraversano il ponte sui calanchi se non alle feste comandate. Masina s’era fatta vecchia e stanca, e non veniva più da questa parte del mondo da quasi cinque anni. Era la più silenziosa e mite della famiglia, la più minuta. Entrò nella stanza a occhi bassi, avvicinandosi al fratello. Cinto era stato rivestito con l’abito buono, quello blu, comperato per il matrimonio della figlia dieci anni prima. I piedi erano uniti da una garza che li fasciava stretti tutto intorno. Masina disse soltanto, con un filo di voce appena:
- Se ne deve andare con le scarpe nuove.
Palma la fissò sorpresa.
- Ma nessuno tiene in serbo scarpe nuove per il giorno del funerale. Scarpe nuove non ce ne sono, solo le sue, quelle della festa. Sono ancora buone.
Masina non aveva alzato gli occhi da terra. Con voce ancora più flebile, talmente bassa da essere un urlo sotterraneo, ripeté ancora:
- Se ne deve andare con le scarpe nuove.
L’urlo, udibile appena, fermò ogni altro rumore nella casa e in tutto il borgo. Comprese ognuno che non c’era più nulla da discutere. Tutti i ragazzi che non erano ai campi vennero mandati a cercare di casa in casa le scarpe più nuove. Riportarono scarponi scompagnati, stivali da caccia frusti, zoccoli di legno che ormai mostravano il calco del piede che li calzava ogni giorno, e alcune stringhe sfilacciate, accatastando tutto ai piedi di Masina.
Il volto di Cinto restava contratto e serio.
- Ecco, queste sì che sono nuove – disse entrando una ragazzetta che era stata a rovistare nella casa di Palma e ne ritornava con un paio si scarpe bianche da donna, con tacco e cinturino.
- Lasciale, sono mie! – protestò la figlia di Palma, arrossendo.
- Tue? E come le hai comprate, disgraziata? - domandò la madre.
- Sono per il mio corredo, le ho comprate alla fiera di San Giacomo.
- Ecco dove sono finiti i risparmi della madia! Vai a casa, con te i conti son solo rimandati – sibilò Palma, pettinando uno scappellotto alla nuca della figlia che stringeva le scarpe bianche, disposta a difenderle a ciascun costo.
Masina parlò di nuovo.
- Avete avvisato tutti del funerale?
– Sì, tutti - rispose Palma.
– Anche il signor Ferrero di Neive?
Il signor Ferrero era padrone di campi e vigne, e aveva una cantina in Neive a cui tutti i contadini del Tànaro vendevano le proprie uve dopo la vendemmia. Cinto aveva lavorato per lui per quasi tutta la vita, ma il signor Ferrero non andava mai ai funerali dei contadini, né ci si aspettava che andasse a quello di Cinto.
- Verrà. Vado io a chiamarlo – sussurrò Masina con un respiro di granito.
- Ma il funerale è domani mattina, non si fa in tempo.
- Parto ora.
- Cosa dici? Arriverai là a notte.
- La porto io.
Tutti si girarono verso la porta. La voce del birocciaio era arrivata fresca e chiara come pioggia a marzo.
– La porto io, che a me Cinto mi ha mica mai negato un piacere, se glielo chiedevo. Faccio conto che ora me l’abbia chiesto lui. Attacco il cavallo al biroccio.
Il giorno dopo, a mezza mattina una macchina aveva lasciato davanti casa di Cinto il signor Ferrero, con panciotto e bastone da passeggio, e gli occhi bassi di Masina. Prima del mezzodì, il corteo funebre si partì dalla casa, con il prete che stonava il de profundis, il chierichetto che roteava il turibolo cercando di colpire le mosche cavalline, e il feretro portato a spalla dai parenti.
Cinto passava per l’ultima volta a ridosso dei muri del borgo, che erano stati porto e mare di tutta una vita. Aveva finalmente il volto disteso, sereno, luminoso quasi quanto il sole che sfavillava sulla vernice delle sue scarpe nuove.
In fondo al corteo, accanto a Masina, il signor Ferrero sciabattava sorpreso in un paio di scarpacce color fango.