URBI ET ORBI. Questo blog va contro ogni buonsenso. Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi. Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo. (P. O. Enquist, quasi)
giovedì, giugno 29, 2006
Lezioni di mango
(ovvero l’uomo e la cucina, parte seconda)
La sorpresa
Codeste lezioni, è bene ricordarlo, non rappresentano solo un corso di cucina & sopravvivenza rivolto in ispecie ai signori uomini (per lui, ma anche per lei, ma più per lui, sebbene anche lei). Scopo delle lezioni è quello di aiutarvi ad affrontare ogni situazione difficile con il giusto stile. Questo corso è, se permettete, un’autentica scuola di vita (corsi serali per studenti lavoratori).
E’ il vostro anniversario. Sissignore, non potete sbagliarvi, ve l’ha ricordato il vostro testimone di nozze.
Quest’anno le farete una bella sorpresa, che lei se lo merita davvero.
Non la solita rosticceria, oh no, no davvero.
Avete aperto la guida telefonica alla pagina dei Tour Operator. Sapete bene come si fa, lo avete letto su qualche rotocalco, e a voi non resta che seguire il copione.
Mettiti elegante, cara, che stasera si va a cena fuori.
E poi, senza dirle nulla, al posto della rosticceria la portate con la vostra Punto diesel (vecchio modello) in un luogo romantico.
La tangenziale.
Sì, d’accordo, ma poi c’è lo svincolo per la superstrada, e infine l’aeroporto. Le fate chiudere gli occhi e, sempre senza dirle nulla, vi imbarcate.
Quando riaprirà gli occhi sugli Champs-Élysées, le si allargherà il cuore.
E poi, lo spettacolo all’Opera, una cenetta romantica sulla Tour Eiffel, e infine tirar l’alba, mano nella mano, passeggiando per il quartiere degli artisti.
Meraviglioso.
E tuttavia, avete tralasciato alcuni particolari non proprio irrilevanti.
La faccenda dell’aereo e della sorpresa funziona solo se siete miliardari, e disponete di jet privato pronto al decollo. Ma voi non siete miliardari – o almeno così sostiene il direttore della vostra filiale di banca – e dovrete accontentarvi di un volo di linea.
Questo comporta l’arrivo in aeroporto un’ora e mezza prima del volo internazionale, una lunga fila per il check-in al banco su cui lampeggia a caratteri cubitali la scritta PARIGI, una successiva coda al metal detector con litigio per chi era per primo in coda, e infine un’altra oretta in sala d’ attesa, tra marmocchi urlanti e ovunquecorrenti, causa ritardo del volo.
Comprenderete bene che, oltre alla sorpresa, anche la poesia ne risente un qualche po'.
Inoltre, passando di fronte alla vetrate del gate lei si è vista nell’immagine riflessa, e vi ha arpionato un braccio.
Che c’è, che succede?
I miei capelli. Ma hai visto in che stato sono? Non posso assolutamente partire così, devo telefonare a Sasà per prenotare la messinpiega.
E poi, le valige.
Come potete pretendere che lei parta per una serata elegante, senza portarsi dietro l’intero armadio a quattro ante, colmo di vestiti che non potrà indossare? (starete fuori una notte soltanto).
E che dire, diamine, del phon? Ci vuole il suo phon personale, quello con trentotto tipi di regolazione, che i phon degli alberghi si sa bene come funzionano.
Certo, le valige potreste prepararle voi, mettendole di nascosto nel portabagagli della vostra Punto diesel, ma di sicuro le riempireste con le cose sbagliate, dimenticando certamente il phon.
La cosa potrebbe anche non essere significativa, che tanto i bagagli verrebbero dirottati dalla compagnia aerea presso l’esotica aerostazione di Bangkok.
In cambio, voi ricevereste le valige di un narcotrafficante boliviano, tale Calogero Baro, detto Calo, di chiare origini italiane (di qui, forse, l’errore di attribuzione dei bagagli).
E poi la Francia, in questo periodo, conosce dei fermenti sociali, probabilmente trovereste l’Opera chiusa causa agitazione del personale.
E la cenetta romantica sulla Tour Eiffel verrebbe rovinata dagli altri italiani che, dai lati opposti del locale, continuerebbero a chiamarsi a gran voce, per confrontare cibi e prezzi.
Infine, statistiche alla mano, la passeggiata notturna al quartiere degli artisti terminerebbe senza meno con un’aggressione a scopo di rapina.
E’ il vostro anniversario.
Avete ancora la guida telefonica in mano.
Chiudete la pagina dei Tour Operator, e aprite quella delle Rosticcerie.
Alle 16.59, nella Grande Azienda regna un silenzio come di arco teso.
Ci sono appartamenti di due camere e cucina da raggiungere, e televisori Brionvega da accendere compulsivamente.
Gli odiati colleghi dei piani bassi, così vergognosamente avvantaggiati dalla vicinanza alle uscite, sono stati sabotati direttamente dal Management, che ha spostato indietro gli orologi dei loro piani.
Alle 17.00 in punto, centosettantre porte, toilettes comprese, si spalancano all’unisono. Gli impiegati, addestrati da anni di esercitazioni antincendio, cercano di guadagnare posizioni importanti. Si sgomita, si fanno sgambetti, si interviene sulle rotule dell’avversario.
Il ragionier Tranfaglia, del settore Pianificazione e Controllo, scende dal sesto piano scivolando con le terga sullo scorrimano delle scale antincendio, e si presenta alla bollatrice in trentottesima posizione.
Il primo a uscire dalla Grande Azienda è Salvucci, quello del Personale, ma viene fiocinato da Aloisio, del Marketing Strategico, appena tornato da una vacanza di due giorni alle Maldive e ancora armato del fucile subacqueo d’ordinanza.
Eliminato l’impiegato in fuga, il resto del gruppone prosegue compatto e sgomitante fino al parcheggio aziendale. E’ questa una fase determinante: solo i primi a lasciare il parcheggio riusciranno a passare l’Incrocio-Maelstrom prima che giunga l’orda della Grande Azienda concorrente e si scateni l'Ingorgo Infernale, da cui nessuno uscirà più fin dopo la mezzanotte.
L’intero settore Finanza ha parcheggiato le proprie auto in posizione strategica, vicino all’uscita del posteggio, arrivando ben prima dell’alba del giorno fatale per occupare i primi posti. Tuttavia, qualcuno durante la pausa caffé ha tagliato loro le gomme delle auto.
Il ragionier Tranfaglia guadagna così posizioni, e lascia il parcheggio in decima fila.
Mentre le prime vetture stanno per impegnare l’Incrocio-Maelstrom, vengono bloccate dalla sirena di un’ambulanza, che passa a velocità sostenuta. Dall’interno dell’ambulanza, il viscido Sacchetti, dell’ICT, fa il gesto dell’ombrello ai colleghi; alla guida del mezzo di soccorso c’è suo cognato, aiuto-portantino al CTO.
Mentre i primi della fila perdono tempo a discutere se la mossa di Sacchetti sia o meno regolamentare, e quindi eventualmente sanzionabile, il Tranfaglia sale con la vetturetta sul marciapiedi, infila contromano una via laterale e passa invitto l’Incrocio. Lo seguono Valente e Musetta, della Contabilità e Bilancio. Il quarto della fila viene terminato da un Tir del reparto consegne della Grande Azienda concorrente. Segue ingorgo come da palinsesto.
Il ragionier Tranfaglia ora guida senza problemi. Davanti a lui, vialoni dritti e deserti. Il motore stantuffa costantemente a novemila giri, cantando la Cucaracha. Il parabrezza è ricoperto da un fitto strato di moscerini stroncati; tra di essi, anche alcune specie non ancora classificate, la cui perdita porta un duro colpo alla biodiversità del Paese.
A un chilometro e mezzo da casa, la vetturetta intona l’aria Vincerò e, dopo il do di petto, perde per strada bielle e pistoni. Il Tranfaglia ne discende e prende a calci le portiere.
Subito si rianima (il Tranfaglia, non la vetturetta) e, ricordandosi d’esser stato, in gioventù, vice campione di marcialonga all’oratorio - anche se solo per squalifica del vice campione titolare per doping (abuso di frizzantino della casa) – percorre ad ampie falcate la distanza che lo separa da casa, accompagnato dalla ola degli extracomunitari regolarmente irregolari che vendono bandiere e trombe marine da stadio lungo la via.
Tranfaglia entra di buon passo nel condominio di edilizia popolare dove è nato e cresciuto. Sulla guardiola, il custode ha lasciato un foglio scarabocchiato in fretta: Torno sub. Il foglio è datato 1976.
Tranfaglia pigia compulsivamente il tasto per chiamare l’ascensore. Si accende l’orrida lucina rossa: l’ascensore è guasto.
Ma, in fondo, cosa saranno mai sette piani di scale, dopo aver corso per un chilometro e mezzo nell’afa equatoriale di inizio millennio? Il ragioniere affronta i gradini con il sorriso sulle labbra (o forse si tratta di una paresi facciale).
Giunto sui gomiti al settimo piano, recupera burbanza: or non resta che prendere le chiavi dalla tasca destra dei pantaloni. O forse dalla sinistra. O, almeno, da quelle posteriori.
Niente.
Le chiavi di casa non ci sono. Deve averle dimenticate in ufficio.
Tranfaglia non si perde d’animo. Ragiona, ragazzo, ragiona, ci dev’essere un modo.
Impossibile recuperare le chiavi di riserva, custodite dal portinaio che latita da anni.
Eppure, deve raggiungere un televisore, deve sapere.
Nel condominio non conosce nessuno, negli anni i condòmini si sono avvicendati, e lui non è tipo da dare confidenza.
Conosce solo Titorelli. Sono cresciuti insieme in quello stesso caseggiato, ma da piccoli hanno litigato violentemente per una figurina Panini, quella che ritraeva Pizzaballa. Durante una verifica di Celo, Celo, Manca, le figurine dei due ragazzini erano cadute a terra, mischiandosi. Nel recuperarle, entrambi avevano accampato pretese sul possesso della preziosa figurina. Se le erano date di santa e robusta ragione, e da allora avevano evitato di incontrarsi financo nelle riunioni di condominio.
Tranfaglia scende rapidamente al terzo piano, e suona alla porta di Titorelli. Guardalo lì, il Tito, non è cambiato per nulla, lo stesso ragazzetto in calzoni corti e aria spocchiosa.
Senti, Titorelli, per Pizzaballa, sai, avevi ragione tu, mi sa che la figurina era tua.
Ah, lei dev’essere l’idiota. Scusi, sa, niente di personale, è mio padre che la chiama così. Io sono il figlio di Titorelli. Mio padre non c’è, ma ogni volta che si assenta mi lascia un messaggio per lei, sempre lo stesso da anni, nel caso lei passasse di qui. Mio padre dice che devo spiegarle cosa farci, con quella figurina. Che faccio, glielo spiego?
No, grazie, non è necessario.
Il ragionier Tranfaglia scende mestamente le scale, fino all’androne. Dalle porte degli appartamenti, sigillate per non disperdere l’aria condizionata e i relativi gas responsabili del buco nell'ozono, non giunge neppure una voce, un suono, un segnale che faccia intendere cosa sta accadendo, qual è il risultato, come sono andate in definitiva le cose.
Tranfaglia è un uomo finito, svuotato, e tremendamente sudato. E’ tagliato fuori dal mondo, e il mondo si è scordato di lui.
Ma ecco che, d’improvviso, le trombe marine da stadio dell’intero quartiere elevano ululati all’unisono. Tranfaglia si guarda intorno. Ma che c’è, che succede, cosa è capitato?
Dall’appartamento dell’ammezzato escono le gemelle Nete. Giuseppa, ottanta anni, e Jolanda, ottanta anni anche lei.
Ce l’abbiamo fatta! Ce l’abbiamo fatta! urla il duo centosessantenne.
Come? Cosa? balbetta Tranfaglia.
Abbiamo vinto, abbiamo passato il turno!
Abbiamo vinto, mormora a fior di labbra Tranfaglia, fissando il vuoto, mentre una lagrima gli solca le gote. Ce l’abbiamo fatta. E pensare che ci davano per spacciati. Invece, abbia superato anche questo turno elettorale. La Costituzione è salva.
Il ragionier Tranfaglia si china a baciare la terra, e nota che l’odiato custode non lava il pavimento probabilmente da mesi.
Non più suo, quello sguardo in filigrana, né il profilo scaleno.
Osserva ora la sua vita in controluce, ne distingue contorno e forma, ma il resto è d’ombra.
Aveva giurato che l’avrebbe fatto mai ed è tornato, invece, e proprio adesso.
A chiamarlo sono state le stesse cose per cui se n’era andato. Un mondo di colline, gli appezzamenti ortogonali di giallo e di verde, i vitigni di uve bianche, il casale dei suoi vecchi.
Uguale tutto fin dalla Creazione e prima ancora, le stesse esistenze di caldo immobile di giorno e di parole fresche fino in fondo alla notte.
I giorni, lì, sapevano di terra e ferro, e ogni respiro era strappato ancora a schiena curva con la zappa e a fil di falce.
Lui, invece, aveva desiderato una vita così leggera da poterne dire, alla fine, che non era esistita mai.
Per questo era partito. Per questo è ancora lì.
Le sere son chiare a lungo, adesso, e arriva fin qui, alla casa sulla collina, odore di prima estate e fienagione.
Saranno più avanti i canti nelle aie, e il vino nuovo.
Ora c’è silenzio, e giorni che finiscono piano.
Si siede sotto il pergolato.
Aspetta.
Si guarda.
Non più sue, le mani lungo i fianchi, non il corpo stanco appoggiato al muro che sente tiepido contro la schiena.
Si sta abbandonando, lo sa.
Si lascia ostaggio d’altro.
Non ha voglia di resistere, o di fuggire.
Quassù può attendere il tempo senza sapere che passa.
Forse aggiusterà lo stabbio, forse rincalzerà le piante giovani.
Oppure rimarrà seduto verso il mare di colline, ad aspettare.
Con fatica decisa all’ultimo momento, rientra in casa e accende un fuoco minimo nella vecchia stufa.
La fiamma secca si fa più alta, quando vi lascia scivolare sopra i fogli con gli esiti degli esami clinici.
Fuori, il giorno non è ancora terminato.
Nota per l’esegeta (ehm).
I frammenti ivi pubblicati costituivano, in origine, un nucleo unico, legato alla sensazione che ogni giorno si dissolvano, accanto a noi, infiniti mondi. Con una certa probabilità, altrettanti ne nascono, a saperli raccontare.
Da ogni frammento, e verso ogni frammento, sono stati traslati elementi trasversali. Dacché i singoli brani non sono stati resi pubblici nello stesso ordine in cui vennero scritti, ora non è più possibile, e forse neppure importante, comprendere origine e direzione degli elementi traslati.
Le ultime cose rimaste erano state, come per un gioco, le prime che avevano comprato insieme.
Ancora un giro per le stanze, a controllare di aver messo in valigia tutti i giorni più importanti.
I mobili erano già venuti a prenderli al mattino, lasciando solo poche cose inutili: qualche suppellettile, le vecchie tende alle finestre, e lei.
Per nulla facile, la decisione di vendere la casa doveva aveva vissuto negli ultimi trentacinque anni.
In tutto quel tempo, d’altronde, facile non era stato nulla e nessuna cosa. Fin da quando lui non era tornato più.
Per molto tempo non era riuscita a comprendere come quell’immagine di donna sola con tre figli da crescere e un mutuo da pagare, che abitava ostile ogni specchio o vetrina, potesse essere la sua. A volte il nostro corpo non è noi, e l’immagine sembrava così distante da quel che aveva sperato.
Ma poi, anche i sogni cedono e son piegati da ruggini e giorni.
Aveva trovato un secondo lavoro nella cucina di un ristorante non lontano da casa. Alla sera prendeva il minore dei tre figli e lo portava con sé, raccontandogli che quello era un gioco, lei una fata in esilio e lui un principe senza terra. Il piccolo si addormentava poi in un angolo della cucina, in mezzo al rumore dei piatti e al fumo dei soffritti.
Quando, a notte piena ormai, tornava a casa con il bimbo addormentato in braccio, cercava di far piano per non svegliare gli altri due figli, abituati a difendersi da soli dalla sua assenza.
Non ricordava di averli visti crescere. Una notte, non differente dalle altre, aveva aperto la porta di casa e se li era trovati adulti.
Aveva chiesto indietro quegli anni, vissuti da un’altra al posto suo, ma la domanda era stata respinta.
La figlia maggiore non le aveva mai perdonato d’essere rimasta lei, invece del padre. Ora si sentivano ogni tanto al telefono, ma non sapevano ormai e più cosa dirsi, e si presto arrendevano alle troppe distanze di anni e di parole.
Il secondo figlio era sempre stato un mistero silenzioso. Da ragazzo la guardava con quegl’occhi pieni di domande mai poste, a cui lei non aveva tempo di dare ascolto. C’erano le spese per la scuola, per i vestiti, per il medico, per la casa. E solo lei a sperare in un futuro breve.
Ora quel ragazzo era uomo da qualche parte del mondo. E chissà se aveva ancora domande negli occhi, e qualcuno finalmente a concedere risposte.
Anche il piccolo principe senza terra adesso si era sposato, e una nuova famiglia era un regno che non poteva ricomprenderla più.
E infine c’era la casa. Troppo grande per lei sola, ma non per questo l’aveva venduta.
Le sembrava che ogni imperfezione della parete, ogni fessura degli infissi, ogni nodo dei vecchi tappeti avesse assorbito e legato per sempre la sua vita, la sua fatica, le notti grandi e vuote, e ogni minuto di quei trentacinque anni.
C’erano, là dentro, ricordi solidi come promesse, e parole mai dette.
Uscì nel piccolo giardino, chiudendosi per l’ennesima volta, e ultima, la porta alle spalle.
Girando la chiave nella serratura, comprese che stava stringendo un patto, e rinunciava a tutti e a ognuno di quegl'anni.
Girò le spalle alla casa, dimenticandosi della valigia.
Lo attendeva, e l’attesa era già un arrendersi, soltanto e appena diluito.
Ricordava da distante, come un pensiero non suo ma solo raccontato, l’anno in cui era sceso, per caso e per sempre, alla stazione di quel paesino di troppa campagna. Un villaggio di pietra grigia e senza voce. Un luogo di cui, per così tanti anni e ancora, non conosceva neppure il nome, o la lingua.
Eppure era lì che la vita, per quanto era lontana, non arrivava più a far male.
L’imperfezione di ogni mondo lo aveva premuto da tutti i lati fin quasi a schiacciarlo, togliendogli spazio e respiro.
Tutto era così incompleto, così sbagliato.
In quel villaggio aveva potuto allontanarsi e difendersi e quasi dimenticare ogni imperfezione.
Aveva costruito una grande serra, dove da anni ormai coltivava fiori d’ogni colore e profumo. Tutti i mesi si faceva inviare per posta bulbi e semi da ogni parte del mondo, e passava i giorni a interrare, seminare, tentare innesti.
Migliaia le piante, ormai, a disegnare il mandala di una vita a margine.
Se si fosse interrogato in proposito, avrebbe forse potuto dirsi impercettibilmente felice.
Eppure, accadeva ogni notte.
Qualcosa che vedeva in sogno, la stessa cosa e sempre, e mai riusciva a ricordare al rapido risveglio, già in apnea.
Anche quella notte si destò, nel villaggio che respirava un grigiore appena chiaro.
Uscì di casa schiacciando a piedi nudi brividi ed erba umida, e raggiunse la grande serra sul retro del giardino.
Una mano.
L’interruttore.
La luce.
Di fronte a tutto quello, iniziò a ricordare.
Ogni singola pianta era d’improvviso fiorita, esplodendo colori.
Migliaia di piante, diverse per stagione e tempo, e tutte adesso in fiore, di notte, in quella notte.
Era così che l’aveva cercata per milioni di anni e più ancora.
La perfezione.
Nulla era fuori posto, in ritardo o in anticipo, mancante oppure sbagliato.
Il suo mondo, lì e adesso, dopo tutto quel tempo, era la massima perfezione possibile.
Era chiaro ora il sogno, e il senso, e sapeva cosa fare.
Non aveva molto tempo.
Iniziò subito, indossando i guanti e il grembiule.
A prima mattina, il lavoro era terminato.
Il tempo non avrebbe più mutato quella perfezione, non l’avrebbe corrotta o mutilata.
Nulla avrebbe rovinato l’attimo completo e giusto che aveva conosciuto.
Si asciugò la fronte e lasciò cadere le cesoie sul pavimento della serra, coperto da migliaia di corolle recise.
Se solo potesse ricordare il momento esatto in cui se n’è reso conto.
Ma si nasconde ancor di più in quel letto scomodo ed estraneo.
Non sa dire la prima volta, ma questa è forse l’ultima, e intollerabile.
Eppure è stata la sua vita.
Commesso viaggiatore fin da quando aveva lasciato casa in un risvolto imprecisato della memoria.
E poi binari rapidi e sere lente da passare negli alberghi d’ogni periferia, e strade percorse con la valigetta del campionario in mano.
Alla fine le città erano diventate uguali tutte, e le persone. Neppure si rendeva conto più se si trovava a sud, o al centro di quale vita, e quale fosse la stagione, e se tornava o stava andando.
Alla sera, da qualche parte, una chiave numerata, un corridoio con la moquette color macchia, e una stanza che avrebbe potuto essere sempre la stessa e ovunque.
Ma adesso, la notte, sentiva quel suono.
Appena fuori dalla sua stanza, tutti quei passi lungo il corridoio, estranei esattamente quanto lui, che andavano a occupare camere e vite, o da entrambe uscivano.
Tutti quei passi.
Lo sfioravano, quasi a toccarlo nel silenzio al neon e appena al di là del muro e della porta.
Tutti quei passi.
Così vicini, così intimi da tagliare il respiro a metà, finché erano passati via.
Tutti quei passi, e a nessuna distanza da lui.
Com’era possibile una violenza simile?
Quei passi entravano nella sua vita, rimbombavano nei pensieri, schiacciavano mozziconi di sigarette e brevi sogni.
Tutti quei passi, che per l’intera notte terminavano mai, erano il movimento di un lungo insetto che camminava sulla parete, proprio accanto alla sua testa.
Si nasconde sempre più sotto le coperte, il commesso viaggiatore, preso anche questa volta dalla nausea nel mare lungo della notte.
Si mette poi e d’improvviso a sedere, strappandosi di dosso coperte e mezzaveglia.
Tutto.
Ora comprende tutto, e sa.
Quel rumore d’insetto intermittente, quei passi che lo inseguono ovunque ormai, sono i suoi passi, tutti i passi che ha camminato nell’intera vita di seconda classe e mezza pensione.
Anni di passi, chilometri di passi, passi di pioggia e di vernice lucida.
Ora lo hanno raggiunto qui, tutti insieme, in una notte sola, a chiedere finalmente il conto.
Non scompariva ancora e del tutto il sole, facendo lunghissime le ombre e la sera.
L’abito lungo lasciava sulla spiaggia increspature leggere, brevi come le notti ormai all’alba.
La donna camminava tra ombrelloni e sdraio, e i suoi passi sapevano dov’era il mare.
Nessuno tra i pochi turisti distratti e fuori stagione la notò.
Solo un uomo stanco aveva sollevato lo sguardo dalla copia di Der Spiegel di due giorni prima, quando ancora era estate, a seguire quei passi che continuavano adesso tra le poche onde e oltre ancora.
Il fondale era basso, coperto appena dall’acquamarina, e la figura della donna restò visibile a lungo nella luce rossarancio.
L’uomo chiamò con un cenno della mano il bagnino, che stava chiudendo gli ultimi ombrelloni della spiaggia ormai deserta.
La donna era adesso solo un vestito da sera che fioriva orizzontale sul mare di ombre e poca spuma, finché anche il vestito fu solo più profondità.
L’uomo domandò al bagnino che cosa ne sarebbe stato della donna.
L’uomo.
Il bagnino.
La donna.
E la sera.
Forse continuerà a camminare fino all’altra sponda del mare.
L’uomo tornò al suo giornale, scontento della risposta.
Camminare fino all’altra sponda del mare. Che assurdità. E’ troppo lontana.
Era autunno inoltrato.
Il grecale girava le pagine di una copia abbandonata di Der Spiegel di due mesi prima, quando ancora era estate.
Il sole era tramontato da alcuni minuti e d’improvviso, ma sulla spiaggia non c’era più nessuno che lo potesse notare.
Questo è un corso completo di cucina, dedicato in specie ai signori uomini, sia single che ammogliati con obbligo di corvée. Delle signore, si suppone conoscano dell’arte culinaria già ogni segreto (ma forse no, ma forse sì).
In secondo luogo: questa lezione è tratta da episodi di vita vissuta. La cosa permea il tutto di una terribile drammaticità, vi si prega di tenerne conto negli eventuali commenti.
Location: la cucina di casa vostra.
Siete arrivati in ritardo, e dovete affrettarvi per predisporre un’accettabile cena, in attesa che arrivi la vostra legittima consorte (elemento facoltativo, nel caso dei single).
Vi togliete appena giacca e cravatta, e predisponete sul bancone (dicesi top, prendete appunti) gli ingredienti che avete appena cavato fuori dal frigidaire.
Perché (prendete appunti) cuochi non ci si improvvisa. Occorre organizzare tutto con metodo, partendo dagli ingredienti a disposizione che allineerete secondo un ordine logico e gerarchico.
Ma ecco, mentre sistemate il tutto, con la coda dell’occhio notate che uno degli ingredienti sunnominati, con repentino quanto inopinato movimento, sta rotolando giù dal top, destinato ad abbattersi fatalmente sul pavimento di marmo gres.
Per istinto, e pria ancora di poter capire di qual ingrediente trattasi, con rapido movimento d’anca provvedete a bloccare l’oggetto rotolante contro lo sportello che fa da base al bancone.
Complimenti, avete ancora i riflessi da mangusta di quando eravate ventenni.
A voi non la si fa.
Non è ancora nato l’ingrediente che possa impunemente spiaccicarsi a terra, impedendovi di realizzare quel piatto di haute cuisine che vi disponevate a mettere in padella.
Quel piatto là, dico, come è già che si chiama.
Frittata di cipolle, ecco.
Ora (prendete appunti) la frittata di cipolle, se si escludono alcuni comprimari, si compone principalmente di due elementi: le cipolle, e le uova.
Certo, l’ingrediente rotolante da voi prontamente bloccato a mezz’aria e contro lo sportello con un poderoso colpo d’anca, potrebbe anche essere un uovo, ma perché rivelarsi tanto pessimisti?
In fondo, c’è un 50% di possibilità.
Potrebbe infatti trattarsi di una cipolla.
La cipolla ha una conformazione vieppiù adatta al rotolamento.
Non deve per forza essere stato un uovo.
Un uovo.
Era proprio un uovo.
Non avete necessità di guardare, ne avvertite l’umidore attraverso i pantaloni, quelli ritirati dalla tintoria il giorno avanti.
In effetti, il contenuto dell’uovo ora giace suddiviso in parti tre: un quarto sul bancone, un quarto sull’anca con sgocciolamento in asse fino alla tibia, e due quarti sul pavimento (con aggiunta di guscio calcareo frantumato).
Ebbene, non fatevi prendere dal panico, adesso.
Per prima cosa (prendete appunti), sfilate i pantaloni, formandone un agglomerato informe e appiccicaticcio. Lo so, non siete uno spettacolo degno, con gli elastici reggicalze in mostra, ma per fortuna siamo in fascia protetta.
Di poi, procurate un rotolone di carta assorbente per uso domestico. Dieci strappi. Venti, massì, abbondiamo.
Coprite le varie parti d’uovo con i rettangoli di carta.
Attenzione (prendete appunti): comprimere la carta sui resti d’uovo, come avete appena fatto, è un grave errore, che comporta un ulteriore spargimento dell’uovo stesso in aree di pavimento e di bancone prima intonsi.
Ora, dovete sapere che l’uovo in natura è composto da parti due: il tuorlo, più colloso, e l’albume, più gelatinoso. E’ quest’ultima la parte più infida.
Essa parte rifiuta infatti d’essere assorbita dalla carta, né si lascia raccogliere con cucchiaio all’uopo utilizzato.
Per avere ragione dell’albume (prendete appunti) ricopritelo di altri trenta strappi di carta, o da quaranta, o q.b., in modo da circondarlo senza scampo; poi raccogliete il tutto come se in mano teneste una medusa, ed esercitate il vostro diritto a infischiarvene della raccolta differenziata.
Passiamo ora al piano b: il lavaggio delle superfici imbrattate.
Non usate acqua calda (non chiedetemene ragione). Usate una spugna bagnata con acqua fredda e intrisa di detersivo.
Attenzione (prendete appunti): il detersivo che purtroppo avete usato è eccessivamente schiumoso, e passerete la successiva mezz’ora a risciacquare i pavimenti.
Avete finito di lavare.
No.
Scoprirete solo alla fine che lo zoccolino che contorna la base dei mobili di cucina ha lasciato trapassare alcune gocce di uovo. Smontate tutto lo zoccolino (metri lineari 3,50) e ripete le operazioni di pulizia.
Nel mentre fate sparire le tracce dell’incidente, fa rientro la legittima consorte, che vi saluta con un cordiale Ma come, non hai ancora cucinato niente?
A quel punto sfoderate il vostro miglior sorriso e conducetela fuori dalla cucina, prima che le sue sensibili nari inizino a fremere, captando gli effluvi frammisti di uovo e detersivo schiumoso.
Cara, oggi è un giorno speciale e dobbiamo andare a cena fuori. Offro io, e non bado a spese: si va da Alfonso, il re della mezza porzione.
E cosa ci sarebbe da festeggiare?, domanderà insospettita lei.
Il nostro anniversario.
Macchè, è fra sei mesi.
Ogni giorno è il nostro anniversario, e poi in più oggi è il tuo compleanno, no?
Quello te lo se già scordato un mese fa.
Ecco, appunto, non rimandiamo oltre i festeggiamenti,. Da Alfonso, presto, e crepi l’avarizia.
Come cuochi avete certo dei margini di miglioramento, ma come attori non vi batte nessuno.
(prossima lezione: predisposizione del pranzo in occasione della visita di vostra suocera, in due accezioni; 1) volete che vostra suocera torni ancora a trovarvi, e 2) volete che rifiuti ogni vostro successivo invito)
In principio è il buio, poi la terra e i sassi, e infine veloci i piedi, e nudi.
Tra campi di stoppie, caldi del giorno ancora, lei corre in sottana e scialle, la masseria alle spalle e di fronte il paese piccolo e la notte di pieno plenilunio.
Sotto i piedi e la terra, crocchiano a ogni passo le ossa degli eroi di lancia e falce, antichi.
Accade così ogni volta: al colmo del mese, lui digrigna e geme e si strappa camicia e pelle, e le grida di non voltarsi, di correre senza fiato da sua madre e lontano, per tornare a lui a giorno fatto, in salvezza d’entrambi.
Solo con l’alba fa ritorno, e lo trova sul battuto davanti casa, graffiato e morto quasi. Lo abbraccia allora lei, lo cura con la voce, gli ricorda il suo nome e lui ritorna da lontano.
Allora poi e per successivi i giorni è ancora il marito innamorato e bello che ha voluto un anno fa. Lavora al campo lontano, e lei a sole alto gli porta l’orcio con il vino, fresco e chiaro, e parlano succhiando noccioli d’oliva. Poi lui riprende a combattere inutilmente la terra ai sassi e alla stagione, mentre lei lo guarda, ed è suo.
Ma poi, la notte, la pienaluna, ancora, e le grida e la corsa a piedi feriti e scalzi dalla masseria al paese di case poche.
La madre ormai lo sa e veglia l’attesa masticando novene, mentre occhieggiano le imposte dei vicini a mormorar calunnia.
E nessuno sa il mistero dell’uomo, e lui nemmeno, che a ogni luna bisogna fuggire e non guardare.
Nessuno sa, ma la levatrice forse, vecchia e cieca che ha commercio con la notte, e conosce parole e cose.
Se la notte in cui nacque - dice la vecchia, segnandosi tre volte il petto – la luna piena lo volle, bagnandolo di luce, sarà per sempre schiavo. I lunatici son belve, e fanno strazio di donne e inseguono per infelicità la luna in fondo ai pozzi.
Ritorna lei allora lungo la strada di polvere che avvicina alla masseria, pungendosi con cardi selvatici, e gli dice che non fuggirà più, che ogni notte resterà d’ora in poi a casa, e che non ha paura.
Me ne andrò io, allora, e tu dovrai chiudere il chiavistello della porta, e non lo aprirai, nemmeno se ti scongiurerò.
E alla notte di tutta luna, lui scappa nei campi e urla, mentre lei serra il chiavistello. Ritorna poi e batte la porta, e la graffia e la strattona, e la scongiura di aprire, per pietà, se mi vuoi bene, apri e non soffrirò più.
Al mattino lo trova come sempre a terra, sconfitto e bianco.
Ancora un mese, e sempre quelle unghie che scarnificano porta e muri, ancora quei colpi, e lei che non ha paura.
Nelle notti dopo, un vento caldo che sa cose d’Africa la fa alzare dal letto spesso, mentre lui dorme, bello e nudo. Alla finestra lei lascia che i pensieri se li porti lo scirocco.
Risente quelle urla, quelle unghie, quel calpestio di bestia in caccia, e immagina le percosse su di lei, sull’anima e sul corpo, pensa ai graffi e alle ferite, e lo scirocco le riempie la bocca di un umore liquoroso.
E’ male, e dirlo non può alla madre, alla levatrice o a lui, e lo dice alle pale allora dei fichi d’india, graffiandosi in punizione, lo dice agli odori di un mare lontano e visto mai.
E al terzo mese, una luna rossa e calda colma il cielo cancellando costellazioni, che gli uomini subito dimenticano come non esistite ancora.
Lo sente che ritorna, ne riconosce la furia d’animale cieco, lo ascolta mentre con i denti scortica l’intonaco dei muri.
Lei si avvicina alla porta, la sfiora, la tocca, afferra il chiavistello, toglie la mano poi, padrefigliospiritosanto, che cosa sto facendo, lu Signuruzzu mi deve aiutare, e mentre la porta vibra a ogni colpo, la bocca le si riempie di umore liquoroso ancora e dolce, e allora afferra il chiavistello e lascia che la porta ceda, a lei eguale, e finalmente lo vede, finalmente sa, e gli occhi di lui sono mille occhi, e il suo volto tutti i volti, e non ha inizio né fine né mezzo, ed è ogni cosa, è anche lei, la masseria e la luna; e lui, il dio, mentre piano tutto scolora - la luna, la masseria e lei - sa con stupore che quel frammento di dolorosa imperfezione non riuscirà a sognarlo, magnifico, eternamente mai più.
Nella denegata ipotesi che vi sia tra di voi qualcheduno distratto all’eccesso (il sottoscritto, per citarne uno) vi rammento un paio di eventi lieti anzichenò.
Tra le autrici del numero, dedicato al Lavoro, alcune firme assai apprezzate da queste parti.
Inoltre, è finalmente in arrivo la seconda terna dei libri detitolati di Untitl.Ed, presentati sabato 10 giugno a Trieste.
Tra gli autori, Maria/Llu. Qui non si è arrivati per primi ad apprezzare il talento di Maria (c’era stato un precedente forum letterario) ma si rivendica con orgoglio d’averla fortissimamente voluta sulle pagine di sacripante! (e in questo caso sì, suppongo sia stata la prima rivista letteraria italiana a pubblicarla. Felice di eventuali smentite). Per chi si fosse perso, sempre per distrazione, i pezzi sacripantici di Maria, un ottimo assaggio qui.