URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

mercoledì, maggio 31, 2006
Oi Dialogoi – Storm on the Water (Closet)

Uno dei luoghi (comuni) dell’imbarazzo maschile è, come vi sarà noto, l’orinatoio a batteria, quello che ci vede costretti, spalla a spalla, a condividere momenti in cui un uomo dovrebbe invece restare solo. E se la compagnia ravvicinata di uno sconosciuto è imbarazzante, a maggior ragione lo è, nelle toilettes degli uffici, la contiguità con un collega, con cui si dovrà pure, per buona creanza, intavolare una breve conversazione, Se poi il sodale di cui si fa minzione è il tuo Direttore marketing, la situazione raggiunge il parossismo.

Direttore Marketing - Si nota, vero, che ho messo su parecchi chili?
Tu – Ma no, no, dottore, non si vede mica tanto.
DM – Eh, non avrei dovuto smettere di andare in palestra, ha visto come mi sono ridotto?
Tu– Ma lei non è mai andato in palestra.
DM – Appunto, perché dopo, quando si smette, si ingrassa subito. Guardi me, per esempio.
Tu - Ma…
DM - Ha poi preparato le slides per la riunione?
Tu – Veramente di solito ci tiene a prepararle lei.
DM– Che cosa?
Tu – Le slides. Per la riunione.
DM – Quale riunione?
Tu – Ma che ne so! L’ha detto lei un attimo fa. Ah, ma sta celiando, scommetto.
DM – A proposito, ho una soffiata sicura.
Tu – Ah, ha saputo che scommetto sui cavalli. E quale nome mi consiglia?
DM – Bradipo Taibo III.
Tu – Bradipo?!
DM – Dice a me?
Tu – A lei? Ma se …
DM - Accidenti, è saltato il ponte.
Tu – Ma dove, in Iraq? L’avevo detto che dovevamo andarcene.
DM - E’ saltato il ponte, qui vicino.
Tu – Ma quale, allora, quello sullo Stretto? Non lo fanno più, è saltato il piano?
DM – Mi è caduto il ponte del dentista, un provvisorio, proprio qui, nell’orinatoio.
Tu – Ah.
DM - Dice che possiamo riallocarlo?
Tu – N-No, direi di no, bisognerebbe prima sterilizzarlo.
DM – Lasci perdere, me ne faccio carico io. Non crederà che sia uno di quelli che, dopo, se ne lavano le mani.
Tu – E invece dovrebbe proprio farlo, è una questione di batteri, di infezioni, c’è scritto pure sull’ultimo rapporto dell’Organizzazione Mondale della Sanità. Se l'hanno scritto loro...
DM – Non c’è alcun bisogno di mettere le cose per iscritto, tra noi gentiluomini basta una stretta di mano.
Tu – Ah no, mi scusi, eh, a questo punto la mano no.
DM – Allora ci vediamo domani al golf.
Tu – Ben gentile, dottore, sarà un onore.
DM – A risentirla.

Il Direttore Marketing si gira, all’orecchio nascosto alla vista sfoggia il nuovissimo bluetooth con cui ha appena terminato di ciarlare. Ti passa accanto, guardandoti con disprezzo mentre parli, evidentemente, da solo. Hai allora la perfetta illuminazione: anche per quest’anno la gratifica natalizia te la puoi scordare.

affrancato e spedito da Effe | 09:23 | commenti (53)


lunedì, maggio 29, 2006
L’argine

Erano invece gli uomini a chiamare fuori il giorno, con passi ferrati a inchiodare sui sentieri e verso i campi le ultime esitazioni notturne.
Erano questi uomini a ordinare la cadenza alle ore, e a ogni ora il nome di una fatica diversa e la zappa che disegna i meridiani alla terra.
A sera poi, nei bicchieri a metà pieni di bestemmia e vino aspri, bevevano la fine del giorno e il prossimo silenzio.
Ma appena fuori dal paese, in alto sulla collina, alla somma riva del bosco, il giorno durava sempre un po’ di più, e tardava la notte.
Qualche vecchio che una volta aveva condotto il biroccio fin giù a Dogliani o alla fiera di Mondovì, lo sapeva che esisteva il cinematografo, e che era senza suono e muto. Ma nella casa alla somma riva del bosco il cinema era invece cieco e senza immagine. Lui raccontava ogni storia a chi lo ascoltava con occhi chiusi, e appena per poco si scordava ognuno la fatica inutile e le argille spaccate al sole.
Salivamo quasi ogni sera fino alla casa per vivere vite, scambiandole con le nostre, ed erano ore di camicie lise e semi di zucca e fazzoletti al collo.
Scendeva poi la gente al buio dei sentieri, portandosi via la notte e un silenzio che sapeva di domani.
Era allora, quando il mondo sembrava arreso ormai, che lui passava per ogni strada del paese, lungo il lastrico di pietre piatte e larghe, in mezzo a orti e tra il mulino e il lavatoio.
Ogni notte toccava angoli e muri, calpestava biforcazioni, traversava campi.
Bisogna ricordare tutto, ogni ombra e pietra, diceva, perché quando l’uomo dorme, dimentica di sé e degli altri. Il mondo esiste solo se ce lo ricordiamo ad ogni giorno nuovo, se lo raccontiamo, se ripetiamo nomi e luoghi. Ogni cosa scordata e non detta cade nel Nulla, e non esiste mai più.
Mi portava a volte a vederlo, il Nulla. Era proprio là, oltre la somma riva del bosco, dove s’era scelto lui la casa a bastione e argine.
Guarda, mi diceva, da qua, dal punto più alto della collina, e io guardavo giù dallo strapiombo e in avanti e in fondo verso l’indistinto, terracielo senza più confine, e neranotte.
Dove c’erano a giorno campi e paesi e passi di collina, al buio non c’era nulla più né mai, vita o suono, ma solo un denso Nulla silenzioso che avanzava a onde e a maree.
Se non fossimo qui, proprio ora, a ricordare che esiste invece il mondo, diceva, in una sola notte sarebbe cancellato tutto e per sempre.
E restava allora lui, legato all’albero maestro in mezzo a un silenzio in tempesta, a respingere Nulla e a ricordare tutto, gettando dighe di nomi e vite e luoghi, che a ogni notte nuova doveva poi ricostruire.
Non scordarti soprattutto di una cosa – mi rivelò infine là, alla somma riva del bosco, la più importante di tutte. Non dimenticare che c’era qui una volta il mare.
Lo raccontai allora alla schiena di mio padre al campo, e a cinghiate m’impedì di frequentarlo ancora.
Lo dissero poi anche al podestà, che da tempo sapeva il pericolo d’un uomo che ricorda e sogna. Da ogni campo e strada vennero a vedere, il giorno che lo portarono via dalla somma riva del bosco.
C’era il mare, ripeteva a tutti mentre lo trascinavano, c’era qui una volta il mare.
Si levavano gli uomini il cappello come a un funerale, al suo passaggio, e lo pensarono pazzo o santo.
Non lo vedemmo più, e ben presto la gente prese dimenticarne il nome.
Son vecchio io adesso come allora lui, e non me ne sono andato mai.
Ogni notte, quando si arrende il mondo, cammino lungo strade lastricate e campi, e ripeto nomi e vite, ma già non ricordo più ogni cosa.
Ci siamo scordati vigne e stagioni e volti di persone, e il paese è ridotto a poche case e meno vita ormai.
Ma ogni notte salgo ancora alla somma riva del bosco a gridare rabbia al Nulla che vincere non so, e porta via le cose.
Il sole arriva poi ancora, rosso, e io ritorno, dubitando di me e di lui e d’ogni cosa, e che non sia poi vero niente, mentre le mani nelle tasche ritrovano ogni volta, sul far del giorno e sempre nuovi, anemoni e conchiglie e odor di mare.

affrancato e spedito da Effe | 08:50 | commenti (36)


mercoledì, maggio 24, 2006
"Si crede bello come un Apollo"

E in definitiva, la pubblicazione del libro scritto e misto mica la volevo fare, come già dissi e descrissi. Laonde per cui, fin qui ho osservato silenzio e vita ritirata, a giusta penitenza.
Dappoiché, tuttavia, il danno è ormai fatto e stampato, ieri l’altro mi punse vaghezza di conoscerla, questa rutilante vita del Pubblicato. Avete pur scienza di cosa intendo: ospite d’onore in simposi letterari, interviste radiotelevisive, biografie non autorizzate e, soprattutto, orde di ammiratori in famelica caccia d’autografo.
Tutto questo comporta, e altro, l’essere popolare.
Ora, per una malaugurata confusione nel riferirmi alla giusta accezione del lemma popolare, mi ritrovai nella kasbah d’un moderno Centro Commerciale, con famiglie vocianti e carrellomunite e pallidi single armati di tristo cestello.
Giudicai opportuno assumere un’identità aulica ed esotica – sapete, ora sono un Pubblicato – e mi appalesai dunque nomandomi qual Vitantonio, sfoggiando una sobria sahariana e un foulard di seta sintetica avvitato al collo.
L’incedere doveva essere, e infatti era, noncurante e dinoccolato, con braccio destro oscillante a mo’ di pendolo di Foucault.
La testa tentennava costantemente in un simil-parkinson, a significare il mio giudizio critico sulla società contemporanea tutta.
Il sopracciglio destro inarcato e la fronte aggrottata denunciavano ironico snobismo malportato.
Dopo un’ora passata a dinoccolare, tentennare, inarcare e aggrottare, avevo crampi a ogni muscolo, compresi e non esclusi quelli maxillo-facciali.
Eppure, vi parrà strano, la folla ognicomprante fluiva distratta attorno a me, senza procedere ai giusti cori di giubilo per la sola mia presenza. Che diamine, eppure io sono un Pubblicato.
Ma ben si sa che i sabaudi son ritrosi e riservati, difficilmente fermano per strada i loro idoli per dimandar loro di vergare una firma autografa con dedica. Ciononostante, ecco che uno di loro, degli altri meno pavido, si fece avanti con carta e penna, pronunciando un timido Mi scusi
Ma certo, dia qua, risposi prontamente, strappandogli di mano la cartelletta e siglando con soddisfazione il mio primo autografo (solo successivamente ho scoperto d’aver così sottoscritto un contratto irrevocabile per l’acquisto dell’enciclopedia in tomi diciassei sulle abitudini sociali dello yak albino del basso Mekong).
Infine, avuto che ebbi il mio bagno di folla, e constatando che il Pubblicato non vive, come potreste credere, sol di arte, approfittai per effettuare alcuni acquisti necessari (c’era il 3 x 2 sul nettare e l’ambrosia).
Superai quindi con nonchalance la lunga coda alle casse, rispondendo benignamente Laissez faire, laissez passer a quanti protestavano per il mio mancato rispetto del turno. Ahimé, proprio all’ultimo un’orrida ottuagenaria, vice-campionessa rionale di ju-jitsu, con il manico del bastone da passeggio m’afferrò ai garretti, facendomi volteggiare per l’aere e depositandomi infine, e senza la dovuta delicatezza, sul nastro trasportatore della cassa. Giunto che fui in corrispondenza del lettore ottico, provocai mio malgrado un corto circuito al sistema centrale delle casse, in quanto articolo sprovvisto dell’apposito codice a barre.
Fu invero a questo punto che l’intera popolazione presente nel Centro Commerciale (pari per numero a quella del Burundi), già esasperata per le lunghe attese in coda, m’inseguì fino al parcheggio antistante il Centro, malmenandomi con ogni sorta di oggetto contundente (ho potuto rilevare, in un momento di lucidità, anche l’utilizzo di un didgeridoo).
E più io gridavo d’essere un Pubblicato, più la folla rinnovava ferocia e percosse - me ne domando ancora la ragione.
Finalmente riuscito a sottrarmi agli ammiratori che ancora tumultuavano, raggiunsi seppur malconcio la mia abitazione (tacerò qui il fatto che, sul mezzo pubblico adoprato, sono stato multato perché non dotato del biglietto obbligatorio, e di come la mia offerta di saldare l’importo dell’ammenda mediante un corrispondente numero di copie di Perse in partenza sia stata inopinatamente rifiutata).
Perdonai allora al volgo questa piccola incomprensione. Si sa che la gente ha bisogno di tempo, per riconoscere il talento. Mi girai quindi verso l’urbe, prima di varcare il portone di casa, benedicendo l’orbe con gesto ieratico.
Purtroppo il mio braccio alzato e le tre dita benedicenti e bizantine vennero scambiate per un richiamo da parte di un tassista di passaggio che, fermatosi, a viva forza mi caricò sull’automezzo. Hai voglia a spiegare che io era già arrivato a casa, e non necessitavo pertanto di alcun trasporto.
Ormai, mi spiegò, trovandomi a bordo ero costretto a effettuare una corsa a titolo oneroso, che lui mica era qui per gingillarsi, che diamine.
E va bene, risposi, ma mi faccia almeno fare la corsa minima.
D’accordo, acconsentì quello, il minimo che posso fare è riportarla al parcheggio da cui sono partito. E’ qui vicino, al Centro Commerciale. Ci dev’essere una festa, laggiù, c’è un sacco di gente che si agita. Vedrà come si diverte.

affrancato e spedito da Effe | 09:34 | commenti (49)


lunedì, maggio 22, 2006

Anatema sui blogger che pubblicano libri
o
Del perché ho pubblicato un libro
o
Come smetterò di fumare

Ivi e costì è pur nota la mia opinabile opinione circa le operazioni editoriali che cavalcano la moda dei blog.
A favore degli ultimi arrivati e dei miei colleghi di alzheimer, ribadirò in sintesi che blog e libri hanno motivazioni, approccio e sintassi differenti, e il travaso dall’uno all’altro non ha senso né punto né poco.
Chi scrive su carta lo fa nei modi e con la scrittura proprie di quel mezzo; blogger si è quando invece si scrive sul blog, e oltre o altrove non si va.
E infine, quella della carta è una perversione da cui è salubre rifuggire. Perché mai, a fronte di uno strumento – il blog – che potenzialmente può portare il vostro pensiero a centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo, ci si dovrebbe volontariamente confinare tra fibre di cellulosa e sbavi d’inchiostro in fondo allo scaffale più nascosto e polveroso dell’infima libreria dell’ultima periferia?
O blogger, vil razza dannata: rinsavite dunque, e non pubblicate libri che facciano il verso ai blog!
Con tutto ciò, io ho pubblicato un libro che rifà il verso a codesto blog, peraltro con l’eloquente titolo Perse in partenza (vedi alla voce battaglie).
Dappoiché qualcuno, tra i più avvertiti e scaltri,  potrebbe notare una leggera incongruenza tra pensiero e azione, al di là di un asserito e generico diritto all’incoerenza spiegherò inoltre che l’ho fatto, dopo essermi rifiutato in precedenti occasioni, a cagione del seguente elenco di motivazioni: 
- perché me l’ha proposto un amico verso cui avevo, oltretutto, un debito di riconoscenza sacripantica;
- perché all’iniziativa partecipano, incauti, anche altri amici degli amici (un'associazione a delinquere, diciamo);
- perché i testi sono posti sotto licenza Creative Commons, e possono essere utilizzati da chiunque per scopi non commerciali, come sul blog;
- perché i testi originali continuano a essere leggibili in rete, a voler essere perversi scandagliatori di archivi. I testi pubblicati sono stati in parte riscritti, tenendo conto del differente supporto e del diverso lettore potenziale;
- perché mi è stato consentito di inserire almeno un racconto inedito, particolarmente croccante. Lo so, pare di scimmiottare il cantante bolso che, con la scusa di un solo brano non risaputo, propina ogni hanno la stessa raccolta di canzonette. E tuttavia, devo dire che quell’unico inedito (L’Armando e l’Amanda) è particolarmente gustoso, Tempo dopo averlo scritto, mi è casualmente capitata per le mani la relativa bozza; non riconoscendola subito per mia, mi sono sollazzato alla lettura, domandandomi chi fosse quella sagoma dell’autore (in questo senso, il già citato alzheimer fa miracoli). Cocente delusione, nel vedere poi in calce la mia firma;
- perché la scrittura non l’ho venduta ma, in pratica, regalata, così come sul blog. All’autore viene riconosciuto infatti il 6% del prezzo di copertina, dedotta l’iva, delle copie vendute. Se l’iva nell’editoria è quella agevolata al 4%, con fatica alambicco e deduco che all’autore spettano ben 28 centesimi al pezzo (poi suppongo ci siano ancora tasse e ritenute d’acconto).
Per potermi allora permettere l’acquisto di una pur modesta confezione da 3 di Partagas D4 (27 euri), si dovrebbero vendere adunque un centinaio e più di codesti libercoli.
Mmh.
Pur conteggiando amici e parenti, mi sa che è la volta che qui si smette di fumare (e comunque: non pubblicate su carta!)

Herzog, Perse in partenza (vedi alla voce battaglie), Unwired Media, € 4,90

affrancato e spedito da Effe | 09:20 | commenti (72)


mercoledì, maggio 17, 2006
Gli Zingari
di Cristina Galhardo

[Questo è un racconto scritto da Kanuthya del blog Quiromancias (Portogallo) per un futuro sacripantico. Poiché di questo futuro non si conosce il se, né il quando, e il racconto-acquerello deve essere letto invece ora, lo riporto qui, con il permesso auspicato dell'autrice]

Il decennio in cui sono nata non mi sembra mai troppo lontano. Attraversava allora Manu il ponte, quando una figura di nero vestita la ferma, guardandola negli occhi, e chiede:
- Le posso leggere la mano, Signora?
- Non la posso pagare.
C’è tristezza nella risposta, in questa semplice risposta che si usa per tanti che cercano di venderci gli oggetti indispensabili – rose di carta che non muoiono mai, tappeti orientali fatti in Alcochete – originali, signora, tessuti a mano, come non si vede più ora – Timex di cinque euro e mezzo. E c’è la fortuna, pure.
- Non mi pagherà, non lo voglio. Voglio soltanto leggere la sua mano.
Manu la stende. Di mani poco sapeva, solo che se un giorno, le avevano detto, le unghie diventeranno porpora, la morte sarà vicina. Si è sbagliata su questo, Manu chiaroveggente, lo posso assicurare, l’ho conosciuta, ho viste le sue unghie porpora e ha vissuto comunque tanti anni ancora. Ha guardato pure lei negli occhi quella sua sorella di divinazione, versata in arti diverse. A lei, Manu, i presagi arrivavano in sogni.
Leonel manteneva una certa distanza dalle donne. Narratrice sono, però non potrei affermare con sicurezza a cosa pensava. Non guardava loro, questo lo so, non è fatto così, come la gente che osserva gli altri. Si è distratto, con qualche uccello, chissà, sbuffando, impaziente per il contrattempo che lo ha fermato. Lui insegue sempre l’orologio, ha ore precise per tutto. So, però, quello che ha pensato alle prime parole della zingara, che ricercava le righe nel palmo di Manu.
- Poco tempo fa, lei ha attraversato le acque, è venuta da lontano. E ha lasciato tutto là.
Posso, anche se non ero presente, intravvedere il sorriso ironico di Leonel – Siamo sul ponte di Santa Clara, attraversiamo le acque tutti i giorni…
Manu, invece, ha sentito una verità assoluta. Era scappata dalla guerra in un altro paese, lasciando tutto dietro, ed era arrivata qui viaggiando sulle acque, per tanti giorni. Il breve esame della sua vita registrata sulla pelle della mano è bastato, da lì in poi, per avere con gli zingari un rapporto unico. Più tardi, mentre le altre nonne facevano avvertenze orribili ai nipoti su quella gente che rifiutava la legge e rubava i bambini cattivi che non mangiavano la zuppa, Manu si fermava con sua nipote per parlare a lungo con le zingare che trovava per la città.
 
Tanti anni dopo, Manu, sono ben più a sud del fiume che attraversavi con Leonel. Manca poco già, fino al momento in cui lascerai il corpo che ci serve da vestito in questa vita, e che tante volte ci pesa troppo.
Il freddo è lancinante stamattina, in un Alentejo conosciuto per il suo caldo. Cerco il caffè, questo sì, caldo, che mi porterà a questo mondo dopo la notte mal dormita. Mi avvicino alla finestra. La campagna è bianca, indossa brina. C’è soltanto un albero, e due cavalli con coperte sopra. Sono arrivati gli zingari, Manu, ancora e sempre, perpetua carovana. Coprono i loro cavalli di notte, da loro dipendono per gironzolare il mondo fuori.
Il capo del piccolo clan ha già preparato il fuoco, e ora seguono il mio rituale, prendendo il loro caffè. Ci sono bambini nudi che corrono indifferenti al freddo. Pure io non avevo freddo da bambina.
Se tu fossi qui, Manu, salteresti dentro la carrozza che presto partirà, ti siederesti accanto alla donna e condivideresti chiaroveggenze.

affrancato e spedito da Effe | 09:36 | commenti (19)


lunedì, maggio 15, 2006
Appunti per una Spoon River sabauda

E’ da supporsi che le necropoli di campagna, non stravolte dal cottimo tipico dei cimiteri cittadini, possano dire molto del mondo che le edificò.
Così è per il camposanto di Valdellatorre, che digrada a terrazzamenti su una costa di collina.
Al vertice, e non solo altimetrico, c’è la tomba di famiglia dei Rossi di Montelera. Una cosuccia sobria, ci si intenda: un tempietto di 300 metri quadri, con prostilio e peristilio, e chiostro ingentilito da fieri mezzibusti.
Poco più sotto, una lapide appena grande come il Muro del Pianto invoca pace per l’anima benedetta di Rosso Bartolomeo, deceduto il 17 maggio 1912 all’età di anni 83. Uomo di spirito e di vita patriarcale, tenne fino alla morte a sé unita la numerosa famiglia, governando coll’autorità di re e coll’amore e la provvidenza di padre oltre trenta persone.
Un piccolo satrapo sabaudo.
E quasi tutte le oltre trenta persone (che qui era importante anche il contarsi, dacché sia in vita che dopo, la famiglia numerosa era confine e giurisdizione) hanno seguito Rosso Bartolomeo nell’identica cripta, aggiungendo all’elenco, ma più in piccolo, il loro nome mortale.
A seguire, le tombe di altre famiglie, a ricomporre nuclei e fazioni, alleanze e faide interminate.
I nomi si ripetono, uguali ma con differenti declinazioni. E così, ai Castello si affiancano i Castello Lucco, e poi vengono i Castello Lucco Bossù, in un’ampliarsi di legami e patrimoni.
E ogni tomba porta non solo il cognome del capostipite, ma financo il nome, a significare che tutti coloro che furono ivi tumulati costituiscono una gens di proprietà del patriarca e re, governatore assoluto e despota del regno d’una cascina.
I nomi poi dei cari estinti raccontano storie altre.
Chissà se Lucco Bossù Nilo sognava di far l’esploratore, mentre con l’erpice frantumava zolle imprecando gli dei del suo piccolo mondo di raccolti e semine.
Che dire poi di Lucco Bossù Ifigenia, vedova Lucco Castello? Venne allora sacrificata in cambio di venti ed eventi favorevoli?
E doveva poi essere di beltà vestita, Chiaberge Venusta vedova Lucco Bossù. Nata e scomparsa negli stessi anni di Lucco Bolera Luigia vedova Lucco Bossù, e sepolte entrambe nella stessa tomba. Chissà se, mantidi d’un bigamo, hanno sepolto, restandone vedove, l’identico Lucco Bossù.
Infine, passando tra dagherrotipi che mostrano mustacchi monumentali e volti iracondi e ancora non arresi alla tomba, non può non notarsi la sfida che ancora oggi si lanciano, tra tempo e spirito, Bergera Giuseppe, dottore in giurisprudenza, e il canonico Rosso Michele, cerimoniere della cattedrale di Torino per 45 anni.
Piccoli mondi e vite, che la morte non può certo terminare.

(annotazione: i custodi di cimiteri, insospettiti dal vagare tra le lapidi d’un losco figuro armato di carta e penna, reagiscono con veemenza alla parola blog. Sconosconsi le motivazioni)

affrancato e spedito da Effe | 09:34 | commenti (43)


mercoledì, maggio 10, 2006
Scritture di strada – Immagini e Immaginario

Mentre a Torino il poeta obliquo Arsenio Bravuomo è in camera di montaggio per realizzare uno spettacolare filmato sulla Giornata sabauda delle Scritture di strada, qui e là si possono indovinare parole e colori delle diverse città coinvolte.
Qui e là sarebbero, in ispecie:
Incipit Channel TV, (Torino), un blog di postcast su tutto ciò che è inizio (di Giorgio Levi);
Flickr (un pool che per ora ricomprende Torino, Milano, Roma e Fiano Romano): 
Almostblue  (Roma)
Flickr (Napoli - S. Maria Capua Vetere)
Flickr (Torino)
Astrogigi (Svizzera)

Segnalateci, se volete, altri contributi immaginifici.

affrancato e spedito da Effe | 08:57 | commenti (33)


martedì, maggio 09, 2006

Giornata delle Scritture di Strada a Torino (flash-back)

C’erano parole nell’aria, che sfruttavano correnti ascensionali per muovere cielo e nuvole.
Il primo a scrivere è stato un ragazzino, che ha riempito due pagine a segni rossi e vitali.
L’ultima una signora anziana che, mentre a sera stavamo smontando l’allestimento, ha continuato imperturbata a scrivere sull’ultimo tavolino rimasto, fino a coprire una pagina intera di caratteri puliti e fitti.
In mezzo, piccoli mondi.
Il Calligrafo, capace di scrivere su ogni supporto e con ogni strumento, e gli Street Writers a tinte forti.
Scrivere per esistere, scrivere per resistere, c’era scritto su un rotolo di carta da parati. Si avvicina allora un Tadzio, ma più sofferto e timido.
“Scrivo poesie”, dice, ma non ce n’era bisogno, si vede.
“Anch’io scrivo per esistere”, dice ancora.
Hamid Ziarati lascia su un grande foglio i versi in persiano di un altro poeta, e sono segni e suoni bellissimi.
Alcuni scrittori di strada leggono le loro parole davanti a una videocamera, e ne verrà un podcast.
A metà pomeriggio c’è un momento di splendida anarchia: la gente, in gran numero, si impossessa della nostra area e scrive, imbottiglia storie, inserisce le scritture nelle urne per la raccolta differenziata di parole, scrive sui rotoli verticali delle macchine leonardesche, e tutto in perfetta autarchia.
Un bambina estrae due parole per creare un binomio bizzarro e, da qui, una storia. Le parole sono “biscia” e “”carnale”. La biscia carnale crea imbarazzo nella bimba e nei suoi genitori, ma per motivi diversi. Si conviene allora che “carnale” dev’essere un refuso, e che si tratta invece di “carnevale”. Sorridono tutti (anche le bisce).
C’è la signora che mi prende sottobraccio e poi, dopo aver sentito le mie spiegazioni dettagliate sulla giornata delle Scritture di Strada annuendo con convinzione, dice “Io veramente sarei interessata al torneo di scacchi. Sa dove si svolge?”
“Lei è una giocatrice?”
“Non so un fico secco di scacchi, Ed è proprio per questo. E’ il bisogno di conoscere che ci fa liberi, lo sa lei o non lo sa?”. Adesso sì, adesso lo so.
C’è chi viene per fare un’intervista, e poi finisce con lo scrivere una storia.
Ci sono i bambini che scrivono parole su palloncini liberati a sera verso il cielo.
Ci sono fogli-foglie colorate piene di parole e appese al sole come bucato.
E c’è una signora novantenne, malferma e dallo sguardo lontano e chiaro, che nonostante la mano destra fasciata vuole e riesce a scrivere poche righe.
“Si capisce?”, chiede poi.
Si capisce, sì.
Si capiscono, da questo, molte cose.

affrancato e spedito da Effe | 10:32 | commenti (33)


lunedì, maggio 08, 2006
La Giornata delle Scritture di Strada a Torino (the day after)

Giornata di vento, di sole e di scritture in controluce.
Le parole sono state liberate in così gran numero, che ora ne restano poche (e del pari le forze) per ringraziare tutti coloro che hanno reso possibile la Giornata, in terra sabauda e altrove.
Grazie a chi ha pensato e realizzato l’iniziativa, a chi si è presentato per dare una mano, a chi è venuto da lontano, a chi ha lasciato un sorriso e a tutte le mani senza nome che hanno lasciato segni e parole.
A presto, con resoconto e immagini.

affrancato e spedito da Effe | 10:34 | commenti (15)


giovedì, maggio 04, 2006

aggiornamento: salvo imprevisti, la giornata sabauda delle Scritture di Strada andrà in diretta telefonica con Fahrenheit (Radio Rai 3) e subirà l'incursione delle telecamere di Rai Futura (courtesy of Giulia Blasi)


Monomanie (in numero di due)


Nei commenti al post precedente si torna a parlare, e non per mia volontà, di Salam, maman di Hamid Ziarati.

Ma allora mi provocate.

Accettando la sfida, vi comunico che il libro è in lizza per essere giudicato come Miglior Libro del Mese (aprile) presentato da Fahrenheit. Per chi volesse (io lo volli), si può mandare una mail qui indicando per l’appunto codesta preferenza.

L’autore inoltre sarà nuovamente ospite di Marino Sinibaldi oggi, in diretta dalla Fiera del Libro di Torino, per chi desiderasse assaggiarne la voce antica.

E poi, per l’altra monomania (lo so, due monomanie sono un ossimoro, che il cielo abbia pietà di noi): se lo dicono i giornali, allora dev’essere vero.

Loredana Lipperini, sulle pagine-cultura de La Repubblica di ieri, dedica trenta belle righe alla Giornata Nazionale delle Scritture di Strada (qui anche il pdf).

Per la realizzazione sabauda dell’iniziativa, domani dovrebbe uscire un altro articolo su Torino7, inserto de La Stampa (courtesy of Alessandra C).

Diamine, noi si stava solo scherzando (ma, a questo punto, per i sabaudi l’appuntamento è in piazza Robilant 16, dalle 10 alle 19).

Essendo avvisati, siete mezzo perduti.


affrancato e spedito da Effe | 09:40 | commenti (28)


martedì, maggio 02, 2006

Breve in cronaca

"Elohim - disse Abraham – tu hai occhi di notte e voce di eserciti in battaglia. Il tuo nome ha rumore di oceano, le tue parole sorgono ad abbreviare la notte. Prendi allora la sabbia e fanne mare, e inondami le vene di spade e luce".
"Abraham – disse Elohim – tu vieni a me a ogni nuova oscurità e sempre la tua ricerca trova il mio cospetto. Con ogni lettera del mio nome tu mi evochi. Io mi abbevero alla sete che hai di me".
"Elohim – disse Abraham – tu mi sei padre, e dio. Io ti scelgo come casa e come cammino del mio passo. Io ti desidero perché mi hai fatto a tua somiglianza. Solo tu sai di cosa ho bisogno".
"Abraham – disse Elohim – io ti conosco fin dal tempo in cui mi hai chiamato. So la tua anima, e possiedo ciò che placa la sete. Ma in cambio mi offrirai un sacrificio".
"Elohim – disse Abraham – tu solo sai perché ogni notte grido il tuo nome oscuro. Dammi la pace che chiedo, e avrai il sacrificio".
"Abraham – disse Elohim – grande è il bisogno che hai di me, grande il sacrificio che mi porterai. Io ho veduto il figlio tuo, Isaac, e mi sono compiaciuto di volerlo. Tu me lo offrirai, posandolo nelle mie mani, e io lo accetterò".
"Elohim – disse Abraham – tu sei ogni cosa, e io nulla. Tu possiedi i mondi, e io non sono niente. Ma questo sacrificio non ti appartiene. Non lo farò, neppure per te che mi sei padrone e dio, neppure se il bisogno che ho di te adesso mi riempie di fuoco gli occhi e mi spezza ossa e pensiero e vita".
"Abraham – disse Elohim – se tu non officerai il sacrificio, io non ascolterò la tua preghiera, nasconderò il mio volto e non avrai la luce che vince il freddo del corpo e della mente".
"Elohim – disse Abraham – io conosco che senza te non ho vita, né aria il mio respiro. Ma mio figlio no, mio figlio mai, mio figlio è per me più di me stesso, più di un dio notturno e di eternità breve. E per proteggerlo alzerò la mia mano su di te, la mano che stringe la lama, la lama che porta oscurità. Conoscerò allora se un uomo che uccide dio è meno di un uomo, o più d’un dio".
"Abraham – disse Elohim – tu non lo farai. Io sono il signore dio tuo, e non avrai altro dio all’infuori me".

Elohim allora convocò il tuono nella mano destra per incenerire il cuore di Abraham. Ma il piccolo uomo era già presso dio, e lo colpì agli occhi perché non lo guardasse nell’animo, e lo colpì alla lingua perché non pronunciasse il suo nome, e infine alla gola, perché non respirasse più.
Poi Abraham abbracciò il corpo immenso e immobile di dio, e lo baciò piangendolo per una notte che fu lunga come tutte le notti dall’inizio del mondo.

Sui giornali del giorno dopo, solo poche righe raccontarono del tossico che aveva ucciso e seviziato il proprio pusher in fondo a un vicolo, vegliandolo poi fino al mattino.
Ignoti i motivi del gesto.

(ci sono poi altri modi di rileggere il mito)


affrancato e spedito da Effe | 01:01 | commenti (34)

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