URBI ET ORBI. Questo blog va contro ogni buonsenso. Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi. Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo. (P. O. Enquist, quasi)
venerdì, marzo 31, 2006
Per una grammatica del blog
M’accorgo che qui si sono consumati tre anni di blog.
Il 3% di un secolo.
Troppo, decisamente troppo.
In quanto vegliardo del web, non giustificherei il mio accanimento terapeutico nel tenere in vita il sitarello, se non concedendo almeno una massima che sia di conforto e guida alle nuove generazioni di blogger, che abbiano a citarla nei secoli (o almeno nel prossimo week end).
Ci si lamenta non di rado della deriva che squadriglia e disarticola i commenti rispetto al tema dei post.
Si sappia allora e invero che il post non è altro che la base materiale necessaria perché le voci d'altri si facciano segno (lo so, questo è un duro colpo per le blogstar).
E dunque, si diffonda fino ai confini dell’impero (urbi et orbi, ma soprattutto orbi) la seguente e sempiterna massima costì coniata:
“Non chiederti se l’altrui commento sia pertinente al tuo post.
Domandati sei il TUO POST sia pertinente al commento successivo d’altri”.
Ho detto (e non c’è neppure bisogno di ringraziarmi).
Ho ponzato lungamente, e alla fine mi sono risolto: accetto.
Tutto.
Mi spiego meglio.
Dacché si è in clima elettorale, la blogosfera ha presentato con largo anticipo le proprie liste di governo.
A mio immeritato onore, ho ricevuto nomine in ambito ministeriale presso due schieramenti opposti: chez Azioneparallela all’ambiente, territorio e beni artistici; chez Saltino, alle politiche sociali.
Che non mi abbiano creato direttamente D.I.O. (Dittatore Illuminato e Onnisciente) mi ha sorpreso alquanto, ma comunque.
Ebbene, ringrazio e accetto, e mi schiero contemporaneamente e in modo bipartisan con entrambi i Poli (e non venite a parlarmi di questione morale, che ormai l’etica la danno in omaggio con i fustini del detersivo).
Prendo la cosa assai seriamente, e stilo innanzi tutto un programma minimo di governo in dieci punti che, eccedendo gli incarichi assegnati, riguarda i grandi temi di interesse degli italiani: famiglia, tasse, salute, lavoro.
1) Famiglia: sta bene, grazie (e baciamo le mani)
2) Tasse: bisogna farle pagare di più, ma anche di meno (non scordate che sono un candidato bipartisan). Nei giorni pari le imposte verranno aumentate, mentre in quelli dispari saranno diminuite. Alla fine sarà un gran casino, ma volete mettere la finanza creativa?
3) Salute: grazie, ma non ho mica starnutito.
4) Lavoro: parla per te, io son già stanco.
D’accordo, d’accordo: i più sagaci tra voi avranno notato che al previsto decalogo mancano alcune voci.
Lasciatemi allora fare due considerazioni.
La prima è che non posso mica fare tutto io.
La seconda è che siete degli insopportabili pignoli.
Imperocché la natura cotesto dono mi fe’, d’essere davvero l’uomo giusto.
Non lo dico io, lo affermano i fatti (lo specifico per gli invidiosi).
Adunque così accade: io piaccio.
Ci posso forse far qualcosa?
Ognuno si ritrova ad essere quel ch’egli è, e non c’è motivo veruno per adontarsene (cioè a dire: se non piacete, peggio per voi).
Fu così che, per fato o per ventura, incontrai un dì il mio primo grande amore, di sottobosco il guardo e nerocrinita.
Fui con ella gentilee premuroso, un cavalier servente, un gentilhomme.
Preparando bauli e cappelliere per l’addio, mi disse lei che cercava invece un uomo forte.
Di repente incontrai un sogno: fiera, bella e d’alabastro.
Le mostrai allora cos’è l’uomo forte e risoluto, l’uomo che non deve chiedere mai.
Salutandomi dal treno, mi spiegò l’infelice che avrebbe voluto un uomo distante e misterioso.
Ma la terza, oh, la terza donna della mia vitami conobbe invero circonfuso di mistero, che neppure il mio nome le svelai.
Fui così distante che, a un certo punto, per la lontanza, non la vidi nemmanco più.
Al ritorno trovai soltanto un suo biglietto, in cui mi spiegava che s’andava in cerca di un uomo gentile e premuroso.
All’incontrare il quarto e unico grande amore, premurosamente e misteriosamente le appioppai un forte manrovescio preventivo, da distante e con estrema gentilezza.
Non potevo essermi sbagliato, non più.
La fortunata creatura – ci credereste? – nell’andarsene mi denunciò alla Benemerita.
Ora che sconto una lieve pena, condannato da un giudice donna che, non lo nego, dallo scranno mi lanciava coi fulminei rai uno sguardo vorace a concupirmi, rifletto sulla morale della mia vita.
Fui di certo l’uomo giusto, questo sì; solo, sempre con la donna sbagliata (l’altra possibile morale potrebbe essere che le donne non sanno quel che desiano; ma suppongo sia ipotesi inconcepibile)
Questo insegna dunque la storia, che s’ha da trarre giovamento dall’esempio di vita delle Grandi Personalità del passato.
Prendete, ad esempio, Leroy Johnson.
Che poi, Leroy Johnson non era neppure il suo nome, ma quello del personaggio che interpretava in Fame (è inglese, non equivocate, non era un documentario sul centro-africa).
Ora non recitate la pare dei ggiovani che non sanno di cosa parlo; almeno due generazioni sono rimaste segnate dal film e dalla conseguente serie televisiva.
Dicevo, Leroy Johnson non era il suo nome, eppure tutti lo chiamavano così, e lui si arrabbiava moltissimo ("E abbasta con 'stu Leroy, io NON mi chiamo così, dannazione, almeno tu lo dovresti sapere, no, mamma?").
Fame era ambientato a New York.
Oppure no, forse era un’altra città, Albuquerque o Starwood in Aspen, non so, con le geografia yankee io non è che.
E insomma, c’era questa scuola in cui tutti erano creativi e magnifici e bellissimi e ottimisti e anche se erano pessimisti alla fine tutto andava a posto e si ballava in mezzo alle strade di New York o Chicago o New Orleans e si cantava e il mondo era migliore.
Che se per caso tu invece stavi preparando un compito di trigonometria, subito ti veniva un magone formato famiglia, tanto la tua vita era differente da quella di Fame, e non eri affatto creativo, e se eri pessimista, be’, avevi del tutto ragione d’esserlo, che le cose mica si mettevano a posto da sole, nella vita reale, e allora buttavi il libro di trigonometria e sognavi di essere là, a New York o Denver o Atlanta, con il tuo piccolo sogno italo-americano sotto il braccio.
Se oggi, mediamente, l’italiano sa poco o nulla di trigonometria, è certamente colpa di questo tipo di televisione, del tutto diseducativa.
C’è mancato poco che si creasse un effetto Albania, con carrette del mare che dall’Italia salpavano per gli States (New York, Miami o San Francisco) verso il Paese dei Balocchi. Poi, in verità, sono cambiati i palinsesti tv, e anche il Paese sembra un po’ meno dei balocchi.
Ma, dicevo, prendete Leroy Johnson (che non si chiamava davvero così, forse l’ho già detto).
Ebbene, cosa gli mancava? Era famoso in tutto il mondo, aveva soldi, successo, era bello, e se anche non era bello, quando sei ricco e famoso sei bello lo stesso.
Eppure, guardate qui, è morto.
Non oggi, eh, questo non è un necrologio.
Ora, in effetti, è vero che morire non è una cosa poi eccezionale, capita piuttosto di frequente. Non alla stessa persona, intendo dire in generale, che al singolo individuo capita mediamente una sola volta nella vita, di morire, salvo eccezioni. Ma non è questo il luogo per.
Chissà, forse Leroy (o come diavolo si chiamava, accidenti a lui) nonostante fama e danari, avrebbe cambiato la sua fulgida e breve vita con quella di un geometra del Comune con un mutuo trentennale da pagare e la figlia con l’apparecchio ai denti e il vicino di casa che ascolta musica techno alle due di notte.
E chissà se lo stesso cambio lo avrebbero fatto gli altri protagonisti di Fame.
Aspetta, come si chiamavano? C'erano anche due italo-americani (ci sono sempre due italo-americani.)
Danny Amatullo e Bruno Martelli, ecco come.
Diomio, saranno vent’anni o più che non sento questi nomi, eppure non li ho scordati.
Un verso di Miguel de Unamuno a memoria, per dire, non lo saprei recitare, ma Danny Amatullo e Bruno Martelli, perdiana, quelli me li ricordo.
Niente da fare, siamo ciò che guardiamo in televisione, oppure ciò che sogniamo (era solo questo, che volevo dire)
Un passo indietro, per segnalare che sul blog de rua si accumulano spunti e suggerimenti, indicazioni di materiali e seduzioni dell'immaginario (si parla della Gionata Nazionale delle Scritture di Strada, naturalmente)
La chiave al collo, legata a una catenella che scompare nella scollatura. Non me ne separo mai, perché così ho imparato, che quello che fa bene può far anche molto male.
Come la vita.
E sono molte le vite che chiudo a chiave nell’armadietto in fondo al corridoio. Ci sono storie, là dentro, c’è il passato, e l’oblio. Le storie e il passato sono le cartelle di chi è andato via, l’oblio è la clozapina, cinquecento milligrammi per quelli della camerata B, trecento per gli altri.
Alcuni li dobbiamo legare alle sbarre del letto, la sera, perché cinquecento milligrammi non bastano, e una dose superiore può dare un oblio da cui non si ritorna.
Con lui, invece, non c’è bisogno di farmaci, né di contenimento. Non si può contenere il mistero.
Non sappiamo, di lui, nulla e nessuna cosa. E’ stato trovato un giorno al cancello del giardino. Qualcuno lo deve aver portato, perché non si muove mai da solo. Occorre sfiorargli il braccio, con leggerezza, accompagnandone delicatamente la direzione.
Ma, da solo, lui rimane fermo, ovunque si trovi, in ogni momento. Per ore resta in mezzo al giardino, o al fondo della camerata, o nel letto, o in piedi, finché non ci ricordiamo di lui e lo andiamoa prendere, tagliando le piccole radici che affonda in ogni luogo. E’ come un albero, lui, un faro, una minima montagna, sembra immane ed è minuto, inamovibile ed è così leggero.
E sempre, e ovunque, guarda verso il cielo.
Lo sguardo non si può incrociare mai, a fatica ricordo l’azzurro dei suoi occhi, sempre rivolti all’alto, che le cose di quaggiù non vedono. C’è qualcosa, là in alto, e ogni giorno, e ogni notte, a ogni istante, e ovunque, all’aperto e all’interno dell’ospedale, i suoi occhi sono rivolti verso un punto esatto del cielo, sempre lo stesso, uguale e sconosciuto.
Di giorno, il volto è teso nella battaglia per non perdere le coordinate invisibili tra nuvole e sole. Di notte, sembra che lo sforzo si attenui, ma solo un po’, e solo un po’ sia più facile il compito, e meno gravoso.
Durante il mio ultimo giro in corsia, appena prima dell’alba e subito dopo la semioscurità, lo trovo nel suo letto vicino alla finestra, gli occhi arrossati per la notte insonne, lo sguardo proteso verso quel punto che nome non ha.
Vorrei capire, vorrei poterlo aiutare nella sua fatica, e prendere su di me una parte della sua stanchezza, ma non sa nessuno cosa fissi lassù, in quell’arco irrinunciabile di cielo.
Lo so che non dovrei sentirmi coinvolta così, che il mio compito è solo quello di somministrare milligrammi di torpore. Ma io raccolgo le storie di tutti quelli che passano di qui, e sono trent’anni.
Rinchiusa qui dentro più di loro, scrivo sulle schede dell’armadietto le loro voci, le loro impossibilità, e quello che da soli non san dire. E anche quando loro non ci sono più, io continuo a sentirli parlare, le loro voci mi chiamano perché non li dimentichi, chiedono il mio aiuto, e io a volte so come aiutarli, e altre volte no, e allora ascolto le voci per tutta la notte, finché il turno poi finisce.
Ma di lui no, di lui non scrivo nulla, finché non capisco la sua domanda rivolta all’alto, e la sua fatica, che piano sembra consumarlo, ed è sempre più stanco ormai.
E una notte, poi, una notte dopo tante, una notte passata a osservare lo stesso punto nel cielo, finalmente ho compreso, e tutto è stato allora così evidente.
E’ sempre là, quel punto, sempre a settentrione, verso il cielo lassù, in mezzo a ogni stella, e tra ogni stella solo quella, la prima della costellazione del Nord, dell’Orsa Minore, del Piccolo Carro,
la Stella Polare.
Quello è il punto, quella
la Stella che lui osserva sempre, senza interruzioni, anche quando, con la luce del giorno, è per gli altri un ricordo invisibile appena. Ma lui sa sempre invece dov’è. La sorveglia, la protegge, lui, il custode dell’Orsa, l’auriga del Piccolo Carro, il guardiano della Stella del Nord.
Questo è il compito che gli è stato affidato, e che ha giurato di adempiere sempre. E sempre deve rinnovare giuramento e protezione, perché nulla e nessuno possa modificare il luogo della Stella spostandola da quell’esatto istante, dal settentrione della vita, dal Nord di tutti i naviganti, punto fermo da cui gli dei hanno iniziato a disegnare il resto del mondo, prima certezza tra tutte per gli uomini.
Quella notte allora, e ogni altra poi, sono rimasta insieme a lui, accanto alla finestra della camerata, a osservare l’alto, per alleviare la fatica e condividere il giuramento. Tutto il cielo ruota insieme, e a ogni ora le luci vive percorrono una parte di notte e di cammino, segnando rotte algebriche sopra un piano infinito. Ma lassù, a settentrione, nel cuore del Carro e dell’Orsa,
la Stella rimane immobile e inespugnata come una verità perfetta, e quaggiù lui la custodisce e la protegge.
Chissà se anche là in alto, da così lontano, qualcosa osserva questi occhi azzurri, e chissà che non sia proprio l’incontrarsi di sguardi a rendere possibile che ogni costellazione resti ancorata a disegnare la notte con un profilo noto, senza disperdersi invece all’infinito, così che non si capovolgano i punti cardinali, e non si confondano le orbite, riportando tutto nel caos incomprensibile.
Due sguardi, asse del modo conosciuto, cardine non visibile attorno cui tutto ruota e si rinnova.
Lo aiuto, io, ad ogni notte passata accanto alla finestra, prima e dopo il giro nelle corsie. E a quella finestra ora mi chiamano le voci, e le voci chiedono aiuto, non per loro, adesso, ma per lui, per l’immane compito, per il giuramento eterno, per i lavoro che asciuga ogni respiro, ogni energia.
Ieri poi so che l’hanno portato in terapia, perché il mancato sonno, e la tensione, lo avevano quasi spezzato, ma adesso è qui, quasi trasparente, ormai, quasi cancellato dal dover reggere l’universo, e respira con fatica, eallora adesso so, conosco la sua domanda e la sua storia e la via per liberarlo, come ne ho liberati altri.
Questa notte allora mi avvicino a lui, e non sono trecento né cinquecento, ma un grammo intero d’oblio, e non a lui solo, ma anche a me, perché ormai so che il mio compito è terminato, le voci chiamano alla finestra, io so cosa devo fare.
Allora lui mi guarda, finalmente mi guarda, e il suo è uno sguardo pieno di tempo, e si alza dal letto, e mi prende per mano, e mi mostra la sua stella, quella del giuramento, e apriamo la finestra e sul davanzale e il vuoto e galleggiamo e tetti e strade e città e sembra d’essere un angolo di cielo.
La verità è che questo post è stato pensato come sonoro. Il monologo doveva essere parlato, intepretato, e non scritto. Perché tutto si gioca sulle sonorità, sulle vocali strascicate, sulle consonanti schiacciate. In mancanza dei mezzi tecnici necessari, il post lo dovete parlare, voi. La perla di saggezza qui in calce va letta rigorosamente a voce alta, e con pesante accento corleonese da affiliato di mafia pentito.
Ora, io già avrei difficoltà a imitare l'accento di Corleone, e non ho proprio idea di come, dall'accento, si possa far desumere che l'oratore è un affiliato, e puranche pentito. Ma, a questo punto, l'impiccio è cosa vostra.
Siamo in uno studio televisivo. La stanza è semioscura, il pentito è seduto di spalle per non farsi riconoscere. Fuma con gusto un sigaro, un Bolivar Belicoso, si presume, ma non si riesce a comprendere con precisione.
"S’abbenedica.
Cetto ora vossia si domanderà pecché, pecché questo accento posticcio, quest’ambientazione fumosa e macari evidentemente falsa.
E io ci rispondo, a vossia, che mento pecché ci voglio dire una verità.
O due.
O anche tcre.
Dipende da quante ce ne sono rremaste, di verità, ca ieri ne tenevamo assai, ma oggi sono finite.
La verità è che la verità va via come il pane. Tutti ne vogghiono una, di verità. Una quassiasi, purché sia la loro, di verità.
Ma non si preoccupasse, vossia, che una verità sempre si tcrova, al bisogno. E se non si tcrova, si costituisce.
Oddio, che mala parola, costituisce. ‘Na parola nìura come la pece.
Mento, dicevo, pecché la verità non la si può affrontare di petto. Va sempre presa un po' di lato, di soppiatto, per non farsi accorgere.
E insomma, vogghiu dirci a vossia la verità sulla verità.
E’ la verità è che la verità è come un sigarro.
La verità, per essere tale, deve fare male dentcro.Ti deve macerare. Ti deve cambiare. E non si può cangiari senza sanguinamento.
Vossia si chiederà pecché scelsi come similitudine proprio un sigarro.
E pecché, pecché.
Vossia sta diventando tcroppo curioso.
Pecché la verità, per essere tale, deve bruciare, deve addumare, dev’essere brace, deve incendiare.
Deve àddere.
Addere, no? Bruciare, mettere a fuoco, u capisti?
La verità si deve consumare, non deve rrestare uguale a se stessa, perché c’è sempre una verità migliore che aspetta, dopo che si è esaurita la prima.
Eppoi, di verità ce ne sono di tutte le fomme e intensità, ca cette verità non tutte le pissone le possono soppottare, sono tcroppo fotti, fanno tossire, meglio una verità più leggera, meno impegnativa. Una verità su misura.
E per terminare, la verità è come un sigarro pecché, a ben taliàre, delle verità, di ogni verità, anche di chidde ca pari non si possa fare a meno, p'a quali sarebbe giusto e macari lodevole sacrificarsi di pessona, ca nuddu mette in discussione, anche di chiste, alla fin fine, non rresterà che fumo.
E ora scusasse, vossia, ca tengo prescia d'andare, devo interpretare il pissonaggio del saggio da quel picciotto di Marzullo.
Segnalo, se non li avete ancora letti, due importanti post (questo di Flounder e quest'altro di Scialli e Ventagli) sul blog de rua, a proposito dell'organizzazione dell'evento. Fate un po' di strada insieme a loro, ne vale la pena.
La scrittura è una cartografia che traduce in segno infiniti mondi e vite e noi. Non è possibile leggere la realtà, se non sovrapponendovi, come una pellicola, una cartografia che ne spieghi il significato, che la renda plausibile. Ogni vita consiste nella ridefinizione continua di una cartografia – è cartografia essa stessa, solcata da percorsi, da riferimenti, da rilevazioni altimetriche di sogni. In questo numero sacripantico, il guru Giuseppe Granieri raccoglie il Testimone della rubrica raminga di libri e di persone. Ospite d’onore di Fuori Logo è Davide Enia, attore teatrale e autore della trasmissione-cult di Radio2 Rembò. Inoltre, Leonardo, terminate le Lettere Vitruviane, lascia stare i fanti e scherza con i Santi del mese. Qui, le cartografie. A voi il compito di perdere ogni orientamento.
7 Maggio 2006, Giornata Nazionale delle Scritture di Strada
Mentre qui ci si netta le mano dall'inchiostro e dal grasso delle rotative, sul blog de rua si ricomincia a parlare di scritture di strada. Se ne parli forte e chiaro, si squadernino progetti, si attraggano idee. Le scritture hanno urgenze. Le scritture chiedono strada.
(commenti, adesioni, dissociazioni, distinguo, appelli, editti e vituperi di là, se vi aggrada. E, per favore, passate parola)
Se codesto fosse allora un blog finto-diaristico, dovrei – presumo – confessare qui una mia smodata passione, minimale d’importanza ma di valenza universale.
Non ho difese, infatti, nei confronti del pane.
Non posso evitare di sdilinquire di fronte a qualunque tipo di prodotto panificato: tortillas, chapati, pita, quarka, challa, o d’altamura, carasau, campidanese, ferrarese, ciriola, ciabatta, ciupeta, rosetta, michetta, baguette, nero di Castelvetrano.
Il pane è simbolo di civiltà, a partire dal passaggio tra Paleolitico e Neolitico.
E’ simbolo di amicizia (il compagno è colui con cui si divide il pane, cum panis).
Appartiene, il pane, a ogni cultura e a qualunque periodo storico.
Prendere il pane appena cotto nel forno a legna, spezzarlo, dividerlo e mangiarne, è atto simbolico.
Il gesto della mano che afferra il pane mi accomuna, lungo un crinale che attraversa le epoche, a imperatori e servi della gleba, filosofi e allocchi, venditori di tappeti, imbonitori, leader politici, accademici della crusca e critici letterari tromboni, esportatori di democrazia e conduttori del festival di Sanremo.
(o della natura transeunte dell’esercizio commerciale e non solo, ahimé)
Havvi in cotesto Borgo San Salvario (Burg San Salvari per i sabaudofoni) un cosmo ogniforme, di fascino e d’allarme composto. Altri lo descrive in modo siffatto:
E’ un quartiere così, strambo, ibrido, pieno di contraddizioni e di urla, una zona di Torino movimentatissima, ricca, misera, con artisti e balordi, ingegneri e cazzoni qualsiasi, rabbini, parroci e pastori evangelici o valdesi, mullah, muftì, dervisci danzanti, eretici dolicinani, teosofi, antroposofi, avventisti, filosofi peripatetici in grande abbondanza, librai sufisti e sofisti, cinici e scettici, matti vagabondi di diverse scuole con permesso di libera circolazione, esercenti di commercio carnale mercenario di tutte le tendenze sessuali possibili e loro seguaci, […]affumicatori, affamatori del popolo, strozzini, manutengoli, traffichini, topi, cani con le loro fatte (in esorbitante quantità).
Forse solo in questo luogo ibrido poteva nascere tal negozio, insegnato con il nome Lav@sciuga – Lavanderia automatica e Internet Point.
Se vi punge vaghezza di sapere quale logica unisca nel medesimo locale detersivi e bit, non dimandatene a me, che solo ho maraviglia.
Forse si suppone che, se siete così malridotti da non possedere una lavatrice, a ragion maggiore non avrete a casa neppure l’adsl (e il negozio sia sintesi, così, del vostro essere degli emarginati).
Ovvero, tutto questo può essere riflesso della velocità futurista di questi tempi. Non sprecare neppure un minuto, potrebbe essere il motto, e allora perché non approfittare del tempo concesso dalla centrifuga per controllare la casella di posta, terminare quella presentazione in power point, inviare lettere anonime e ricattatorie (o scrivere un blog, nevvero).
Prevedo allora un prossimo sviluppo della nozione di ambiente ibrido, sia per gli esercizi commerciali che per gli uffici pubblici. Ad esempio:
Libreria- Seggio Elettorale. Dappoiché, mi dicono, i libri sono di destra o di sinistra, i codici a barre dei tomi da voi acquistati indicheranno quali siano le vostre tendenze politiche. Non ci sarà neppure bisogno di indire elezioni ufficiali, baserà una rilevazione tipo Auditel per sapere se ha venduto di più Pera o Travaglio (e le campagne elettorali saranno affidate agli uffici commerciali dei Grandi Elettori. Scusate, volevo dire Editori).
PornoShop – Sacrestia. Per emendarsi pria ancora d’aver commesso peccato.
Aula parlamentare – Aula giudiziaria.L’identità tra scranno della Camera e banco degli imputati eviterà a più d’un politico inutili perdite di tempo nel trasferimento da una sede all’altra.