URBI ET ORBI. Questo blog va contro ogni buonsenso. Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi. Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo. (P. O. Enquist, quasi)
lunedì, gennaio 30, 2006
Lo specchio
Da giorni non arrischio a scrivere più nulla, arreso di fronte a questa consapevolezza:
"servono le stesse parole per mentire o per dire la verità" (Sicilia L)
Ogni nostra parola ha il suo doppio, il suo riflesso, scritto da qualche parte. Impossibile sapere da quale parte dello specchio siamo.
Ma intanto, un’altra iniziativa percorre vie e carrugi e rotaie e confini.
Il Quaderno Cartografico Viaggiante, sorta di blog itinerante e senza padrone, percorrerà ogni territorio, incontrerà ogni scrittura.
Se desiderate tenere tra le mani l’involucro di cuoio, se avete urgenza di parole, se volete declinate un segno, o semplicemente se, di un percorso, avere sempre desiderato esser tappa (o eventualmente tappo, per gli uomini), alzate la mano colà, che vi sono istruzioni e propositi.
Io, quando decido di seguire la presentazione di un libro, sono sempre di una costante puntualità.
Nel senso che è proprio una costante:puntualmente capita qualcosa che, all’ultimo momento, m’impedisce di dar seguito ai miei volenterosi propositi.
L’ultima occasione mancata, cosa di cui rinnovello in pubblico il rammarico prima solo privato, è stata la presentazione de Di ruggine in rugiada di Mario Bianco.
(a proposito: mi è giunto un sms feltrinelliano - se ricordate i fatti narrati in cronaca qualche giorno addietro - con cui mi avvertono dell’arrivo dei due libri ordinati, uno essendo per l’appunto
la Rugiada.
Bella comodità, osserverà qualcuno.
E invece.
E invece ho tema di passare due volte nello stesso mese alla Feltrinelli. Voglio dire, la gente potrebbe vedermi.
E allora già so che al mio ritardo corrisponderanno alti sms feltrinelliani, di sempre maggior insistenza.
Gentile cliente, forse non ha compreso il senso del nostro precedente messaggio. I libri da lei ordinati sono disponibili, la preghiamo vivamente di venire a ritirarli al più presto.
Ahò, a cliè, allora nun se semo capiti. ‘Sti libri mò ce li devi da pagà. Spìcciate.
Sient’ammé, omm’e niente. Sappiamo chi sei, dove abiti, quali sono le tue abitudini. Ossai, è 'o vero? E’ meglio per te se li vieni a prendere ampress’ ampress’, ‘sti due cosi, come si chiamano, massì, quei cosi di carta.)
Alla prossima presentazione, però, non potrò mancare.
Martedì 31 Gennaio, alleore 18,30 nella capitale del regno sabaudo, e in ispecie alla libreria Mood – libri & caffé (noi contiamo molto sui libri, ma anche sul caffé) Untitled Editori presenta i libri già editi, e quelli di prossima pubblicazione.
La notte avrà pur un corpo, un profilo di regole inattese, uno strascico di ricorsività mai ripetute. La notte avrà pur un senso, declinato secondo le stagioni e il pensiero. La notte è fatta allora e intessuta di una metà, un inizio e una fine, ma in ordine diverso e in luogo imprevisto e spurio. La notte ha quattro tempora soltanto. Prima, è non ancora. Dopo, è mai più.
La prima delle quattro tempora Si aggirano lungo strade che solo vanno e non ritornano vite non vissute per l’intero, bioccoli di occasioni e residui di pensiero, e ogni qualcosa che non ha trovato posto e luce. A volte c’è scirocco, e sapore di ferro e ieri.
La seconda delle quattro tempora Odore di fresco e vino dalle cantine, qualche grido d’ubriaco che richiama indietro il giorno. Qui si rigiocano destini, si tenta l’ultima mano con la sorte. Ma già piovono costellazioni e storie.
La terza delle quattro tempora Non tradotte, le parole? O impossibile il senso? Ogni distacco è compiuto, nulla appartiene più, e regnano nuovi alfabeti del domani. Qui, un confine non travalicato; digiunano ricordi.
La quarta delle quattro tempora Ogni cosa conosce il proprio opposto, il cielo è colmo d’ogni vuoto adesso, e di un nuovo inizio. Ora vegliano soltanto e cantano i pazzi e i poeti e noi.
Se solo non vi tremano i polsi, scrivete allora la vostra sintassi notturna. Declinate tutte le eccezioni, inseguite ogni irregolarità. Scrivete sul vostro blog, rendete alta la voce, contagiate altri ancora. Le grammatiche devono essere infinite, come lo sono notti e sogni.
No, non davvero così: questionava, discuteva, accusava, in verità.
Si fermava all'angolo oppure in mezzo a ogni strada, a naso in su, e fissava.
S’attardava allora un capannello di gente, passanti distratti che s’inciampavano nelle sue scarpe spurie e nei suoi occhi di nebbia, e guardavano anch’essi allora, cercavano in alto, per capire cosa mai ci fosse da osservare.
Nel silenzio, e d’improvviso, tuonava poi la voce sua, che gl’altri si spaurivano sorpresi, scostandosi d’un passo, ma ancora non se ne andavano, no, perché chissà cos’ha da dire, e a chi, poi.
E lui raccontava, elencava, gettava in faccia a Dio ogni Sua colpa, ogni distrazione, ogni responsabilità.
Tutti fatti noti di storia e di leggenda, e anche colpe nuove e future che nessuno lì sapeva – ma lui sì, ma lui sì.
S’andava poi la gente altrove, alle case, alle fabbriche, ma lui restava ancora con il dito ben puntato verso il cielo, a inchiodare colpe e colpevole.
Non cessava, giorno e notte, la sua requisitoria, l’ardente accusa.
Dicono poi che, una volta, venne finalmente Dio a dare conto, scendendo in un cortile di periferia, e s’inginocchiò, Dio, e pianse, e chiese scusa.
Non so se fu davvero perdonato.
(codesto è un commento fuori luogo – intendo, non nel luogo ovvio – a questo post di manginobrioches, a propria volta figlio naturale del Repertorio dei pazzi della città di Palermo di Roberto Alajmo. Qui, è chiaro, il più sano di mente è da internare)
A dimostrazione che il tram nell'ora di punta contiene interi mondi, e che ogni viaggio vale una vita intera, spergiuro d’aver letto questo annuncio presso una fermata che ha radici nel confine esatto e labile tra il quadrilatero nobile della capitale sabauda, e la periferia senza preavviso di vecchi immigrati e nuovi:
COAFEZA CU EXPERIENTA
EXCUT TUNSORI
PERMANENTE VOPSITURI
ARANJATURI
ROG SERUZITATE
Con ogni evidenza, sono salito sul tram a Torino ovest, e ne sono disceso a Timişoara.
Deh, non pare passato poi molto dal tempo delle transumanze di carovane nei caravanserragli, delle diligenze su strade polverose, dei passaggi rubati al cassone degli autocarri.
I tram nell’ora di punta, dico, occasione di eroismi e di guerre civili che durano al massimo fino al capolinea.
Il tram nell’ora di punta è luogo di sfide alla legge di impenetrabilità dei corpi e del calcolo dei volumi. La densità della popolazione su cotali mezzi è in assoluto la più alta del pianeta.
Il corpo umano inoculato nel tram si nicchia, si plasma, s’incunea, fino ad occupare spazi che non ci sono, presi a prestito dalla vettura successiva.
Quando ci si introduce in un tram nell’ora di punta, occorre essere abili a disperdere le proprie membra: il piede destro s’interpone tra una borsa della spesa colma di carciofi e fichi d’india e la macchinetta obliteratrice dal bordo tagliente; il piede sinistro viene infilato nella tasca di uno studente fuoricorso da vent’anni; il fegato lo si appende agli appositi sostegni; l’ipofisi sventola dal finestrino; di ambo le mani non s’ha più notizia alcuna.
Laonde per cui, una volta incuneati all’interno della vettura - di sghimbescio, in diagonale, secondo la parallasse e in pieno effetto Doppler - chiuse che saranno, e con difficoltà, le porte, non ci sarà neppure necessità di reggersi durante la transumanza, data l’impossibilità, non dico di cadere, ma fianco di chinarsi, o starnutire, o muovere il sopracciglio sinistro – da qui, l’indifferenza con cui si constata la scomparsa delle mani di cui sopra.
Viaggiare sezionati e senza pensiero è un bel vantaggio.
Di contro, non s’azzardi ognuno a lasciar cadere qualcosa di tasca o dalla mano (avendola per ventura ritrovata, ma in realtà apparteneva ad altri).
L’immobilità coatta rende impensabile qualunque tentativo di recuperare quanto ha obbedito alla legge della caduta dei gravi, ed è perduto per sempre.
Sul fondo degli autobus c’è una guazza, un maelstrom di chiavi del regno, carte di discredito , dichiarazioni urgentissime d’amore del 1873, giustificazioni firmate dai genitori di personaggi ormai orfani.
Tutte cose che è risultato impossibile recuperare, una volta cadute, e che formano ora una sorta di Ufficio Oggetti Stupiti di trovarsi lì.
C’è da scommettere che in questo magma si ritrovino tutte le cose smarrite del mondo.
Ricordo d’aver perso, una volta, e mi trovavo sul Gennargentu, una buona occasione; la rividi poi anni dopo sul pavimento del tram numero 18 che sferragliava giulivo nella capitale sabauda. Mi riconobbe anche lei, credo, e forse mi sorrise, ma subito dopo la persi di vista, ritrovandomi invece in bocca il ginocchio di un ferroviere in pensione che doveva scendere già da un quarto d’ora.
Perché, in effetti, il problema del tram nell’ora di punta non è tanto quello di salirvi, quanto di riuscire a scendere, con una certa approssimazione, a una fermata che sia situata almeno all’interno dei confini della provincia d’interesse.
Questo non sempre è possibile, e durante la traversata dell’intero percorso i tipi umani ivi costretti alla convivenza inscenano drammi sociali, si conoscono, si sposano, hanno figli, divorziano, si riconciliano, festeggiano la pensione (all’epoca in cui salirono sul tram erano dei neoassunti).
C’è un intero mondo, o anche un mondo e mezzo, nel tram dell’ora di punta.
Un’armonia quasi perfetta, rovinata poi dal solito guastafeste che turba l’equilibrio con l’inopportuna, molesta e francamente incomprensibile domanda rituale: Scusi, scende?
Un grembiule di cuoio conciato, dieci coltelli e uno stiletto ha ricevuto, come unica eredità.
Un grembiule di cuoio conciato, dieci coltelli, uno stiletto e il segreto, per diritto di primogenitura.
Il segreto dell’arte e del rito.
Un grembiule di cuoio conciato, dieci coltelli e uno stiletto, ma soprattutto il segreto, per dare inganno alla morte.
Uccidere la bestia non è che l’ultimo atto, quello estremo e più semplice, di un rituale che sa di tempo e di origine, rivelato solo a quanti vennero iniziati.
E’ arrivato dal nulla, nell’aia fredda piena di mattino, e lo aspettano di già. Viene a compiere il rito, a celebrare il mistero.
Il norcino, dopo aver chiamato con il giusto nome l’animale che ora verrà sacrificato, gli parla piano, chinandosi accanto a lui quasi in ginocchio, e stringe allora un patto e un’alleanza con la bestia.
Ascoltami, fratello. Così io ti chiamo, mio fratello, perché sei cresciuto in mezzo a noi, accanto alle nostre case, perché ti sei nutrito del nostro stesso cibo, perché se la malattia o il destino ti portano via prima che sia venuto il tempo, piangiamo la tua morte come una sventura, perché quando tra poco griderai, il tuo grido sarà come il pianto dei nostri figli, e perché, grazie al tuo sacrificio, il tuo corpo sette volte darà frutto, e sette volte sette rivivrà nel nostro corpo e nella nostra vita, nel cibo e negli oggetti che le tue carni, le tue ossa, la tua pelle e tutto il corpo diverranno. Lo vedi, fratello, lo comprendi ora perché è necessario che tu adesso muoia? Perché ci sei indispensabile, perché sei speranza e salvezza, e grazie a te supereremo l’inverno avaro, e con te avremo abbondanza e felicità. In cambio di questo patto di fratellanza e del tuo perdono, il sangue tuo diverrà il nostro sangue, e le tue carni la nostra carne. Vieni, fratello, vieni adesso, il tempo è giunto, vieni tra di noi ora.
Così dice l’uomo all’animale, e la sua voce è miele, e lo sguardo di cielo, e il cuore sincero, e tutti i presenti ascoltano le parole e le approvano, in attesa del sacrificio.
Anche l’animale si fa mansueto in segno di resa per obbedire all’alleanza, ma d’improvviso lo afferrano per i garretti e lo issano sul paranco costruito in mezzo all’aia.
Quando vede il mondo cambiare prospettiva in modo così orribile, quando sente il sangue affluire a ondate alla testa, coprendo di amaranto gli occhi, solo allora la bestia comprende davvero l’inganno dell’uomo comparso dal nulla. Comprende, ma è troppo tardi, già un taglio profondo a mezzaluna lo soffoca.
E allora grida.
Un grido alto di lamento e accusa, un grido che offende e maledice, che condanna l’assassino e la sua discendenza fino alla fine dei tempi, e che pretende riparazione.
E’ il grido di chi non riconosce più la fratellanza e non concede perdono.
E il grido penetra allora nella lama del coltello che affonda nella carne innocente, il coltello che scanna, la lama affilata che apre la gola da parte a parte con movimento netto, non crudele ma privo di incertezza. E, dalla lama, il grido passa alla mano che impugna il coltello e che toglie respiro e vita, e dalla mano e attraverso il braccio e il petto il grido arriva fino al cuore dell’uomo, e là esplode, con ogni rabbia, con violenza, con disperazione, e nel cuore il grido si fa lama e coltello per spaccare quel muscolo vivo.
E l’uomo morirebbe certamente di vertigine, se non conoscesse il rito e il segreto. Sarebbe perduto anche lui come l’animale, ucciso dal patto e dalla necessità.
Ma proprio allora, proprio in quell’istante, mentre un orcio raccoglie il sangue scuro che fiotta dal taglio profondo, il sangue caldo e denso che schiuma come vino nuovo, nel momento in cui tutti festeggiano la prosperità e la fortuna, credendo che ogni cosa sia finalmente compiuta, quando ormai le donne si preparano a lavare il corpo della bestia,a lavarlo e mondarlo con acqua bollente, ecco che il norcino si accosta allora alla pesante testa dell’animale che sfiata ancora l’ultima vita, e ne cerca lo sguardo pieno di amaranto, e mentre la bestia guarda per l’ultima volta l’uomo arrivato dal nulla, questi sussurra le parole.
Pochi suoni, e rapidi, che solo in due, uomo e animale, possono intendere.
Parole che sono il vero sigillo della fratellanza e del perdono e che, sole, possono vincere la maledizione e l’accusa e il grido, annullando l’anatema a difesa dalla vertigine, le parole dell’assoluzione.
Nessuno può conoscerle, nessuno sente quelle parole, patto e amuleto, promessa e salvezza.
Nessuno sa cosa dice l’uomo, né quale risposta legga nell’ultimo sguardo della bestia.
Quelle parole sono il segreto del norcino, il suo mistero, l’unica eredità che, stanco d’anni e di sacrifici, lascerà un giorno come diritto di primogenitura.
Un grembiule di cuoio conciato, dieci coltelli e uno stiletto.
Sia pure, anche se si poteva comunque intuire; ma se piena e completa volete la confessione, e così poco basta a rendervi felici, perché no?
Lo ammetterò, dunque: io non frequento le librerie Feltrinelli.
La mia libreria ideale è quella di nicchia, decentrata, spuria, con il parquet che scricchiola, quella in cui nello scaffale là in alto i prezzi dei libri sono ancora espressi in lire, quella in cui, quando entri, vedi il proprietario – dico, il proprietario, mica un commesso uscito da Vogue – che, diancine, sta leggendo un libro, e alza appena il sopracciglio, al tuo arrivo, che un po’ lo disturbi, in verità, e pare voler dire D’accordo, se proprio devi cercare un libro, allora, ma almeno fallo in silenzio. E no, quel libro non ce l’ho. Va bene, lo ordino, Ecco mi prendo l’appunto qui, sul pacchetto di sigarette. Tranquillo. Torna tra una settimana, o due, oppure un mese, che ne so.
Non sono un frequentatore di Feltrinelli. Eppure, uno dei tre libri che cercavo ero certo di trovarlo, in una delle loro librerie, e così, seppur di malavoglia.
Il libro che di sicuro alla Feltrinelli c’è, alla Feltrinelli poi non c’era.
E neppure un secondo libro.
C’era solo il terzo, e mi sono accontentato.
Gli altri due li vuole ordinare?
Massì, li ordini, casomai ripasso.
E no, in Feltrinelli mica si può far così, l’ordine è una cosa seria. Occorre venir prima schedati.
Oltre alle generalità, è necessario confessare ogni peccato, elencare tutti i nomi dei Presidenti dell’Italia repubblicana, correre i cento piani in meno di dieci secondi netti ed enunciare la teoria della relativà (non quella ristretta, eh, furbetti) in tedesco.
E ora, passi pure alla cassa per l’acconto.
Come, l’acconto? Ma io i libri voglio vederli, prima di procedere definitivamente all’acquisto. E se poi non mi piacciono? In ogni caso, poiché ero deciso a comprarli comunque, verso anche l’acconto.
Prima di pagare l’unico libro disponibile, la cassiera mi chiede se desidero la tessera-sconto.
Poffarre, finalmente una cosa intelligente.
Certo che la voglio, la tessera.
Ecco, compili dettagliatamente questi moduli.
Ma guardi che i suoi colleghi del dossier Mitrokin mi hanno già fatto anche il prelievo del DNA.
Compili i moduli.
Sissignora.
Dev’essere un disturbo compulsivo, quello che mi fa compilare ogni modulo che mi si presenti davanti.
Ebbene, ora ho compilato, controllato, firmato.
Sono pronto per lo sconto. Scontami, dunque.
Macché.
Lo sconto non è immediato, ma cumulativo. Acquistando un milione di euro di libri, avrò diritto allo sconto di cinque euro sull’acquisto successivo, ma solo se quel giorno la cassiera è di luna buona, Marte si trova in opposizione a Saturno e il livello di monossido d’azoto nell’aria è pari alla radice quadrata della semisezione del lato nord della piramide di Cheope.
La tessera non comporta un sconto immediato, ma un’immediata e opposta conseguenza, quella sì. Me ne accorgo solo all’uscita dal negozio, di quanto l’operazione sia stata conveniente.
Sul blog Ecolaliste di pbeneforti si raccolgono, in modalità aperta a tutti, liste d’ogni sorta.
Se siete affetti dal morbo del catalogo omerico e whitmaniano, ora sapete dove sfogare il vostro disturbo ossessivo compulsivo.
Qui riprendo alcuni concetti già abbozzati nei commenti a questo post di Manginobrioches (una sua lista di fidanzati passati e presenti – circa quelli futuri, si tace).
La lista non è argomento di ridotta rilevanza.
Cos’è infatti l’universo, se non una lista di liste onnicomprensive, in rapporto di elevazione a potenza?
Non dubitate e non sperate: noi tutti facciamo parte, anche a nostra insaputa, di una qualche lista (uomini,donne, geni, imbecilli – con tante scusa ai geni, s’intende).
Ora, in tema di liste, io propongo, secondo la tensione universale poc’anzi accennata,
la Monolista Assoluta, ossia una lista composta di un solo elemento, epperò onnicomprensiva.
Una Monolista Assoluta è, fa notare Shemale, una contraddizione in termini, un ossimoro.
Dio salvi gli ossimori, naturalmente.
Ed ecco, vi elenco in calce alcune possibili Monolista Assoluta (abbiamo difatti stabilito, del tutto arbitrariamente ma non senza costrutto, che l’espressione Monolista Assoluta resta invariata al plurale, anzi, con buona probabilità difetta proprio, del plurale, dacché ogni Monolista Assoluta, per definizione, rifiuta l’esistenza di qualsivoglia altra lista).
1) Tutto
2) Niente
3) Altro
Ci sono altri compilatori compulsivi, all’orizzonte?
Per i renitenti all’ozio, ma financo per i perdigiorno più solerti, un consiglio, e invero due, per impiegare con profitto il tempo anziché dissiparlo sui blog (il terzo consiglio è di dubitare di codesta fonte)
Radioanchio
Ogni giorno alle 13, su Radio2, la storia di Rembò, interpretata – meglio, raccontata dall’autore e attore Davide Enia. Ritmi mediterranei, ricordi e storie, personaggi minimali ed epica del quotidiano. Le puntate già trasmesse si posso ascoltare qui. Davide Enia è anche in teatro, in giro per l’Italia, con lo spettacolo Maggio '43. E, a proposito dell’attore, si annuncia prossima una sorpresa sacripantica.
La testa tra le nuvole
Mentore munifico Scialli e Ventagli, scopro l’editore Semar, che utilizza per la stampa materiali cartacei, inchiostri e caratteri particolari e raffinati. Segnalo, dal catalogo, Il Nuvolario di Fosco Maraini, catalogo ragionato, scientifico, rigoroso e assolutamente inventato di iperonti, perionti e iponti, e dell’influenza che le diverse nuvole hanno sul genere umano (persino sui cappellai, precisa l’autore). Attenzione: il testo è potenzialmente esilarante. Tra gli eruditi citati da Maraini, tutti esperti di nimbiologia, segnalo P.Vadalà-Bomboloni del periodico Il nuvolista indipendente, G. von Ap und Zu Wolkenpuff, Ciandara Baciabadur e l'imprescindibile Mammaleo.
Quando scende dalla grangia fin giù al paese in fondovalle, di traverso a campi lasciati a maggese e sentieri d’aglio selvatico, ogni volta con leggerezza sommuove intero il creato.
Per cronaca e verità, è invece lui, Francesco, nato con la galaverna e chiamato Chinòt, a zoppicare sulla gamba più corta; ma a guardarlo di lontano, dall’altra costa di coltivo o dall’oltresponda del Bormida, pare che il suo passo sia dritto e teso, tirato col filo a piombo in un giorno senza vento, mentre tutto il resto d’intorno accompagna il movimento come onda di mare lungo.
Di regola, se scende a valle è per portare, rotolata stretta di sotto al tabarro, una telaccia sfilacciata e grezza, staccata appena dal telaio e dal cavalletto.
La gente di lassù dice tranquilla che Chinòt dipinge cose vive.
Sminuzza e pesticcia pochi petali di girasole, mischiandoli poi con olio di lino e certi impiastri che tiene nella madia. Poi siede su una bassa panchetta di fronte al cavalletto, zoppo a lui eguale e con una delle tre gambe mancante e rappezzata con un ramo di betulla ravvolto da cinque giri di corda di canapa. Tira allora la tela sul telaio, fermandola con certi chiodini rugginosi e storti che tiene in bocca, tra le labbra e la guancia destra, succhiandoli un po’.
Dopo stende il colore, e fa cose vive.
La gente di lassù dice che i girasoli di Chinòt sono più veri di quelli di campo, e che a sera piegano piano le corolle verso occidente.
Alla stagione, poi, Chinòt raccoglie la prima neve dentro i vasetti di vetro della composta, e dipinge inverni duri. Al solstizio successivo, quando l’estate azzittisce i campi d’afa e di tremolio, la gente di lassù sale alla grangia e siede a mezzocerchio davanti al quadro d’inverno, a godersi la frescura.
Qualcuno poi ci si ammala, per esser stato troppo da presso alla tela fredda, e si mette a letto con la febbre ai bronchi.
Quando gli domandano come faccia a dipingere cose vive, Chinòt si strappa il cappellaccio di feltro dalla testa, gratta con vigore la zazzera impettinata e si stropiccia con la mano faccia e nuca; poi ricalca il cappello e risponde: Sai pà. So mica.
La gente di lassù dice che nessuno meglio di Chinòt sa fare un ritratto.
Qualcuno gli porta un ritaglio d’unghia, qualche capello, o un po’ di pelle secca del gomito levigata via con la pietra pomice, e Chinòt prepara l’impiastro e dipinge persone vive.
Masìn Roero lascia spesso a bottega il proprio ritratto, e se ne va a donne o all’osteria o alla piazza, e gli affari vanno avanti bene e ugualmente, e se qualcuno, uno di fuori, uno di passaggio, pensa d’approfittare dell’assenza del padrone per prender via e non pagare, subito gli passa il ghiribizzo, a motivo di quegl’occhiacci che allora fa il ritratto.
Catlina Viva, il giorno che Chinòt la vede, piange per la via, perché il marito la batte sempre, che in tant’anni di sposalizio lei non ha saputo dargli nemmeno un figlio. Chinòt raccoglie le lacrime in un fazzoletto che poi strizza, e stende le lacrime sulla tela, e dipinge Catlina di sorriso e ventre colmo. Passando un mese, la donna è poi incinta. La batte ancora il marito, che ben sa d’esser lui, tra i due, quello sterile, e caccia di casa lei e il quadro. Catlina si sposta poi da certi parenti di riviera, e vive a lungo e felice con un figlio solo suo.
Questo accade prima del fatto del Maresciallo. Una notte d’assassinio – l’unico, e così a lungo atteso, finalmente, dopo una vita di servizio d’ordine e di silenzio – il Maresciallo manda a chiamare Chinòt su alla grangia.
Prendi quello che ti serve, gli dice, e ricorda bene scena e particolari. Mi devi dipingere così come mi vedi in questo momento.
Chinòt ricorda e prende quel che gli serve, e anche un po’ del sangue fresco di coltello. Quando il Maresciallo vede poi la tela dipinta, capisce che il morto non è il morto.
Chinòt, perché hai dipinto un’altra persona?
Chinòt si strappa il cappello appallottolandolo con le mani, si arruffa i capelli e si stropiccia faccia e nuca e risponde: Sai pà.
Il Maresciallo osserva meglio il volto del morto che non era il morto.
Con che cosa l’hai fatto?, chiede.
Chinòt gli mostra un vasetto da composta con il resto grumoso del sangue raccolto quella notte.
Il Maresciallo va allora da Libero Fassio, lo chiama fuori dalla sua cascina e gli comanda di mostrare la mano che serra in saccoccia.
Non quella, quell’altra, la destra.
Il Maresciallo arresta quindi e pertanto Libero Fassio, colpevole d’aver ucciso il fratello Ardito in un litigio di coltello, facendosi scivolare la lama sulla mano buona durante la lotta.
La notizia la raccontano i giornali di provincia, informati anonimamente dal Maresciallo, che avrà anche unamedaglia piccola nel giorno della sua pensione.
Per la nuova fama di Chinòt sale allora alla grangia dalla città l’Arciprete, uomo che si dice sia santo già in vita, e che forse un giorno diventerà Vescovo, oppure Papa.
Sapresti dipingere il volto di Dio? domanda a Chinòt, che quella volta si raspa la zucca senza neppure togliere il cappellaccio.
Sai pà.
Ora ti darò delle cose, poi tu dipingerai e farai vedere la tela solo a me, e a nessun altro al mondo. Mi hai inteso bene?
L’Arciprete fa portare dal sacrista un tocchetto d’ostia dell’ultimo vespro e poche gocce di vin dolce consacrato, e consegna tutto a Chinòt, che lo nasconde ben sotto al tabarro.
Chinòt rimane tre giorni e due notti su alla grangia. Seduto al cavalletto zoppo come lui, si stropiccia faccia e nuca, e districa nappe di capelli sotto al feltraccio.
La terza notte prepara l’impiastro, tira la tela e stende un colore spesso. Poi scende alla canonica con la tela arrotolata ben stretta con un legaccio.
Quando l’Arciprete lo vede fa uscire tutti dalla stanza, e serra porte e finestre, e dà ordine che nessuno disturbi.
Ora quasi strappa dalle mani di Chinot la tela ancora arrotolata, posandola sul tavolo da lavoro dove prima stava preparando la predica per la messa grande di domani.
Quando la tela è slegata e srotolata e distesa e aperta e rivelata, l’Arciprete inizia allora subito a urlare e a digrignare i denti e a pestare i piedi e a graffiarsi il viso e strapparsi la veste a morsi.
Rovescia il tavolo da lavoro e il messale e il breviario che erano rimasti aperti, e brucia infine nella stufa la tela di Chinòt, scottandosi le dita.
Il segretario particolare e il sacrista riescono a stento a caricarlo di forza sull’automobile con cui era giunto dalla città, mentre l’Arciprete si dibatte e resiste e cerca di aggrapparsi con le unghie alla portiera e ai sedili e spruzza intorno una bava verde, e nonostante le mani sulla bocca ancora grida Vendetevi l’anima! Vendetevi l’anima! Vendetevi l’anima!