URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

giovedì, dicembre 22, 2005

Giornata Nazionale della Scrittura di Strada

A ideale continuazione del post sottostante, e come promemoria per l’anno a venire.
S’è detto qui, da lunga pezza, che occorrerà liberare le parole scrivendole sui muri di città, sopra i portoni delle case, sui cancelli delle fabbriche e i tralicci d’alta tensione.
Flounder, nei commenti al post di ieri, ricorda una sua esperienza:
In una delle cose inventate c'erano i tavolinetti di scrittura zen. Il Comune ci prestava una piazzetta e noi (io) portavo tavolini e siggiulelle e poi adescavo i passanti. Obiettivo: scrivere.  Le reazioni erano di vario tipo: da chi si schermiva a chi pretendeva un seguito ideale, qualcosa del genere: si, vabbè, io scrivo e poi? mi pubblicate? mi date quaccheccosa? Poi si sedevano e succedeva il miracolo. Tre ore volavano. C'è stata gente che non ha azzeccato un congiuntivo ma era commossa, non scriveva da 35 anni, si sentiva riappropriata di qualcosa.”
E allora sì, che la prossima primavera ci porti la liberazione delle scritture nelle piazze, nei cortili, nei controviali, nei raccordi anulari, in ogni città e nella stessa giornata.
Le parole hanno urgenza.
Le parole chiedono strada.
Questo post è una proposta e un impegno.  Ben accette controdeduzioni, arringhe, idee e adesioni.
Il discorso lo si riprenderà con il disgelo.
Intanto, non scordate la maglietta della salute, e occhio ai capitoni.
Ci si rilegge l’anno venturo. E se proprio non dovessimo ritrovarci più, speriamo sia per colpa vostra.


affrancato e spedito da Effe | 09:19 | commenti (95)


martedì, dicembre 20, 2005

metalmeccaniBlog


E’ un personaggio assai noto, vezzeggiato dai potenti, intervistato da giornali, radio e televisioni, e ora ha perso il lavoro.

No, non sto parlando del governatore Fazio, ma di Personalità Confusa.

La sua ricerca, sul blog, di una nuova occupazione, concede lo spunto per una considerazione (oltre che per fare gli auguri al Confuso).

Dopo aver analizzato, con alterne fortune, il rapporto tra blog e giornalisti e tra blog ed editori, è tempo infatti di verificare il rapporto tra blog e lavoro.

Avete conoscenza, per ventura, del blog di un qualche metalmeccanico?

Un blog che parli di fabbrica, di turni, di catena di montaggio, di cottimo.

Un blog che avvicini il mondo virtuale a quello material-lavoristico.

Perché, si badi bene, se un siffatto blog non esiste (e s’intenda qui il metalmeccanico come archetipo), se il weblog non ha dato, a chi prima e diversamente non l’aveva,  consapevolezza della necessità, oltre che della possibilità, di liberare la parola, restando tale consapevolezza patrimonio di chi la possedeva a priori, allora vuol dire che il blog risulterà infine e solamente una variante al piano regolatore della comunicazione, e avrà invece fallito nella propria missione storica e rivoluzionaria

(che poi lo so, osservatori acuti me l’han già detto che no, il blog mica ce l’ha, una missione; ma io sono positivamente ostinato e tignoso – non chiamatemi, per questo, missionario. Pace e bene).


affrancato e spedito da Effe | 09:26 | commenti (124)


lunedì, dicembre 19, 2005

S’io fossi Dio

(decalogo)

 1) S’io fossi Dio (e non v’è prova del contrario), col piffero che ve lo farei festeggiare d’inverno, il Natale, che ogni volta mi fate stare nudo nella greppia, e dopo ho certi attacchi di sinusite che lo so solo io.
2) S’io fossi Dio aprirei una nuvoletta - giusto la sera del 24 dicembre, poco prima della mezzanotte, quando siete già tutti gonfi di cenone e chiacchiere, e avete la bava alla bocca al pensiero dei regali che vi toccherà scartare - e dal cielo direi “Contro-ordine, compagni: questa volta il Natale lo festeggiamo a ferragosto, così Babbo Natale ne approfitta per fare le sabbiature”.
 
3) S’io fossi Dio, di fronte alle vostre ostinate e insistenti richieste di miracoli, miracoli, miracoli, smoccolerei un po’ e poi direi: “Non chiedetevi cosa Dio può fare per voi, chiedetevi cosa voi potete fare per Dio, che qui son duemila anni che sgobbo al minimo sindacale. E versatemi almeno i contributi, evasori della peggior risma”.
 

4) S’io fossi Dio non andrei in vacanza sul Mar Rosso, o alle Maldive, o in uno di quei posti che raggiungi in diciotto giorni di viaggio, per poi ritrovarti in mezzo ad altri duemila italiani vocianti. No, me ne andrei invece in un posto isolato, che so, in Patagonia, così se tiro giù qualche santo e qualche madonna, quando non mi viene il Sudoku, non c’è subito un cardinale nei pressi che mi fa le pulci e mi vuole confessare.
 

5) S’io fossi Dio andrei da qualcuno di quegl’alti prelati che passeggiano tronfi e pasciuti nelle celebrazioni in mio nome, gli chiederei come mai non li ho mai visti nelle fabbriche chiuse dall’oggi al domani, e nei vicoli dove i ragazzi mischiano inferni in vena, o tra quelli per cui morire di fame non è un modo di dire. Prenderei poi i loro anelli e i simboli della loro condizione, e li porterei al Monte dei Pegni (chissà che non ci escano anche i soldi per la lavastoviglie nuova).
 

6) S’io fossi Dio, vorrei trovare chi ha stabilito che le cose belle della vita debbano per forza fare male. Darei allora dispensa a tutti di bere, di fumare e far l’amore, che poi il paradiso sarebbe ben questo, o no?
 

7) S’io fossi Dio, non pagherei il pedaggio in autostrada, parlerei forte in biblioteca, non rispetterei file e divieti. Un po’ d’animo, gente mia, che cos’è questa vita così ordinata e noiosa?
 

8) S’io fossi Dio, vi avvertirei prima: “Guardate, per quella cosa della resurrezione dei corpi, e della felicità eterna, eccetera - sapete di cosa parlo, no? - ebbene, non è che ci sia proprio una garanzia. Comunque, alla soddisfazione del cliente ci tengo: nel peggiore dei casi vi restituiamo i soldi, oppure, in sostituzione alla Vita Eterna, vi mandiamo una settimana in vacanza a Riccione. Mezza pensione. Due stelle.
 

9) S’io fossi Dio, entrerei di notte nelle stanze dei Potenti della Terra, a tirar loro i piedi, a farli cadere dal letto, a spaventarli nel sonno fino alle lacrime con un sonoro “Buh!”.
Che anche se piangono loro, una volta tanto. 

10) S’io fossi Dio, quando alla sera, inginocchiati accanto al vostro lettino, con mani giunte e occhietti al cielo levate con voce querula la vostra prece, e lo fate tutti insieme a milioni, in tutto il mondo, impedendomi il sonno del giusto, ecco, allora aprirei la solita nuvoletta per urlarvi giù da basso: “Ehi, voialtri, qui c’è gente che domattina deve alzarsi presto per andare a lavorare. Andate a letto, lazzaroni”.

E che diamine, uno la pazienza non ce la può mica avere eterna.

 


(questo vaudeville fa parte della raccolta natalizia Un post sotto l'albero, promossa da quel flemmatico manigoldo di sir Squonk)


affrancato e spedito da Effe | 09:02 | commenti (37)


venerdì, dicembre 16, 2005

Il Duello

"Turíbio Todo, nato sulla riva del Barrachudo, faceva il sellaio di professione, aveva lunghi peli nel naso e piangeva senza fare smorfie; per dirla tutta fino in fondo, aveva il gozzo, era un lazzarone, vendicativo e malvagio. Ma all'inizio di questa storia aveva ragione.
Anzi, i bifolchi lo affermano perentoriamente, ma è ben vero che in quel caso c'erano diverse attenuanti. Impossibile negare l'esistenza del gozzo; ma era un gozzo piccolo, discreto, bilobato e poco mobile - verso l'alto, il basso, ai lati - e non era quel gozzo scandaloso "gozzo gigante, steso come la mano del mendicante"... Oltretutto, nessuno nasce gozzuto né si fa venire il gozzo perché gli pare bello: deriva dai tentativi della cimiciona dei boschi di diventare un animale domestico nei tuguri in riva al fiume, dove ci sono, anch'essi complici, compari della pentatome, armadilli di cinque specie, più o meno. E un gozzetto così modesto, incapace di allettare i bisturi di un chirurgo, non imbruttiva il suo proprietario: Turíbio Todo era perfino simpatico: costretto a usare colletto e cravatta, a volte sembrava proprio elegante."

Leggendo la parola sertão sul blog della brasiliana Raquel, m'ha punto vaghezza di ricercare in rete qualcosa che ancora non conoscessi di João Guimarães Rosa, e ho trovato il racconto il cui incipit vi ho riportato (tratto da un numero del 2002 della rivista Sagarana). E' un racconto breve, di non sconsigliabile lettura. Suppongo non sia molto conosciuto; allora, non fatevi sfuggire l'occasione.

E no, non c'è bisogno di ringraziare: ben sapete che qui ci s'industria sol per quello, per portare alla luce scritture invisibili.


affrancato e spedito da Effe | 09:02 | commenti (16)


mercoledì, dicembre 14, 2005

Due righe in cronaca

Eppure dovrebbero muoversi al sospetto e alla chiaroveggenza, dovrebbero poter toccare con mani e vedere con occhi, di fronte allo scompartimento numero 13 così vuoto, nel treno sempre affollato che la domenica sera torna all’entroterra dalla fiera distante di città.
Dovrebbero comprendere e conoscerlo, che lo scompartimento vuoto è pieno d’ombra e di verità.
Eppure no, eppure qualcuno c’è sempre che schiude l’uscio ed entra, e accosta la porta alle spalle, e dopo non può succedere che quello, sempre.
Lo sanno bene il capotreno e ogni pendolare e mercante e collegiale che ritorni verso casa finalmente.
Dapprima accadeva in modo disordinato e senza causa, e chiunque veniva derubato con strani furti d’anima. Il capotreno aveva tentato allora astuzie e blande esche, ma il ladro era invisibile e di sostanza tale da risultare impossibile mettergli i ferri alle vene dei polsi.
Volatilizzato, ogni volta.
Allora si era giunti poi a una pace forzata, a un onorevole armistizio, in un’intesa che non chiedeva parole: il ladro avrebbe graziato gli altri viaggiatori, e solo avrebbe commesso i suoi delitti sui passeggeri dello scompartimento numero 13.
Le vittime si offrivano da sole come per un voto, e il dio le accettava senza pretendere poi molto.
A volte, soprattutto nelle notti senza luna e di troppo vento da nord, rubava oggetti preziosi, anelli con anima di serpe, rubini che lacrimavano sangue, orologi che incastonavano l’ora.
A volte si accontentava invece d’un semplice fermaglio di corno per capelli con un dente rotto, un tagliaunghie senza più filo, una foto con la data scritta dietro.
Ma ogni vittima, poi, allo stesso modo e sempre, denunciava egualmente d’esser stata derubata dei ricordi. Ogni oggetto sottratto era figlio d’un ricordo tenace, e ora non possedevano più nulla, né il peso dell’oggetto nella mano, né il ricordo e la sua ombra scura.
Eppure dovrebbero essere mossi al sospetto e alla chiaroveggenza, pensa il capotreno quando l’uomo dai mustacchi impomatati all’insù si avvicina allo scompartimento numero 13.
Il capotreno è capitano di lungo corso della strada ferrata, è abituato a conoscere il mondo dall’alto del suo convoglio, da cui non scende a volte per settimane intere, come certe sule che volano su venti d’oceano e non si posano nemmeno per dormire su una terra che non c’è.
L’uomo con i mustacchi porta un orologio da taschino da cui pende una catena d’oro pesante e viva. Il capotreno l’ha individuato subito, prima ancora che salisse sul treno, in mezzo alla folla della stazione di città. Lo ha capito subito che, questa volta, la vittima volontaria sarebbe stata lui.
E infatti l’uomo s’accosta allo scompartimento ora, lo vede vuoto, si guarda poi intorno, a sapere se qualcuno per caso non l’osservi e sappia già di tanta fortuna, uno scompartimento vuoto in un treno così affollato, ma nessuno sembra guardarlo e allora entra e richiude poi la porta e accosta le tendine, perché dal corridoio si creda che anche quello scomparto è pieno e occupato.
E’ una notte calda, questa, umida di sudore e finestrini abbassati e rumore di ruote sui binari.
E’ una notte di ritorni e di accuse e falsi pentimenti.
Il treno digrigna i denti sulle rotaie, e porta tutti verso l’attesa di una casa.
Si era ancora troppo da presso alla costa, sino a poco fa, bordeggiando lungo le poche luci dei villaggi di pescatori, ma ora i binari hanno virato d’improvviso a ovest, puntando inevitabili verso la notte d’interno e di foresta.
E’ nel passaggio tra gli alberi alti a cattedrale, è sotto le arcate color di verde gotico, che di solito avviene.
Il capotreno controlla il suo orologio. E’ quasi il tempo, tra poco accadrà, quando le ore del mattino sono ancora lontane alle spalle e inseguono il treno che le fugge cercando l’oscurità.
Dallo scompartimento numero 13 arrivano suoni soffocati, tonfi, poi bestemmie e grida. 
E' una sola voce.
Apre la porta il capotreno e si affaccia nello scomparto.
L’ho acciuffato, il manigoldo, il furfante!
L’uomo dai mustacchi trattiene a terra una sagoma occultata da una coperta delle ferrovie. Un manganello corto, a terrà lì vicino, fa intendere che è stato usato sul ladro con prodigalità.
Sono un ispettore delle ferrovie, dice l’uomo dai mustacchi. Abbiamo ricevuto le denunce dei furti, e sono venuto ad arrestare questa canaglia. E ora, vediamo finalmente chi sei, lestofante.
Dopo essersi alzato, con gesto teatrale e talloni uniti l’ispettore inizia a toreare un’ampia veronica con la coperta, sommuovendo nell’aria un odore di menta selvatica e ferro caldo.
Scoperto agli sguardi infine, con becco d’uccello e occhi di tuono, con anima di mangusta e destino di giaguaro, bellissimo e piumato e nudo, sul fondo dello scompartimento sta, con ali spezzate, immobile un angelo.


affrancato e spedito da Effe | 01:10 | commenti (40)


martedì, dicembre 13, 2005

Breve annotazione da nulla sul segreto della felicità


Si rimprovera, troppo spesso e a gran torto, il tentativo d’essere altro da ciò che si è.

Ma quale il senso, nel rimanere immobilmente uguali a se stessi?

Perfetti o imperfetti – con gradi differenti di probabilità – sappiamo comunque di voler essere ciò che non siamo.

Che rabbia – e allora schiumo invettive,  digrigno malefìci, scortico con le unghie il tavolaccio della mia cella - nel sentir dichiarare a qualche Pontificatore Massimo che il segreto della felicità, o del successo, o della retta via, sta nell’essere semplicemente se stessi.

Una folgore iperfulmini i Pontificatori (in modo indolore, eventualmente).

Il segreto è invece nel trascendersi, nel superarsi, nel tracimare, nel fare acqua da tutte le parti.

E poi, guardatevi d'attorno, di grazia.

Osservate vicini di casa, colleghi d’ufficio, e la gran parte dell’umanità.

Considerateli per quello che sono adesso.

Siate voi stessi, dice.

Mioddio.

Speriamo di no


affrancato e spedito da Effe | 08:52 | commenti (45)


lunedì, dicembre 12, 2005

Ultimo sacripante! dell'anno
online il numero 6 - Abiti

La nudità non esiste se non come metafora, orizzonte, idealizzazione, condizione edenica perduta per sempre.
Noi siamo vestiti dei nostri segni, dei nostri artifici - abiti, abitudini, abitazioni.
Noi siamo i nostri segni.
E le nostre scritture-corpo.
Tra le novità di questo numero, una rubrica che scardina e scassina le opere d'arte (Effrazioni di Caracaterina) e molti nomi nuovi tra coloro che scrivono dall'Altro Mondo.
L'ospite della rubrica Fuori Logo è la rivista Tabula Rasa.
Il Testimone (di libri e di persone) è, in questo numero, Massimo Mantellini.
Nella pagina Arrétrati, è disponibile il pdf del precedente numero 5 - Margini (grazie a Senzaqualità)

Copritevi bene (di buone scritture)

(la nuova deadline, per proporre alla redazione i contributi per il primo sacripante! del 2006, è fissata al 15 gennaio)


affrancato e spedito da Effe | 09:04 | commenti (18)


mercoledì, dicembre 07, 2005

Le parole che non ho detto (a te)


Devo dedurne che la vita sia fatta di dialoghi mancati.

Ho ricevuto una lettera.

Una lettera d’amore.

Un amore intimo, confidente.

Un amore di quotidianità semplici e irrinunciabili.

Un amore unico, come tanti.

Ho ricevuto una lettera d’amore.

Ma non era indirizzata a me.

E’ giunta sulla mia casella di posta elettronica per evidente errore, anche se mi domando come definire un errore che richiede la composizione, nel capo destinatario, di nome e cognome, e non dei più comuni.

Il mittente compariva con un nickname femminile, presumo, di sonorità slava. Per gesto automatico – ormai google è una nostra appendice, una modalità di pensare – ho cercato quel nick in rete.

La ricerca ha dato come esito un post scritto su un blog (ogni cosa accade sui blog) che non linko per salvaguardare la riservatezza del nickname, che è pur sempre una carta d’identità.

Nel post, datato 27/11/2005, l’autore si rivolge allo stesso nick che per errore ha inviato a me la lettera d’amore, scrivendo:

 

Il destino, io credo, ha voluto che finisse nelle mie mani. È una tua lettera, non indirizzata a me, io credo. Racconta una storia triste, ma anche bella, malinconica. Forse è una delle cose più in linea con questo blog che io abbia mai letto, e quasi più in linea di tante cose che io stesso ho scritto. Ma non la pubblicherò, perché … per tante ragioni, nessuna delle quali io voglia dire oggi.

Come stavo pensando poco fa, questo ‘sbaglio’ è bello e malinconico anch’esso, e il fatto che sia arrivato proprio a me e proprio in questo periodo, dopo i fatti di questi giorni (che poi non sono più che pensieri, quasi tutti), forse di questi mesi, lo rende anche un po’ buffo, di quel grado di strana celia, di bizzarra comicità con cui il destino si firma.

Non so se tutto questo sia burla, coincidenza o architettura. In ogni caso, c’è qualcuno che ancora attende quelle parole (un po’ più di attenzione, che diamine, siam mica qui a far da Cupido).

Aggiornamento: pare che il misterioso mittente, che si firma Dvojnika (uomo per le donne, donna per gli uomini) abbia scritto a molti blogger.
E' frustrante sapere di non essere l'Unico.
Resta la curiosità di sapere come sia risalito alla mia mail, che non è pubblica.
Nei commenti a questo post, un Anonimo, già estensore di lettere d'amore conto terzi, offre la sua opera a chi desideri ricevere una missiva colma di dichiarazioni e di sospiri. Mi sembra offerta ragguardevole.

 

 

 


affrancato e spedito da Effe | 09:27 | commenti (72)


lunedì, dicembre 05, 2005

Gli occhi del leone


Si chiamava ora così, ma il cognome era un tempo Pecs. E nella distanza breve tra i due nomi c’erano quarant’anni non più suoi.

Di quel giorno che aveva cambiato la sua vita ricordava nulla ormai: una pioggia da occidente, un fiume, e gli occhi del leone.

Dopo, era stato un rincorrersi di sogni. Sognava di essere ancora a casa, e invece era un treno. Sognava allora il treno, ed era nave. Sognava poi la nave, ed era un mondo nuovo. E un nuovo nome.

Perché lui non fosse venuto via con loro, sua madre non l’aveva detto mai. Non ne aveva parlato più, fino a fargli perdere ogni memoria di quei giorni. Sapeva solo che c’era una parte della sua vita che non era continuata, che era rimasta indietro, dentro gli occhi del leone.

Gli inizi duri, la città senza confine. La lingua diversa, che lo faceva esser muto.

Poi, un giorno, la centralinista al telefono disse che c’era una chiamata a carico del destinatario da Budapest, e chiesero a sua madre se l’accettava. Restò lei sospesa, come riportata indietro.

Poi disse con lentezza No, riagganciando il ricevitore.

Era il 1940, e tutto da allora cominciava.

Diventò l’uomo nuovo, nel Nuovo Mondo, a farsi carico di un’identità che non sapeva, e gliela dicevano allora in molti: ebreo.

Viveva come altri, ma d’altri gli sembrava la sua vita. Qualche notte poi si svegliava ancora e ricordava gli occhi del leone, che lo chiamavano verso ricordi che non aveva più.

Di suo padre non sapeva. Era morto forse, o vivo in qualche luogo del mondo, e non sapeva cosa più augurarsi.

Un padre che non c’è, non si può non odiarlo.

Un padre che non c’è, non si può non amarlo.

Trovò un giorno, e quarant’anni dopo, quella foto che aderiva alla pagina di un libro. La foto era sua, era lui assurdamente giovane. E sullo sfondo, gli occhi del leone.

Non pensò a nulla, furono il corpo e le braccia e le mani a decidere per lui e per il mondo  di carte di credito e ore d’ufficio che subito lasciò in volo.

Lo svegliò la hostess che erano atterrati già a Budapest. Quando raggiunse la città, aveva solo una foto, un’emicrania da fuso orario e quarant’anni di domande.

Ma no, in fondo aveva anche altro: un anno, il 1940, e una telefonata senza risposta.

Si diresse all’Archivio della Società Telefonica di Stato.

L’archivista  lo lasciò sedere alla sua scrivania, tra una fotografia sfuocata e un vecchio telefono in bachelite nera. L’uomo gli portò poi un breve elenco, gli abbonati di Budapest del 1940.

Sfogliò con occhi socchiusi, trovando infine.

Dohány utca, 2.

48031.

Imre Pecs.

Suo padre.

Seguì delicatamente con il dito l’onda dei numeri scritti accanto al nome, e riconosceva e ricordava, ora: 4, la spigolosità del suo carattere, 8, il bacio della sera, 0, quella volta insieme sul Danubio, 3, la guancia ispida di barba, 1 come unico e dio in terra.

Era lui, era lì, era suo padre.

Accarezzava ancora la sequenza e il ricordo. Ora sapeva tutto, ora ricominciava a vivere da quel giorno.

L’archivista lo avvicinò di spalle.

Quei numeri, quelle persone. Tutto cambiato, adesso. Le utenze telefoniche hanno numeri diversi, e molti di quegli indirizzi, di quelle case, di quelle vite, non esistono più. Ma qui, e solo qui, hanno ancora storia, hanno ancora senso.

L’archivista lo osservò per un istante, per accertarsi che avesse compreso bene, poi si allontanò.

Lui non pensò, neppure questa volta. Posò l’elenco accanto al vecchio telefono, alzò la cornetta e fece girare la rotella quante volte era necessario per comporre quel numero inesistente.

Il telefono raschiò un suono di nebbia, e poi.

Poi uno squillo.

Due.

Pronto, sono Imre Pecs, con chi parlo?

Rimase immobile, con la cornetta che premeva più forte sull’orecchio.

Tutte le parole non dette, tutte le domande, e gli attimi e i ricordi mai avuti, erano lì, attraverso un cavo consumato.

Pronto, sono Imre Pecs, chi è all’apparecchio?

Quaranta anni. Quarant’anni di vuoto che ora si colmavano d’improvviso, come una rapida di fiume.

Pronto, pronto, volete rispondere?

Lui restò sospeso, come risucchiato indietro.

Poi, con una lentezza che veniva da lontano, disse No, riagganciando il ricevitore.

Sul Ponte delle Catene, lungo la strada che lo riportava all’aeroporto, il leone lo guardava, ma era solo pietra ormai.


affrancato e spedito da Effe | 09:35 | commenti (30)


venerdì, dicembre 02, 2005

Cose che so e cose che non so

(le seconde, più numerose)


Che non so. Il mezzo pubblico, dal volgo indicato come tram o autobus, è una metafora incarnata del regime democratico: scomodo, imperfetto, egualitario e, in genere, guidato da un inetto.

Adoprando tal mezzo, avantieri ho notato una pennarellata di fresco vergata su di una parete: 3MSC.

Tosto ho tratto di tasca il lapis e il taccuno, per tentar di risolvere quello che appariva come un algoritmo, un rebus a chiave, o una formula cabalistica.

Inutilmente.

Salita che fu invece una teen ager tracagnotta (non so, si dice ancora, teen ager? E tracagnotta?), subito essa ragazzetta disvelò querula l’arcano in favore di petulante amichetta.

E voi, conoscete la soluzione?

In caso affermativo, potete a buon diritto considerarvi ggiovani.

Altrimenti, siete nelle mie stesse condizioni, e prima o poi accadrà che una donna incinta, un mutilato o un invalido di guerra vi lasci il posto a sedere in tram.

Il tracollo definitivo avverrà all’ostinato tentativo di un boy scout (ma ci sono ancora?) di farvi attraversare a tutti i costi la strada, volenti o nolenti. Se qualche gnomo al di sotto dei vent’anni s'azzarda a darmi del vecchio, dapprima lo azzanno con la dentiera, e poi lo finisco a colpi di bastone da passeggio (per i matusa, la soluzione di 3MSC è in calce al post)


Che so.
Qui (in effetti, qui e nei dintorni, ma la rete è un onnipresente qui) si è di recente parlato di santi riottosi, di vite che lasciano segni e  gesti anche dopo.

Ebbene, sapevo che una parola di verità sarebbe stata detta anche dal Direttore dell’Hotel Messico.

Se già non ne avete avuto l’opportunità, vogliate favorire la lettura della Questione della resurrezione dei morti.

Dixi.

 

(aiccoM ociredef id oleic li arpos irtem erT = CSM3)


affrancato e spedito da Effe | 09:18 | commenti (30)


giovedì, dicembre 01, 2005

Non si butta via niente

(ma non è il maiale)


Breve cronaca del reale - e già me ne pento.

Si riempiono con irresponsabile facilità titoli e colonne con casi di presunta malasanità e sprechi di pubblica pecunia.

Ubbie.

Fanfaluche.

Già da lunga pezza intendevo disvelare la verità – e se non ora, quando?

Ho avuto occasione e necessità di frequentare, sette giorni orsono, gli ameni corridoi di un pronto soccorso sabaudo, lustri e di recente ammodernamento.

Dopo aver opportunamente contrastato con l’ilare personale, ho dato inizio a un’attesa non breve appollaiato su un trespolo metallico, che tutto subito avevo inteso come un’installazione d’arte moderna dal titolo Panchina triste in mattinata d’inverno (e distributore automatico sullo sfondo).

Mentre permanevo immoto e assiso costì, da una porta semiaperta di un magazzino ha preteso la mia attenzione di contribuente un armadio ad ante in vetro, attraverso cui sgargiavano in multicolor pile di teli in diversa cromatura, ben ripiegati e pronti all’utilizzo.

Sopra l’armadio, un cartello artigianalmente vergato concedeva didascalica spiegazione del materiale ivi contenuto:

 

COPERTE MONOUSO

USATE

 

(lo giuro)


affrancato e spedito da Effe | 09:16 | commenti (19)

THE CURE
Hard Boiled Blogosphere
Blog Aggregator 3.3 - The Filter

 

 

dipinto da buba