URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

mercoledì, novembre 30, 2005

Segnal-Azioni

Stavo giusto andando dall'editore, e portavo sotto al braccio il mio possente manoscritto.
Trattasi di un romanzo di fantascienza scritto in caratteri runici.
Se venisse pubblicato, sarebbe il miglior romanzo di fantascienza in caratteri runici mai scritto al mondo, dacché altri non ne risultano.
Tuttavia, nel mentre che caracollavo giulivo, un’improvvisa consapevolezza ha fermato il mio incedere: se venisse pubblicato, e per le identiche considerazioni di prima, il manoscritto diverrebbe anche e contemporaneamente il peggior libro di fantascienza in caratteri runici di ogni tempo.
Adunque, fintanto che non decido se sia più nobile nell’animo essere il peggiore dei migliori, ovvero il migliore dei peggiori, dichiaro sospeso il progetto editoriale.
Nell’intanto, e con maggior costrutto, segnalo due lodevoli iniziative.

1) IL MANIFESTO DADISTA di zop (qui un breve riassunto, al Manifesto seguono sul blog altri post dadisti)


- Noi vogliamo cantare la poetica del caso e l'aleatorietà del mondo e della psiche.
- Noi vogliamo scardinare la narrazione sequenziale della letteratura e del cinema, vecchia e stantia, in nome di una narrazione aperta, labirintica, casuale, circolare [e ricca di link].

- Noi abbiamo scelto il dado come simbolo. L'idea di riprodurre la realtà attraverso piccoli cubi è perfettamente in sintonia con la nuova era della rivoluzione digitale in cui ogni informazione è ridotta a quantità discrete e - in ultima analisi - a delle successioni di uno e di zero.

- Noi vogliamo introdurre il movimento nella scrittura. Lo vogliamo fondere e miscelare in un gioco di rimandi multimediali. Di suoni, di immagini, di animazioni e di audiovisivi.

  

 

 

E poi, scoperto tramite il poeta di veleni e di miele Arsenio Bravuomo:

2) IL FONDO PUNTI E VIRGOLE (Un servizio gratuito contro la carenza di punteggiatura nel mondo)

Moltissime persone in tutto il mondo scrivono senza l'uso di punteggiatura.
Ogni giorno, milioni di documenti, mail, messaggi, sono inviati con una punteggiatura insufficiente o addirittura senza un punto o una virgola.
Per far fronte a questa drammatica emergenza,
Hacknight ha istituito il Fondo Punti e Virgole.

Qui potrai trovare tutta la punteggiatura SENZA DOVER PAGARE DIRITTI DI UTILIZZO.

 

 

 ISTRUZIONI:
-individua il segno di punteggiatura di cui hai bisogno nella colonna di sinistra 

- visualizza la pagina

- seleziona il simbolo di punteggiatura che ti serve

- premi CTRL-C

- vai nell'applicazione di interesse
-
premi CTRL-V

 Non dimenticare di segnalare questo sito. Molte persone nel mondo hanno bisogno di punteggiatura.


affrancato e spedito da Effe | 09:11 | commenti (39)


lunedì, novembre 28, 2005

Joaquín Urruti, santo


Ve ne faccio testimonianza e giuramento, e in ciascuna parola ci sia ogni verità: fui santo per condanna, e senza colpa.

La santità non è una scelta, né aspirazione; si viene messi in mezzo, ci si trova coinvolti, è tutto qui.

Quando portarono la mia statua in chiesa, una voce gridò E’ un errore!, ma nessuno ascoltava, e la voce era la mia.

Joaquín Urruti.

Di un santo non ho avuto il nome e neppure la vita. Figlio di nessuno e nipote della lavandaia, vestito con i cenci che nessuno reclamava più, senza forma e di nessuna misura ormai.

Per le strade del villaggio con ragazzi di vita dura e di coltello, e sulla carrozzabile ad aspettare il viaggiatore e la sua borsa. E poi, con quel poco, una notte o due di bettole tristi e di donne allegre giù in città.

Fino a quel giorno, fino a quel viaggiatore e la sua mano forte sulla mia, e la povere sui nostri vestiti e noi a terra, e la sua gola e il mio coltello.

Mi nascosi tra i topi di un granaio perché nessuno chiedesse conto.

Erano i primi freddi delle piogge, ma sudavo e bruciavo di una febbre color di notte. Mi trovò il padrone del granaio, e senza saper chi fossi si provò di guarirmi con impiastri forti d’erbe.

Hai qualcosa che ti consuma dentro, disse, e la febbre non scendeva.

Fu chiamato il padre dalla missione con la stola e con il libro. In chiesa non c’ero andato mai, e lo cacciai a morsi e pugni, che lo sapevo io cosa era giusto per spegnere l’incendio che bruciava corpo e gola.

Andai con gambe spezzate alla cantina di Pascual, umida e scura. Trovai posto tra ladri e bari e farabutti, né mancò chi offrisse da bere. A ogni sorso forte, a ogni risata d’ubriachi, scendeva la febbre di appena un po’.

Si udirono grida poi da fuori, e rumori, e accorrere di gente. Un uomo a cavallo aveva travolto e ucciso una piccola india, una bambina a piedi scalzi nella pioggia e di abito leggero.

Era un uomo, dissero quelli, che aveva stivali di cuoio lucido e speroni d’oro, e il cavallo era grigio e giovane  e nervoso, e non avevano fermato la corsa sulle strade di fango ormai.

Mi avvicinai barcollando di febbre e d’acquavite, reggendomi alle spalle di chi c’era.

La bambina era a terra, il viso e il corpo di sangue, e senza vita.

Inutile il medico, e con quali soldi, poi. Inutile il prete, e con quali parole, poi.

Vedevo ogni cosa da lontano, e attraverso occhi che erano di fuoco e torba.

Allora, e non so se fu la febbre o alcool oppure sogno, allora mi chinai sulla piccola india, mi chinai prendendola tra le braccia, mi chinai e la sollevai stringendola tra petto e pioggia.

Ogni goccia lavava via il sangue, e il corpo e il viso erano di nuovo puri.

Allora soffiai su di lei, dai piedi al capo, il mio respiro di malaria e aguardiente, un alito di disastro e di destino.

La bimba sussultò, inghiottì un brivido, e poi era viva, fu viva, visse, e ancora l’avevo tra le braccia.

La posai a terra, e solo la gamba destra era rimasta offesa e avrebbe sempre zoppicato.

Era d’intorno un silenzio come prima dell’alba, come la cascata prima del salto.

A mezza voce, poi, E’ un miracolo, si disse, e poi E’ un angelo, e poi E’ un santo.

Io ero tornato già alla cantina con passo da ubriaco, ma una mano mi tratteneva, e altre mi toccarono, e le voci mi chiedevano Ancora, e volevano essere guariti, e liberati dal malocchio e dal debito, e volevano giustizia di un compare che li aveva ingannati nell’acquisto di una mula, e volevano perdono per la colpa e l’adulterio.

Io li scansavo e spingevo e scalciavo, ma loro erano sempre più vicini, potevo sentire vite e fiati che mi premevano contro, schiacciandomi alla parete.

Afferrai per il collo una bottiglia rompendola sul tavolo, e con quella li fermai.

Che volete da me? Non mi conoscete, allora? Io sono Joaquín Urruti, figlio di nessuno e tagliagole. Andate via. Andate via!

Disse Per proteggerti, il cacique, quando mi portò via dalla cantina sotto scorta.

Nella cella sentivo che con il padre missionario discuteva, ma ero stanco e debole, e dopo giorni finalmente mi addormentai.

L’indomani i due mi domandarono come avevo fatto con quell’india, e perché, e chi mi aveva dato il permesso, e se fosse cosa di diavolo o di arcangelo. Ma io non ricordavo nulla più, erano passate ubriachezza e febbri facendomi nuovo, e non sapevo perché ero lì.

La gente intanto circondava la casa del cacique, e voleva il santo, apparteneva a loro, lo avevano trovato loro, e la voce della folla era di tuono e fiume in piena.

Può darci delle noie, disse il padre missionario,  guardando verso me.

Non lo farà, rispose il cacique.

Mi portò allora in una stanza quasi buia che sembrava senza fondo, trascinandomi a mani legate sulla terra battuta.

Hai finito, mi disse con sorriso breve, mentre infilava la lama lunga  nel costato. Riuscii ancora a colpirlo con la fronte rompendogli il naso, così che l’ultima immagine che imparai fu la sua espressione di dolore stupito, e il suo sangue che si mischiava al mio.

La folla premeva a onde e maree, e disse il padre missionario che l’arcangelo aveva portato via Joaquín. Ma dalla gente si levò una pietra e un’altra e molte altre ancora, che colpivano le guardie e la casa e la pioggia.

Allora il cacique con il naso rotto fece fare al falegname e in un giorno soltanto una statua che mi rassomigliasse, e il mio ritratto fu così con il ghigno storto con cui ero morto.

Allora la folla smise di premere e gridare e lanciare pietre, e mi portarono in processione, e per la prima volta entrai in chiesa. Lo dissi, lo gridai che era un errore, che non volevo, ma mi posarono a fianco dell’altare, insieme agli altri santi.

Al mattino dopo, non si sa se fu il padre della missione o il cacique o forse io stesso, la statua si trovò che dava le spalle all’altare e alla gente, voltata verso la finestra aperta a est. Nessuno osò toccarla più.

La gente chiedeva miracoli e grazie, e io continuavo a dire Sono Joaquín Urruti, figlio di nessuno e tagliagole, andate via.

Alla fine si stancarono, credendo in santi più lontani e veri.

Dopo tutti questi anni, nessuno ricorda più chi rappresenta questa statua, perché è girata, e per qual motivo si trova qui.

Nessuno consuma più il pavimento in ginocchio o accende ceri a togliere un po’ di eterna oscurità.

Solo una donna, a ogni festa comandata, viene in silenzio e lascia pochi fiori. Non chiede, non prega, non dice.

Così di spalle, senza guardare, non so chi sia, e quale il suo nome.

Posa soltanto i fiori, e si allontana poi con passo fiero e irregolare.

 

 

 

(Poiché esiste una rete di reti – così era la blogosfera ai suoi inizi – i semi di questo branetto sono stati gettati prima in questo post di Manginobrioches e nei relativi commenti, e poi in quest’altro post trìspito di Riccionascosto. Tout se tient.)


affrancato e spedito da Effe | 09:15 | commenti (30)


giovedì, novembre 24, 2005

Diario Minimo Indispensabile

Vado persuadendomi, e da tempo ormai, che ogni realtà non sia che il seguito necessario di una qualche fantasia, e che scrivere le cose significhi, in qualche modo, farle accadere ed essere.
Ne ho già riportato testimonianza in passato, e nuovamente non resisto alla controprova.
Ho ricordo nel modo più vago (la traccia c’è, negli archivi qui a dritta, ma vattelapesca dove ritrovata da un cecchino nei commenti) di un branetto herzoghiano in cui un carattere strappava, lungo i quais parigini, le pagine di vecchi libri, facendole poi scivolare non visto nelle tasche dei passanti, così che le storie conoscessero altre direzioni e respiri e vite.
Ebbene.
Per limitare la cronaca al minimo sindacale, avantieri due traiettorie urbane (la mia e l’altrui) si sono intersecate, collidendo.
All’esortazione ecumenica (Scambiatevi un segno di pace e i vostri dati), ho rovistato nel tascapane, cavandone due fogli.
Dispiegati, i fogli si sono rivelati per essere la stampa di altri due brani,
La linea e Rapsodia, resi in carta per permetterne la lettura a terzi e poi dimenticati.
Una delle due storie ha quindi raccolto sul retro le mie generalità, scomparendo poi nella tasca estranea e all’orizzonte.
Conoscere quale ne sarà ora il destino, se una cauta gloria oppure un orgoglioso disonore, non è cosa che mi appartenga più.
Né mi stupisce che sia accaduto; infatti, e del tutto precisamente, era già scritto che ciò fosse.

Postilla
Prima di scegliere quale foglio utilizzare, e pur i simili frangenti, ho ponderato a lungo le due storie, per individuarne la più adatta a persone e circostanze.
Perché la vita, occorrerebbe non scordarlo, è in molti modi un’esperienza estetica.


affrancato e spedito da Effe | 16:05 | commenti (35)


mercoledì, novembre 23, 2005

Parallelo 45

Sempre ho vissuto a un passo appena da me stesso.

La mia vita era là, subito oltre l’arco di ferro e ruggine, e non l’ho raggiunta.
Non l’ho raggiunta mai.
Ti ricordi forse di me, a tratti invisibile dietro un mestiere che non ha nome. Lavoro all’area di servizio, quella dell’autostrada, quella dove un arco segna il passaggio del quarantacinquesimo parallelo.
Lavoro la notte, nelle ore che si aggirano solite e così fuori stagione.
Sono l’uomo a guardia della toilette, così c’è scritto e la scritta è bianca sul cartello rosso, anche se so leggere poco. Resto qui fuori, seduto a un tavolo troppo basso, con un piattino a raccogliere le monete che a volte ti scordi di dare.
Sono nato qui vicino, nel paese dietro l’autostrada. E non me ne sono andato. Non ho oltrepassato mai l’arco del quarantacinquesimo parallelo.
Una volta, ed ero ragazzo, ho rubato la bicicletta di Giovanni Cannone, quello del mulino, quello che al mulino però non c’è mai, e lo trovi invece al tavolo d’osteria, e lì ho preso la sua bici, appoggiata di sbieco al muro, che gettava a terra un’ombra come di meridiana. L’ho presa per andare via, per superare l’arco, perché sapevo che oltre il parallelo mi spettava una vita, la mia vita vera, non come quella di qui, a essere trattato male, a venire indicato come stupido e lento.
Ho preso la bici e l’ho spinta fino all’arco di ferro. L’ho spinta, perché a pedalare non sono capace, e allora andavo a piedi e spingevo la bici tenendola per il manubrio e il sellino, e mi sembrava che con quella bici avrei potuto arrivare ovunque, spingendola così, a piedi, se solo avessi superato l’arco, se solo mi fossi spogliato di abiti e di nome, gettando in un fagotto ai piedi dell’arco la mia vita di prima .
Però, arrivato al parallelo, alla scritta che lo fa chiaro e insuperabile, mi sono fermato.
Non ho potuto andare oltre.
C’erano catene, c’erano muri. Non ho potuto, oltre.
Quando ho riportato la bici, Giovanni Cannone mi ha picchiato, mi ha picchiato con la cinghia, per strada, si è sfilato la cinghia dei pantaloni, l’ho ripiegata a cerchio intorno alla mano e mi ha picchiato sulla schiena e sulle gambe, e qualcuno rideva.
Io invece piangevo, ma non era per la cinghiate né per la pelle che si staccava a ogni colpo.
Da allora sono qui, all’area di servizio, nel posto più vicino che ho trovato a quell'’arco, a quella vita che mi spetta e che è rimasta di là.
Di notte sento le automobili che vanno da qualche parte, con quelle luci rosse che si fanno piccole oltre il parallelo, e il loro rumore è come un respiro di animale appena sveglio. Io resto a guardare, e spero che qualcuno si fermi a raccontare com’è, di là, che cosa c’è oltre l’arco, e se per caso ha visto una vita che non è di nessuno, che è mia.
Ma questo posto, che per me è un infinito restare, per voi non è che un passaggio breve. La gente arriva, non saluta quasi mai, passa oltre le mie spalle e dopo se ne va, non vedendomi neppure.
Questa sera, però, mentre raccolgo i pochi soldi dal piattino, accade qualcosa, e io sono pronto.
Arriva per prima lei, ed entra di corsa nei bagni. Forse sta piangendo, ma l’unica cosa certa è lo strofinare nervoso dei suoi passi sul pavimento che ho appena lavato.
Dopo arriva lui, con un soprabito che sa di lontananza, e cerca di entrare nel bagno delle donne.
Allora mi alzo e lo fermo, perché il mio mestiere senza nome lo so fare bene, e gli dico che no, mica si può, non è permesso entrare, il bagno degli uomini è dall’altra parte.
Lui sembra accorgersi di me solo adesso, solo ora che lo tocco sul braccio. Vorrebbe forse prendermi a cinghiate anche lui come Giovanni Cannone, ma poi ci ripensa, esce dal bagno, si accende una sigaretta.
Io resto a guardarlo in piedi, non mi allontano, non mi fido.
La sigaretta è un mozzicone schiacciato sotto il calcagno, ora, ma lei non è uscita ancora.
Vada almeno a vedere se ha bisogno, se si sente male, dice lui.
Rifletto un momento.
Lei forse piangeva, forse davvero sta male.
Allora entro, e dico signora, dico si sente male, dico ha bisogno di qualcosa.
Lei è davanti allo specchio, nel neon senza sfumature. Si asciuga gli occhi e il trucco a righe con un fazzoletto di carta.
Mi avvicino. E’ bellissima e sfatta. Sorride appena, e mi fa cenno con la testa che no, non sta male, non ha bisogno di niente.
Adesso arrivo, dice, e allora vado fuori, e lo ripeto a lui, che la signora adesso arriva.
Quando esce, lui la prende per un braccio e la spinge come fosse la bicicletta di Giovanni Cannone, e la porta verso la macchina.
Lei non vorrebbe, ma non dice nulla. Mi guarda, e per un attimo mi vede.
Mi vede.
Poi si arrende, il suo corpo si arrende e si spezza dentro l’abitacolo.
Allora lo so, adesso lo so, cosa devo fare.
Prenderò quell’uomo per il soprabito e lo tirerò fuori dalla macchina, e gli dirò che lei non vuole, che deve andarsene e lasciarla in pace, che chiamo la polizia, ma se va via subito non lo denuncio, per questa volta, se va via subito.
Poi salirò in macchina e insieme a lei, che ora mi ha visto, andremo all’arco di ferro, e questa volta sì, questa volta supereremo insieme il parallelo, senza più ritorno.
Lei sarà felice, un po’, e guiderà per me, perché a guidare non sono capace.
Forse dovrei prima salutare qualcuno, qui in paese, forse Giovanni Cannone, per dirgli ti perdono, fa nulla, è passato tanto tempo, ma no, non posso, ora devo andare.
E mentre so tutto questo, il respiro d’animale della macchina e già lontano, di nuovo in autostrada.
Faccio qualche passo in mezzo alle macchie d’olio del piazzale vuoto, per seguire quelle luci rosse che tra un attimo spariranno proprio dietro l’arco, a vivere una vita che forse era la mia.


affrancato e spedito da Effe | 08:51 | commenti (50)


lunedì, novembre 21, 2005

La notte delle Scritture (in)visibili


Bello aver sentito volti e visto voci.

Si è parlato di molte cose, nell’intera serata letteraria  e pescarese che ha avuto termine ben oltre la mezzanotte.

Non ne farò riassunto (ché il presente è assai più veloce del passato, e già ne occupa senza appello il posto; e poi, nulla può essere più perfetto di questo).

Residuano però risposte non date per mancanza di tempo e d’occasione, e allora sia la rete dilatazione di quei luoghi.

Si è domandato (dal pubblico) se ogni blog debba considerarsi letteratura, e si è poi anti-futuristicamente affermato (Filippo La Porta) che non esiste un diritto a essere tutti poeti.

E allora, con più precisione: sì, il blog è un genere letterario (e l’affermazione pare abbia creato, con mia soddisfazione, un certo scandalo).

Per intendere il genere-blog, occorrono però canoni e codici diversi e nuovi, e occhi aperti, mentre la scrittura esce nella sua notte di caccia in cerca di preda.

Di certo esistono singoli blog che un diluvio divino – del tutto simile a quello che ha flagellato Pescara nel giorno delle Scritture (in)visibili – dovrebbe spazzare via financo dal ricordo. Ma non è perché esistono pagine di romanzo, o romanzi per l’intero, che dovrebbero per universale giustizia godere del tepore della Gehenna, che si mette in dubbio l’esistenza del genere-romanzo.

Così fa il lettore-editore: ogni giorno stralcia gli inadatti e i molesti, e compone il proprio libro quotidiano fatto di blog vibranti e densi, oppure lucidi e leggeri.

Torna in mente allora Dino Campana quando, nel vendere “porta a porta” i Canti Orfici, prima di consegnare all’acquirente il libro ne strappava lui stesso quelle pagine a suo giudizio inadatte all’interlocutore del momento – raro esempio di libro-blog, con la scrittura-struttura viva e metamorfica anche dopo la stampa.

E allora, per contraddire La Porta : si, perdio, lo siamo, è dannatamente vero, ne abbiamo il diritto assoluto, siamo tutti poeti, cattivi poeti, pessimi poeti, poeti da nulla, poeti a quarti e a mezzo, poeti da condannare con nessuna clemenza, poeti da appendere con la corda alla gola.

Il blog è una cartografia con cui si traducono in segno infiniti mondi.

Da segno a sogno, è questione di vita dura e di poesia.


altre voci:


Scialli e Ventagli

Roberto Grassilli

Loredana Lipperini

Almostblue58

William Nessuno


affrancato e spedito da Effe | 08:54 | commenti (88)


mercoledì, novembre 16, 2005

Di blogger, di Pescara e d'altri demoni.

Esistono angoli, a Torino, che s'addentrano in quadrilateri di secoli e storie, di case nobili e barocche, di vicoli d'ombra, di destino, d'arte e di mestiere.
Basta scantonare e il traffico, la città grigia, il presente che urge, non esistono più.
C'è, in uno di questi angoli, un antro strano, un pertugio, un piccolo mondo d'erbe e di sapienza.
Su scaffali di legno e tarlo s'assommano senza spazi ampolle, anfore e vasi in vetro. A ognuno il proprio contenuto, e la sua etichetta. Angostura, Strofanto, Cighero, Belladonna, Summaruga, Cerfoglio.
Sulle anfore più addentro, sono così abbrunite dal tempo le etichette, che il loro contenuto lo conosce, e forse, soltanto l'erborista.
Chiare magie si compongono, si intimano pozioni e rimedi.
Accanto al pertugio, ma della medesima minuscolosità, un caffé di palchetto e velluti e gomito a gomito.
Parlo qui, davanti a un martini demodè, con un blogger, di blog e di scritture. Lo facciamo consapevoli che l'altri non possono non sentire, e guardare perplessi chi parla una lingua inaudita.
Ecco: di lingue, di segni, di scritture inaudite vorrò a parlare a Pescara, domani sera.
Chi c'è, c'è; chi non c'è, ci sia ugualmente, in spirito e scrittura.
Mi piacerebbe trovare le vostre storie, lungo i chilometri che separano la capitale sabauda da Pescara.
Vorrei leggere le vostre frasi sul casello d'autostrada, lungo i cordoli, nelle aree di sosta, sui tralicci d'alta tensione, sulle mani delle cassiere in autogrill, sulle case, sui ponti, lungo scali ferroviari, negli abbrivi di città.
Scritture che facciano da guida, che anticipino il viaggio, che raccontino quello che accadrà.
Per poter vivere una situazione, un risvolto, un'indecisione, ho prima bisogno di poterla immaginare.
Non esiste realtà che non sia posticipo di una qualche fantasia.
Scrivete allora con vernici e con scalpelli; leggerò, io, e saprò.

Buon viaggio.


affrancato e spedito da Effe | 09:15 | commenti (33)


lunedì, novembre 14, 2005

Il paradiso può attendere


A mio parere, quelle due luci davanti a noi erano i fari di un Tir che viaggiava contromano.

Il collega carrierista  affermava invece che fossero i due globi luminosi che segnalavano il locale alla moda dove ci stavamo recando per la cena aziendale.

E in effetti no, non si trattava del locale.

Ci risvegliamo nell’Empireo, proprio dinanzi a una porta con la scritta Accettazione.

Entrando, ci troviamo in un ampio locale che ricorda da vicino un ufficio anagrafico.

Al soffitto, alcuni enormi ventilatori a pale ronzano pigri, e lasciano l’aria quasi immobile e calda.  Lungo un bancone, decine di sportelli.

Vuoti.

Solo in fondo alla sala si intravede un figura biancobarbuta a mezzo busto, che inforca mezze lenti e indossa mezze maniche da impiegato.

Insomma, una mezza delusione.

– Il personale di qui me l’aspettavo diverso – commenta il Carrierista,  e s’avanza verso il biancobarbuto, cercando di attirarne l’attenzione con ripetuti colpetti di tosse.

Il vecchio gli si rivolge senza neppure guardarlo in viso.

– Favorite i documenti, Quagliarulo.

 – Veramente non mi chiamo Quagliarulo – risponde il Carrierista.

Il barbuto finalmente solleva lo sguardo al di sopra delle mezze lenti.

- Come, non siete Quagliarulo Dionigi fu Vincenzo, defunto per una gotta trascurata?

– Macché.

– Ne siete certo? Perché, vedete, io sono infallibile.

– E ciononostante.

– Vabbé, tagliamo corto, mostratemi i vostri permessi di soggiorno.

– Quali permessi?

– Ho capito, altri due irregolari.

– Scusate, giusto per saperci, per l’appunto, regolare: questo non sarebbe per caso il paradiso?

– Eh, il paradiso, come correte. Per il paradiso sono necessarie un sacco di formalità, la domanda in carta dal bollo, i documenti, il concorso per titoli ed esami. E comunque c’è il numero chiuso. Per ora vi ospitiamo presso il Centro Temporaneo di Permanenza.

– Scusate se domando ancora, ma voi, diciamo, sareste...?

– Il Principale, per servirvi.

– Cioè,  davvero, sul serio, voi siete l’Altissimo?

– Ueh, giovane,  non facciamo gli spiritosi, che se mi appaleso in forma antropomorfa da un metro e cinquanta è solo per un fatto di modestia.

– Sentite, Eccellenza...

– Lasciamo stare i titoli, chiamatemi pure Boss.

– Grazie, Boss. Volevo dire, come mai, tranne voi, non c’è nessuno agli sportelli?

– Ma no, niente, il personale è in agitazione. Sono i sindacati, naturalmente, che sobillano. Ma si tratta di una cosuccia, una questione di contributi arretrati non versati. Una sciocchezzuola.

– E da quanto tempo - così, tanto per sapere – non vengono versati?

– Dalla Creazione, giorno più, giorno meno. E comunque, qui più vi fate i fatti vostri, e meglio è.

– Perdonate.

– Perdonato. Ora favorite ora le generalità, che provo a rintracciare le vostre pratiche al terminale.

Il Boss inizia a pestare vigorosamente sui tasti.

– Per tutti i diavoli, qui non funziona mai niente. E non è mica colpa, come insinuano i sindacati, delle apparecchiature che ho comprato di seconda mano. Da quando hanno informatizzato l’Aldilà, lavorare è diventato un inferno. Ecco, adesso si è piantato tutto. Ma quant’è vero me stesso, ‘sto coso adesso farà il suo dovere.

Il Boss appioppa un paio di uppercut al terminale. Il secondo è un knock out spettacolare.

Crepitano alcune scintille dai cavi di connessione, poi un botto. Salta la corrente, si cheta il ronzio delle apparecchiature, cessa il movimento dei ventilatori al soffitto.

– Che succede? – domanda il Carrierista.

– E che ne so? – risponde piccato il Boss.

– Ma voi, scusate, non siete l’Onnisciente?.

– Epperò, con queste diavolerie moderne io non è che...

– E non potreste rimediare?

– Eh, ci vorebbe un miracolo.

– Ma voi per l’appunto non siete...?

– Giovane, ve l’ho detto poc’anzi: facciamo meno gli spiritosi. Adesso telefono all’assistenza. Pronto, assistenza? Come sarebbe che devo attendere in linea? Spegnete la radiolina, non me ne importa nulla se oggi ci sono le partite. Voglio sapere cos’è successo qui al CTP. Come, che ne sapete? E controllate, no? 

Il Boss scuote il testone, sconsolato.

- Ah, ecco, un black out su tutto il settimo cielo, provocato da cause ancora ignote. No, non ho idea di cosa possa essere successo. Vabbé, mandate qualcuno per la riparazione.

Il Boss si rivolge nuovamente a noi.

– Niente, bisogna aver pazienza, questi chissà quando vengono.

Il biancobarbuto tira fuori un mezzo Toscano e l’accende.

– Scusate, non vorrei dire – interviene il Carrierista – ma su quel cartello c’è scritto Vietato fumare.

– Giovane, e mo’ m’avete scocciato veramente. Facciamo così: io adesso vado in pausa, e mi accompagno a questo vostro amico, che mi pare simpatico. Voi invece indossate le mie mezze maniche e mettetevi qui al posto mio. Se arriva Quagliarulo Dionigi fu Vincenzo, ditegli di aspettare, non starò via molto.

– Ma, ma... e quando tornate?

– Oh, non preoccupatevi, non oltre il Giorno del Giudizio, che lì avrò da fare.

Il Boss mi prende a braccetto, conducendomi fuori dall’ufficio.

– Venite, venite, fatemi compagnia. C’è una vineria, qui vicino, dove hanno un frizzantino che fa resuscitare i morti. Anche io ho usato questo trucco, qualche volta, non so se ne avete sentito parlare.


affrancato e spedito da Effe | 08:43 | commenti (44)


martedì, novembre 08, 2005
Se i personaggi in cerca di storie (gioco letterario)

La colpa

Da quella volta, invece, non aveva sorriso più.
Nella sua vita tuttavia, non breve e semplice mai, ragioni per sorridere aveva inteso ritrovarne sempre.
Ragazzo appena o non ancora, era salito ai monti a farsi partigiano, nella Langa alta tra Belbo e Bormida. Era così minuto, allora, che nella brigata, per canzonatura lieve, lo chiamavano Carnera, come Primo, il pugile gigante.
Durante l’ultimo inverno e duro, in un rastrellamento la formazione era stata isolata dagli uomini della repubblica, subito accosto a Mombarcaro. Allora mandarono Carnera a chiedere rinforzo al comando di Mondovì, ma fai presto, corri, perdio.
E corre il ragazzo a fondo di un vallone coperto di neve fresca che cede a ogni passo, là, in direzione di quella macchia di pinastri che dà riparo.
A pochi metri ancora dagli alberi, e senza fiato ormai, gli punge la spalla sinistra un rovo di sangue, una manciata di bacche scure, una fucilata irregolare a pallettoni. Stringe ora i denti, Carnera, corri, fai presto, perdio, ma il cuore strattona come un motore senza più benzina.
Fuma il sangue caldo e di miele fiottato a scia sulla neve che quel contatto scioglie, fuma il fiato di Carnera al gelo bianco e intatto e adesso colmo di silenzio.
Una nebbia che sale piano agli occhi lo vince infine.
Era caduto ai piedi dei pinastri, e là lo trovarono più tardi.
La guerra era adesso lontana oltre mezzo secolo di vita, ma non la rabbia, non quel rancore per il compito mancato, e per quei morti, che erano suoi.
E dopo la guerra, gli anni duri a ricostruire, il trasferimento nella Città Grande, così estranea e scura, e quarant’anni in catena di montaggio.
E ancora, durante questo, la famiglia, un figlio, il sogno amaro e piccolo di due camere e cucina alla periferia nord con mutuo di vent’anni.
Una vita non breve, e facile mai. Ma aveva voluto sorridere sempre, che questo Paese, questo futuro l’aveva costruito anche lui, anche se, ora che il futuro era presente, gli sembrava di non riconoscerlo già più.
Fino a quando poi si era trovato, vecchio d’improvviso e in una volta sola, seduto a una fermata d’autobus, senza memoria di dove venisse, e di dove fosse diretto, Senza memoria, in verità, che ci fosse qualcosa di cui aver memoria. Si era come ridestato infine, attraversando la strada per rientrare nel portone di casa, giusto dirimpetto.
Il figlio gli aveva rimproverato poi con rabbia da taglio l’andare in giro senza documenti che ne raccontassero l’identità, nel caso di altra amnesia, e più duratura. Ma lui era Carnera, ancora e sempre Carnera, e quale documento poteva mai confermare quella carnale identità?
Da quella prima volta, e altre ce n’erano state poi e taciute, non aveva sorriso più.
Sentiva la vita procedere a strattoni, ancora, come un motore privo di benzina. Questo pensava, quando lo chiamò indietro la voce del figlio.
Papà, dov’è Matteo?
Come? Io
Matteo, figlio del figlio, quattro anni incontenibili e felici. Carnera spesso lo portava al parco, come anche in quel pomeriggio, freddo d’inverno e di prima neve.
Dov’è Matteo, papà?
Non aveva risposto nulla. Era rimasto a guardare il volto di suo figlio, a interrogarvi invano qualche traccia di se stesso, qualche verità della sua storia.
Avevano cercato a lungo in tutto il parco, e oltre il viadotto, e nelle strade vicine. Alla fine si erano rivolti alla polizia. Ma poi la ricerca, a ora tarda, era stata sospesa, ed era solo più notte e nebbia e maledizione, papà.
Carnera restava alla finestra dell’appartamento e della sua vita. Aveva gli occhi fuori fuoco, e non sapeva se la nebbia fosse fuori o dentro lo sguardo.
La neve cadeva, adesso. Il vetro della finestra, a poggiarci la fronte contro e a premerla con qualche forza, era umido e freddo.
Non sorrideva, non sorrideva più.
Poi comprese.
C’era una discarica, oltre la rete al termine del parco. Là aveva portato il bambino molte volte, per vedere il volo a turbine dei gabbiani che sbiancavano il cielo inurbato. Il bambino guardava i gabbiani, e piano alzava le braccia, e anche lui volava di un volo leggero.
Il vecchio afferrò il cappotto senza neppure indossarlo e corse giù in strada. La nebbia gelata graffiava occhi e respiro e ricordi.
Correva in mezzo alla neve e alla periferia vuota, ed era ancora Carnera, di nuovo Carnera.
La spalla sinistra duole come per lo sparo, adesso, e il petto anche, e il cuore batte a strattoni, come un motore senza più benzina. Ma corri, perdio, corri, fai più fretta, questa volta non cadrai, non questa volta.
Carnera attraversa il vallone e raggiunge la macchia di pinastri, e lì lo aspettano ora tutti quelli della sua brigata.
Pronto? Qui è il comando di polizia. Abbiamo ritrovato il bambino, sta bene, è qui. No, no, sembra sereno e in buone condizioni. Era avvolto nel cappotto di un vecchio che abbiamo trovato accanto a lui. Il vecchio deve aver tenuto in grembo il bambino per tutta la notte, proteggendolo dal freddo e dalla neve. Come? No, non lo sappiamo, non aveva documenti d’identità, e quando siamo arrivati era già morto.
E una cosa, poi.
Strana.
Il vecchio sorrideva.
 
 
[Meccanismo del gioco.
Di ogni libro esiste un testo-ombra, un testo-matrice, che non è mai stato scritto, ma è esistito nel mondo virtuale dell’autore – o forse, e con pari dignità, in quello del lettore.
Queste scritture invisibili hanno corpo volatile e privo di profilo, e costituiscono la biblioteca dei Libri Mai Scritti.
Carnera è un personaggio tratto dal racconto di Fenoglio Golia (da Un giorno di fuoco). Un personaggio minore, a cui tocca infine chiudere la storia con un gesto inaspettato e irrimediabile.
La letteratura ha un tempo proprio, che è il tempo del mito; rende i personaggi immortali stagliandoli in un presente eterno, in un gesto senza fine – ma, al contempo, nega loro la vita e il divenire.
Nelle pagine di Fenoglio, Carnera resterà per sempre ragazzo, immutato e perciò perfetto e irrisolto.
Qui si ci si è provati a portarlo nel tempo dell’uomo, fuori dal mito, dandogli vita normale e altra occasione.
Chissà quanti personaggi darebbero la propria immortalità, il proprio istante eterno, in cambio di una vita altra, imperfetta, difficile e vera, a riscatto o punizione.
Se ne avete voglia, concedete una storia a un personaggio di vostra scelta, sul vostro blog o qui, lasciandone traccia nei commenti a questo post.
Per creare una Biblioteca Inesistente e, per questo, del tutto necessaria.]

Hanno dato un corpo alle ombre:

Diamonds, L'Oro di Praga (qui, nei commenti)
Gardenia, La morte di Ivàn Il’iĉ (qui nei commenti)
Senzaqualità, La donna del tenente italoamericano (nel suo blog)
Anonimo, La moglie di quello che si fece avere il passaggio dal ragionier Parisio (un abbozzo d’uomo, almeno così pareva)  (qui nei commenti)
Sphera, La signora S. (nel suo blog)
Adrix, La Metamorfosi (qui nei commenti)
Viscontessa, La vera storia di Genoveffa (qui nei commenti)
Missy, La vera storia di Anastasia (qui nei commenti)
Fuoridaidenti, Il nipote di Gregorio (nel suo blog)
Flounder, senza titolo (qui nei commenti e nel suo blog)
Brezzamarina, Antonio Zavalza (nel suo blog)
Giorgioflavio, La storia di P.J.C. (nel blog L.A. Noir)
Sicilia, Di Giuseppe a Ferruccio (nel suo blog)
Ecate, Lo sfortunato innamorato sedicenne di Agnes (qui nei commenti)
Bustrofedon, Altre tristi tigri, (nel suo blog)
Riccionascosto, Volto di donna (qui nei commenti e nel suo blog)
Gilgamesh, Il paradiso perduto (qui nei commenti)

affrancato e spedito da Effe | 01:05 | commenti (117)


lunedì, novembre 07, 2005

Recidiva

(Festival delle Letterature di Pescara)


Non pago delle malefatte perpetrate al Festival Letterario di Asti e alla Fiera del Libro (Galassia Gutenberg) di Napoli, incurante del fatto d’essere ricercato da tutte le polizie del regno per abuso di posizione e millantato credito, imperterrito il sottoscritto sarà il 17 Novembre al Festival delle Letterature di Pescara, a incrociar le lame con Roberto Grassilli sul tema Codici di scritture (in)visibili.

Padrini della nobile tenzone saranno Manuela Ardingo (demiurgo della serata) e il giornalista Paolo Ferri.

In precedenza, verrà effettuato un reading di brani tratti da blog (attenzione, potreste venir letti alle spalle).

Seguiranno due debuttati assoluti, tali Lipperini Loredana e Granieri Giuseppe, che discetteranno, coordinati da Filippo La Porta, sul tema La rete e la democrazia letteraria (argomento che già mi vede tra il pubblico con la manina alzata).

A chiusura, Tiziano Scarpa interpreta se stesso (Groppi d’amore nella scuraglia).

Il programma completo del Festival è qui.

Sulle scritture (in)visibili ci sarà da dire, nei prossimi giorni.

Anzi, da scrivere.

Domani, se vi va, passaste da queste parti con carta e penna.


affrancato e spedito da Effe | 09:32 | commenti (25)


mercoledì, novembre 02, 2005

Piè veloce e naso lungo


Questa settimana, blog a scartamento ridotto.

Giusto il tempo per ribadire, dopo recenti visioni domestiche e nell’indifferenza generale, l’intolleranza che si nutre costì nei confronti di quel romanzo della normalizzazione, di quell’inno all’omologazione, di quel manuale dello spirito libero reso domo che è il Pinocchio collodiano.

Libro francamente horror e d’atmosfera gotica, che insegue fin negli incubi il lettore con quello spaventevole leit motiv: un bambino come tutti gli altri.

L’unico carattere laicamente positivo del testo è il mai abbastanza lodato Lucignolo, l’antagonista, il sempre contro.

Ne avete mai saggiato con polpastrello sensibile e lingua schioccante il profilo musicale ed epico?

Lucignolo ha la vitale naturalità di un Papageno e la statura tragica e ineluttabile di un Don Giovanni parimenti mozartiani.

E’ un Achille che accetta con sprezzante dignità, e senza piegare il ginocchio, il proprio destino d’esser mortale e cantato in eterno.

E’ il prototipo dell’intellettuale dissidente alla Thoreau, che vende l’abbecedario come rifiuto di una cultura e di un sistema di valori in cui non si riconosce, per partire alla ricerca di una sintassi più nuova e vera.

D’accordo, nel testo di Collodi (un autentico pendaglio da forca, costui) Lucignolo fa quella che pare essere una brutta fine, ma non scordiamo che la storia la scrivono i vincitori, e che le cose potrebbero invece essere andate diversamente.

Io sono convinto che di Lucignoli ne circolino ancora, non domi del tutto, non normalizzati, per le nostre strade.

Lucignoli siamo noi, a volercene ricordare.

E non che ci si illuda d’essere poi d’un altro legno; ma se anche burattini, almeno che si sia di quel tipo che i fili tenta di reciderli


(per i Lucignoli sabaudi, ricordo che oggi pomeriggio, alle 18.30, presso l’orologio delle olimpiadi di Piazza Castello si terrà, ratto e fulmineo, il flash-poetry-political-mob per ricordare Pasolini. Conduce il poeta Arsenio Bravuomo.)


affrancato e spedito da Effe | 08:31 | commenti (46)

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