URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

giovedì, ottobre 27, 2005

FE.P.PRE

(FEnomenologia del Parcheggio PREserale)


Eppure lo sai bene, che è sul filo del minuto che si gioca la salvezza.

Voglio dire, se torni a casa dopo le venti, non hai nessuna possibilità di trovare parcheggio entro i confini regionali. A quell’ora, infatti, ogni centimetro quadro di asfalto non edificato è occultato da un fiume di lamiere che non conosce soluzione di continuità.

I ritardatari come te circumnavigano il quartiere con occhi iniettati di sangue e bloccasterzo in mezzo ai denti, in un'atmosfera da Soluzione Finale; ognuno di loro è un potenziale assassino seriale, e venderebbe a rate agevolate la propria madre in cambio di un posto in doppia fila.

Dopo un’ora di tentativi ti arrendi, e parcheggi l’automobile a dieci isolati di distanza dalla tua abitazione. Che poi, chiamarlo parcheggio. La macchina è equamente distribuita tra un divieto di sosta con rimozione forzata e le strisce pedonali. Ma comunque.

Dopo una marcia di tre giorni ritorni finalmente a casa, mentre ormai è notte fonda. E proprio quando sei di fronte al tuo numero civico, accade.

Sempre.

Lo hai cercato a lungo, prima, e lui è qui adesso.

IL parcheggio.

Ampio, ortodosso, ben illuminato, ed esattamente davanti a casa tua.

Infili le chiavi nel portone ostentando indifferenza, lo sai bene che quel ghiotto posteggio verrà presto occupato da qualche fuoristrada giapponese, no?

No?

Cincischi con le chiavi, attendi, temporeggi. Il parcheggio è ancora vuoto. E’ una tentazione a cui non puoi resistere.

Guardi di sottecchi la strada: è deserta, non ci sono ronde di ritardatari.

Strisci lungo il muro fischiettando sublimi arie d'opera, poi, appena voltato l’angolo, percorri i dieci isolati di prima in sette secondi netti.

Raggiunta la tua auto, non apri la portiera, la scardini. Avviare il motore, ingranare la prima e partire sgommando è un tutt’uno. Sull’asfalto restano ben spalmati un paio di chili di mescola morbida, provenienti dai tuoi pneumatici nuovi.

Percorri a tavoletta un rettilineo, disegni chirurgicamente le curve, incollato alla strada.

Intravedi il parcheggio: è ancora libero. Ancora dieci metri e sarà tuo.

Ma poi.

Succede sempre.

Anche questo.

Proprio all’ultimo incrocio, una vegliarda attraversa la strada trascinandosi dietro un botolo riottoso. Inchiodi con leggera sbandata a un micron di distanza dalla decrepita nonnina.

Il botolo si ostina, s’impunta, non vuole attraversare e si blocca in mezzo alla strada, mentre la centenaria lo tira per il guinzaglio.

Porti gentilmente il tuo motore a diciottomila giri, svegliando puranco l’inquilino sordo del decimo piano. Il sacco di pulci viene trascinato alla velocità di un centimetro all’anno.

La figura a sei zampe, composta dal dannato canide e dalla serafica vecchia non ha ancora del tutto superato la sagoma della tua auto, che già rilasci di netto la frizione. Sgommi sul posto per una dozzina di secondi, mandando in fumo quel che restava del nuovo treno di gomme. Finalmente riparti.

Nove metri, otto, sette, il parcheggio è lì.

Ma poi, accade sempre.

Perfino questo.

Quando ormai ti stai già gloriando della memorabile impresa, arriva una caricatura d’auto, una scatoletta, un giocattolo di un metro di lunghezza, e si pianta proprio al centro del posteggio.

Del TUO posteggio.

Resti basito.

Cala la mascella, la fronte si abbatte sul volante deformandolo a cloche d’aereo.

D’improvviso, realizzi che la gramasorte non ha giocato ancora tutte le sue carte. Ingrani la retro, e bruci a ritroso i soliti dieci isolati.

Le ruote girano ormai sui cerchioni, emettendo rumori da cingolato.

Guidi a memoria, non guardi neppure nel retrovisore. Se la matusa è ancora in mezzo alla strada, ebbene, peggio per lei, e comunque quanto ancora dovrà vivere, un giorno, forse due, tanto vale affrettare i tempi, che diamine, così l’erario risparmia anche sulla pensione da erogare.

Arrivi infine in loco, pronto a lasciare un paio di banconote da cento sotto il tergicristalli per il vigile che verrà a multarti per divieto di sosta.

Ma il parcheggio precedente, nel frattempo, è stato occupato da un autotreno libanese parcheggiato in verticale, con i fari dimenticati accesi che illuminano un cielo psichedelico.

Affranto, non potendo lasciare l’auto incustodita in mezzo alla strada, ti appresti a passare la notte all’addiaccio coperto da un ruvido plaid.

D’improvviso, senti uno scrosciare liquido provenire dalla ruota posteriore sinistra.

Ti affacci dal finestrino in tempo per vedere il botolo di prima con la zampetta ancora alzata.

La bestiola si gira verso di te e ti guarda.

Potresti giurarlo, che quello che gli si dipinge ora sul muso è un abominevole sogghigno.


affrancato e spedito da Effe | 09:13 | commenti (46)


martedì, ottobre 25, 2005

Il Matto


Dicono che avesse un nome breve, ma per tutti era Careca.

Toccato con mano leggera da un dio disamorato e stanco, cantava laudi a squarciagola nel ventre oscuro dei Quartieri Spagnoli.

Le cantava a notte come col chiaro, che nei vicoli stretti la luce non entrava a distinguere se non a metà del giorno e per qualche istante appena.

Dicono che fosse stato in seminario, cacciato poi perché abitato da troppi sogni. Ma forse era solo cresciuto in qualche istituto religioso, e poi restituito a un mondo troppo veloce e greve.

Sui Quartieri lo conoscevano tutti, e male non faceva. Si perdeva nei giochi dei bambini, lui più innocente ancora, e rincorreva topi e voci. La gente lo chiamava dai bassi per piccoli lavori.

Ehi, Care’, girami un momento il sugo che devo andare dal salumiere

Care’, sorvegliami le creature finché mia figlia grande non torna da faticare.

Lui girava sughi e sorvegliava creature, e sorrideva. In cambio, non mancava a sera un piatto di minestra, una coperta, un po’ di vino non ancora aceto.

Anna all’epoca doveva avere nove o dieci anni.

Raccontano che fosse una bambina come altre, solo con più silenzi in fondo agli occhi. Giocava nei vicoli la sua vita di strada e di cortile, scalza d’estate e con vestiti d’inverno troppo corti.

Dicono che avesse una voce piccola e spezzata. E nessuno l’aveva saputa mai, quella cosa.

Correva con gli altri sulle scalinate e tra le lenzuola appese come vele di galeone in secca da un lato all’altro della breve strada, tra avventure di bucanieri e sedie sgangherate in mezzo al chiasso degli altri ragazzi, e in quel rumore Anna si nascondeva.

Ma poi, dalle imposte appena socchiuse di casa sua, una mano non vista lanciava giù da basso quel collare.

Un collare per cani, un collare rosso con un’impuntura spessa lungo i bordi, consumato dall’uso al suo interno, dove la pelle si slabbrava impudica e scolorata.

Anna allora si fermava, e gli occhi le si riempivano di silenzi.

Mentre gli altri portavano via il rumore verso giochi nuovi, lei restava, con le braccia arrese lungo il corpo, con il corpo arreso lungo il silenzio del vicolo, con il vicolo che si perdeva tra le voci di tutti i vicoli dei Quartieri.

La ragazzina poi si avvicinava al collare, si chinava a terra, lo raccoglieva piano, tenendolo come fosse il collare a tenere lei portandola per mano. Scendeva allora giù, lungo la scalinatella, fino al punto in cui il vicolo si affaccia alla luce di via Toledo.

Là c’era sempre un uomo, sempre diverso ma in fondo uguale, che riconosceva il segnale, vedeva il collare e prendeva la bambina sotto braccio, e non le parlava nemmeno, e forse nemmeno la guardava, e la faceva salire su di un’auto scura, e chissà perché erano sempre scure, le auto di quegli uomini scuri non di meno.

Careca correva e cantava, e giocava a moscacieca con i ragazzi dei Quartieri, e forse era felice, anche se qualche volta piangeva chiuso avvolto serrato in un angolo, e chissà per cosa.

Dicono che fu durante quelle lacrime e in mezzo a quelle lacrime che vide, lui per primo e lui solo, il collare gettato dalla finestra, le braccia arrese, gli uomini diversi e scuri.

Per primo toccò la mano fredda della bambina quando l’auto la riportava a sera, per primo ne sfiorò i silenzi di ferro e ruggine e giovane menta in fondo agli occhi.

Io ti aiuto, le aveva detto da lontano.

Continuava la vita nei vicoli, troppo affamata di giorni e di notti per poter rallentare per un dubbio breve.

Allora entrò un giorno Careca nella casa di Anna, e forse era matto, quel giorno, o forse per nulla, e aveva coraggio e forza e fortuna, e non sorrideva, e aveva uno sguardo che apriva porte e ferite.

Aveva atteso facendosi muro nel muro, e mattone nella crepa, nascosto, immobile, finché era caduto ancora quel collare.

Allora l’aveva preso lui, l’aveva raccolto e afferrato e lo stringeva nella mano, lo teneva ben saldo e teso davanti a sé, che non potesse nuocere.

Nella stanza c’era gente, e un televisore acceso e una voce che raccontava di isole lontane e mari. Attorno al tavolo c’erano uomini che parlavano forte, e nella stanza a fianco c’erano donne che parlavano forte, e la voce che diceva di isole lontane e di mari naufragava in onde alte di parole.

Chi fa questo, disse, e non era una domanda, ma un’accusa.

Chi fa questo, ripeté alzando al cielo il collare rosso e slabbrato.

Gli uomini intorno al tavolo non parlavano più, e le donne nell’altra stanza tacevano ancora più forte. Adesso sì, adesso si sentiva solo la voce, e le isole e i mari.

A spostare l’aria immobile nella stanza si alza ora dal tavolo un uomo basso e arreso.

Si avvicina a Careca, e guarda in alto, verso il pugno alzato, verso il collare rosso. Tutti gli sguardi in quella stanza e dalla stanza accanto si alzano verso l’ostensione del collare, in silenzio.

Adagio, quasi con fatica, l’uomo arreso solleva il braccio destro, e lentamente tocca il collare, lo stringe, e con dolcezza lo sfila dalle mani di Careca, che resta ancora con il braccio alzato e la mano vuota  e stretta a pugno.

Adesso l’uomo chiama Anna, la chiama con il suo nome, accarezza con la voce quel nome quasi senza muovere le labbra, la chiama come con un sussurro, come una preghiera, la chiama come si chiama un sogno.

Entra in casa la bambina.

Anna, vuoi bene a papà?

La bambina sembra non capire. Guarda l’uomo basso e arreso, guarda Careca con il braccio teso e alzato e il pugno stretto.

Vuoi bene a papà.

Anna fa cenno di sì con la testa, piano, con movimento che scivola nell’aria spessa senza far rumore.

Vai, allora, le dice l’uomo e porge il collare alla bambina, che lo prende debole con la mano e per un attimo stringono in tre il collare, la bambina, l’uomo arreso e il matto con la mano ormai vuota.

Adesso Anna esce dalla stanza trascinata dal collare rosso, e passando accanto a Careca lo sfiora appena con lo sguardo, e nei suoi occhi non c’è dolore, non c’è rimprovero, non c’è niente.

Solo silenzi.

Ora gli uomini intorno al tavolo parlano forte, anche l’uomo basso e arreso si è di nuovo seduto in mezzo a loro, e dalla stanza accanto le donne parlano forte, e la televisione non dice più di mari e isole, parla forse d’altro, ma non si capisce cosa, le voci coprono il sonoro, e il matto non vede bene le immagini perché ora sta piangendo una piccola infelicità.

Beati gli ultimi, dice, beati gli umiliati e gli offesi, dice, ma non ricorda più perché.


Dicono poi che il resto sia stato solo qualche articolo di cronaca.

Squilibrato rapisce bambina, la polizia sulle loro tracce.

Li trovarono alcuni giorni dopo in una città vicina.

Sedevano in silenzio uno accanto all’altro, al molo, a guardare mari e isole lontane.

Dicono che la bambina sembrava felice.

L’autore del rapimento è stato affidato ai servizi sociali.

La minore ha potuto finalmente riabbracciare la famiglia.

 




[E' doveroso ringraziare il Direttore dell'Hotel Messico per i preziosi suggerimenti, in corso di redazione del branetto, circa l'ambientazione dello stesso presso i Quartieri Spagnoli. In particolare, annoto questa frase, che è da Trattato di Etica dei Luoghi:

"Se lo vuoi ambientare sui quartieri spagnoli, devi dire "sui Quartieri": a causa di un dislivello del suolo i Quartieri stanno in alto ed in pendenza e c'è una spinta naturale che spinge tutto verso il basso"]


affrancato e spedito da Effe | 08:47 | commenti (40)


lunedì, ottobre 24, 2005

Oh, che bel castello

flash-poetry-political-mob


A trent’anni dall’uccisione di Pier Paolo Pasolini, quel Bravuomo e poeta obliquo dell’Arsenio propone un movimento rapido e indolore.

Il 2 novembre, in ogni piazza che lo voglia, ci si ritrova alla chetichella e poi, al segnale convenuto, ratti si cava dal tascapane una copia di pasoliniane poesie o degli Scritti Corsari e si declama ad alta voce per qualche secondo.

Io so.

Io so i nomi dei responsabili.

Perché pur’oggi i responsabili ci sono, e in gran copia, e magari qualche nome lo conosciamo anco, ma ci vien uggia di ricordarlo.

I fulminei mob nelle varie città verranno filmati, e infin si realizzerà un film collettivo a patchwork.

Qui la pagina pubblica creata da Arsenio per segnalare adesioni o proposte (cliccare due volte in un punto qualsiasi della pagina per aggiungere il vostro testo).

Per quel che compete ai veloci sabaudi, l’appuntamento è alle ore 18.30 di mercoledì 2 novembre a piazza Castello, presso l’orologio delle olimpiadi (per ora aderiscono anche Roma, Lecce, Milano e Napoli. Cliccare sui nomi delle città presenti sul wiki arsenico per i particolari).

Dice: Ma perché, a cosa serve, che cosa volete fare?

Ma le cose, o Domandatore, sono importanti non solo quando servono, non solo quando fanno, ma anche e soprattutto quando significano.

Ci vediamo là (io ci sarò nella mia versione borghese).

“Del resto c’è da chiedersi cosa c’è di più scandaloso: se la provocatoria ostinazione dei potenti a restare al potere, o la politica passività del paese ad accettare la loro stessa fisica presenza.”


affrancato e spedito da Effe | 09:31 | commenti (28)


mercoledì, ottobre 19, 2005

Aletheia

ordinato dramma quotidiano in due atti

(di cui il secondo)


La porta non era chiusa a chiave.

E non mi ero sbagliato: l’appartamento era già occupato da un giovane che vestiva il mio stesso abito da impiegato.

– Io lavoro per l’Azienda Madre – dissi una volta entrato, anziché presentarmi.

– Anche io, ma questa è un’ovvietà – rispose il collega.

Restammo per qualche istante uno di fronte all’altro, aspettando un gesto, una parola, un passo falso.

– Ci dev’essere stato un errore – concluse il collega, quando spiegai il motivo della mia presenza nell’appartamento numero 16.

– Impossibile – risposi – l’Azienda non può sbagliare.

Per la notte mi sistemai sul divano, e da quel momento ebbe inizio la nostra breve vita in comune. La cosa mi preoccupava, risultando addirittura eversiva rispetto ai comportamenti per solito consentiti dall’Azienda. Però non era sgradevole. E, in fondo, non facevo altro che ubbidire alle disposizioni ricevute.

Durante la permanenza in ufficio non ci incontravamo, ma avvertivo la presenza del collega al di là del divisorio, segnata dal profumo alle alghe del Mar Morto.

Durante le serate trascorse nella casa comune, senza accorgercene e senza davvero volerlo diventammo quasi amici, fino a giungere addirittura al punto di parlare dell’attività che svolgevamo in Azienda, affrontando così un argomento su cui era invece d’obbligo mantenere il totale riserbo.

Ne risultò che facevamo l’identico lavoro.

Anche lui, a settimane alterne che coincidevano con le mie, riordinava misteriose pratiche secondo un ordine cronologico o alfabetico.

Una sera, al mio ritorno a casa, il collega appariva teso, quasi stralunato. Quella stessa notte venne a svegliarmi sul divano, confidandomi il suo sospetto.

– Ma no, non è possibile! – risposi, spaventato quanto lui. – Sarebbe illogico, senza senso e terribile.

– Eppure, tu mi aiuterai a dimostrarlo.

– Ma perché, e come?

- Sul retro dell’ultima pratica che riordinerò questa settimana scriverò a matita una parola.

– Quale parola?

Aletheia.

– Che cosa significa?

- A volte mi sembra di essere sul punto di ricordarlo, ma poi tutto svanisce. Tu però non dimenticarti di aletheia.

All’inizio della settimana successiva raggiunsi l’Azienda Madre con un’inquietudine fredda che riuscivo appena a malcelare. Mi sembrava che chiunque potesse leggermi in viso il motivo di quell’agitazione. Invece, tutto avvenne come al solito. Entrato dalla porta Est, seguii il percorso giallo fino alla mia scrivania.

Presi il nuovo faldone di pratiche che dovevo riordinare alfabeticamente, estraendone l’ultimo fascicolo.

Qualcuno, con grafia leggera, aveva scritto sul retro del foglio la parola aletheia.

Controllai con le mani contratte l’intero plico, ritardando negligentemente il mio lavoro: gli incartamenti apparivano già tutti perfettamente ordinati secondo il criterio cronologico che anche io, come il collega, avevo dovuto seguire durante la settimana precedente.

– E’ davvero così, ormai è certo, lo hai visto anche tu – ribadì a sera il collega. - Ci passano e ripassano sempre le stesse pratiche, facendole girare tra gli impiegati, e noi riordiniamo sempre gli stessi inutili fogli.

– Ti ripeto che questo è illogico, privo di senso. Perché mai l’Azienda dovrebbe farci una cosa del genere? Per quale utilità?

– So che è così, ma non ne comprendo il motivo – ammise il collega.

Quella notte nessuno dei due riuscì a dormire, e restammo alla finestra a indovinare, là oltre il vetro, la città buia dove nessuno sapeva quello che ora sapevamo noi.

Il giorno dopo il Supervisore mi comunicò che il mio vecchio appartamento era stato disinfestato. Provai a dirgli che anche nella nuova abitazione mi trovavo a mio agio, ma la cosa sembrò non interessarlo, e si fece riconsegnare le chiavi dell’appartamento numero 16.

Non ebbi nessuna possibilità di avvertire il collega, e da quel momento e per diverse settimane a seguire non lo vidi più, anche se lo sapevo presente insieme al profumo di alghe.

In breve tempo il lavoro di riordino dei fascicoli riprese il posto di prima nella mia vita, e il ricordo delle inquietudini presto ingrigì.

Ma poi, un giorno.

Doveva essere all’incirca la metà del pomeriggio, quando quella pratica scivolò per disattenzione dalla mia scrivania, terminando sul pavimento. Chinandomi per raccoglierla, notai che sul retro del foglio si leggeva appena una leggera traccia di matita.

- Aletheia! – gridai per istinto alzandomi in piedi, mentre stringevo in mano il foglio ormai gualcito.

Aletheia, aletheia – mormorò tutto intorno un coro di voci sconosciute e senza volto.

Mentre il mormorio cresceva e si ripeteva, oltrepassando i divisori e riempiendo la stanza sempre silenziosa, alla soglia del mio cubicolo comparve il collega, con gli occhi pieni di febbre e un sorriso storto.

– Ritorni subito al suo posto – lo allontanò da dietro la voce del Supervisore. – Quanto a lei – disse, guardandomi con freddezza – mi segua dal Direttore.

Venni fatto accomodare in una stanza sfumata dalla penombra. L’invisibilità delle pareti, nascoste in perimetri oscuri, dava un’impressione di abisso.

Lungo un unico lato di un ampio tavolo ovale sedevano alcuni uomini in abito scuro. Cercai di distinguerli, mentre restavo rigido sulla sedia all’altro lato del tavolo, ma la poca luce non permetteva di vederli in volto.

– Non si preoccupi – esordì qualcuno di loro con voce bassa – siamo qui per aiutarla. Ci racconti tutto.

Quelle parole mi rassicurarono. Forse in quella stanza avrei trovato la spiegazione di ciò che non riuscivo a comprendere. Raccontai ogni cosa, senza tralasciare nulla, e restai in attesa.

– Lei si sbaglia – disse la voce bassa – non c’è nulla da capire. E quella parola, aletheia, non significa niente, non esiste. Ora può andare, e osservi il silenzio.

All’orario previsto uscii dall’edificio ma, anziché tornare alla mia abitazione, raggiunsi la casa del collega. Superai la porta dell’appartamento numero 15, e costeggiai il muro del corridoio fino al numero 17. Tornai sui miei passi, premendo sul muro con i palmi sudati delle mani.

La porta dell’appartamento numero 16 non esisteva più. Forse non era mai esistita.

Uscendo dallo stabile quasi in stato confusionale, sbagliai corridoio, ritrovandomi nel cortile sul retro della casa. Mentre cercavo la via d’uscita, e mi ripetevo che forse non c’era davvero nulla da sapere e niente da scoprire, qualcosa attirò la mia attenzione verso un piccolo locale che appariva separato dal corpo principale dell’edificio.

Provai ad aprire la porta dello stambugio spingendo e strattonando, ma era chiusa saldamente.

– Cosa fa, cosa sta cercando? - mi apostrofò il custode, raggiungendomi e facendosi tanto da presso che potevo sentire l'odore del suo sudore nervoso.

– Io... mi era sembrato di sentire...

– Un rumore? Saranno stati i topi. Quello è il locale in cui si raccoglie la spazzatura dello stabile. Domani verranno a svuotarlo, per portare l’immondizia all’inceneritore. Qui non c’è niente che le possa interessare. Si allontani, torni da dove è venuto.

Me ne andai con le tempie che martellavano, perdendomi presto lungo strade tutte uguali mai percorse prima.

No, nessun rumore.

Quello che aveva attirato la mia attenzione era un definito, inconfondibile, tenace odore.

Alghe del Mar Morto.


affrancato e spedito da Effe | 08:58 | commenti (37)


lunedì, ottobre 17, 2005

Aletheia

ordinato dramma quotidiano in due atti

(di cui il primo)


Quel che ciascuno poteva sperare, terminati gli Studi Propedeutici, era ricevere in sorte un buon impiego presso l’Azienda Madre.

In sorte, perché inspiegato rimaneva il nesso tra le capacità di ogni individuo e l’incarico che riceveva. In qualunque caso, non c’era altra possibilità che lavorare per l’Azienda Madre, accettando l’impiego che veniva assegnato presso uno dei suoi molti settori.

Io ero stato integrato nel settore del terziario avanzato, una definizione talmente vaga che, dopo due anni di frequentazione quotidiana dell’ufficio, ancora non mi era chiaro lo scopo dell’attività che svolgevo. Il mio lavoro era organizzato sempre allo stesso modo: ad ogni inizio settimana – benché, lavorando sette giorni su sette, non fosse ben certo il momento in cui la settimana aveva termine – il Supervisore mi consegnava un crudele faldone di pratiche, e il mio compito consisteva nel riordinare i fascicoli secondo un criterio definito.

A settimane alterne, l’ordine delle pratiche doveva essere progressivo per data di classificazione, oppure per sequenza alfabetica di argomento.

Il numero settimanale dei fascicoli era sempre lo stesso, calcolato in modo che il lavoro potesse venir svolto, senza interruzioni, esattamente nel tempo stabilito.

Da dove provenissero gli incartamenti, dove fossero destinati e quale ne fosse l’importanza, non era nella mie mansioni saperlo. Né potevo confrontare la mia attività con quella degli altri colleghi, perché la vita all’interno dell’Azienda Madre – e, per certi versi, si poteva dire che nulla fosse davvero esterno ad essa – era organizzata in modo da consentire il massimo dell’efficienza, limitando al minimo, o vietandola del tutto, l’interazione tra gli impiegati, per non causare distrazioni e perdita di produttività.

Ad ogni nuovo assunto veniva assegnato un diverso orario di entrata e di uscita dall’ufficio, in un ciclo che comprendeva le ventiquattro ore. L’accesso all’Azienda Madre avveniva da quattro entrate differenti, disposte in corrispondenza dei punti cardinali e, data l’incalcolata superficie dell’edificio, distanti tra loro alcuni chilometri. Gli orari e l’alternanza delle entrate erano così precisamente calcolati e immodificabili, che ogni impiegato entrava o usciva dalla struttura senza incontrare nessun altro collega.

Ciascuno era tenuto a seguire, all’interno dell’Azienda Madre, il percorso indicato sul pavimento dei lunghi corridoi e sulle porte chiuse delle stanze secondo precisi codici cromatici e alfanumerici.

Sul mio badge elettronico era indicato il codice Est, 3, Giallo, XII, TA72, H. Questo significava che ero autorizzato ad accedere alla porta d’entrata Est, nel turno orario numero tre (06.13 – 18.13), e che dovevo seguire il percorso giallo fino al dodicesimo piano; una volta raggiunta l’area del Terziario Avanzato, dovevo entrare nella stanza numero 72 e sedermi alla scrivania contrassegnata dalla lettera H.

Ogni scrivania era isolata dalle altre da un divisorio fonoassorbente, attraverso cui potevo intuire, ma non vedere, la presenza dei miei colleghi.

Ma i divisori non potevano occultare gli odori, e io sarei stato in grado di riconoscere quel profumo tra mille altri. Un dopobarba all’essenza di alghe del Mar Morto.

Da studente, durante un Seminario di Formazione, alcuni compagni me ne avevano inzuppato per scherno i vestiti, e l’odore tenacemente dolce mi era rimasto addosso per più di un mese, segnando per sempre il mio olfatto.

Ora, da alcune settimane sentivo quell’aroma provenire dal cubicolo contiguo al mio, ma naturalmente mi era impossibile incontrare chi ne faceva un così abbondante uso.

Usciti a scaglioni ragionati, ciascuno di noi raggiungeva con i mezzi pubblici – non era consentito disporne di privati – gli appartamenti che la stessa Azienda assegnava in locazione, disseminati in punti diversi della città.

Anche gli orari dei mezzi pubblici, gestiti dall’Azienda Madre, erano calcolati in modo da non favorire l’incontro tra dipendenti al di fuori del luogo di lavoro.

L’organizzazione era perfetta, e riguardava ogni aspetto della nostra vita.

Ma la perfezione generale può, a volte, non tener conto di particolari minimi e irrilevanti.

Gli scarafaggi, ad esempio.

Improvvisamente, ne individuai una decina nelle condutture del bagno del mio piccolo appartamento.

Il giorno dopo riferii la scoperta al Supervisore, che se ne mostrò contrariato. Un fatto simile non era stato previsto.

Poiché l’Azienda Madre vigilava, oltre che sulla moralità dei dipendenti, anche sulla salubrità degli ambienti in cui dovevano vivere, in pochi minuti mi venne fornito l’indirizzo di un altro appartamento aziendale, dove avrei trascorso il periodo di quarantena in cui veniva ora posta la mia abitazione.

Il Supervisore me ne consegnò le chiavi, esortandomi a recuperare, nel riordino delle pratiche, il tempo che si era perso per risolvere il mio problema.

Terminato per quel giorno il lavoro, raggiunsi senza curiosità la casa temporanea, che sapevo di trovare del tutto simile alla mia.

Prima ancora di aprire la porta dell’appartamento numero 16, riconobbi facilmente il forte odore che ne proveniva.

Alghe del Mar Morto.


affrancato e spedito da Effe | 09:19 | commenti (40)


mercoledì, ottobre 12, 2005

Belèm

Fu invece un raggrumarsi appena dell’anima, un lieve disperdersi di senso - e l’avrebbe detto differente.
Si raddensò lo sguardo in una luce d’ambra a velare ogni cosa intorno, ma l’assenza di colori fu tutto quello che mutò, lasciando intatto il mondo, di poco solamente più silenzioso.
Gli sembrò, per un momento, di vedersi di spalle mentre svoltava un canto, ma non si raggiunse e il ricordo di sé presto lo lasciò.
Controllò l’orologio, pieno ora di un’urgenza nuova. Mancava poco, un giro di quadrante appena, un ultimo movimento, né aveva il meccanismo altra carica per un respiro in più.
Rinserrò l’orologio nel taschino e indossò il cappello scivolato prima, segnato ancora dalla polvere di strada.
Sentiva un nuovo caldo e sudava piano, alla discesa dal Chiado fin giù, verso la Baixa meridiana.
Ora tutto appariva a mezza tinta, come se il mondo conoscesse il rimorso d’esser prima stato rilucente.
Scontrò le spalle spesso di chi camminava opposto, andando ora verso Praça do Comercio e incontro al fiume, che a quell’argine era grande come un grande mare.
Nessuno gli dava strada, nessuno lo impediva. Lo rallentava la grigia lentezza degli altri che non conoscevano l’urgenza di un tempo che aveva presto fine.
La luce d’ambra s’era fatta densa, il velo tra occhi e mondo inspessiva ad ogni movimento d’orologio che premeva con docile peso d’argento sull’addome.
Prese l’electrico che dirigeva verso l’azzurro di Belèm, salendo sulla vettura colma di silenzi. Sfilò piano gli occhiali che restituivano uno sguardo ormai estraneo, mentre la bocca aperta a chiedere conforto d’aria gli si riempiva di un amaro che aveva colore dell’addio planato degli albatri che salpavano all’oceano.
La carica d’orologio si faceva debole di più, e il suo respiro al pari breve.
Quasi a stento ritrovò la via che l’aspettava di un’attesa fioca, e tutto nel quartiere della sua vita intera sembrava rimandato a un’irragionevole distanza.
Salì al terzo piano con fatica lenta, tra odori di povere cucine. Davanti alla sua porta si fermò un poco, asciugandosi sul collo quel sudore.
Al gesto consueto scomparve la chiave nella serratura, ma il ferro restava immemore e inerte, non girava la chiave, la porta non si apriva.
Eppure non c’era tempo, non poteva più aspettare.
Alle spalle si faceva già pesante un passo noto. Sua moglie divorava scale con le sporte colme della spesa.
Non gli disse nulla, arrivata al piano, neppure lo guardò. Di certo era in collera con lui, come ad ogni colpevole ritardo, e forse non gli avrebbe parlato più.
La donna aprì con facile sforzo la porta, e lui entrò in casa rintracciando i suoi passi.
L’ambra nei suoi occhi s’era fatta dura, quasi pietra ora, e vedeva appena.
Gli passò accanto un bimbo non suo, a cercare le braccia della madre. 
Vide se stesso poi mentre usciva di cucina a baciare la donna d’un amore spento. Si osservò mentre ritornava nella stanza affianco: aveva ora occhi stanchi e capelli lenti.
Prese dal taschino il debole orologio, proprio mentre batteva l’ultimo istante ed esauriva la carica ormai.
Guardò nell’ambra un calendario appeso, e appena prima che fosse buio infine capì d’esser morto dieci anni prima.

[il brano è ispirato alla frase "e l’orologio, che scandiva le ore di un defunto" tratta da Il pasto grigio, Demetrio Paolin, Untitled Editori]


affrancato e spedito da Effe | 02:15 | commenti (52)


martedì, ottobre 11, 2005

Agenda (tre per uno)


1) Oggi

Se sei di Milano (ma anche se sei di Oslo va bene ugualmente) oggi alle ore 20, presso Metaverse (anfitrione Zop) avrà luogo la presentazione ufficiale dei libri Untitl.Ed.

Presenti Editori, Autori e Lettori.

L’invito è: accorri numeroso, che poi mi racconti (qui i particolari)


2) Sabato

Se sei di Torino (ma anche se sei di Oslo va bene ugualmente), sabato 15 presso il circolo Anatra Zoppa si inaugura una nuova biblioteca pubblica, gratuita, serale, i cui libri sono donati da cittadini, enti pubblici, case editrici.

All’aperitivo-cena con letture pubbliche interviene Giuseppe Culicchia (non si sa se nelle vesti di scrittore o di degustatore). (qui i particolari)


3) Domani

Se sei di Oslo (giusto per darti una soddisfazione) qui su Herzog, da domani, si riprende a raccontare.

E sì, è una minaccia.


affrancato e spedito da Effe | 10:28 | commenti (23)


lunedì, ottobre 10, 2005

sacripante! n. 5: Margini

 

La scrittura si fa corpo lungo argini e bordi, a margine tra materiale e immaginario.

Attraverso questi ed altri  Margini si conduce ora il quinto numero di sacripante!, e ogni con-fine è sempre ed anche un nuovo inizio.

In questo numero, molte le novità: nella rubrica Fuori Logo (parole che accadono altrove) ospiteremo scritture che appartengono ad altre latitudini (riviste, luoghi di parole, graffiti metropolitani).

Ad ogni nuovo numero, inoltre, ci sarà un passaggio ramingo di Testimone tra chi racconterà come certi libri segnano, in qualche modo, la vita e le vite (l’ospite di questo numero è Gaspar Torriero).

Nella rubrica E conformate l’azione alla parola si sfideranno intuizioni, scritture, tecniche e immaginario intorno al teatro.

Blu bemolle  è la nuova rubrica di musica e vita.

A voi, se vi riesce, la ricerca di un costante equilibrio lungo i nuovi margini di sacripante!

  

(la deadline per proporre brani alla redazione sacripantica in vista del prossimo numero è il 15 Novembre)


affrancato e spedito da Effe | 10:17 | commenti (32)


venerdì, ottobre 07, 2005

Nuovo Cinema Blog

Kandinskij: il corto nato dai blog

Alberto Tordi - Vittorio Valente, in una scena di Kandinskij


Ah, e poi, se ancora non l'avete visto, qui è possibile scaricare il cortometraggio realizzato da Alberto Puliafito su soggetto originale di Mitì Vigliero e di tal Effe.

Attenzione: è un prodotto altamente professionale.

Se ne sconsiglia la visione ai minori e ai rappresentanti del Moige.


affrancato e spedito da Effe | 09:27 | commenti (27)


mercoledì, ottobre 05, 2005

Il Miracolismo come fase estrema del Capolavorismo


Son d’umore corrusco, e mi preoccupo anzichenò.

Vano fu, alla prova dei fatti, l’intero trascorrere del lunario settembrino: è da prima dell’estate che il Critico Munifico non segnala il Capolavoro.

Durante la prima parte dell’anno – oh noi, fortunate genti – il Critico Munifico cingeva d’alloro, con verve quotidiana, ogni libro che gli passasse tra le mani, battezzandolo come il Miglior Libro (italiano/straniero/entrambi) degli Ultimi Dieci Anni, incurante del fatto che identico titolo era stato da lui assegnato ad altro manoscritto il dì appena prima, e il giorno dianzi ancora, è così per l’intera settimana, esclusi festivi.

Ora nulla, tace il Critico Capolavorista, non s’infiamma d’entusiasmo, non tesse, pudica Penelope, lodi all’arcolaio.

Che l’intera letteratura mondiale abbia esaurito i propri innumerevoli capolavori?

Ma temo, in verità, qualcosa d’assai più pernicioso.

Prima dell’estate, o lettore, compulsai su Tuttolibri una recensione di Aldo Nove all’ultima fatica (‘na sudata, rega’!)  di Tiziano Scarpa.

La recensione aveva come moderato incipit una frasuccia da nulla:

Il libro di Scarpa è un miracolo.

Proprio così.

Un miracolo.

Ecco che tosto si profila un tristo destino: il Capolavorista superato disinvoltamente a sinistra dal Miracolista.

Son tempi grami.

Comprendo il dramma interiore – ultrapsichico, direi – del Capolavorista.

Constatare che la propria generazione appartiene ormai al passato (già si vendono t-shirt con la scritta Make Capolavorista History) schianta animo pravo e fisico ingobbito.

Hai voglia a consolarti con le veroniche di Busi da Maria de Filippi, per restare in ambito intellettuale.

Dacché anche il Critico Munifico tiene famiglia e deve guadagnare, seppur amaro, un tozzo di pane, gli consiglierei di riciclarsi, proponendosi sul mercato con piglio maggiormente spregiudicato.

À la guerre comme à la guerre, che diamine.

Ricominci esso Critico a recensire con letizia ogni sorta d’almanacco minimamente stampato, e lo impalmi come Miglior Libro degli Ultimi Dieci Minuti.

Voglio vedere chi mai potrà smentirlo.


affrancato e spedito da Effe | 09:20 | commenti (59)


lunedì, ottobre 03, 2005

Amanti a perdere


Per vostra colpa anagrafica, probabilmente non avete vissuto il cambiamento epocale del vuoto a perdere.

Peggio per voi.

In effetti, o gioventù consapevole solo di tetrapak e di pvc, un tempo ogni cosa liquida e minimamente ingurgitabile era posta in vendita in un contenitore di vetro, materia nobile e pura oltre ogni dire.

Essa bottiglia doveva essere conservata dopo l’ingollo del bibitone, e il vuoto andava riconsegnato al negoziante, pena la perdita della cauzione versata al momento dell’acquisto.

Con i vuoti si stabiliva così un rapporto durevole e profondo, financo d’affezione, e non una rapida relazione usa e getta come oggidì.

Finché venne poi l’era del vuoto a perdere e delle bibite al sapor plastico.

Ora, vi esorto di repente a un cambio di categoria.

Leggo difatti che una maggioranza delle gentili donne maritate ritiene necessario vivere relazioni adulterine.

Se questo è anche il vostro caso, permettere alcuni distaccati consigli sulle vostre scelte.

L’amante non deve essere troppo bello, né troppo colto, né troppo d’alcuna altra virtù che in eccesso risulti perniciosa all’uopo.

L’importante è che l’amante si comporti da amante, e dica e faccia cose che gli competono, senza eccedere dal proprio ruolo.

Spesso, temo, si confonde l’amante con il Principe Azzurro, ed è errore grave.

L’amante infatti non deve sostituire in parte o del tutto la vostra vita (marito e figli, supponiamo).

Deve invece essere qualcosa di collaterale, un diversivo marginale.

Né è opportuno prolungare oltremodo la relazione. Dovrebbe anzi essere obbligatorio per regio decreto limitare la liaison a sei mesi, massimo un anno.

Al di là del fatto che un usato di sei mesi è ancora ben collocabile sul mercato, insistere oltre questi limiti temporali sarebbe dannoso.

Ancora una volta, da un lato, non si deve correre il rischio che la relazione fedifraga si rafforzi e acquisti importanza fino a sostituire quella regolare.

D’altro canto, un affaire che perduri oltremodo cadrebbe nella ripetitività, nella routine.

E per la noia, permettetemi, avete già i vostri signori mariti.

In definitiva, se proprio avete per necessario un rapporto extra moenia, se proprio riuscite a sospendere l’auto-giudizio morale, se proprio riuscite a crearvi un vuoto di coscienza, ebbene, che almeno si tratti di un vuoto a perdere.


affrancato e spedito da Effe | 09:14 | commenti (47)

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