URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

venerdì, settembre 30, 2005

 

 

 

 

 

 

 

 

La prossima settimana (6, 7 e 8 ottobre) Monfalcone diventa la capitale italiana della poesia e dello spoken word, con il primo October Poetry Festival.

Italiani e stranieri sarano gli ospiti, Poeti e Musici.

La poesia torna all'oralità e avanza verso la tecnologia.

Direzione artistica di Lello Voce.

Ci sia (e così si salvi) chi può.


affrancato e spedito da Effe | 08:41 | commenti (25)


mercoledì, settembre 28, 2005

Dopo il righello di Kimota, il bilancino di Effe

in libreria i primi tre libri della Untitled Editori


Perché la scrittura, quand’è leggera, ha peso, e danza di inchiostro e di ritmo a orologeria.

Perché le parole sono oggetti in concreto, hanno volume e massa variamente misurabili.

E infine, perché l’etimologia che unisce grammo e grammatica è un inganno favorevole.

Per questo ed altro, con rara abnegazione mi sono armato di bilancino da farmacista, e offro qui la prima critica letteraria un tanto al chilo che la storia ricordi.

I volumi che rigiro tra le rapaci mani pesano circa grammi 100 ciascheduno, per complessive 100 pagine a libro (più altre pagine con titoli, indici e altro).

Il che significa che ogni pagina pesa grammi 1,0 di scrittura (non so indicare il peso specifico di ogni parola, ma l’identica parola ha peso diverso a seconda che si raggrinci sulla pagina, ovvero si slarghi orizzontale e piana).

E’ una buona unità di misura, che proporrei di adottare universalmente.

Mi dia mezz’etto di scrittura fresca, ma che sia di quella buona, mi raccomando.

Finalmente sono in libreria i primi tre libri della Untitled Editori 

Gli autori pubblicati sono Demetrio Paolin (Pasto grigio), Alessandra Galetta (Vedrai, vedrai) e Alessandra MR D’Agostino (Voice recorder).

Ho iniziato con cipiglio la lettura della triade, e nelle prime pagine ho trovato promesse da mantenere.

Li aspetto al varco.

Lorsignori autori badino bene: niente mosse false, che qui non si scherza né ci si spaura d'alcunché.

Non c’è dubbio: la nascita della Untitl.Ed è uno degli eventi più rilevanti dell’esperienza blogosferica italiana.

In un solo anno (settembre 2004 – settembre 2005) la Casa è stata pensata, progettata e realizzata, sono stati individuati gli autori, curati i testi durante la loro stesura, e infine stampati e commercializzati i libri.

Anche questa è un’occasione per ritrovare il Libro che non c’è, la Scrittura che resterebbe invisibile, se non si fosse ora riversata sulle pagine di un Editore che nasce dalla rete, e nella rete trova talenti e tensioni.

Un’altra editoria è possibile.

Un’altra editoria è qui.

Sul sito della Untitl.Ed trovate l’elenco delle librerie in cui è possibile acquistare i volumi (il libraio presso cui ho fatto l’acquisto l’ha definita “un’iniziativa interessantissima”, e l’ha detto dopo aver battuto lo scontrino, mica prima per vendere il prodotto. Vedete un po’ voi).

L’acquisto è possibile anche online.

Dacché i libri sono usciti con leggero ritardo per vincere Streghe e Campielli, non rimane che premiarli con il passaparola.


affrancato e spedito da Effe | 09:55 | commenti (48)


martedì, settembre 27, 2005

Il ritorno


Si ritrova poi ciascuno con il vicino di casa che più merita.

Questa massima l’ho rinvenuta tempo fa in un trattato di filosofia trascendentale indiana.

O forse erano i Baci Perugina. E’ che a volte faccio confusione.

Ma cosa possa aver mai fatto, io, per meritare il ragionier Parisio, non è dato conoscere. Un abbozzo d’uomo, sapeste. Un poveretto. Mi fa pena.

Sempre ritirato e solingo che nemmeno ne ricorderei l’esistenza, se non fosse che alla domenica lo trovo regolarmente inginocchiato dinanzi alla sua porta, sul pianerottolo comune, e non so se stia lucidando la maniglia d’ottone o se reciti le orazioni mattutine.

Ma adesso, eccolo lì.

E’ lui, ne sono certo.

Oggi non è una buona giornata. Nell’ordine: sciopero dei mezzi pubblici; temporale monsonico; ombrello dimenticato in ufficio. Son qui che attendo il solito autobus 67 per tornare a casa, bagnato come un naufrago del Titanic.

Una 127 Panorama è ferma in coda al semaforo rosso, proprio davanti a me. Alla guida, lui. Il ragionier Parisio. Distrattamente, si gira nella mia direzione, mi riconosce, volta bruscamente il capo per non incrociare il mio sguardo. Ma ormai è tardi, ha visto che ho visto che mi ha visto.

Si gira ancora verso di me, slabbrando una smorfia di sorriso. Gli sorrido anche io, facendogli ciao ciao con la manina. Addito poi il cielo che continua a secchiare cateratte, e stringo il bavero della giacca per impietosirlo. Lui si sporge attraverso l’abitacolo, e abbassa di mezzo centimetro il finestrino dal lato del passeggero.

– Vuole mica un passagg...

Il ragionier Parisio non fa in tempo a terminare la frase che, sollevando ondate anomale, mi avvento giù dal marciapiede e tento di svellere la portiera della macchinetta. Il ragionier Parisio oppone resistenza, si aggrappa al pomello interno della portiera cercando di evitarne l’apertura, ma nulla può fermare un uomo che rischia l’annegamento. E’ l’istinto di sopravvivenza, baby. Con un colpo di reni spalanco lo sportello e mi abbatto grondante sul sedile.

- Grazie, molto gentile – sibilo.

– Ma s’immagini, è un piacere – ringhia torvo, mentre il semaforo ci consente di riprendere la marcia.

– Però si pulisca le scarpe, per favore, che la moquette della macchina è nuova. Tenga questo straccio.

– Scusi, ma di che anno è la sua vettura? – domando, mentre friziono le suole in finto cuoio e vero cartone delle scarpe, diventate spesse come zeppe.

– 1976. Unico proprietario, gommatissima, usata poco.

– Vedo, infatti gli interni sono ancora rivestiti dal nylon originale. Posso togliere? – dico, iniziando ad asportare la copertura trasparente a protezione del sedile.

– Fermo, disgraziato, che fa?! – urla il ragionier Parisio, staccando entrambe le mani dal volante e riattaccandole con bel gesto armonico al mio collo.

Si ode tosto un tonfo e la macchina beccheggia, stronfia e si sommuove tutta. Mi giro a guardare dal lunotto posteriore: un fagotto un tempo umano e presumibilmente ottuagenario si arriccia sull’asfalto acquitrinoso.

– Ragioniere, temo che...

– Niente, niente.

– Ma guardi che abbiamo...

– Niente, le ho detto che non è successo niente, guardi avanti con aria disinvolta.

Mioddio, ho bisogno di una sigaretta. Non fumo, ma penso che in queste situazioni occorra sentire il bisogno di una sigaretta. Trattandosi di un racconto, mi faccio trovare le sigarette in tasca. Ne accendo una, e poi la spengo nel posacenere della macchina.

– E’ impazzito, vuol provocare altre disgrazie? Non sa che il fumo passivo uccide? Assassino.

– Ma...

– Ecco, prenda lo straccio di prima e questo spray, e pulisca il posacenere.

– D’accordo, ma lei guardi la strada.

– Lo sto facendo.

– Mica tanto.

Procedo imbronciato alle operazioni igieniche.

– Molto bene – dice il ragionier Parisio, fermando la vettura – ora pulisca anche di fuori, sia cortese.

– Fuori? Ma, dico, sta piovendo di gran lena.

– Ma scusi, vuol fare le cose a metà? Pulisce dentro e non fuori? E poi lei è già zuppo, cosa gliene importa. Anche solo per riconoscenza, sa, se non fosse stato per me lei sarebbe ancora sotto la pioggia.

– Perché così, invece…

- Ah, mi raccomando, sul paraurti anteriore cancelli bene le tracce di quella cosa, sa, quella che NON è successa prima.

Dopo alcuni minuti, rientro nell’abitacolo con due stagni di media grandezza nelle tasche della giacca.

– Mentre ero fuori a divertirmi – dico – ho pensato che magari avrei potuto controllarle anche il livello dell’olio.

– Lo farebbe davvero? - domanda il ragioniere. Lo guardo con odio.

– Solo se il temporale diventa uragano, se no non ci trovo sugo.

Ripartiamo entrambi con l’espressione incarognita. Il ragioniere mi spiega che, per evitare il traffico dell’ora di punta, percorreremo una stradina secondaria che arranca sulla collina e poi ridiscende verso la comune abitazione. Giunti alle pendici del montarozzo, il bolide panoramico ansima bronchiale, sibila asmatico e infine si tace.

– Che succede? - domando.

- Niente, si dev’essere bagnata la calotta. Per come la vedo io, abbiamo due possibilità: o aspettiamo che smetta d piovere - e questo avverrà tra un paio di giorni - e poi attendiamo che la calotta si asciughi, oppure spingiamo la macchina fino in cima alla collina, e da lì in poi scendiamo in folle fino a casa.

– Spingerla? Intende dire a mano? Non ci pensi neppure.

– Allora, mentre attendiamo che passi la stagione delle piogge, le racconto le mie avventure nei boy scout.

– Scendo a spingere. Lei non si disturbi, resti a bordo e guidi.

– Ben gentile.

Dopo aver arrancato per un’ora e mezza, scavalliamo finalmente il crinale, e l’automobile inizia a prendere autonomamente velocità.

Il ragionier Parisio dentro.

E io fuori.

E piove, naturalmente.

Principio a rincorrere la vetturetta, chiamando a gran voce.

- Ragioniere, ragioniere, mi aspetti, si fermi!

– Si sbrighi lei, piuttosto, salga al volo, non posso frenare. I dischi dei freni sono quasi andati, dovevo cambiarli tre anni fa. Ora ci tocca dosare con parsimonia le frenate, altrimenti i dischi si surriscaldano e saltano prima di arrivare in fondo alla collina.

Raggiunta la fuoriserie salto agilmente all’interno dell’abitacolo, introiettandomi per metà attarverso il finestrino abbassato.

- Bravo, resti così, con le gambe di fuori! - urla il ragioniere. - Nei tornanti a destra si sporga tutto in fuori, per fare da contrappeso e contrastare la forza centrifuga. Nei tornanti a sinistra, invece,  si rattrappisca come un bozzolo.

– Ma cosa crede, di essere all’America’s Cup? Non lo farò mai!

– Lo faccia, se non vuole schiantarsi contro un platano.

– Lo faccio.

– Bene.

– Bene.

Dopo un numero imprecisato di strambate, giungiamo ai piedi della collina e, in breve, al parcheggio condominale. Penzolo ancora per metà fuori dall’abitacolo. Negli ultimi tornanti ho perduto una scarpa e stracciato i pantaloni.

E piove, naturalmente.

Il ragionier Parisio mi deposita poco delicatamente sull’asfalto e si eclissa. Sento sopraggiungere il “mio” 67; ne scende, asciutta e ilare, mia moglie.

– Cos'hai combinato?

– Ma nulla, una cosa spassosissima, poi ti racconto. Adesso trascinami fino a casa.

Mentre sto finalmente per accasciarmi sul finto marmo del mio appartamento, dalla cucina mia moglie domanda:

- Con chi sei tornato a casa, dopo l’ufficio? Non hai aspettato la fine dello sciopero.

– Ha voluto darmi un passaggio il ragionier Parisio. Un abbozzo d’uomo, sapessi. Un poveretto. Mi fa pena.

 

Dopo, è l’oblio.


affrancato e spedito da Effe | 09:12 | commenti (24)


venerdì, settembre 23, 2005

AGGIORNAMENTO IN TEMPO REALE (sabato 24, ore 16.00)

Granieri ha parlato prima, quando avrebbe dovuto parlare de K.

de K. parla ora, quando avrebbe dovuto parlare Granieri.

Anche io, per coerenza, sono presente tra il pubblico al posto del mio commercialista

(connessione gentilmente offerta da Webdays)

Torinesi, pedemontani, padani, italiani, tipi umani in genere: da oggi e fino a domenica 25 si perpetuano nella capitale sabauda i WebDays.

Domani pomeriggio (sabato 24) si alternerà la sacra trimurti de Kerckhove - Granieri - Maistrello.

Domenica pomeriggio la guest star sarà Antonio Sofi.

Oggi pomeriggio (venerdì) c'è invece Anna Masera de La Stampa. Quasi quasi passo a salutarla, ne avrà senz'altro piacere.


affrancato e spedito da Effe | 10:43 | commenti (17)


mercoledì, settembre 21, 2005

Di cosa parliamo quando parliamo di felicità


Si domanda Isabella, nei commenti al post sottostante: Perché non c’è mai speranza? (suppongo intenda: per i personaggi e nelle storie che si disarticolano qui).

Sempre nei commenti, e ora qui, provo a spiegarmi.

Quel che ci è possibile è proprio e solamente indagare il dubbio, l'imperfezione, quel qualcosa che manca alla sua stessa definizione.

Possiamo rasentare margini, tentare impossibilità.

Possiamo porre domande.

Quanto a speranza e felicità, questi sono, per come mi pare, sentimenti non narrativi (Bombay qui celia ma non troppo, richiamando Emil Cioran).

La felicità è un solido a superficie continua, conchiuso in se stesso, e non offre appigli per essere raccontata, né spiragli per essere veduta.

Non ha margini, non ha punti limite. E’ un sentimento completo in sé, che per questo non ha bisogno di andare verso altro e altri. In questo senso, è un sentimento ottuso (Giorgioflavio si domanda se esista la felicità intelligente). 

Per come è sostanziata, la felicità (che per qualche processo non chiaro sono andato sostituendo definitivamente alla speranza della domanda iniziale) non si può raccontare, né sarebbe interessante farlo. 

Non tutti, legittimamente, condividono questa prospettiva.

E allora vi sfido, lettori ribaldi ed estatici, all’elenco del libro che, a vostro insindacabile giudizio, riesce a raccontare la felicità (si badi: non che procura felicità alla lettura; io sono felice leggendo Sartre, per dire).

Qualcuno di voi ha già dato, e inizio in calce un elenco che aggiornerò con le vostre auguste citazioni. 


Per una bibliografia della felicità


Ariosto, Orlando Furioso (
Demetrio)

Malet, La vita è uno schifo (Bombay)

Paul Watzlawick, Istruzioni per rendersi infelici (Giocatore)

Ada Boni, Il talismano della felicità, (SenzaQualità)

Queneau, I fiori blu (Sphera)

Bufalino, Argo il cieco, ovvero i sogni della memoria (Colfavoredellenebbie)

Elpidio Jenco, Cenere azzurra (Fricat)

Nietzsche, Così parlò Zarathustra  (Gardenia)

Jorge Amado, Dona Flor e i suoi due mariti, e Teresa Batista stanca di guerra (manginobrioches)

Eggers, L'opera struggente di un formidabile genio (alice121)

Epicuro, Lettera sulla felicità (a Meneceo) (Ushuaia)

Porter, Pollyanna (riccionascosto)

Emily Dickinson, Tutte le poesie (Gemisto)

Morante, L'isola di Arturo (Ecate)
Proust. Á la recherche du temps perdu (Antonio Bois)
Mordechai Richler, ll mio biliardo (Squonk)
Tom Robbins, Half Asleep in Frog Pajamas (Diamonds)
Arundhati Roy, Il dio delle piccole cose (Medicineman)
Luke Rhinehart L'uomo dei dadi (Anonimo)
Jean-Marie Gustave Le Clézio, L'inconnu sur la Terre (Keroppa)
Leonard Cohen, Il gioco preferito (diderot)
Aldo Nove, La più grande balena morta della Lombardia (girlfrommars)
Walt Whitman, Foglie d'erba (CuloDritto)
Antonio Moresco, Viaggio in Argentina (Sicilia)
Eric-Emmanuel Schmitt, Monsieur Ibrahim e i fiori del Corano (blulu)
Weisbecker, Cosmix bandidos (eddiemac)
De Sade, La filosofia nel boudoir (giorgioflavio)
Calvino, Marcovaldo / Palomar (PProserpina)
Will Ferguson Felicità® (copiascolla)
La Costituzione della Repubblica Italiana (Max SdC)
Ellroy, American Tabloid (anchorless)
Rabelais, Gargantua e Pantagruele (Tez)
Carver, Una cosa piccola ma buona (tratto da Cattedrale) (fuoridaidenti)
Ariosto, Orlando Furioso (La Lipperini)
Tahar Ben Jelloun, Lo Scrivano (SciallieVentagli)

affrancato e spedito da Effe | 09:12 | commenti (86)


lunedì, settembre 19, 2005

Un mondo


Quando anche l’ultima se ne fu andata finalmente, chiuse la porta e spense ogni luce, anche il lume là in fondo che la regola vuole acceso.

Chissà se lo aveva mai capito, ma adesso no, adesso no, cosa portava quelle donne con poca felicità e ancor meno vita a passare ogni sera lì.

Attendeva in un angolo nascosto in ombra perché nessuna lo vedesse, nessuna potesse chiamarlo a sé. Cosa mai avrebbe detto loro, se lui stesso non sapeva più.

Gli anni in seminario erano stati di pane secco e di bastone, e poi infine lì, su una montagna amara, a render conto a Dio di un posto così lontano e duro.

Ma Dio non aveva chiesto e dato nulla. Non aveva preteso, né compreso.

Lo aveva dimenticato, e anche la sua chiesa. In così tanti anni, nessuno lo aveva chiamato mai. Forse erano morti nel frattempo tutti quelli come lui, forse era l’ultimo, e cosa importava, allora, che senso aveva tutto? 

Del rito d’ogni giorno aveva scordato le parole, sconciato le formule latine, ignorato dogmi. Non se n’era accorto alcuno, dapprima, poi non se n’era accorto lui nemmeno.

Il mondo piccolo che doveva assolvere lo aveva in fin dei conti condannato e reso uguale. Scontò una forza mai avuta conoscendo le debolezze d’ogni uomo.

Alcuni confessavano timori, e anche lui temeva.

Tutti rendevano conto di stanchezze e impossibilità che erano anche sue.

Doveva concedere speranza, e lui stesso ne domandava. Più conosceva il fondo, e più gli pareva che ogni sua parola fosse inganno.

La tonaca era lisa alle ginocchia, ma consumata non in veglie di preghiera. Passava il giorno in un orto stento di cavoli e patate, in ginocchio a guarirlo di gramigna e assolverlo di siccità.

Non viveva che così, con l’orto e la pietà della sua gente, e del poco che gli dava l’una e l’altra cosa. Non aveva altro. Non ricordava ci fosse stato altro.

Adesso, l’ultimo cero spento, si rinchiuse a notte in canonica, con una stufa e poca legna umida ad annerire di fumo la cucina.

Trovò ancora un fondo di minestra, cavoli e patate, e la mangiò dalla pentola che conosceva mani di stagnino.

Fuori la notte si era fatta pioggia, e il mondo piccolo di poche case in pietra era tutto lontananze e silenzi.

Dormì, ma per un tempo breve.

- Chi bussa a quest’ora, cosa volete?

– C’è da andare alla casa sul vallone, lì si muore – rispose una voce dalla pioggia. 

– Non sono medico, non è affar mio, e poi è casa di gente che non so, in chiesa non ci viene.

– E’ questione vostra, cosa d’anime. Scenderete, invece.

La voce rientrò nella pioggia scura e senza nome. Si rivestì allora il prete della tonaca umida e d’un mantello spesso. Le scarpe sporche d’orto e di fatica non avrebbero retto fango, né pioggia il cappellaccio.

Lasciò il paese aprendo la notte d’un poco a ogni passo appena, percuotendola con breviario e con lanterna.

Nella casa che strisciava bassa e di pietra sul vallone, non tutti gli occhi si alzarono al suo arrivo.

Conosceva destini e altre storie, e comprese come le altre quella.

La ragazzina, non donna nemmeno, era bianca e quasi lontana ormai, una macchia di sangue fioriva dal suo ventre sul lenzuolo di tela.

– Di quanti mesi era? – domandò piano, per sapere quanti morti benedire.

– Tre, quattro, non so. Abbiamo dovuto – rispose la madre della giovane.

– Allora no, non lo benedico. Chi era il padre, chi è stato?

– Lei muore! – implorò la donna.

Il prete la guardò e ne raccolse lo sguardo di nuvola bassa versato sull’impiantito fino a raggiungere di fianco a lei l’uomo, marito e padre. 

Di lui conobbe la fronte ottusa e le mani torte, e un peso che gli curvava le spalle. 

- Meglio per lei – mormorò il prete, - meglio per lei.

Non aggiunse altro, sedendosi accanto al caminetto acceso.

Era stanco, d’ogni possibile stanchezza. Era debole e lontano. E il cuore immobile.

- Aiutateci voi, dite qualcosa. – lo supplicò allora la donna - Ci dev’essere qualcosa, nel libro. Qualcosa che ci salvi tutti.

Il prete la guardò senza capire.

Tremò, al comprendere poi quella speranza, a vedere che era rivolta a lui.

Si alzò di colpo e protese con rabbia i pugni chiusi, come volesse chiudere finalmente i conti con qualcuno.

Poi uscì dalla porta bassa della casa, correndo sotto l’acqua diagonale.

Le gocce trovavano corso tra collo e tonaca, e le scarpe smottavano fanghiglia.

Dalla casa gli lanciarono sguardi sulla schiena, finché fu solo notte più, e pioggia.


affrancato e spedito da Effe | 09:28 | commenti (59)


mercoledì, settembre 14, 2005

Nazioni in Riserva

(pro chiusura Nazione Indiana)


Attenzione, questo è un post politicamente scorretto e ben consapevole d’esserlo. Ma è per il vostro bene. Astenersi animelle e ultrapsichici.


Non se ne è mai fatto mistero, che diamine.

Il concetto stesso di Nazione ci era inviso, approssimando per difetto, da circa sempre.

Elevare un muro, dividere tra noi e loro, sottintendendo che la distinzione non era, neppure a titolo di vaga ipotesi, favorevole alla parte dei loro (cioè: a noi); tutto questo era segno di una scelta pregiudiziale e ghettizzante.

Quanto alto il pulpito, poi, e come reboanti i moniti!

Criticabili e infatti criticate le posizioni da Officianti della Cultura, su questioni – dei del cielo! - da non rinvangare qui, pena la catatonia.

Epperò, a ben vedere, e come è d’uso riconoscere agli agonisti abili nella pugna, c’era del talento, e una tensione.

C’era, nel percorrere la via Nazionale, come dire, una certa poetica.

Perversa, è chiaro, ma intanto.

E poi, finalmente, l’occasione: i Nazionali (senza filtro, per chi ha l’età) rompono indugi e muraglioni e lasciano il fortilizio.

Ognuno per la propria, e ci si augura feconda per la rete, strada letteraria.

Ma.

Ma fuggito dai confini dell’impero il Princeps, s’ostinano ora i comprimari.

Invece di approfittare dell’opportunità per tumulare il vecchio progetto, con tutta evidenza fallito e irrimediabilmente macchiato da un peccato originale, e proporne uno, se non proprio innovativo, quantomeno nuovo – che per alcuni di loro le capacità ci sarebbero anche - i Riservisti restano, resistono tignosi, e con la creta – che è terra e sputo - erigono ancora inutili muri e indulgono nella colpa.

Sei già N.I. fase uno era l’errore, la fase due è l’ostinazione virata fuori tempo alla necrofilia.

Quel blog – leggi: il progetto di quel blog – è morto da tempo (esequie vivissime, cit.).

Urge nuova aria, perché si sa, nella rete siamo tutti ospiti: pesci (a proposito di rete) e ospiti, dopo tre giorni, puzzano.

Figuramoci il blog.


affrancato e spedito da Effe | 09:49 | commenti (80)


Scontro di civiltà

ovvero

l’Aldo Grasso de noantri

ovvero

Il Sol Levante dell’Avvenir


Lo devo ammettere, dunque. Loro non sono uguali a noi.

Gli orientali, dico.

Sarà forse capitato anche a voi, per disattenzione o per sventura, di assistere a una puntata della trasmissione apotropaica nota come Paperissima.

La definisco apotropaica, perché non so come altro indicare l’effetto che induce alla risata di fronte al dolore di sventurati cui capitano piccole o immani calamità. Forse, assistere alle angherie altrui comporta il fatto che le stesse non siano capitate a noi, e quindi.

Lo spettacolo davvero terribile è costituito dagli home video realizzati da genitori orientali (potrei osare la definizione di Giapponesi) che filmano ignari infanti mentre si amputano accidentalmente le dita nel tritacarne, si sfracellano cadendo dall’ottavo piano, sopprimono altri lattanti azionando inavvertitamente uno schiacciasassi.

E in tutte queste disgrazie, il genitore cineasta cosa fa?

Nulla.

Imperturbabile come da iconografia, prosegue le riprese, e magari zumma sul particolare macabro, senza intervenire per limitare i danni o prodursi nei primi tentativi di rianimazione.

A onor del vero anche i pargoli, anziché fuggire il dolore e la sua causa, s’incaponiscono nella reiterazione dello sbattimento di teste e di capitomboli circensi. Ognuno ha i genitori che si merita, a quanto pare.

Non è possibile assistere a quei filmati senza raccapriccio.

La nostra è una Società debole, sentimentale, incline alla compassione. Loro sono senza indecisione o debolezza, e per questo conquisteranno il mondo.

E anche i loro scrittori, che pur qui sono apprezzati, si rivelano in tale ottica degli infiltrati, dei guastatori, dei corruttori dei costumi.

Sono pericolosi, sono bucce gettate apposta per farci scivolare.

D’altro canto, il nome della Yoshimoto doveva pur farci sospettare qualcosa.


affrancato e spedito da Effe | 09:36 | commenti (22)


lunedì, settembre 12, 2005

A data da destinarsi


Da quale momento, da quale limite in poi erano diventati cosi?

E tuttavia non era stato forse  un confine, un movimento rapido dell’anima, ma solo il suo lento rassegnarsi.

Così erano sempre stati, e senza conoscerlo. Il loro così lo portavano dentro fin da prima, dal momento in cui si erano incontrati, ed era poi cresciuto fino a occupare ogni altro spazio, escludendo occasioni e vite.

Era andato in cerca delle vecchie foto in bianco e nero, i volti ancora sorridenti, per accusare nei loro stessi sguardi una consapevolezza, o un destino. Aveva vissuto ancora ricordi per trovare una frase, un movimento, una debolezza.

Ma non c’era nulla a indicare il luogo da cui non erano tornati più. Se era stato un destino, o una debolezza, non aveva decantato tracce.

All’inizio erano stati docili e arroganti, e pieni di futuro. Ma dieci anni appena erano bastati, dieci anni, mioddio, per essere ora così stanchi.

La guardò mentre dormiva al suo fianco, distante. Un sonno ottuso le aveva rovesciato le labbra in un sorriso dischiuso su denti forti, da animale buono.

Non è vero allora che l’anima, durante il sonno, abbandona il corpo e ci rende così simili ai morti. Non hanno i morti quell’espressione inconsapevole, mai. Il loro viso racconta i segni della compiutezza, della definitività.  I vivi, nel sonno, confessano invece d’essere clandestini.

Ma infine era lui a portare maggiore la colpa di tutto. Aveva sognato di desiderare così tante cose, e fingeva un’urgenza che non aveva. Poi, un anno, o forse l’anno dopo, si era reso conto che non c’era nessuna urgenza, nessuna necessità, né desiderio.

Si era arreso. No: si era fatto resa. La resa era cresciuta dentro di lui, fino a divenire quel cosi che adesso era.

Osservava il ragazzo delle foto in bianco e nero. Io sono te tra dieci anni. O tra mille.

“Proviamo a fare qualcosa, proviamo a cambiare” aveva detto lei, senza volerlo davvero.

Ma cambiare come, d’altronde, e da quale momento in poi?

Lui allora aveva scritto un biglietto, un anno, o forse l’anno dopo.

Gli era sembrato tutto così semplice, poi. Sul biglietto c’era una data futura. Quello era un limite, finalmente, e l’occasione, il segno. Spesso apriva il cassetto dove teneva nascosto il biglietto e, dopo averlo controllato, viveva la nuova certezza. La data era quella, così vicina ormai.

Quel foglio garantiva l’urgenza e la necessità.

Controllò ancora che lei dormisse in profondo. Si alzò dal letto che il cielo schiariva appena. Aprì ancora una volta il cassetto, e il biglietto confermò ogni cosa. La data era giusta. Il momento era adesso.

Che fosse un destino, o una debolezza, aveva comunque trovato il segno.

Andò in cucina, percorrendo la casa alla poca luce di quello che ancora giorno non era, mentre soffocava i primi colpi di tosse. Quanto restava da fare non era poi  così difficile.

Con la mano sfiorò la superficie calda del muro, nel punto in cui passavano i tubi del riscaldamento. Lì accanto c’era l’interruttore della luce.

No, non era per nulla difficile.

Una pressione appena, e una rapida alba avrebbe percorso l’aria dell’appartamento, satura del gas lasciato aperto un’ora prima.

Una debolezza.

O un destino.

Adesso.


Abbassò e rialzò l’interruttore, e poi lo fece un’altra volta ancora.

Nulla.

Raggiunse l’interruttore del corridoio.

Niente, nemmeno lì.

Scostò le tendine della finestra che affacciava sulla strada. I lampioni erano spenti, e ogni altra luce intorno.

Un black out.

In quel giorno.

In quel momento.

Tornò in cucina, chiuse il rubinetto del gas e spalancò la finestra. Lesse ancora una volta il biglietto. Era indicato un giorno, e un mese. Nulla più.

Prima di tornare a letto, nascose ancora il foglio nel cassetto.

C’era una data. Avrebbe riprovato un altr’anno.

O forse l’anno dopo.


affrancato e spedito da Effe | 09:21 | commenti (27)


giovedì, settembre 08, 2005

Generazione 3

 

In principio era il verbo.

Minuscolo, si capisce.

All’inizio, dico, il blog era solo testo.

Solo testata e testo.

E il metatesto? Niente.

E le immagini? Le immaginavi.

Poi, dacché il mezzo influenza il modo, e le possibilità gli atti, il blog ha iniziato ad acquisire per partenogenesi anche la seconda dimensione, quella della prospettiva, del colore e della forma.

L’immaginario si faceva immagine.

Questa è stata e fu la prima generazione.

E poi, l’effetto imbuto. Più si procede e si avanza, più il tempo accelera, come un flusso che venga improvvisamente ristretto in un alveo minore che ne aumenta la velocità.

La seconda generazione è stata – ed era appena ieri – quella dei post vocali, in cui la scrittura viene sublimata, del tutto o in parte, dall’evocazione di voci e suoni.

Ma non c’è tempo, non c’è tempo, s’invigorisce il flusso, s’incrementa la velocità.

La terza generazione è già qui: è il vlog.

La terza generazione è Kinobit.

La terza generazione è un’ulteriore contaminazione di immagine, suono, scrittura.

Non fa sconti, Kinobit. Non è indulgente.

E’ bello, e senza trucco.

E’ ribelle.

E’ puro, e non teme il lavoro sporco.

Se questo vlog fosse un film, sarebbe ora di proiettarlo.

Il ritratto è sicuro, la mano ferma, l’autore è lui, il Pasha Antipov della blogosfera, il politicamente sorretto dall'Idea, l’amico Strelnik.

Ciak, si gira.


affrancato e spedito da Effe | 11:34 | commenti (31)


mercoledì, settembre 07, 2005

All’angolo d’improvviso

 

 

 

Non abbassare gli occhi.

Mi conosci, sai la mia faccia logora per le troppe notti a dormirci poco sopra, sai del mio vestito sempre uguale a consumarsi addosso da dieci anni ormai, conosci la mia anima frusta.

Non guardare da un’altra parte, non convincerti che non son io. Ti ho regalato, una notte, una ragione per farlo, ma non puoi cancellarmi ora, non devi.

Non provare vergogna per me, non pentirti al posto mio.

Non ho più vergogna e rimorso, e il pentimento non dura troppo tra le mani d’un uomo.

Non chiedere qui di un dio, anche lui ha cieche colpe da scontare.

Non voltarti, non cercare un posto tra la gente, non ho posto, io, io son tra gli altri, tra gli invisibili.

Non rendere più veloce il passo, non aggiungere tra noi distanze ancora. Il mio passo ha scarpe sfondate e senza lacci, e sono stanco delle distanze che non hanno un giorno fine.

Non abbassare il tuo cappello sugli occhi per far scuro l’orizzonte su cui siedo. Io non ho cappello a riparo della pioggia, non ho quasi più occhi per guardare lontano.

Lo ricordi com’era, com’ero, così tanto tempo fa. Le nostre mani si conoscevano allora, e i nostri sguardi. Non c’è giorno ora che non porti il dolore del tuo sorriso.

Non cercare risposte, non pretenderle da me. E’ la nostra vita che ci sceglie, e non si conosce scampo.

Così son qui a chiedere due soldi d’elemosina, ma non a te, a te non stenderò la mano,  non chiederò conforto.

Mi basta che tu non fugga, che non abbia l’urgenza del mio stesso pianto.

E’ solo un piccolo dolore in mezzo a tanti, passerà lui e passerai tu davanti a me.

Quando l’amore si stempera in ricordo, fa meno male allora.

Non chiamerò il tuo nome noto, non ne cercherò il suono, non avrò voce per legarti, per poi scioglierti e lasciarti andare, rinata ancora.

Ma non abbassare gli occhi, adesso.

Mi conosci, sai di me.

Sono tuo padre.


affrancato e spedito da Effe | 12:00 | commenti (25)


martedì, settembre 06, 2005

Copiaincollo da altro blog

 Equa è la notte

Ci sono ancora rotte da seguire, e respiri da cogliere.
Ci sono voci, e volti.
Ci sono storie.
sacripante! tornerà, allora, ai primi di ottobre.
I vostri testi potranno essere inviati alla redazione sacripantica (redazione@sacripante.it) entro il 21 settembre, appena prima dell’equinozio d’autunno.
Buone scritture

 

 


affrancato e spedito da Effe | 09:46 | commenti (17)


Ritorni non imprescindibili
ovvero
Dall’ombrellone all’ombrello
ovvero
Quel che resta della blogosfera


Appunto n. 1
Il Copista


- E sarebbe infine codesta, la tua idea?
– Difatti, senz’altro.
– Non parmi, affé mia, poi troppo originale.
– Ah, no, deh, no, io mai, nonvogliaiddio, mai al mondo. Per carità e grazia, le idee originali le rifuggo esattamente. Se solo ho il sospetto che una mia idea possa essere tacciata di una qualche originalità, la sconfesso e la espungo, eziandio.
– Me ne sfugge, per quel poco che rileva ai fini universali, la solenne motivazione.
– Ma mi par semplice ed evidente. E’ un fatto: se nessuno, in migliaia di anni di storia, ha mai pensato una determinata cosa, significa che essa cosa sarà presumibile come sciocchezza, nevvero? Altrimenti, ci si figuri, qualcuno ne avrebbe attinto il pensiero ben prima. Gli è un po’ come per quelle donne che, accusate di interessarsi troppo agli uomini accasati, vengono invitate a limitarsi ai maschietti rimasti celibi. L’accusata, giustamente, obbietta: Ma se quelli non se li sono presi le altre, scusate, ma perché me li devo prendere io? Se invece la mia idea può vantare dei precedenti, orbene, è come se si presentasse al mondo con buone referenze. Se poi la stessa idea appare già riciclata oltremodo e buona per ogni stagione, possiede addirittura un certificato di idoneità alla circolazione. Ci si convinca: idee originali, mai. Ripetizione dell’altrui. Sia nostro manifesto l’esser manieristi.
– E di codeste idee certificate e ricopiate, poi, che ci si fa?
– Be’, ad esempio, mal che vada ci si può sempre accrocchiare un blog.


Appunto n. 2
Il Nichilista

- Aiutami un po’ con questa definizione: 18 verticale, godimento del corpo, sette lettere.
– Facile: pastiera napoletana.
– Eh, no, no, sette lettere, non ci sta.
– Ma certo che ci sta, basta scrivere molto piccolo. Dai qui, ti faccio vedere. Ecco fatto: godimento del corpo, sette lettere, pastiera napoletana, che ci vuole?.
– Ma no, così non vale. Quando dovrò intersecare le definizioni orizzontali, il meccanismo non funzionerà, mi troverò delle lettere che non combaciano.
– E che problema c’è? Se nella casella dell’incrocio ti occorre che ci sia una lettera diversa rispetto a quella già presente, l’aggiungi. Nello spazio in cui sta una lettera, ce ne possono stare due, e dove ce ne stanno due ce ne possono stare tre. Basta scrivere piccolo, te l’ho detto.
– E vengono fuori dei bei cruciverba? – Ah sì, cose che dan soddisfazione. Ricordo ancora un cinque orizzontale: Prima persona singolare, due lettere. Riuscii  a farci stare circa seimila caratteri per spiegare che la prima persona davvero singolare che avessi mai conosciuto era un mio zio, che vendeva brodo caldo di giuggiole ai turisti crucchi sulle spiagge di Riccione.
– Ma allora, a questo punto, le definizioni non mi servono neppure.
- Infatti è così, le definizioni sono un’inutile forma di schiavismo. Prendi coraggio: eliminale tutte, disponi le tue parole in uno spazio tendenzialmente rettangolariforme e secondo un criterio sostanzialmente casuale, anche se non privo di un certo senso estetico. E poi, se ti piace, chiamalo blog.


affrancato e spedito da Effe | 09:33 | commenti (17)

THE CURE
Hard Boiled Blogosphere
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dipinto da buba