URBI ET ORBI. Questo blog va contro ogni buonsenso. Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi. Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo. (P. O. Enquist, quasi)
giovedì, marzo 31, 2005
Diario minimo indispensabile
A mia parziale discolpa ammetterò, invocando se non altro il patteggiamento della pena, che con l’evoluzione tecnologica non ho adeguata sintonia.
Abbiamo, semplicemente, tempi diversi – il mio essendo pigro e indolente.
Così, anche la volta scorsa impiegai non pochi mesi a scoprire il trucco.
Quello della gente che parla per strada.
Da sola.
Non proprio da sola, in effetti, ché un cavetto pencola dall’eustachio al taschino, a collegare sinapsi e cellulare.
Ma sulle prime, all’improvviso sproloquiare dei cavetto-dotati, rispondevo sempre in prima persona – mi pareva scortesia il tacere, anche quando mi si domandava di appuntamenti misteriosi, di consegne illecite o di quotazioni borsistiche.
Ormai ho compreso, e al prossimo mio che sbotta per calli e vicoli non rispondo ora più.
Nemmeno quando mi si interroga sull’ora, o sulla direzione giusta per.
Nel dubbio, sorriso ebete e bocca chiusa.
Ma gli ulteriori sviluppi della teckné telefonica me li avevate sottaciuti.
E così, nel locale – ristorazione - tavola calda - ma non troppo, mi faccio largo tra i tipi di ImpiegatoManducatore all’ora del pascolo brado.
Guarda quel bel giovine: distinto, abbronzato, elegante ma con proterva trascuratezza.
E sorridente, nonostante l’evidente handicap.
La sordità, dico.
Che poi, un tempo, le protesi auricolari si inserivano all’interno dell’orecchio, in un tentativo miniato di mimesi color carne.
Ora invece, in un moto di handicap pride, tali appendici auscultative e amplificanti le forgiano enormi, esterne e di un bel colore blu cobalto bordato d’argento vivo.
La esibisce, quel giovine, la sua sordità, ne fa vanto, l’ostenta in osteria.
Mi avvicino al bancone dove staziona spavaldo, accosto quanto più possibile la mia bocca al povero orecchio offeso, e urlo PERMESSO, LE SPIACE, DEVO ORDINARE UN CAFFE’, RISTRETTO, PER GIUNTA, SCUSI, SI SCANSI UN PO’, SCUSI.
D’accordo, devo avere elevato la voce oltre il necessario tetto di decibel.
Il locale s’azzittisce e guata.
Vocia solo più, dalla radio a transistor, l’acuto di Mina (che è pur sempre Mina).
Ma che diavolo è, codesta tecnologia blue tooth?
Si era appena da un po’ fatto buio, e già così rischiariva.
Il cielo.
Il giorno.
Doveva essersi addormentato sullo scrittoio, mentre controllava gli ultimi contratti firmati.
Versò l’acqua dalla brocca, immergendo interamente la faccia nell’oceano miniato del catino.
Aprì gli occhi per qualche istante sotto la superficie del piccolo universo smaltato e bianco, con una crepa sul fondo dai contorni di veliero affondato.
Il mondo di minimi fondali durò finché trattenne il respiro.
Riemerso alla superficie, osservò intorno con sguardo di pioggia.
Una stanza come le altre, una locanda come infinite prima, e dopo.
E il cielo.
E il giorno.
Si vestì con abiti e faccia da commerciante, lasciandosi dietro la stanza intatta.
La penombra non si era ancora arresa, nel corridoio che sapeva di sego e liscivia.
Poi, una voce.
Un’altra.
Due voci, una contro l’altra.
Dalla camera di fonte alla sua.
Una lite come tante. In un giorno come tanti.
Un uomo. Una donna.
Un amore forse immaginato in fretta nella notte.
Uscì dalla locanda. Il giorno si spandeva liquido sui marciapiedi, sospinto a largo raggio dalla scopa in saggina di uno spazzino.
Appena qualche carrozza ferma agli angoli di strada, una vettura a motore, i lampioni a gas ancora accesi.
Qualcuno doveva dare inerzia alla giornata; lo fece lui con passo veloce e rapidi pensieri.
Verso l’ora di pranzo rientrò alla locanda dal giro d’affari. Una commissione perduta, due contratti rinnovati a nuove e più onerose condizioni.
Segnò sul taccuino il bilancio. Della sua vita, anche. Non ne lesse la somma, così come non faceva mai.
Dalla stanza di fronte le due voci ancora s’alzarono di parole e tono, e lui l’accusava, certamente l’accusava, e lei negava, giurava sulla vita che no, che non era vero, che non l’avrebbe fatto mai, Non ti credo, Uccidimi, e crederai alla mia morte, se non vuoi credere alla vita.
Socchiuse la porta, lasciando sfuggire una nuvola di luce polverosa dalla sua camera verso il corridoio quasi oscuro.
Le voci erano cessate, e le accuse, e i giuramenti anche.
La locanda era la solita locanda, e il corridoio, e il silenzio.
Ore più tardi, mentre gli servivano una cena fredda sullo scrittoio, domandò alla cameriera notizie della camera di fronte. E’ vuota, signore, Ma non è possibile, ho sentito le voci, Forse provenivano dalla strada, signore, non c’è che lei alla locanda, siamo così fuori stagione, la città si popolerà solo con la Fiera, tra due mesi, e allora non si troverà nemmeno più un posto per dormire, e la locanda sarà piena di mercanti, e di voci, certo, anche di voci, ma tra due mesi, signore, adesso no, non c’è nessuno, solo lei.
Le lettere d’incarico, gli ordinativi e il resto della corrispondenza li chiuse nel piccolo baule da viaggio.
Il treno partiva l’indomani, un attimo appena prima dell’alba.
Un treno qualsiasi, diretto verso sud, verso nord, verso una città qualunque, uguale alle altre, le stesse strade, lo stesso cielo.
E i giorni.
Si crocefisse sul letto a prima sera, e sognò che stava sognando.
Il sogno era velato, come per una febbre fredda e senza brividi.
Lo svegliò da lontano la consapevolezza del vuoto.
Cercò nel ricordo il motivo del vuoto, ma ogni memoria era intatta e millesimata.
Verificò allora che non si trattasse di un vuoto di sentimento, ma ogni senso e ogni sensazione era presente e pronta per la partenza a breve.
La presenza del vuoto era così densa che si faceva fatica a respirare e a deglutire.
Guardò alla poca luce del lume a olio il suo orologio da tasca: le quattro meno dieci.
Comprese allora subito: per i vicoli, sui tetti e nella stanza, il vuoto era l’assenza dei rintocchi dalla torre dell’orologio.
Ne era certo.
Non dormiva mai così profondamente da non riuscire a contare ogni ora notturna al suono delle campane.
Non aveva bisogno di sveglia. All’ora prefissata, contava nel sonno il numero dei rintocchi, e si ridestava.
Ma quella notte era vuota di campane, e di rintocchi, e di ore.
Mentre stringeva il suo orologio, due voci all’abbrivio fecero lenta rotta verso di lui, fino a bordeggiarlo.
Impiegò ben più di un istante per comprendere che le voci non erano nel sogno di prima, o nel vuoto della strada, ma ancora una volta nella stanza di fronte.
Si liberò dal letto già estraneo, affrontando con il lume il buio del corridoio. Se non vuoi uccidermi tu, allora lo farò io, se solo questo è il modo, Cosa fai, posa lo specchio, Mi taglierò i polsi con questo vetro, li taglierò, ma sei tu a tagliarli, perché mi accusi e non mi credi, Io non posso crederti, Non vuoi, Non posso.
Il rumore del vetro in frantumi, le voci tese e dolenti.
Bussò alla porta della stanza, Cosa succede, fermatevi, venga qualcuno, bisogna aprire la porta.
Nessuno rispondeva, il solito silenzio del corridoio, la solita locanda, una notte come tutte le altre.
Le voci s’inseguivano da una parte all’altra della stanza, si dibattevano, Ferma, non lo fare, Troppo tardi, ormai, dimmi che mi perdoni, dimmi che mi credi, lo giuro su questo sangue, Non posso crederti, Nemmeno ora, Nemmeno ora, né mai più. Colpì la debole porta con colpi urgenti di spalla, finché non saltò la serratura sottile.
Svelata e arresa, la stanza era del tutto vuota.
Nessuna voce, nessun arredo, chiuse le imposte alla polvere e al buio.
Lungo i vicoli, appena oltre il muro, rotolarono quattro rintocchi di campana.
Al centro del pavimento nudo, il lume a olio scivolava su uno specchio in lucidi frantumi.
Corollario della democrazia
(e fine della settimana sabbatica di Herzog)
E’ opinione dei più – e chi sono io per non – che il regime democratico, ancorché largamente imperfetto, rappresenti tuttavia l’imperfezione minore tra i sistemi possibili.
Caratteristica della democrazia è la tutela delle possibilità.
Tutti devono poter potere.
Poter esistere, innanzi tutto.
Ad esempio, in democrazia anche l’imbecille ha pieno diritto di cittadinanza.
Solo un autoritarismo illuminato potrebbe, volendolo, far pulizia dell’imbecillità.
La democrazia no, non lo può, per suo stesso statuto.
Ne deriva che ogni qualvolta ci si trovi in presenza di un sistema democratico, questo sarà necessariamente accompagnato da un nugolo di coribanti imbecilli.
Non so voi, ma a me pare di vivere in tempi di ampia democrazia.
Filosofia del rifiuto
"Agire come Bartleby lo scrivano.
Preferire sempre di no.
Non rispondere a inchieste, rifiutare interviste, non firmare manifesti, perchè tutto viene utilizzato contro di te, in una società che è chiaramente contro la libertà dell'individuo e favorisce il malgoverno, la malavita, la mafia, la camorra, la partitocrazia, che ostacola la ricerca scientifica, la cultura, una sana vita universitaria, dominata dalla burocrazia, dalla polizia, dalla ricerca della menzogna, dalla tribù, dagli stregoni della tribù, dagli arruffoni, dai meridionali scalatori, dai settentrionali discesisti, dai centrali centripeti, dalla chiesa, dai servi, dai miserabili, dagli avidi di potere a qualsiasi livello, dai convertiti, dagli invertiti, dai reduci, dai mutilati, dagli elettrici, dai gasisti, dagli studenti bocciati, dai pornografi, poligrafi, truffatori, mistificatori, autori ed editori.
Rifiutarsi, ma senza specificare la ragione del tuo rifiuto, perchè anche questa verrebbe distorta, annessa, utilizzata.
Rispondere: no.
Non cedere alle lusinghe della televisione.
Non farti crescere i capelli, perchè questo segno esterno ti classifica e la tua azione può essere neutralizzata in base a questo segno.
Non cantare, perchè le tue canzoni piacciono e vengono annesse.
Non preferire l'amore alla guerra, perchè anche l'amore è un invito alla lotta.
Non preferire niente.
Non adunarti con quelli che la pensano come te, migliaia di no isolati sono più efficaci di milioni di no in gruppo. Ogni gruppo può essere colpito, annesso,utilizzato, strumentalizzato.
Alle urne metti la tua scheda bianca sulla quale avrai scritto: no. Sarà il modo migliore di contarci.
Un no deve salire dal profondo e spaventare quelli del sì. I quali si chiederanno che cosa non viene apprezzato nel loro ottimismo"
Così, mentre l’accrocchio sondaggistico resta ancora per qualche tempo nella colonna destra del template, è questo il momento di fare alcune considerazioni.
Tra i voti qui espressi, e i pareri giunti via mail da parte di chi ha preferito restare nell’ombra (per via di un carattere ombroso, suppongo) si sfiora il centinaio di preferenze espresse, che rappresentano la dimensione numerica che si intendeva totalizzare.
Anche aggiungendo i voti-ombra, la proporzione del 70 – 30 a favore dell’opzione Ossimoro non varia.
C’è però da ammetterlo: domandando ai blogger un parere circa una giornalista che, nei confronti del bloghisferio, si è espressa in termini spesso critici, occorre ponderare il voto tenendo conto di una percentuale di pregiudizio.
Togliendo quindi qualcosa al 70%, e aggiungendolo al complementare 30%, si ottiene un risultato meno sperequato, pur con sbilanciamento ossimorico.
Questo significa, suppongo, che l’opinione prevalente (non per nulla non compresa nel sondaggio, perché scontata) è che Anna Masera, presa a simbolo della Carta Stampata che parla della Rete, non sia né un ossimoro né un oracolo.
O magari è tutte e due le cose.
Uno ossimocolo, per dire.
Il giudizio del blog è tutto sommato equilibrato, quindi, e avrebbe concesso alla forma-giornale un’opportunità di dialogo.
Dialogo la cui possibilità, purtroppo – questa è l’unica nota fortemente negativa del sondaggio – non è stata colta dalla diretta interessata.
C'è da domandarsi come si possa discettare, nella propria rubrica, della forma-blog, se con questa forma non si vuole avere nulla a che fare.
Peccato, perché molti blogger tecnici, di riconosciuta autorevolezza, ben volentieri si sarebbero confrontati con lei.
Un confronto che forse avrebbe potuto far maturare il rapporto blog-giornali, regredito con le recenti vicende nicolettiane alla fase dell’invettiva.
Ci saranno altre occasioni.
Nelle more, signora Masera, continuerò a osservarla dalle finestre del mio opificio; lei, ogni tanto, alzi gli occhi, e faccia un sorriso.
SONDAGGIO
Lo strano caso di Anna O.
ovvero
La blogosfera à propos di Anna Masera
Cosa
Madonne e Valentuomini, come preannunciato nel post precedente (a cui rimando per link e cronistoria), oggi si dà voce al sondaggio circa la figura (non certo la persona) di Anna Masera, giornalista della Stampa e curatrice della rubrica Il meglio del Web (i maligni suggeriscono che il titolo possa far riferimento alla stessa autrice), accreditata – non solo sui giornali, in verità – come la Signora del Web su carta stampata.
Resta da vedere se tale qualifica rappresenti un ossimoro, o se invece le sue parole siano davvero un oracolo.
Ovviamente, porre la questione in tali termini significa utilizzare un paradosso a due estremi; spero che il taglio sorridente risulti cosa palese.
In realtà, questa non è certo un’imboscata, ma un pretesto per dare occasione al circuito blog-giornali di riavviarsi, magari con inerzia diversa rispetto al passato (anche recente). Come
Nella colonna qui a destra troverete l’accrocchio sondaggistico-informatico (courtesy of Spiritum and Buba) con l’aut aut: perché i risultati possano essere ritenuti rappresentativi, occorrerà che l’entità numerica delle risposte sia significativa.
Vi prego pertanto di voler diffondere l’invito a partecipare al sondaggio.
Nei commenti al presente post, poi, la parte più importante, quella dei pareri ragionati. Indicate qui le motivazioni della vostra opinione, e suggerite quali argomenti sarebbe opportuno affrontare nello scambio di idee che auspico possa avvenire con la stessa signora Masera in occasione del sondaggio.
Il confronto blogger-giornalista può avvenire fin d’ora, ed essere sviluppato poi in altra sede più opportuna.
Non credo che la numero uno del web vorrà sottrarsi.
Intanto per una questione di metodo consonante: quando Ella si occupa di blog, e lo fa spesso, è solita citare nick e cognomi, con scelta che ritengo corretta – nulla di più stucchevole, invero, delle tiritere generiche e non circostanziate; oggi, il nome e il cognome lo facciamo noi.
In secondo luogo, chi si occupa professionalmente di comunicazione, di fronte a una proposta di comunicazione fuggire non può.
In caso avverso, altro che atteggiamento ossimorico! Quando
Adesso, e quando se no?
Madonne e Valentuomini, il momento è giunto. La blogosfera vi guarda, siatene degni.
Pre-lancio di un pre-sondaggio
(consideratevi pre-avvisati)
Dunque lo confesserò: io sono un voyeur.
Dall’ampio finestrone del mio opificio, ho l’indubbio onore di poter spiare i dirimpettai giornalisti della Stampa.
E fosse solo questo.
Nella mia attività di vedetta, ho l’invidiabile possibilità di scorgere le fattezze dell’ineffabileAnna Masera.
Lo so, molti di voi non credono alla sua esistenza, ipotizzando un’entità molteplice à la Luther Blisset.
E invece, valentuomini e madonne, Ella è una e concreta.
Nonostante tale certezza, coltivo ancora un residuo dubbio.
La stessa Anna Masera, infatti, passa per essere – l’ho sentito con le mie orecchie, o forse l’ho letto con i miei occhi, ora i sensi mi si confondono – la più accreditata tra i giornalisti che scrivono di internet.
Il numero uno, in questo campo.
Un oracolo, in parole piane.
Se davvero è così, allora quando parla di blog (e lo fa spesso, come nel caso di ieri quando ha ripreso, per confermarle, le parole del conte Nicoletti – o lo confondo con altri?) dovrò regolare il mio sentire sui suoi responsi.
Tuttavia, Ella viene anche descritta come La Signora Del Web della carta stampata.
Perdonate, ma quest’ultima espressione denuncia evidenti proprietà ossimoriche.
Ecco allora, l’urgenza, ecco la necessità: tra i giornalisti che trattano di web, Anna Masera è un oracolo o un ossimoro? Lunedì 21 marzo vi verrà proposto, qui su Herzog, apposito accrocchio informatico-sondaggistico per esprimere il vostro avveduto parere, che sottoporremo poi alla diretta interessata.
Ma non basta.
L’esito del sondaggio, qualunque possa essere, dovrà poi venire comprovato.
E qui siamo all’atto secondo, scena prima.
Ci sono molti autorevoli blogger che, ormai da anni, trattano professionalmente di rete e di reti.
Propongo quindi un incontro-tavola calda (rotonda, volevo dire rotonda) tra alcuni di loro e la Masera - naturalmente in rete - per favorire uno scambio di idee, e per acclarare se di oracolo o di ossimoro si tratti.
Non credo che la signora Masera abbia motivo di negarsi al confronto.
Non è forse lei, la numero uno?
- Calle Ochàn tra venti minuti - risponde la voce senza corpo della Compagnia di Taxi di Lima.
Nonostante la prevedibile attesa, scendo ugualmente in strada, a confondermi nell’aria fresca di Miraflores.
Nemmeno il tempo di accendere una sigaretta, e un taxi di epoca presumibilmente anteriore a quella dell’invenzione dell’automobile stronfia contromano a offesa del senso unico di calle Ochàn.
A un passo da me, la portiera posteriore si apre, liberando una merengue prima compressa tra i sedili leopardati.
Il sorriso del tassista s’insinua con barlume d’oro attraverso folti baffi che spiovono sul viso tondo.
Entro nella vettura, mentre il mio istinto di sopravvivenza si dissocia e resta in strada.
L’autista non ha occhi.
Intendo: il taxi non ha specchietto retrovisore, luogo dell’incrocio consueto di sguardi.
- Plaza San Martìn, el Teatro - dico sudando il mio faticoso spagnolo.
– Italiano, eh? Ho lavorato per più di un anno, in Italia. A Bardolino. Conosce Bardolino, señor?
Inindovinabili i destini delle persone, che li conducono attraverso oceani e mondi fino a un punto invisibile dell’universo chiamato Bardolino.
Osservo l’abitacolo. Non ci sono le insegne della Compagnia di Taxi di Lima.
– Come ha fatto ad arrivare prima di loro? – domando.
– Vede – risponde – è per via di mio cugino Batista. Lui lavora alla Compagnia, e mi passa qualche soffiata. "Augustin", mi dice, "c’è una chiamata da calle Ochàn", e io vado.
- Abusivo, eh?
– Lo siamo tutti, su questa terra, occupando posti che potrebbero essere d’altri.
– A proposito di altri, non è che ora potrebbe girare la macchina nell’altro senso, che così siamo contromano?
– In questo modo facciamo prima, señor. Non ci sono code – ridacchia.
- Potrebbe essere pericoloso.
– Lei ci protegge – risponde accarezzando una statuina dell’irrisoria altezza di quaranta centimetri, posizionata al posto del tassametro.
– Bella – commento distratto.
– E’ la Vergine di Guadalupe. Se le interessa – propone Augustin, girandosi improvvisamente verso di me, con occhi e mani e tutto, mentre il taxi viaggia con il pilota automatico.
– Attento! - grido.
– Non si preoccupi, señor, la macchina conosce la strada – risponde, riprendendo il posto di guida; la vettura, in risposta, soffia fusa sincopate a tre cilindri.
– Se le interessa, dicevo, gliene posso procurare un paio. Autentico artigianato locale. Le fa mio cugino Batista.
– Un altro cugino con lo stesso nome?
– Sempre quello di prima. Alla Compagnia non è proprio assunto regolarmente, e così si arrangia con diversi lavoretti. Libero imprenditore, diciamo.
– Anche lei fa un secondo lavoro? – chiedo, mentre l’automobile gira a destra, finalmente allineandosi al senso di marcia unanimemente riconosciuto.
– Neanche per idea, señor. Nella vita due cose sono importanti: la salute e il lavoro. Io, grazie alla Vergine, godo di ottima salute; se qualcuno volesse lavorare al posto mio, ne sarei ben felice. Ecco, siamo arrivati.
– Come, arrivati? Le avevo detto plaza San Martìn.
– Intendevo dire che siamo arrivati al caffè di tia Julia. E’ l’ora della pausa.
– Quale pausa?
– La mia, señor. E, necessariamente, anche la sua. Tanto, il taxi della Compagnia avrebbe dovuto aspettarlo venti minuti, no? Impiegarne cinque per il miglior caffè di Lima non la farà arrivare in ritardo. Mi segua.
Dopo un istante di smarrimento, non posso far altro che scendere dalla vettura e sedermi al tavolino in plastica di un chioschetto.
– Offre lei, naturalmente – mi dice ridendo Augustin, di fronte alle tazzine che ci vengono servite.
Il caffè è nero e ostinato, lo zucchero grezzo resta a galla come un atollo. L’odore è violento e caldo.
Augustin si accende un cigarillo dalle venature verdognole.
– Guatemalteco – dice, indicando il sigaretto, - ne vuole?
Pronuncia guatemalteco soffermandosi a lungo sulla elle, come se avesse incontrato un ostacolo, e poi dice teco in fretta, come rotolando lungo una discesa.
– No, grazie – rispondo, tirando fuori il pacchetto delle Nazionali senza filtro – io solo italiane.
Pronuncio italiane soffermandomi anch’io sulla elle, e poi precipitando il resto della parola.
Ridiamo entrambi di un’allegria ingenua e rilassata.
Osservo che Augustin ha la scarpa destra slacciata. Glielo faccio notare.
– Sì, señor, ne allaccio sempre solo una. E per un’economia del gesto. In questo modo risparmio metà del tempo, al mattino, quando infilo le scarpe, e l‘altra metà la risparmio alla sera, quando le sfilo. Ha idea, nel corso di un’intera vita di disciplina, quanti minuti preziosi si risparmiano, in questo modo, invece di sprecarli in attività del tutto inutili come quella di allacciarsi le scarpe?
– E cosa fa, nel tempo che risparmia?
– Nada. Mi riposo dallo sforzo che non ho fatto. Dall’idea dello sforzo, comprende?
– Ma comunque è pericoloso, potrebbe inciampare e farsi male.
- Piuttosto che perdere tempo a piegarmi adesso per legarmi la scarpa, preferisco correre il rischio non immediato di inciampare; in quel caso, mi troverò a livello scarpa senza aver fatto alcuno sforzo, e allora, forse… Ma mi scusi, adesso devo fare una telefonata.
Si allontana di qualche passo, fino a una vecchia cabina telefonica all’angolo della strada. Torna dopo pochi minuti.
– Mia moglie per cena prepara i peperoni al forno ripieni di carne tritata e hierba aromatica. I suoi peperoni sono la vera attrattiva turistica di Lima. Venga anche lei, questa sera, sarà mio ospite.
– Ah, no, la ringrazio, ma questa sera non…
- Guardi – m'interrompe mostrando una fila di foto ripiegata a fisarmonica che trae dalla tasca dei pantaloni – questa è Ana, mia moglie, E questi sono i miei figli: Pablo Ignacio, Victor Ignacio, Osvaldo Ignacio e Carlos, il più piccolo.
Osservo la foto dell’ultimogenito, biondo e riccio in mezzo ai fratelli olivastri.
– Perché il suo ultimo non si chiama anche lui Ignacioqualcosa, come gli altri? - chiedo.
– Carlito è nato nel 1999.
– E allora?
– A quell’epoca, io lavoravo in Italia già da più di un anno, e non ero mai tornato a Lima nel frattempo.
Fa una smorfia che, coperta dai baffoni, potrebbe essere un sorriso.
– E’ il mio preferito, questo hijo de puta.
Imbarazzato, osservo l’orologio. E’ già passata mezzora dal nostro arrivo al chiosco.
– Scusi, ma quanto dura la sua pausa?
- La pausa? Oh, quella è terminata circa venti minuti fa. E da allora il mio tassametro personale ha ripreso a correre.
– Cosa? Vuol dire che io, questi minuti, li sto pagando?
– Be’, certo , io son qui per lavorare, señor. Lei aveva voglia di chiacchierare, e io accontento sempre il cliente.
– Allora il cliente adesso vuole andare – rispondo piccato.
Il resto del percorso è silenzioso, come può esserlo un viaggio nel traffico d’inferno di Lima.
Finalmente arriviamo in plaza San Martìn. Scendo avanti al Teatro.
Strano, non c’è la folla d’ordinanza di ogni teatro, davanti alle porte.
Mi avvicino. Un cartello comunica che la rappresentazione odierna è annullata, causa sciopero delle maestranze.
– E’ da sette anni che non rinnovano il contratto – mi informa Augustin, che mi ha raggiunto.
- Come, lei lo sapeva, dello sciopero?
– Me l’ha detto mio cugino Batista. Lavora anche in teatro, come figurante.
– E perché non me l’ha detto?
– E perché non me l’ha chiesto? E poi, oggi a Lima scioperano un po’ tutti, non sa quello che sta succedendo nel Paese?
In effetti, sono qui solo di passaggio, nel mio giro per affari. Di solito, delle città in cui mi fermo conosco solo aeroporti, alberghi di lusso e qualche teatro.
Accendo una sigaretta distratta.
- C’è qualcuno che l’aspetta, questa sera? – domanda Augustin seduto sul cofano dell’automobile, mentre io resto ancora fermo davanti al cartello.
– No, non conosco nessuno, qui.
–E allora venga con me. Gliel’ho detto, i peperoni di mia moglie non si possono perdere. Venga. Mangeremo, parleremo, metteremo qualche vecchio disco. Le presenterò Carlito. Ci sarà anche mio cugino Batista, che stasera non lavora per via dello sciopero dei netturbini.
– Non vorrei disturbare.
– Macché, quando ho telefonato dal chiosco ho avvertito mia moglie di apparecchiare per una persona in più.
Augustin si liscia i baffoni.
Gli sorrido.
- Peperoni e merengue? - propongo.
– Peperoni y merengue, señor. E Lima come non l’ha mai vista.
Della periodicità di sacripante! si può dire che sia adeguatamente irregolare.
Un mensile e un quarto, o un bimestrale meno un po'.
In netto ritardo, o clamorosamente in anticipo.
Probabilmente, entrambe le cose.
E' on line il secondo numero, e ne vedrete d'ogni colore.
Il primo numero va in archivio; resta consultabile on line, e ora è anche scaricabile in pdf alla pagina arrétrati.
Per commenti e altre nefandezze, ricordatevi di questo blog
La prima volta che nacque, comprese da subito che la vita non sarebbe bastata a colmare lo svantaggio.
Con occhi aperti bene osservava la disposizione degli eventi intorno a sé. Il suo destino lo attendeva: non l’avrebbe evitato.
La prima volta che masticò violenza, aveva sapore di sangue e di amarene, e della discarica di banlieue estrema dove lo buttarono dopo averlo usato e abusato.
Camminò a stento fino a casa, lungo strade sbagliate per non incontrare nessuno che gli leggesse negli occhi e nel futuro. Dietro l’angolo consueto, la casa grigia distinta appena sullo sfondo, e gli odori di vite e di umido alle finestre.
Voltò le spalle a se stesso e alla casa, e non tornò mai più.
Dormì per quella notte all’incertezza di un portone scorticato. L’indomani aveva già lasciato l’angolo ancora caldo del suo poco sonno; sapeva cosa avrebbe fatto.
La prima volta che scoprì il silenzio, lo inchiodarono domande a cui non diede risposta, negando di avere un passato. In una nuova città, e diversa, decise di nascere da quel momento in poi, e scordò quello che era stato, non parlandone mai a mezza voce nemmeno.
La prima volta che spezzò la rabbia, con la mano stringendo un mattone cavo colpì alla testa il padrone del cantiere dove aveva pianto sudore e malta, perché ora gli negava i pochi franchi che aveva guadagnato.
Con il sangue leggero sulle mani, dalle sue tasche prese quanto pattuito, nemmeno un franco in più.
La prima volta che strinse le sbarre, non era stato abbastanza veloce a far partire l’auto dopo averla aperta con bestemmie e fil di ferro.
Lo educò il carcere a un’attenzione più scaltra, e a nessuna fiducia nel sorriso.
La prima volta che tradì un amico fu per sopravvivergli e resistere ancora.
Guardò la tristezza dell’altro e la sua propria, e quando l’ebbe sofferta a lungo, comprese di non avere più legami né ritorni, nessun bisogno di alcuno, e alcuna libertà.
La prima volta che comprò allegria, fu insieme a persone conosciute mai e ai loro vestiti con le pieghe piene di polvere e fatica, nell’odore di sidro e dopobarba a poco prezzo entrambi, al tavolo d’osteria; fu al riparo di una notte che avrebbe voluto non finisse mai.
La prima volta che perse l’amore fu in fondo a un vicolo e a una colpa.
Non fece nulla per trattenerlo ancora, e quanto più lo perdeva, tanto più sapeva che era l’ultimo, e il primo.
La prima volta che toccò la morte, fu in quella identica discarica di banlieue, ma a terra c’erano adesso loro, dopo tanti anni.
La sua vita di prima era venuta a chiedere conto di un’improvvisa urgenza. Ora non c’erano più le voci, né dentro né fuori la sua testa.
Loro dovevano pagare un prezzo, lui doveva ancora regolare il suo.
La prima volta che morì lui stesso, non fu per quella curva non centripeta, ma per un improvviso sogno che lo trafisse, rapido e freddo, e finalmente lieve.
La prima volta che incontrò Dio, si abbassò il cappello sugli occhi, accese all’angolo della bocca un piega amara, e si preparò, solido e ostinato, divaricando le gambe appena.
"Fatti sotto, straniero".
Non si sa chi dei due fu a dirlo.
Il blog è meditabondo. Siede per ore alla finestra di Windows. Non parla. Fuma molto, certi sigaretti che prepara da sé traendo il tabacco da una borsuccia di cuoio. A volte, afferra una matita gialla che tiene sul bordo del davanzale, e scrive parole nell’aria; poi, con eguale gesto aereo, le cancella, scarabocchiandole piano, e riposa la matita. Perché non esci, gli dico, perché non ti distrai un po’. Non posso, risponde, sto lavorando. Sì, lo vedo da come sudi. Il blog afferra nell’aria le parole scritte e cancellate, le accartoccia con movimento artigliato delle mani, le appallottola gettandole infine per terra. Lavoro al mistero, dice dopo un po’. Ah, era ora, finalmente ti sei trovato un’occupazione stabile. E come ti trovi, al Ministero? Mistero, ho detto mistero. E che razza di lavoro sarebbe? Capirai bene che, per sua stessa natura, non è un lavoro che si possa spiegare. Ma ti piace? Non lo so, com’è ovvio. E con i colleghi, ti trovi bene? Chi può dirlo? Lavoriamo dietro certi séparé. E non vi vedete mai? Qualche volta, in mensa. Avete anche la mensa? Allora vedi che è un Ministero. Il Ministero del mistero, ridacchio. Il blog è muto. E, dico, insomma, ne vale la pena, ci esce il mese, intendo, ci paghi la pigione? Zitto un po’, mi interrompe. Stringe la matita tra le dita, e scrive fitto fitto davanti al suo naso, andando a capo molte volte in modo irregolare. Corregge, aggiunge note, rilegge sottovoce muovendo le labbra. Scuote la testa, insoddisfatto. Hai poco da dire, mmh?, azzardo. E’ vero l’opposto, di cose ne ho troppe. Non capisco. E infatti è un mistero. Afferra nuovamente le parole accartocciandole, e le butta a terra. Comunque, dico osservando il pavimento sgombro, mistero o non mistero, prima di andartene metti tutto in ordine, che poi tocca sempre a me far pulizia.
Del nome che mi deste così troppo tempo fa non ricordo quasi più, solo ne restituisce il suono qualche notte a spirale, quando s’avvolgono a doppia elica certe danze di volti ormai lontani e di stagioni. Allora per qualche istante so chi sono, e chi ero e fui. Dono grande è non trattenere la memoria, ma scordarla; così un uomo si separa dall’aria che espira - l’aria prima era vita, ora gli è veleno. E quando si ravvicina il ricordo di me, fuggo allora per non farmi ritrovare. Quel che sono stato altrove in scordate vite me lo dicono i tagli sulle mani e la pelle dura, e il sapore in bocca ancor di malta e calcestruzzo. Ora è un’altra fuga, un’altra identità. Mai alla luce qui ho visto la città, clandestino al giorno e di notte per due soldi a pulir latrine e corridoi al chiarore elettrico della metropolitana, in mezzo a odori e al disprezzo. E’ quello che ho scelto, è quello che ho voluto. Risalgo a lavoro terminato che la notte ancora è fresca, e cammino la città. E’ così che mi piace conoscerne le vie, vuote di ogni cosa fuorché dell’essenziale – sogni sovrapposti, e voci rade. Raccolgo solo un foglio di giornale, si avverte ancora il calore della mano che lo gettò, e la sua storia, e di come quell’amico lo tradì. Sul muro una scritta che non c’era giura che il mondo può cambiare, e c’è un domani. Nell’ultimo fumo di una sigaretta, il cuore stretto perché all’appuntamento non verrà, e lui che dice questa volta basta con l’amore. Dietro poca luce, la finestra di chi veglia nuova vita troppo debole ancora. Più avanti, la penna sulla lettera finita mai, mancò il coraggio di dire quella lieve verità, e due vite si consumeranno con inutile rancore. Risalgo infine quelle strade di collina che prolungano al cielo un vecchio caseggiato. Dal tetto, in lontananza vedo tutta la città, la sento sussurrare, passare miele su ferite nuove e lenir le antiche. Il suo profilo di animale addormentato, di bestia grande e viva, e l’alone di solfuro che respira; sul tetto umido e sconnesso sento la fatica che riposa, vedo il progetto certamente vano di domani - ma non si arrende, la città, all’inevitabile sconfitta. Una lotta che non ha speranza è tutto quello che io chiedo, la voluttà dell’essere perduti e senza scampo, e il bisogno nonostante questo di esser vivi. Io voglio tutto questo, e non lo posso, solo mi è concesso di invidiare da lontano quei destini, di affiancarli nelle risse tra ubriachi, d’inseguirli lungo incerti bassifondi, imitarli, fingendo di credere all’illusione di esser come loro. Ci pensaste felici, il nome in dono a noi portaste di beati, non sapendo che l’eternità è una condanna greve, seppure senza colpa. Non sapete che gli dei darebbero la propria vita, se ne avessero una – una sola, per patir la conoscenza del terribile, per sapere dell’attimo dove tutto ha fine, dove tutto ha finalmente inizio e senso, e per essere irrevocabilmente voi.
Quanti gradi di separazione ci sono tra un blogger e un qualsiasi altro autore di blog nella blogpalla mondiale? Bè, non lo domanderete mica a me, spero. Ora, pare che quelli di sacripante! abbiano urgenza di contattare uno o più blogger italiani o italofoni residenti nelle aree di Cina e Giappone. Se questa è una rete, magari voi avete pescato qualcosa, e potete segnalarlo qui. Il mondo ve ne sarà grato (forse)
(per risparmiarvi lavoro: tal Massa fu già a suo tempo contattato ma, pur avendo assicurato la propria disponibilità, non ha poi inviato alcun contributo alla rivista)
Come segnalare quello che tutti sanno, così lo sanno un po’ di più
Generazione di fenomeni. Cosa manca a un Guru, per accedere al gotha del Very Certified Guru Jet Set? Ma una bibbia, che domande. Ora la bibbia c’è. Giuseppe Guru Granieri porta in libreria Blog Generation, a giorni sugli scaffali. Come dite, il libro è uscito ieri? Allora siete già in ritardo.
Dio ti vede (e scrive pure) Dichiarazioni Universali dei Diritti dell’Uomo, atti di guerra preventiva e/o conservativa, epopee e saghe, ma anche liste della spesa. I GOD, Ghostwriters On Demand, scrivono su incarico, mentre voi fate comodamente il peeling settimanale, o rapinate banche nel dopopranzo. Delocalizzare le attività, altro che no
Vivere – sapere di esser vivi, è una malattia da cui col tempo si guarisce, salvo complicazioni. Appena adeguati anticorpi si producono, allora non si soffre molto più, e ci si può lasciar trascorrere. Oggi inseguo una dolorosa ricaduta. Ricordo com’era, a quei tempi. Ricordo lui, laterale e obliquo, sempre un po’ in ritardo su se stesso, come se volesse lasciarsi precedere per vederne l’effetto alla distanza giusta. Ricordo la sua poesia ruvida, la sua poesia opponibile come un sesto dito, i versi raccolti nei vicoli urbani. Cercavamo una strada, allora. Lui era una strada, e volevamo percorrerlo, volevamo viaggiarlo. Forse era troppo, e un giorno imprevisto finì. Tutto, ma per gradi. Prima la sua poesia, ora muta, e non una riga sola scrisse più. Poi lui, la sua storia, e anche un po’ le nostre, scomparse e come in fuga. Sono passati forse dieci anni, forse dieci vite. Ma, nonostante la distanza disarmata che ci separa, lo riconosco, qui, adesso. E’ più magro, più indifeso e vinto. Ma non si nega allo sguardo, non si sottrae alla domanda. Perché, voglio sapere, perché è finito tutto, perché non hai scritto più, perché. Mi afferra le mani entrambe, e le posa sul suo viso, e preme. Cosa senti, chiede, cosa senti ora. Pelle e carne e sangue. Quello che senti, risponde, è un uomo. L’arte è menzogna, non può esser vera mai. Torniamo, gli dico, adesso. Dove, chiede. Indietro. Sorride piano, distante. Ho la macchina. Torniamo dove tutto è cominciato. Partiamo ora, attraversiamo la notte e le strade e domani il giorno sarà nuovo, e nuovi noi. Partiamo, dice, ma non si può tornare, non si può tornare mai. Seduto al fianco, beve un vino da niente mentre seguo l’asfalto anabbagliante. E’ un vino nemico, che ferisce e toglie collera. Alla fine della bottiglia lo vedo con la testa abbandonata sul petto, che ondeggia a ogni curva come un metronomo di lentezza irregolare. La curva s’insegue a destra, il metronomo cede a sinistra, uguale e contrario, per poi rammentare la sua verticalità appena prima di un irrevocabile disequilibrio. Ascolto. Confuso con l’inerzia del motore, la sua voce densa di alcool e di esistenze prende giri, s’inerpica partendo da dimenticate lontananze, si fa ritmo. Con gli occhi sulla strada in movimento e buia, mi avvicino alla testa reclinata per sentire. Poesia. La sua poesia. Versi nuovi, parole udite mai, limate in cartavetro. Dopo aver atteso così a lungo, ora tutto ha un nuovo inizio. Le parole non devono essere perdute, voglio fermarmi, voglio scrivere tutto prima di dimenticare. Ma appena rallento, e più muta si fa la voce del motore, anche il suo ritmo collassa e muore. No, non così, non finire così, non un’altra volta ancora. Riprendo velocità e spinta, ritorna il rumore come di fiume che passa sotto i nostri piedi. E di nuovo le parole, di nuovo nuova poesia, a fiotti. Continuo a guidare, e cerco una penna nelle tasche disordinate. Approssimo ancora l’orecchio alla sua bocca per raccogliere come una rete le parole, e scrivo veloce i versi sul dorso della mano. Pochi segni – ma quelli, almeno, che restino un po’. Fermati, dice, sollevando di un niente la testa ombelicale. Fermati, devo scendere. Vuoi scrivere, gli chiedo mentre accosto. Devo vomitare, e scende senza guardarmi. Si allontana di qualche passo nel campo a bordo strada, finché intorno e dietro lui non è di nuovo tutto nero e fermo. Scendo anch’io, siedo sul cofano ad aspettare. Cerco con lo sguardo dentro al nero, ma non si vede nulla – poeti, città, eoni. Accendo una sigaretta, la prima del pacchetto, e attendo. Sono in mezzo a un nulla sconosciuto e grande. Ho freddo e ibride stanchezze che non so. Cerco risposte in un’altra sigaretta. Alla fine, il pacchetto è vuoto, butto l’ultimo mozzicone via. L’aria s’inturgida di mattino presto. Inizio il passo e attraverso il campo a bordo strada, il campo di molti acri, ma ho paura di sapere. Mi arresto. Ritorno indietro sugli esatti passi, attento a non lasciare un’orma in più al terreno esausto. Salgo in macchina e avvio il motore, ma non so più in quale direzione, e se sia partenza o un ritorno. Domani, domani guarirò, oggi voglio scegliermi malato. Sul dorso della mano che regge il volante, poche parole di un inchiostro che sbiadisce: Ho scarpe slacciate e certi arrivi d’ammirare. La malinconia l’ha sempre vinta lei. *
Tema Del perché Herzog abbia ormai da molti mesi modificato categoricamente la propria linea editoriale, tralasciando il format epigrammatico e satirico con cui si era fatto conoscere agli esordi (cosa che lo aveva portato a essere annoverato tra i Cattivi del Blog) in favore di un’impostazione scioccamente narrativa, pur non essendo un blog letterario, attirando con questa stramba strambata nuovi lettori, ma perdendo buona parte di quelli vecchi, che non si sono peritati di informarlo circa il loro scarso gradimento dell’attuale conduzione, e nonostante questi insistenti richiami all’ordine, niente, quell’ostinato di Herzog ha proseguito nella propria strada senza uscita, incurante di accessi e visibilità, e dicci almeno perché lo fai, se hai problemi in famiglia, se sei in cura, se ti costringe a farlo un gruppo di sequestratori iraqeni che ti tiene sotto scacco, spiegaci perché, che qui non si capisce più niente, dacci una ragione valida, e rispondi, una volta, tanto, che diamine, anche il lettore, o ex tale, avrà pur diritto di sapere, no?, in fondo tu hai un debito, ché per due anni ti abbiamo seguito, e ora tanti saluti e grazie come se nulla fosse, almeno dicci perché, perché, perché.
Svolgimento Sono fatti miei
(il pezzo è completo. Uscendo, non sbattete la porta, grazie)