URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, febbraio 28, 2005

Galassia Gutenberg, una cronaca
La figura dell’intelleguale

Napoli, 26 febbraio, ore 19.32.
A completare l’uditorio della sala Barcellona, viola la Mostra d’Oltremare un gruppuscolo di facinorosi blogger tosco-sabaudo-campano-abruzzesi. L’incontro può avere inizio.
Esordisce Vittorio Zambardino, a cui sarebbe stato gentile spiegare il tema della serata. Definisce i presenti come disintermediati; i blogger facinorosi tentano l’assalto al palco per punirlo fisicamente (l’organizzatrice Serena Gaudino li rasserena compulsando il Devoto-Oli).
Zambardino insiste dando a tutti dei figli di. I facinorosi si levano come un solo uomo, bloccati in tempo dal Guardiano (non della Soglia, proprio il custode della Mostra), mentre ZetaVu specifica che si è tutti figli della telematica.
Durante la concione, Loredana Lipperini fa in tempo a compilare una lista di nomi per una prossima antologia di elicicoltori; Giuseppe Granieri calcola mentalmente quanto dovrà spendere di autostrada per rientrare la sera stessa a Potenza; Jacopo de Michelis controlla di avere in tasca l’indirizzo di quella pasticceria famosa per le sfogliatelle; Herzog, con la bocca semiaperta, tenta di ricordare che cosa aveva di così importante da dire.
Dopo ZetaVu, interviene il Guru Granieri a spiegare che la scrittura in rete non è rivoluzione; Zambardino giocherella con il telefonino; La Lipperini scrive un dramma radiofonico in diciotto puntate; Marsilio Black si spunta l’elegante pizzetto; Herzog, con la bocca semiaperta, tenta di ricordare che cosa aveva di così importante da dire.
Chiamato bruscamente in causa, lo stesso Herzog improvvisa un’Ignobile Pantomina; Zambardino si accascia con la fronte sul microfono; La Lipperini pensa che sarebbe stato meglio andare a quel concerto dei Pooh; Jacopo de Michelis sorride piacione al pubblico femminile.
E’ infatti la volta dell’Uomo in Black, che parla molto del blogger Personalità Confusa; poi si accorge che il blogger indegnamente presente sul palchetto non è quello da lui citato, e guarda interrogativamente Serena Gaudino, che risponde facendo spallucce ("Questo passa il convento").
Di Zambardino si sono perse le tracce; La Lipperini scrive un libro su Rachmaninov; Granieri, per guadagnare tempo, cerca di aprire la propria macchina direttamente dal palco con il telecomando dell’antifurto; Herzog, con la bocca semiaperta, tenta di ricordare che cosa aveva di così importante da dire.
Seguono interventi appropriati di Palmasco, Gilgamesh, Zaritmac.
A ruota, un musical reading di Proserpina e Robba, assai apprezzato.
I relatori precedenti fondano il club Amici di Sirchia e fuggono fuori a fumare compulsivamente, e mai che si trovi un contrabbandiere di Marlboro, quando serve.
A loro si unisce Alessandra C. che gioca alla Cattiva Ragazza (ma si mormora che nella borsa nasconda un koala di peluche, peraltro con bandana e borchie).
Herzog, con la bocca semiaperta, tenta di ricordare che cosa aveva di così importante da dire, e d’improvviso, l’illuminazione: la rete è il luogo della democrazia delle opportunità, dove non c'è nessuno che insegni e nessuno che impari.
La scrittura, fuori rete, è il luogo delle diseguaglianze e dell'intellettuale; la rete sia invece il luogo dell'intelleguale.
Ecco cosa era venuto a fare a Napoli: a lanciare la parola d’ordine dell’intellegualismo, da propagare per l’intera blogsfera in sostituzione del Guardiano della Soglia.
Herzog si alza, apre del tutto la bocca e accenna all’urlo liberatorio.
Ma la sala è ormai vuota, le luci spente, le sedie ammonticchiate in un angolo.
Chiude la bocca, denunciando una certa secchezza delle fauci. Da qualche parte troverà un Negroni.
Nella sala resta solo un proiettore acceso: sullo schermo, il portale di Libero, che ha appena rubato un post di Gaspar Torriero.

(In realtà, l’incontro è stato interessante per i contenuti espressi. Ma la forma relazione/segue dibattito è morta, e contraddice l’intellegualismo del blog.
Si propongano altre strade.)

 


affrancato e spedito da Effe | 09:58 | commenti (60)


venerdì, febbraio 25, 2005

NESSUNO TOCCHI IL COREGONE
il ritorno

Molte le ipotesi, ma una sola verità.
Perchè non possiamo non dirci coregoni


affrancato e spedito da Effe | 11:01 | commenti (18)


Questa o quella
cronache metropolitane

Cartellone pubblicitario doppiospazio suddiviso equisimmetrico.
A destra, immagine di un candidato di plastica alle prossime elezioni regionali sabaude.
Uno slogan: Onestà e Coerenza.
Bene.
A sinistra, immagine di un tonno di plastica in confezione metallica ciindrica.
Uno slogan: Qualità e Convenienza.
Bene.
Mi hanno convinto: voterò per il tonno
(e comprerò il candidato se fanno il 3 x 2)


affrancato e spedito da Effe | 09:01 | commenti (7)


Il cielo sempre più blu di Gutenberg

Perché non mi si possa dare dell'originale, arrivo buon ultimo a segnalare l'Antologia poetica di Lello Voce e Aldo Nove.
Non solo l'Antologia, ma la sua storia.
Non solo la storia, ma la sua narrazione.
In rete, la storia di una non-scrittura diviene scrittura.
Ci sarà di che discutere, domani sera, all'incontro di Galassia Gutenberg.
Ci si vede a Napoli (e poi, come da tradizione, si muore)


affrancato e spedito da Effe | 08:48 | commenti (7)


mercoledì, febbraio 23, 2005

Primo capitolo, e ultimo, di una storia mai scritta

Questa – è bene renderne onesta testimonianza fin da ora – è la storia autentica della vita di Vavà Prokofiev.
Nella favela, nessuno dei nuovi nati riceveva mai meno di due nomi di battesimo, né ci si contentava di un cognome che non fosse del pari doppio.
Poveri d’ogni altra cosa per diritto ereditario, ma per compensazione ricchi di molte identità.
I cognomi erano quelli del padre e della madre e i nomi, laddove non innovava la fantasia o le nuove mode, erano quelli dei progenitori.
Quando nacque lui, dunque, non gli toccò destino differente.
Il nome del padre di suo padre era Vicente-Alberto.
Un unico nome composto, in effetti.
Quel nome bifronte fu quindi, per tradizione, anche il suo primo nome.
Il padre di sua madre, invece, si chiamava Vicente-Alberto.
Anche lui.
Un accidente anagrafico piuttosto inusuale, ma i suoi genitori non si preoccuparono troppo dell’anomala reiterazione: la consuetudine doveva essere rispettata.
L’impiegato dello stato civile abbassò gli occhiali a mezze lenti fin sulla punta del naso, e alzò lo sguardo verso João Dantòn, il padre del nuovo nato.
"Vicente-Alberto Vicente-Alberto? Ne siete proprio sicuro?".
"Sicurissimo, signor direttore".
"Non sono direttore" rispose quello, mentre vergava con grafia perplessa il doppio, ma in realtà quadruplo nome del minuscolo cittadino.
Ben presto lo spirito di economia della favela avrebbe riciclato il nome utilizzando le sole iniziali, e tutti lo avrebbero chiamato Vavà.
Anche questa era tradizione.
"Cognome?" chiese ancora l’impiegato.
"Prokofiev" rispose il giovane padre, non senza un sentimento d’ingiustificato orgoglio.
La sua famiglia aveva abbandonato il paese d’origine alla ricerca di una vita migliore un paio di generazioni prima.
La destinazione era stata scientificamente scelta in base all’ammontare dei risparmi versati sul tavolo della compagnia di navigazione; con quei pochi soldi, più in là non avrebbero potuto andare.
Partirono con una valigia e molta fiducia nel futuro; non avevano fatto in tempo ad accorgersi dell’errore, che già tanti piccoli Prokofiev girellavano mezzi nudi per la favela, rendendo impossibile anche solo l’idea di trovare per tutti loro i soldi necessari a un nuovo viaggio verso terre più generose.
"Cognome della madre?" .
A volte la bizzarria del destino s’incaponisce in un eccesso di prodigalità.
L’ascendenza matrilineare di Vavà, infatti, pur non avendo diretti legami di parentela con quella del padre, denunciava le stesse lontane origini.
"Prokofiev" fu costretto quindi a ribadire João Dantòn.
L’impiegato dello stato civile abbassò nuovamente le mezze lenti sulla punta del naso.
"Dite, siete forse balbuziente?".
"N-n-no, no, in effetti io e mia moglie portiamo un cognome simile. Uguale , per la verità".
"Quindi voi vorreste che io scrivessi, su questo certificato di nascita, Vicente-Alberto Vicente-Alberto Prokofiev Prokofiev ?"
"Esattamente, signor direttore".
L’impiegato si tolse definitivamente gli occhiali dal naso ripiegandoli nel taschino della giacca, e appoggiò la schiena agli scricchiolii della sedia.
"Non sono direttore. Ma vi dirò una cosa. Oggi è il mio ultimo giorno di lavoro prima della pensione. Abbiate la compiacenza di credermi, in tanti anni di servizio ho pur conquistato un certo rispetto, sul posto di lavoro. E ora non me ne andrò coperto dal ridicolo, consegnando come ultimo atto ufficiale un certificato di nascita che sembra scritto da un malato di parkinson".
"Ma signor direttore...".
"Non sono direttore. Per quel che mi riguarda, il certificato è completo così, con un solo cognome. Se non vi va bene, rivolgetevi a qualche altro impiegato".
"Ma qui non ci siete che voi".
"Appunto".
L’impiegato tese il foglio a João Dantòn, trattenendone la copia in carta carbone.
"Un solo Prokofiev?" tentò ancora il giovane.
"Un solo Prokofiev", confermò inappellabile il direttore.
"Non sono direttore".
"Come dite?" domandò João Dantòn.
"Nulla, nulla".
Il giovane uscì dall’ufficio rassegnato.
"Povero figlio mio, povero Vavà Prokofiev, sei appena nato e già ti hanno derubato. Questo è un brutto segno, ho paura che la tua vita non sarà facile. Che cosa è un uomo, buon Dio, se non ha almeno due cognomi?".
Tuttavia, pur avendo fama di uomo avveduto, João Dantòn sbagliava la sua previsione.
La vita di Vavà Prokofiev sarebbe stata piena di eventi portentosi e di anni indomiti.
Il nome di una persona non esaurisce tutto il suo destino.
Ricordatevi, ad esempio, della bella Cocò.
Quando nacque, sua madre, che amava i pappagallini da voliera, desiderava per lei un nome aereo e alato, che ricordasse l’eleganza di un uccello del paradiso; il padre, invece amante del cinematografo, insisteva perché la bambina avesse il beneaugurante nome di qualche diva americana del grande schermo.
Fu così che, come necessario compromesso, la bambina venne chiamata Cocorita Hayworth.
Proprio così.
Cocorita Hayworth Bittencourt Soares.
Anche in questo caso, l’istinto al risparmio della favela abbreviò il nome in Cocò, a cui il fratello della madre, Augustin Perdomo, che passava per un intellettuale – uno che nei rotocalchi non si limitava a guardare le figure, insomma – aggiunse presto il post appellativo di Chanel.
Cocò Chanel non solo aveva il nome più elegante di tutta la favela, ma possedeva in sovrappiù una voce da incantatrice.
Quando sciorinava i panni nel catino di zinco al lavatoio pubblico, il mondo di questa parte dell’emisfero si fermava per ascoltare la sue note profumate che cantavano d’amore e di futuro.
In molti si presentarono al padre di Cocò Chanel per chiedere la mano della stella della favela, vinti dalla sua bellezza, ma la ragazza con tutti si mostrava inaccessibile e altera.
Altri destini l’attendevano.
Un giorno, infatti, si presentò a casa il produttore di una radio locale, che le promise fortuna e se la portò via.
"Con quel nome e con quella voce – diceva la gente di favela - di certo arriverà lontano".
In effetti Cocorita Hayworth arrivò fino a Bahia, nella parte bassa della città, quella verso il porto, e la gente che la incontrò per strada la descrisse poi come assai meno inaccessibile di un tempo – tutto stava a mettersi d’accordo sulla tariffa.
Ma questa non è la storia di Cocò Chanel.
Questa è la storia di Vavà Prokofiev.
Una delle molte storie che di lui si raccontano, in verità.
Provate a domandare alla gente di favela: qualcuno ve lo descriverà come un benefattore, altri come vero approfittatore.
Alcuni lo diranno il migliore degli uomini, mentre altri lo condanneranno come il più indegno.
Molte cose, e molto diverse, si raccontano su di lui.
Perché mai dovreste credere a questa versione, e non alle altre?
Per il semplice motivo che questa è la sua storia vera, l’unica drammaticamente autentica, ve lo giuro.
E in pegno al mio giuramento pongo la mia stessa vita.
E in verità, se state leggendo queste righe, allora vorrà dire che sarò perfettamente morto, e con buona probabilità non per cause naturali.
Questa non è dunque solo una storia, è anche un testamento, un lascito, e la mia unica eredità.
Ma perdonate, per la fretta – non so in effetti quanto tempo mi resti per terminare questo racconto – ho dimenticato la più elementare delle regole, e non mi sono presentato.
Mi levo il cappello dinanzi a voi: sebbene porti da qualche tempo il falso nome di Porfirio Paraviòn da Sousa Buritì, di professione portalettere, e viva ora, per ragioni che un giorno vi saranno note, in un paese straniero e fesso, in realtà io sono – e questo è perfettamente vero nel momento in cui lo scrivo, ma per voi che state leggendo dovrei più correttamente affermare che ero – Vicente-Alberto Vicente-Alberto Prokofiev.
Ma tutti mi chiamavano Vavà.


affrancato e spedito da Effe | 09:17 | commenti (63)


lunedì, febbraio 21, 2005

Tutte le storie di una storia
come si legge un racconto?
(non chiedetelo a me)

Fin qui abbiamo dato giusto spazio a futili considerazioni su come nascono le scritture.
Ancora più interessante è però il tema delle letture.
Quante chiavi nasconde, un racconto?
Come se ne affronta l’interpretazione, al di là del puro e legittimo godimento estetico?
Naturalmente non ho riposte, se non per quel che riguarda il mio personale modo di leggere.
Per fare bella figura – è l’unico argomento su cui mi senta preparato – "leggerò" un mio branetto, quello pubblicato poco più sotto con il titolo Un diario (prima e seconda parte).
La storia segue un andamento ellittico, e come tutte le ellissi presenta due fuochi.
Il primo punto focale sono i capelli della bambina.
In alcune culture tradizionali, il non tagliarsi i capelli per anni costituisce un simbolo di lutto.
E la bambina probabilmente elabora un lutto. Per se stessa, forse, per il fatto di non essere più bambina, rapita giovanissima per amore, o per il fatto di non essere più figlia, cacciata di casa per il disonore, o forse porta il lutto per il marito-rapitore che, per qualche caso non noto, non è più con lei.
I capelli lunghi e sciolti sono però anche una livrea rituale, un richiamo per i sensi. E che la bellezza della bambina provochi un’ossessione negli uomini, è suo chiaro destino.
Allora, forse, l’atto del medico-narratore di toccare, di accarezzare i capelli della ragazzina è la sublimazione di un tentativo di approccio ben diverso. Può essere che sia così, anche se dobbiamo allora dubitare della verità così come ci viene raccontata. In fondo, quel che sappiano della vicenda ce lo riporta la scarna cronaca di una delle parti in causa, e costituisce quindi la sua verità, una sola delle verità possibili.
Perché la bambina scompare, qual è la sua fine?
Forse si allontana proprio da questi avvicinamenti, che ripetono una sofferenza già vista in passato.
Ma non è detto che se ne sia andata di propria volontà.
Il custode, ad esempio: è una figura neutra? Ha delle responsabilità in quello che è accaduto? In fondo, doveva custodire e non l’ha fatto. E anche lui ha tentato di toccare i capelli della bambina, ne porta ancora i segni.
Forse, addirittura, è lui il rapitore-sposo che era sparito dal villaggio portando con sé la bambina.
Forse il cancello del giardino era stato chiuso per proteggerla proprio da lui, e il custode continuava ad amare la bambina al di là delle sbarre, accudendola e nutrendola.
O forse non attendeva altro che la possibilità di punirla della sua fuga dal matrimonio forzato.
Ma mi sembra più probabile che la verità la sappia, più che il custode, colui che la storia ce la racconta, e che sicuramente sa più di quel che dice.
E’ lui che filtra le notizie, e ci fa sapere solo quello che vuole si sappia.
Forse, il medico soffre un incantamento che lo porta a far scomparire la ragazzina, così come si elimina la causa di una malattia per curare il malato.
O forse la sua malattia si è spinta troppo oltre e non ha saputo controllarla; ha tentato di domare la natura della bambina ma poi dev’essere successo qualcosa, qualcosa di definitivo.
L’ultimo atto, il dissotterramento e la consumazione del cibo, simboleggiano forse un riesumazione – e quindi dicono di una realtà ctonia della ragazzina – e una cannibalizzazione metaforica.
Naturalmente può essere vera anche un’altra ipotesi, e cioè che quest’ultimo atto sia ormai l’unico modo che il narratore ha per "avere" la bambina fuggita e ormai irraggiungibile, per condividerne la natura.
E’ stato giustamente osservato nei commenti al branetto (manginobrioches) che il medico arrivò per guarire e finì con l’ammalarsi. Ed è certamente vittima di un morbo, dell’anima o del corpo, che lo muta profondamente.
All’inizio, la realtà ci viene tradotta in modo scarno e scientifico, attraverso note minimali; la storia viene prescritta, più che descritta, come in una ricetta, e sono sempre gli aspetti medici, generali o della bambina in particolare, ad attirare l’attenzione del narratore.
Alla fine, invece, non si trovano più cenni sull’arrivo dei medicinali urgenti, e sulla situazione sanitaria del villaggio.
Come se chiunque altro fosse stato portato via dal morbo, la scena si è svuotata sempre più, finché non è rimasto che un unico personaggio, solo, incapace di comunicare con l’esterno – e mutua in questo l’agire della bambina, che dell’isolamento dal mondo aveva fatto rifugio e salvezza.
E questo ci porta all’altro punto focale del racconto: il giardino.
Per quel che ne sappiamo, la ragazzina è stata rinchiusa nel giardino dal medico che il narratore arriva a sostituire.
Da chi devono proteggerla, quelle inferriate?
Dagli altri, o dallo stesso primo medico?
Forse anche lui è rimasto vittima dell’ossessione per la bambina, ossessione indicibile, tanto da indurlo ad abbandonare prima del tempo quei luoghi.
Il giardino si presenta come un eden primevo al contrario, un luogo proibito di perdizione in cui nessuno può seguire la bambina (e quando ci si prova, tagliando erbe e cespugli – atto parallelo al tentativo di tagliere i capelli - della bambina non si trova, non si può trovare, alcuna traccia).
Il giardino racchiude misteri, ospita ombre di cui la ragazzina costituisce il lato in chiaro, dice di una possibile follia (Maria, dalla Spagna, mi scrive che la bambina le ha ricordato la ragazza de La meglio gioventù).
Il giardino simboleggia forse la natura ferina della ragazza, la sua mancata innocenza che attrae e spaventa, il suo fascino istintuale e indomabile; o forse è la bambina a essere un avatar delle pulsioni e delle energie naturali.
Il giardino è un centro che attrae e che perde, dove le febbri causano allucinazioni.
Né si può negare che l’intera storia possa forse essere un’allucinazione febbrile. All’inizio del racconto ci viene detto che i casi di malaria aumentano, e i medicinali necessari non arrivano; forse anche il medico ha contratto la febbre, e quello che ci racconta altro non è che un delirio, una trasfigurazione.

In questa interpretazione "autentica", ho usato molti forse.
In effetti, io non conosco la verità, e dubito anzi che ce ne sia una, di verità – che siano invece molte, è probabile, e forse le conoscete voi (mi piacerebbe che le raccontaste).
E credo anche, ma è quello che vi domando – a voi scriventi, testuanti, scrittori addirittura, se passate da queste parti - che ci sia sempre molto di non detto, nelle scritture, e non solo per reticenza, ma per impossibilità, e perché esistono, nelle storie, cancelli che racchiudono sempre nuove domande.
Proprio come per il giardino, di quei cancelli non chi scrive, ma altri hanno le chiavi.
Per conoscere, per comprendere, per avere risposta, non resta che sperare il lettore.


affrancato e spedito da Effe | 09:03 | commenti (64)


giovedì, febbraio 17, 2005

E LORO SI PREOCCUPANO DEI PESCI DEL TIGRI
di Vittorio Feltri (?)


Il pesce puzza dalla testa. Figuriamoci se è una testa di cazzo. Il mondo va a rotoli e c'è qualcuno che invece di puntellarlo e di cercare vie di uscita ci invita a tenere l'acqua in bocca. Il pesce in barile non manca mai, solo che non ha il sale in zucca. Una questione di retaggio.

Ieri. Dalle pagine dei siti internet si leva alto il lamento per la minaccia al coregone, i motori di ricerca vanno in tilt sotto il peso delle ricerche di informazione, le scaltre associazioni dei consumatori e le solite beghine ambientaliste denunciano l'industria conserviera che inscatola coregone nelle latte di tonno, Forattini sta producendo la solita memorabile vignetta con Prodi Scorregone, e un oscuro scribacchino comunista, Primordio Brod, che i misteri della credulità popolare hanno investito di una certa autorevolezza - e si sa che i pesci abboccano - emanava il suo quotidiano samizdat dal contenuto stiracchiatamente comico. Dinanzi ad una tragedia epocale, ad una catastrofica ecatombe qualcuno riesce pure a essere spiritoso. Leggete cosa ha scritto Brod in una lettera aperta a Berlusconi: "I sinceri democratici non pescano il Coregone! La pesca al Coregone è un pericolo per la libertà e la democrazia in Italia"

E bravo il mio Brodetto. Nemmeno Jerome, in barca o a zonzo, avrebbe pronunciato nella circostanza una battuta così sottilmente umoristica: "I sinceri democratici non pescano il Coregone". Si vede che il mattino ha l'orata in bocca. Perchè ti rivolgi a Berlusconi anzichè a quelle lenze dei tuoi?

La cinica insipienza della intellighenzia, intesa come ottuso consesso di stoccafissi, è più pericolosa della ferocia della sinistra e ne è forse il più solido sostegno. Brod non sarà un deficiente - come dicono sulle rive del suo putrido Tevere "ci hai l'occhi da pesce fracico" - ma si è comportato come se lo fosse dalla nascita. Una pregiata razza ittica è a rischio di estinzione per l'azione efferata di osti comunisti e storioni del Volga abusivamente riversati nel limpido Po (razze diverse, identiche mentalità). Più di mille varietà di pesci d'acqua dolce padana - dal guizzante borghezzo di palude al sapido calderolo di melma, per tacer del marone di roggia - sistematicamente annientati, ridotti a cibo per randagi extracomunitari o a lettiere per gatti terroni, di tanto in tanto una bella grigliata per variare il menu delle trinariciute osterie delle feste dell'Unitallah (islamici e comunisti, è l'ora dello sgombro) e tu schizzo di Brod, a carneficina quasi ultimata, prendi tastiera e mouse e pretendi da Berlusconi una spiegazione.
Più che una spiegazione meriteresti, pezzo di Brod che non sei altro, una pedata nelle terga. Cosa cazzo c'entra il Berlusca? Non l'ha mica infestati lui i nostri fiumi di fameliche razze parassitiarie, non è stato lui a vestirsi come un pescatore fricchettone della domenica e a legalizzare le canne, non è stato lui a tirare le reti e a intorbidare le acque. Lo vuoi capire testa di Brod ribollente che è colpa dei comunisti? Ti sono simpatici gli sterminatori ittici? Dato il momento, abbi almeno il pudore di non dirlo. Taci. Nessuno ti ha scomodato. Non hai mosso una pinna per soccorrere il coregone agonizzante, hai tenuto acqua in bocca fino a strage quasi compiuta, e adesso che c'è solo da piangere dibatti la coda per manifestare al mondo la grettezza del tuo pensiero.

Vai in malora, Brodazzo. Siamo sgomenti all'idea che tu ti erga a difensore della democrazia. E se ti chiedi chi minaccia il coregone, te lo dico io: l'Europa è piena di gente come te, fecce di brod che non hanno capito di essere in guerra, guerra mondiale, guerra globale, guerra contro incivili sterminatori. Mannaggia li pescetti.

Mai sentito parlare della strage dei capitoni, Brod del menga? Ecco. Avviene solo a Natale, ma sono duemila anni che ce la  menate. E la strage quotidiana dei salmoni siberiani nei gulag di Stalin, o l'epurazione bolscevica degli stoccafissi menscevichi, o la diaspora forzosa degli storioni del Volga (venuti a frantecare il torrone e titillare il torrazzo nelle anse del Po cremonese), e le alici dalmate scaraventate nelle foibe ? Ecco, tutto questo dimostra che anche Giona ha i suoi epigoni, ma - come ho sentito dire (parole sacrosante) a Borghezio - voi culattoni pescevichi pensate solo ad andare in culo alla balena.
E non fare il pesce in barile, se non te ne sei accorto è perchè hai gli euro sugli occhi e i sondaggi al culo, quindi come un beota butti lì la tua petizione: pericolo per la democrazia. Va là, Capitan Findus dei miei stival
i.

Siediti e ascolta, brodettino del piffero: comunisti e pescatori hanno massacrato una razza. Se solo avessi spento i tuoi gingilli elettronici e avessi letto il menu delle osterie nelle case del popolo ne saresti edotto. Berlusconi come doveva agire? Trattare, soccombere al ricatto del fritto misto, fare una leggina (che avreste biasimato perchè su misura?), trapiantarsi squame invece di crine, indossare una bandana a rete? Quale strategia unitaria ha espresso la sinistra di fronte a una razza annegata nel guazzetto? Tu che sei integro quanto un tonno che si taglia con un grissino come ti saresti comportato? Forza, dillo. Achababbeo!

Tu una cosa sensata effettivamente avresti potuto farla: continuare a disinteressarti della tragedia. Avresti evitato una brutta figura e avresti evitato a noi di ricordarci che la sinistra è un covo di fanatici buoni solo a condannare il sistema capitalistico che inscatola delfini al posto del tonno, a condannare Bush perchè esporta il McFish Menu e a biasimare quelli pronti a battersi contro chi punta a portarci in casa i pesci del Tigri dopo averci imposto il cuscus, la poligamia nel caciucco, la cottura previa lapidazione ed altre espressioni di superiore cultura.

Con uomini come te, Imam Brod, saremo presto fritti.
L'unica padella che ti meriti è alla Baggina.


affrancato e spedito da gonio | 16:48 | commenti (30)


Un diario
seconda e ultima parte

Mercoledì 2 dicembre.
Secondo decesso per malaria. Ancora in attesa delle casse di medicinali.

Lunedì 7 dicembre.
Ora, dopo alcuni tentativi, la bambina viene a prendere il cibo dal piatto anche in mia presenza, se mi allontano di cinque o sei metri e resto immobile tra i cespugli. Appena faccio atto di avvicinarmi, fugge arrampicandosi su una palma.
Presenta una piaga purulenta sopra la caviglia sinistra, necessari antibiotici.

Giovedì 10 dicembre.
Arrivate con il postale due casse di medicinali sulle cinque richieste, entrambe aperte e parzialmente saccheggiate durante il trasporto.

Venerdì 11 dicembre.
Ormai la bambina accetta di mangiare seduta a un metro da me. Le parlo, ma la mia lingua deve sembrarle molto buffa, perché ride di gusto.
Anche gli occhi le ridono, e in quei momenti è ancora più bella.
Mi accorgo che è quasi una donna, e che la chiamo bambina per uno strano pudore.
Tre o quattro denti appaiono cariati.

Domenica 13 dicembre.
Sono riuscito a medicarle la piaga sulla caviglia, ma non a bendargliela come avrei voluto. L’infezione potrebbe peggiorare.
I suoi capelli sembrano un nido d’uccello, intessuti di piccoli rami, di resti di cibo, di petali bianchi. Ho cercato di toccarli, è scappata sulla solita palma.

Giovedì 17 dicembre.
Ogni giorno alla stessa ora la bambina mi aspetta nel giardino. Appoggio il cibo sull’erba, ma lei non lo prende subito. Mi guarda, e io guardo lei. A volte è felice e leggera, a volte ha uno sguardo buio.
Non parla mai.

Sabato 19 dicembre.
Oggi le ho regalato una girandola di carta colorata che ho comprato in paese. All’inizio non l’ha afferrata, credo non ne avesse compreso il significato.
Non l’ho mai vista giocare, ma d’altronde non so cosa faccia nel folto del giardino, quando non la nutro o la medico.
Infine, prima di nascondersi di nuovo dietro alle palme ha preso la girandola e, come fosse un fiore, l’ha nascosta tra i capelli.
I suoi capelli sciolti e lunghissimi.

Lunedì 21 dicembre.
Oggi, dopo averle portato del cibo e un vestito nuovo, ho spalancato l’alto cancello che la teneva prigioniera. Fintanto che la ragazzina resta rinchiusa nel giardino, ho pensato, non sarà possibile riportarla a una vita normale. Volevo che si sentisse libera di entrare in casa, nella mia casa, che poteva essere anche la sua.
Quando mi sono voltato per prenderla per mano, mi ha guardato con occhi senza lacrime, poi ha lanciato un urlo come di uccello in fuga e si è nascosta tra i cespugli.
Non sono più riuscito a farla venir fuori dalla macchia.

Mercoledì 23 dicembre.
Da due giorni la ragazzina non tocca cibo, né risponde ai miei richiami.
Ho incaricato il custode di tagliare tutti cespugli e di falciare l’erba del giardino, che ormai mi arrivava alle spalle. Ha impiegato l’intera giornata per terminare il lavoro.
In tutto il giardino, della ragazza non c’è più traccia. Abbiamo controllato anche le cime delle palme.
Inutilmente.
Vicino al cancello, per terra, la girandola di carta, un lungo capello attorcigliato all’elica..

Giovedì 24 dicembre.
Ho atteso alla finestra del primo piano tutta la notte, nella speranza di poterla vedere.
Non tornerà più.
Ho domandato al custode. Lui dice che è colpa mia. Dice che ho visto i suoi occhi e non la sua anima. Dice che ho visto la sua bellezza e non la paura. Sostiene, il custode, che aprendo quel cancello ho liberato non lei, ma i suoi fantasmi. Se n’è andata, o qualcuno l’ha portata via. La sua sorte, secondo il custode, nell’uno o nell’altro caso non cambierà.
Quelle come lei nascono già segnate, dice.

Venerdì 25 dicembre.
Ho in mano la girandola, e il capello attorcigliato.
Da qualche parte oggi è Natale.

Domenica 27 dicembre.
Sono andato nel giardino, dove l’erba inizia a ricrescere.
Ho dissotterrato dalla base di una palma l’avanzo di un pezzo di formaggio.
Sapevo che l’avrei trovato lì.
L’ho mangiato.
Senza togliere il velo di formiche che lo ricopriva.

 


affrancato e spedito da Effe | 09:19 | commenti (29)


mercoledì, febbraio 16, 2005

ACQUA IN BOCCA
una questione di libertà

aderisci alla campagna, diffondi il banner

AGGIORNAMENTO: nuovi e incredibili sviluppi QUI e QUI e QUI


affrancato e spedito da Effe | 10:59 | commenti (76)


martedì, febbraio 15, 2005

Un diario
(prima parte)

Giovedì 12 novembre.
Arrivato nel primo pomeriggio dopo tre giorni di treno.
Il medico che sostituirò avrebbe dovuto attendermi alla stazione, ma pare se ne sia andato da più di due mesi. Non posso dargli torto: il caldo e l’umidità sono intollerabili, il villaggio sembra orribilmente arretrato e la gente parla un idioma incomprensibile che sa di fatica e di foresta.

Venerdì 13 novembre.
Sistemati i bagagli nella casa destinata al medico. Effettuato sopralluogo nell’annesso ambulatorio, che appare saccheggiato. Mancano gli arredi e quasi tutti i medicinali, in particolare chinino, che qui usano per ogni patologia, soprattutto a sproposito. Mi preparo a numerosi casi di intossicazione.
Redatta lista dei medicinali da far giungere dal capoluogo. Il treno postale non passerà che tra una settimana.

Lunedì 16 novembre.
Si è presentato un giovane uomo, in nulla diverso dagli altri locali se non per il fatto che parla una lingua civile, la mia.
Sostiene di aver lavorato come custode-tuttofare per il medico precedente. Concordato salario settimanale per le sue imprecisate mansioni. Ha un nome impronunciabile, ma pare non ci sia neppure bisogno di chiamarlo: quando ho bisogno di lui, mi giro e me lo ritrovo alle spalle. Presenza utile ma inquietante.
Ricordarsi di tenere sotto chiave denaro e credenziali.

Giovedì 26 novembre.
Il caldo è in aumento, segnalati tre nuovi casi di febbre malarica. Ancora in attesa delle scorte di chinino, inviato in città telegramma urgente, nessuna risposta.

Venerdì 27 novembre.
Il mio custode-ombra si reca ogni giorno nel vasto giardino incolto che si trova, recintato e chiuso da un alto cancello, sul retro della casa.
Nel giardino, ormai ridotto a bosco, molte palme e i resti in rovina di un gazebo. Il custode porta con sé un fagotto che svuota all’interno del giardino, attraverso le inferriate. 
Tenerlo d’occhio per capire cosa fa.

Sabato 28 novembre.
Osservato il comportamento del custode dalla finestra del primo piano. Il fagotto contiene avanzi di cibo. Una volta vuotato il tutto tra le erbacce, l’uomo ha emesso una specie di richiamo e si è allontanato.
Dopo pochi minuti, dalla parte più interna del giardino è comparsa una ragazzina dall’apparente età di dodici anni o tredici anni che ha raccolto velocemente il poco cibo, scomparendo di nuovo nella boscaglia.

Domenica 29 Novembre.
Chieste spiegazioni al custode. La ragazzina era scomparsa dal villaggio anni prima, forse rapita per amore da un fratello del padre, scomparso anche lui.
La sposa-bambina era tornata al villaggio tre anni più tardi, da sola, rifiutando di raccontare quel che era successo.
La famiglia l’ha ripudiata, cacciandola di casa a colpi di pietre.
Il mio predecessore l’ha curata e rinchiusa nel giardino, incaricando il custode del suo sostentamento.
Oggi prima morte per febbre malarica da quando sono al villaggio.

Lunedì 30 novembre.
Trovate in un cassetto dell’ambulatorio le chiavi dell’insormontabile cancello che chiude il giardino. Lasciato tra l’erba incolta un piatto con frutta e formaggio.
Vista la ragazzina dalla finestra del primo piano. Appare sporca, vestita di stracci. Capelli lunghissimi e sciolti le sfiorano i piedi mentre cammina.
Secondo il custode, la bambina da anni non permette a nessuno di tagliarle i capelli, mi ha mostrato i segni dei morsi lasciati sull’avambraccio durante un inutile tentativo effettuato mesi prima.

Martedì 1 dicembre.
Oggi niente cibo alla ragazza, per studiarne il comportamento. Vista mentre dissotterra un avanzo del formaggio di ieri, nascosto tra le radici di una palma. Il formaggio appariva interamente ricoperto da un velo nero di formiche.
La ragazzina lo ha inghiottito senza ripulirlo dagli insetti.
Osservato il suo viso con un binocolo da teatro: è bellissima.

(segue e termina giovedì 17 febbraio ore 09.00)


affrancato e spedito da Effe | 10:12 | commenti (48)


lunedì, febbraio 14, 2005

 L’editoria dopo l’editoria
a Galassia Gutenberg per rompere il ghiaccio e gli schemi

L’ho capito subito, che erano disperati.
Dopo aver stabilito la tavola dei partecipanti, si erano ritrovati un posto vuoto.
Per sopperire all’improvvisa mancanza, dopo aver contattato tutte le persone degne di stima dell’ambiente (con due o tre telefonate devono aver quindi esaurito ogni ipotesi), giunti sul fondo hanno iniziato a scavare.
Il primo invito è stato rifiutato dal mago Othelma, che doveva già partecipare alla vernice di una polleria a Frattamaggiore.
Anche Qui, Quo e Qua hanno accampato scuse.
I Cugini di Campagna invece sarebbero venuti volentieri, ma avevano le parrucche in tintoria.
E insomma, quando gli Intrepidi di Galassia Gutenberg hanno proposto a me di intervenire alla serata in cui di discuterà del tema Scrivere: dentro o fuori la rete?, ho capito che erano davvero all’ultima spiaggia.
So per certo che il custode della Mostra d’Oltremare, dove si svolgerà la manifestazione, e alcuni netturbini che operavano nelle zone limitrofe si sono licenziati per protesta nei confronti della mia presenza.
Come dar loro torto?
Devo ammettere che il resto della tavola promette bene: Loredana Lipperini, Vittorio Zambardino, Jacopo De Michelis e Giuseppe Granieri.
Tutta gente per bene.
All’apparenza.
Anche Lee Oswald sembrava un tipino ammodo, per dire.
E insomma, si parte per Napoli a vendere cara la pelle contro questi loschi figuri.
Si va a difendere la libertà della scrittura in rete, il suo essere vitale e insofferente di basto e briglie.
Si va a dire la voglia di leggere e di scrivere al di fuori e in alternativa alle logiche dell’editoria istituzionale.
Cosa leggere, qui, lo decidono i lettori (lo so, la dichiarazione è rivoluzionaria), e non altri in nostra vece.
Come e cosa scrivere, qui, lo decidono gli autori, non le logiche di mercato.
Si va a Napoli anche a sostenere le vostre istanze, il vostro orgoglio di essere autonomi editori di voi stessi.
Se avete messaggi da affidare a mani insicure, lasciatene traccia qui, io riferirò pubblicamene la sera del 26 febbraio, ore 19.00.
(il primo che intasa i commenti con un imprescindibile manoscritto da far avere a Einaudi o a Marsilio riceverà in omaggio la monumentale biografia di Luca Sardella Orchidea Selvaggia in serra)


affrancato e spedito da Effe | 09:21 | commenti (72)


Segnalazija

TuttoLibri è un inserto le cui origini risiedono nel mito.
Sabato scorso, lungo articolo di Dario Voltolini sulle riviste letterarie cartaceee e on line.
Tra le altre, cortese e gradita la segnalazione di sacripante!


affrancato e spedito da Effe | 08:56 | commenti (3)


venerdì, febbraio 11, 2005
 Rapsodia (ripresa e fine)

(Dove la realtà? Dove la finzione? L'una e l'altra contemporaneamente - e la chiamiamo scrittura)

C’è ancora la sedia, e d’acero il bastone.
Mancano ora le parole, portate via con lui o forse conosciute per sempre da quelli che le hanno udite.
Neppure il vecchio cane si è mosso, e mantiene salda la guardia ai ricordi con pigro malanimo.
Dei tanti passati di qui – briganti e principi, soldati e disertori – neppure un’impronta di carne, ma i muri a secco nascondono voci e grida negli interstizi.
Qui era un transito focale di Storia e di storie, e di tutti gli eroi che lui solo cantò.
Ora è silenzio, è vuoto, e forse è così, di silenzio e vuoto, che muoiono le storie.
Chissà se ora lo vede, il mare.

(da questa notte non c'è più l’uomo cui questa storia era ispirata, isolano di terra che non conobbe il mare mai.
Gli sia lieve il navigare)


affrancato e spedito da Effe | 10:22 | commenti (11)


giovedì, febbraio 10, 2005

L'istinto della frontiera 
il blog dopo il blog

L'avevo pur detto, che la scomparsa dalla scena di gonio (nella speranza che almeno continuino le sue epifanie apocrife su sacripante!) era un segnale preoccupante.
Poi c'è stato Leonardo, che ha chiuso però non ha chiuso però non è più quel Leonardo (quello attuale mi piace molto, ma non posso non denunciarne la differenza).
Poi Eloisa non si riconosce più nella Pizia, fa un inchino e chiude la porta.
Poi BrodoPrimordiale soppesa la sostanziale immobilità della blogosfera.
E insomma, il blog ha probabilmente detto quello che aveva da dire.
Come strumento, non come opportunità (chi inizia ora avrà comunque lo spazio che saprà meritarsi).
E se un ricambio generazionale è fisiologico anche qui, forse il segnale è da interpretare come la diffusa necessità di un superamento del blog.
Esiste - nella vita, su internet, ovunque - l'istinto della frontiera, e il bisogno continuo di spostarla, di ridefinirla (e, con essa, noi stessi).
Occorre allora individuare altre forme di espressione in rete.
Qualcosa che ora non esiste, o forse esiste e non siamo capaci di vederlo.
Ma il blog è morto.
O pensate che valga ancora la pena?


affrancato e spedito da Effe | 09:24 | commenti (81)


lunedì, febbraio 07, 2005

 L'attesa

Sei di dodici, la metà accertata dell’intero, i mesi di pioggia inconclusa che per una lunga stagione, ogni anno, diluvia le crete rabbuiate e le scoscesità digradanti in frattali di valli profonde e larghe appena come crepe.
Sei di dodici, e la pregressa metà, e successiva, di cielo bianco e di calore, di aria severa a illividire l’argille facendole friabile granito.
Sul camminamento smottante agl’argini, e sulla strada di polvere d’asbesto, il suo passo, la sua impronta, nel dovere diuturno e infinito.
Due ore di cammino almeno, a raggiungere il paese dalla casa che pare sognata in mezzo al nulla, circondata di sole lontananze.
All’emporio, ufficio postale di fortuna in cui le lettere respirano odore di zenzero e salamoia, lo si attende ogni giorno quando s’approssima l’ora identica.
Da quant’anni accade, nessuno può dire, ch’è lui il più vecchio di tutti, e veniva ad aspettar notizie da quando loro non c’erano ancora.
Ragazzo appena o nemmeno, negl’occhi una lieve serietà, s’era affacciato al banco del negozio un giorno, chiedendo della lettera, e che la risposta non lo deludesse, per favore.
Ma posta non c’era, e neppure il giorno al seguito, per lui, o quelli appresso – ma seguitava sempre il domandare.
Crescevano i ragazzi come lui, e abbandonavano le crete con il loro andare, marinai di terra e treno, verso mondi più lontani – ma lui non andava; restava e chiedeva la solita domanda.
Chi era partito a cercar destino scriveva alle case di qui, che si vuotavano man mano, e le lettere diradavano fino a non giungere più.
Ma lui non partiva, e ogni giorno camminava il cammino ad aspettar la lettera.
Gli uomini sposavano, le donne erano madri, e scrivevano ai lontani delle nuove vite – lui non s’ammogliava, non era padre e non più figlio, e all’emporio ogni giorno entrava a saper della posta.
Quanti sono ragazzi ora, del suo nome non ricordano già più, ma sanno la sua presenza, ogni giorno più d’una promessa mantenuta, anche ora che s’è fatto vecchio e sul sentiero da cui giunge, che nessuno usa più, il suo passo amalgama alla speranza la fatica.
A ogni mattina nuova nell’emporio il negoziante risponde No, nessuna lettera per te senza nemmeno alzare sguardo e volto verso l’uomo che negl’occhi spalpebra ancora quella lieve serietà, e che la risposta almeno oggi non deluda.
E oggi, oggi già il passo più veloce, la strada più lieve nonostante la terra fradicia che risuola pesante le scarpe sformate, già il mondo schiarito d’un niente dal mattino che alla notte è stato uguale, già qualcosa aveva detto.
Quando arriva all’unica piazza del paese, vede l’uomo dell’emporio che attende fuori dal negozio, e anche questi lo vede e muove un passo, vorrebbe abbreviare la distanza, poi ci ripensa, è meglio dentro, tra i consueti odori, tra le penombre leggere.
Quando anche lui s’appoggia appena ai cardini della vecchia porta e non entra, ma appare all’interno dell’emporio, come se fosse penetrato dalle fessure del legno, e chiede della lettera, e sì, dopo un silenzio breve, la lettera, oggi, dopo tutto quel tempo, e l’attesa, ma finalmente, allora era vero, e quanti anni, nessuno lo ricorda, lui nemmeno, e ora, aspettata eppure inattesa, io non ci credevo, io invece lo sapevo, ed è vero, ecco, proprio lì, sul bancone, il negoziante ha fatto da parte gli altri ingombri, e ora è lì, da sola, sotto la lampadina nuda che pencola dal soffitto, come al centro d’un palcoscenico, da sola, e gli spettatori d’intorno in attesa, e nessuno parla, adesso, nessuno osa tendere la mano, per porgere, per prendere, e aprire, ma eccola, infine, è lì, è quella cosa lì, bianca, un po’ piegata in un angolo, ma è lei che adesso attende, ora tocca e lei aspettare un po’, dopo chissà quanto, e sì, infine la sfiora, la sente con le dita aggrinzite di pioggia e d’età, una goccia dalla mantella umida cade sul banco e fa un rumore così, in tutto quel silenzio, per poco non la bagna, non la rovina, non la cancella, dopo tanto tempo, sarebbe bastato un niente, ma adesso è meglio aprirla, sì, la apro, ecco, dammela, tieni, è tua, è per te - la lettera.
Fuori, la pioggia prova inutilmente ad accordare una distonia, ma ogni suono vuol andare per conto proprio, sui tetti, sul lastrico della piazza, sulle poche strade.
Nell’emporio, lui siede in un angolo adesso, dalla mantella fumiga il vapore d’umido, ha la busta in mano, aperta, ma la lettera no, la lettera è a terra, ne ha calpestato un lembo senza avvedersene, mentre cercava la sedia, ora non parla, non dice, non si muove.
L’uomo dell’emporio prende piano il foglio, ne toglie con il dorso della mano quel po’ di terra umida lasciata dalla suola. Il foglio è grande, poche le parole, e definitive.
Non verrò.
La lettera è di nuovo sul bancone, ma inutile ormai. Il negoziante si avvicina all’uomo di colpo debole, e lontano.
Che cosa significa, la lettera? L’uomo ascolta con fatica, forse conta tutti i passi d’un cammino che gli anni hanno reso lungo.
Chi è che non verrà? Il vecchio guarda fuori dalla finestra, ma non si vede nulla, non si può vedere nulla, solo pioggia.
Chi hai atteso ogni giorno del tuo tempo? Subito non si comprende, sembra il rumore uguale della pioggia, e invece è una voce, la sua voce, la voce vecchia di mill’anni, la voce dell’uomo, e le parole poche, definitive:
La mia vita.


affrancato e spedito da Effe | 09:13 | commenti (89)


 Ri-segnalazija

E' disponibile la collezione primavera-estate degli antipixel, box e banner di sacripante! (web stylist Buba)


affrancato e spedito da Effe | 09:02 | commenti


Segnalazija

 ..

E tu altrove, al tuo timone
dritta la direzione
spiegate le vele
alzata l’ancora,
ricordi la mia presenza
e non vieni a curarmi,
clandestina senza nome
anonimo biglietto d’imbarco

Capitano, t’osservo questa notte
da una sponda di mondo
vedo la tua nave sparire.
Capitano, sono scesa di notte
per farmi bella,
bella per il tuo ritorno.

(Manila Benedetto, Clandestina, da Pelle Sporca, Besa editrice)


affrancato e spedito da Effe | 08:57 | commenti (3)


sabato, febbraio 05, 2005

5 FEBBRAIO

 


affrancato e spedito da SignorinaSilvani | 10:18 | commenti (34)


venerdì, febbraio 04, 2005

E' nato prima il lettore o lo scrittore?

Nei commenti a questo post di Palmasco, in cui si discute se sia possibile un luogo di sole scritture che rappresentino se stesse e non le persone che le scrivono, compare un commento di Llu.
Llu ha scritto anche sul numero 1 di sacripante! con lo pseudonimo di Sicilia (rubrica dalla Spagna).
Nel suo commento, riferito all'altra rubrica sacripantica Piccolo Corso di Scrittura Non Creativa di untitled io, Llu scrive così:
"poi, ho pensato questi giorni a la metafora che invidio molto di untitled, è bella e densa e multisenso e non so si fa parte de la linea editoriale. Secondo ho capito, la cosa è: scrive utile e chiaro. Scrive e che la tua scrittura sia la casa che lasci a un ospite e tu, che scrivi, il libro di instruzione della caldaia che funziona capricciosamente. E misteriosa la metafora perchè secondo questo lo scrittore non si trova in casa e il lettore sarebbe quello che arriva alla città sconosciuta e non c'è nessuno che lo spera e deve camminarla solo di notte"
A parte la bellezza dell'immagine (la scrittura come città sconosciuta), trovo insuperabile l'dea che il lettore arrivi e  possa esserci - oppure no- qualcuno "che lo spera".
Esperar, se non sbaglio, in spagnolo significa attendere, aspettare, mentre in italiano (lo spiego ai lettori collegati da Hanoi) il riferimento è al concetto di speranza.
Lo scrittore che spera il lettore
.
E' mai stato detto meglio?


affrancato e spedito da Effe | 09:52 | commenti (28)


giovedì, febbraio 03, 2005

PePàr
(Perse in Partenza, vedi alla voce battaglie)

Perché per gli intellettuali di rifornimento (quelli che intervengono alle serate letterarie per far rifornimento al buffet, dico), non c’è nulla che superi in delizia un pomeriggio finalmente solitario, rallentato, raccolto, allorché dopo lungo desio possono, accicciati in poltrona e con luce naturale a favore, aprire quel tomo uscito da lunga pezza per i tipi di Adelphi, che da mesi illanguidisce loro il guardo ogni volta che passano d’accanto, sempre indaffarati a far nulla, alla loro libreria.
Sfogliano adunque le pagine, facendo balsamico aerosol del tipico effluvio d’inchiostro, centellinano in prelimine l’intera bibliografia, sminuziano l’apparato critico, sbocconcellano la ponderosa introduzione.
Ed ecco che, lieve, cala infine la palpebra, s’ammolla la pappagorgia, si rilassa verso il basso il muscolo mascellare con tutto l’apparato manducatorio, e s’improvvisano lì per lì nuove e più profonde musicalità del respiro.
L’intellettuale al suo acme, affé mia.
Ma mentre, alacre, il nostro sta ponzando a riguardo dei grandi perché della vita, ecco l’odioso, tenace, perverso trillo dell’impianto telefonico

Intellettuale - Pronto?
Interlocutore – Pronto?
– Sì, chi parla?
– Pronto, signora?
– Ma quale signora!
– Buongiorno
– Sì, mi scusi, buongiorno anche a lei
– Il Centro American Beauty le offre una settimana gratuita di acqua gym .
- Ben gentile, ma io non...
– Suvvia, non dica di no.
– Guardi, davvero, la ringrazio, ma ho anche i reumatismi, e l’acqua ...
– Faccia la prova, signora
– Scusi, le ho già spiegato che non sono una...
– Venga da noi lunedì prossimo.
- Senta, io al lunedì ho già la canasta e quindi...
– Pronto?
– Sì, pronto, non mi sente più?
– Pronto, signora?
– Arieccola. Ma lo vuole capire che ...
– Buongiorno.
– ... io non sono ... d’accordo, sì, buongiorno, ma...
– Il Centro Americam Beauty le offre una settimana gratuita di acqua gym.
– Allora non mi sono spiegato.
– Suvvia, non dica di no.
– Dannazione, ma mi sente?
– Faccia la prova, signora.
- ... ?

D’accordo, dei risponditori automatici l’intellettuale subodorava già l’esistenza, ma la voce sembrava davvero così naturale.
Tanto che, prima di riagganciare, l’intellettuale ha porto doverosi saluti con tutti i convenevoli di rito.

Poltrona, luce a favore, libro, dov’era rimasto?
Ah, sì, la postfazione al prologo dell’introduzione.
Ma inevitabile, irrefrenabile, il ritrillo.


- Di nuovo i pervertiti della fitness. Ma adesso... pronto? Guardi che a me l’acqua fa proprio ribrezzo, è conrtaria ai miei principi etici e financo religiosi, pur essendo io ateo, si figuri che non mi lavo da tre mesi e inoltre...
- Ehm, scusi, parlo con l’Intellettuale di rifornimento?
- ...
– Pronto?
– S-sì, sì, ci sono, ecco, è solo che prima...
– La disturbo?
– S-no, no, stavo giusto, ma tanto, ormai, ma chi parla?
– ... sondaggio.
– Scusi, non ho capito, ha detto "son Daggio"? Il signor Daggio?
- ... ndaggio a livello nazionale da parte dell’Istituto Panepesca di Trieste. I risultati della rilevazione saranno resi noti in una famosa trasmissione di Rai2.

E‘ il suo momento.
Da anni subisce impotente percentuali, istogrammi, maggioranze d’opinione, senza che la sua, di opinione – peraltro fondamentale - sia mai, dico mai, stata richiesta.
Ma come possono sostenere che il 54% degli italiani ritiene o non ritiene che?
A lui – orrore! non ha mai chiesto nulla nessuno.
Ma ora, finalmente, potrà anch’egli riconoscersi in una tabella, rispecchiarsi in una videata, mostrare agli amici – tutti intellettuali come lui – un interessantissimo percentile e dire "ecco, io v’era".

– Domandi, domandi pure. Economia politica, storia internazionale, arte e cultura. Non si ponga limiti
– Ecco, in effetti la domanda sarebbe questa: lei cosa ne pensa del fenomeno Lecciso?

L’intellettuale non trova le parole per esprimere il proprio sdegno.
Ma come, un’occasione così, la sua augusta opinione a portata di mano, e loro, invece.
Abbassa il ricevitore livido.
Si ricolloca in poltrona osservando con odio il funesto apparecchio marconiano, nella convinzione che non abbia ancora portato a termine la sua personale persecuzione.
E infatti, ecco tosto il tritrillo.

- Pronto? E adesso chi accidenti è, un piazzista di bonsai giganti, un calvinista calvo con il suo calvario, l’associazione per la lotta contro l’estinzione dell’acaro da compagnia?!
– N-n-buongiorno...
– Dissento assolutamente.
– Eee... mmm... potrei parlare con la sua signora?
– Non che non lo può.
– Ah, e perché?
– Perché è uscita.
– Capisco. E mi sa dire quando torna?
– Dipende. Che ore sono?
- Uh? Quasi le quattro.
– Sì, ma di che giorno?
– Aaaa... venerdì, oggi è venerdì.
– Questo lo so da me, caro il mio genio della relatività ristretta . Ma che giorno del mese è? Forza, sia preciso, è facile, non le ho mica chiesto lumi sull’era geologica.
(conciliabolo in sottofondo)
– Ventisette! Oggi è il ventisette gennaio.
– Alla buon’ora. E dunque, se sono le quattro del ventisette gennaio, provi a richiamare, diciamo, minuto più minuto meno, tra dieci anni.
- Dieci anni?
– Perlomeno. La signora ha lasciato detto che andava alle Comore.
– Alle Comore?
– A piedi.
– A piedi?.
– Ma cosa fa, l’eco? Lo so, avrà notato una certa incongruenza. Gliel’ho detto anch’io che era meglio prendere l’autobus, ma tant’è.
– Aaaa... bene, infatti, forse potrei chiedere la sua, di opinione, su...
– E’ proprio sicuro di volerla sapere?
– S-no, no, in effetti credo di no, mi scusi. Buong... no, niente, niente.

L’intellettuale è vinto, e l’umore pessimo.
La luce naturale a favore s’è ormai fatta crepuscolare, il libro fa pendant a terra con il falso persiano, il pomeriggio è trascorso inutilmente.
Pensa per un attimo alla fuga dal modernismo incolto, alla sortita contro l’offensiva panmediatica.
Ma non c’è scampo, ormai, nessuna via di fuga, l’orrida inciviltà lo ha completamente circondato e stretto d’assedio.
D’altronde glielo aveva pur detto, la sua icona intellettuale preferita: è tutto intorno a te.

 

affrancato e spedito da Effe | 09:53 | commenti (19)


mercoledì, febbraio 02, 2005
Credevasi Caligola e invece fu Pinocchio
invettiva

Benedetto sia l’esercizio illimitato del libero diritto di critica, che nella blogosfera, al contrario che altrove, è tutelato per natura e costituzione.
Leggo quindi con interesse ogni osservazione rivolta all’iniziativa sacripantica, financo quelle palesemente costituite da risibili sciocchezze.
Come nel suo caso, signor Ivan Roquentin.
In fondo, le sciocchezze insegnano pur sempre qualcosa, se non altro a proposito di chi le ha scritte.
Ben venga quindi anche la sua inutile protervia, è sintomo che la democrazia in rete gode di buona forma.
Tuttavia, sul suo pavido blog che censura la possibilità di replica (di grazia, non mi molesti con la trita argomentazione che da lei i commenti non ci sono per evitare la forumizzazione; sono più anziano di lei nella blogosfera e probabilmente nella vita, certi giochini li facevo quando lei s'affaccendava ancora per conseguire la licenza elementare) in un post che precede quello cui è ispirato il titolo della presente filippica in sedicesimo, lei si è rivelato scorretto, rendendo pubblica una parte della corrispondenza privata tra noi intercorsa, ancorché limitatamente a quella vergata dal suo pugnetto nervoso (e avrei ben voluto vedere il contrario).
Non gliel’ha mai detto nessuno, che a far tali corbellerie si finisce con il passare per villanzoni?
Nello stesso post, in sovrappiù, lei riporta alcune stucchevoli menzogne.
E’ inutile girare intorno alle parole: chi mente è un bugiardo.
Lei è un bugiardo, signor Roquentin, se l'abbia per detto.
Facciamo un gioco, uno facile facile (ma se non capisce alzi pure la mano).
Ora enumererò le frottole che lei ha raccontato.
Se l’elenco comprenderà due punti-fandonia, volentieri le riconoscerò il titolo di Bugiardo Conclamato.
Se il punteggio arriverà a quattro, lei sarà nominato Bugiardo Compulsivo.
Se i punti dovessero superare il numero di sei, allora avrà diritto all’ambitissimo trofeo da Bugiardo Patologico, riservato ai veri fuoriclasse del mendacio.

Le bugie del giovane Roquentin.
1) "Perché ho mandato affanculo Sacripante nella persona di Herzog".
Bugiardo.
In nessuna delle mail trasmesse compare mai questa espressione. Evidentemente, all’ultimo le è mancato il coraggio, dacché via mail, al contrario che sul suo blog, la replica è ammessa.
Vero è, invece, che dopo il mio invito a proporre alla redazione di sacripante! un suo contributo, lei ha pietito per ben due volte la gestione di una rubrica fissa sulla rivista. Per ben due volte, le ho risposto negativamente (le avevo domandato una collaborazione una tantum, che diamine, mica un rapporto di coniugio vitalizio).
2) " questo è l'epilogo di un lunghissimo scambio di mails (ne sono seguite altre due a cui non ho risposto per mancanza di tempo e di voglia)".
Bugiardo.
Dopo la lettera che lei riporta, ne ho ricevute altre due a sua firma; o le ha scritte lei, o deve smetterla di dare la password alla signora che viene a farle le pulizie – a meno che, e ne ho il forte sospetto, la stessa non sia in realtà il suo ghost writer.
3) "Comprendo che tu abbia le idee confuse, come non hai mancato di ripetere più volte".
Bugiardo.
L’espressione che io ho usato, a fronte delle sue insistenti richieste circa i nomi dei collaboratori della rivista, fu "Spero di essere stato abbastanza fumoso per i tuoi gusti".
La sua gentile risposta fu che apprezzava molto la mia chiarezza.
Quanto alla confusione, attribuire agli altri le proprie debolezze è fatto fin troppo umano; come condannarla per questo, signor Roquentin?
4) "ottenere attenzioni da un pubblico scelto di "Lipperine" e "Genni" che sono solito evitare come la peste bubbonica (tu no: tu non li capisci ma non li eviti, li critichi in privato ma in pubblico provi a capire)".
Bugiardo.
Io non ho mai avuto motivo, né occasione, di elogiare il Genna in pubblico, avendolo privatamente criticato; ho avuto motivo e occasione sia pubblica che privata di criticare l’operazione editoriale einaudiana curata dalla Lipperini, e di elogiare invece certe prese di posizione sul blog lipperinico.
Quando c’è da pugnare, si pugna, quando c’è da stringere la mano non mi tiro indietro, e chi non sa distinguere tra le due cose rischia di esser accusato di dabbenaggine.
5) "A parte la collaborazione, puoi ritenere conclusa la stessa corrispondenza".
Bugiardo.
A questa sua decisione unilaterale ho ribadito che lo decidevo da solo, quando la mia corrispondenza doveva finire. Lei ha successivamente riconosciuto di aver sbagliato a scrivere quella precisazione, e che era invece interessato alla mia risposta.

Bene, signor Roquentin, il gioco è finito, ora può abbandonare la posa classica da diva del muto, ha presente, quella aggrappata alle tende con il capo buttato all’indietro e un broncio ostinato da bambina capricciosa.
Se il mio pallottoliere non m’inganna, signor Roquentin, lei ha totalizzato cinque punti fandonia.
Per un nulla le è sfuggito il titolo massimo di Bugiardo Patologico.
Un vero peccato, non esser riuscito ad eccellere almeno in quello.

S’atteggiava costui a Caligola, ma pareva ai più un Pinocchio.
L’uno chiamava allo scranno un cavallo, si trasformò l’altro in ciuco; entrambi quadrupedi ungulati, ma non ve ne sfugga la sostanziale differenza.


affrancato e spedito da Effe | 09:21 | commenti (76)


martedì, febbraio 01, 2005

sacripanti siete voi!

E' ben chiaro: per questo primo numero, tutti gli autori presenti sulla rivista hanno inviato i loro contributi dietro invito.
Ma a partire al prossimo numero, sacripante! vivrà delle vostre proposte narrative, e seguirà le rotte che voi traccerete.
Qui le regole irregolari della casa sacripantica.
I contributi possono essere inviati alla redazione (redazione@sacripante.it

nota: il counter shinystat, nella sua versione base, si blocca superate le 1.000 visite al giorno. Oggi, a metà giornata, si è in effetti bloccato. Grazie a tutti.


affrancato e spedito da Effe | 12:33 | commenti (8)

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