URBI ET ORBI. Questo blog va contro ogni buonsenso. Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi. Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo. (P. O. Enquist, quasi)
lunedì, gennaio 31, 2005
sacripante! (la prima rivista letteraria scritta dai blogger)
Alla fine (o forse è l'inizio di tutto) è arrivato. sacripante! Scritto proprio così, minuscolo ma esclamativo. sacripante! è un luogo di scritture, una nuova cittadinanza, una declinazione delle tensioni creative che nascono dal blog e non se ne accontentano. E' una rivista letteraria, meditata ma divertita, scritta da voi grazie ai vostri contributi autoriali. Le parole portano altrove; sacripante! intende stanare l'altro e l'altrui, e raccontarlo. Per il piacere di leggere. Per il piacere di scrivere. sacripante! ha finalmente levato l'ancora. Buon vento.
Diario di bordo Ne hanno parlato Antonio Sofi su Webgol Romanzieri e un piroscafo di altri blogger (l'elenco in progress lo trovate qui, sul blog che costituisce il luogo dei commenti alla rivista). Io non so nulla, qui sono solo l'attacchino che affigge i manifesti, ma credo che la redazione apprezzi molto tutte le segnalazioni, i complimenti e le critiche. Questo sarebbe, approssimativamente, un grazie, però non sottolineate troppo la cosa.
Fate finta di nulla. Non datelo a vedere. Con la coda dell'occhio, sbirciate simulando indifferenza la colonnina qui a destra. Avete visto? Ve ne siete accorti anche voi, vero? E, suppongo, con il mio identico orrore. Questo blog, a breve, andrà a compiere due anni di vita. A mia onta e disdoro, s'intende. Dal basso della mia esperienza, posso senza dubbio veruno affermare che il blog -qualsiasi blog - dopo un anno di gestione ha ampiamente esaurito il proprio compito. All'inizio c'è entusiasmo, passione, c'è la ricerca dell'originalità - fare un blog come tanti altri non avrebbe alcun senso. Si sale sul proprio speaker's corner sbraitando qualche inutile facezia. Un anno è più che sufficiente, per questo. Cos'altro s'avrà mai da dire, oltre il 365simo giorno? Qualcosa di non detto e stradetto, intendo. Il blog dovrebbe essere chiuso dopo un anno di vita per regio decreto, o almeno - ci si accontenterebbe -per volontà divina . E invece restiamo qui, abbarbicati alla nostra zatterina, lottando con le unghie e con la dentiera contro la nostra senescenza, sproloquiando al vuoto, senza accorgerci che non c'è più nessuno ad ascoltare. Per fortuna. Degli altri. Continuiamo a scrivere, anziché farci da parte, ma in verità siamo solo un blog morto che cammina.
Della Versione di Barney di Mordecai Richler s’è già detto tutto, e da lunga pezza. A mia volta, non posso che battere una virile pacca sulle spalle al buon Mordecai. Parlandone da vivo, dico. A rendermi ancora più simpatico quella vecchia canaglia di Barney, la sua passione – condivisa – per i sigari Montecristo. E però. L’espressione generica "fumare un Montecristo", senza ulteriori specifiche, equivale a dire "guidare un’auto di lusso". Quale auto, quale Montecristo? Esistono molte vitolas differenti per modulo, dimensioni, aroma, forza. Tuttavia, in una sola occasione Richler puntualizza: si tratta di un Montecristo n. 2. Ottima scelta. E però (bis). Il Montecristo, nella narrazione, viene "scartato", ovvero tolto da un involucro cartaceo. Secondo esperti del settore, non risultano edizioni di Montecristo n. 2 avvolti in carta. Pinocchio d’un Mordecai. La narrazione è finzione; ma è anche inganno? Avete conoscenza di altri errori del genere, scovati nei libri della vostra personale biblioteca? (al di là del fatto che buona parte della letteratura contemporanea è, nei fatti e completamente, un grosso, evitabilissimo errore)
- Signor Sansone, la prego, stia calmo. – Oddioddioddio, dottore, che male, mi aiuti, la prego – Certo che l’aiuto, son qui per questo, si traquillizzi, la smetta di contorcersi. – Ma come faccio a tranquillizzarmi? Mi fa male qui, e qui, e anche qui, ohiohi. – Su, coraggio, deve sopportare il dolore e lasciarsi visitare. - Povero me, povero me! Non ce la farò, sento che non ce la farò. – Signor Sansone, lei ha subito un brutto incidente e sta perdendo molto sangue. Se continua a lamentarsi senza lasciarsi curare, le conseguenze potrebbero essere letali. – Ahimé! Che destino crudele, ma perché proprio a me, ma perché proprio adesso? – Signor Sansone, se non la smette subito, io… - Abbiate compassione, abbiate pena di me. Sono il più tapino degli uomini, il più meschino, il più … SBAM! (il medico esce dal pronto soccorso sbattendo la porta, esasperato. Un infermiere lo aspostrofa) – Dottore, e il paziente? – Muoia Sansone con tutti i piagnistei!.
Ehi, siamo qui! Qui, ci vedete? Immersi in questo liquido bianchiccio. (Ma che è, latte? Sì, sì, è proprio latte). Siam qui, ancora vitali, pieni di energia, e vibriamo, qui nel latte, palpitiamo, non stiamo più nella pelle, non vediamo l'ora. Siamo frementi lattici vivi.
La segnalazione è ridondante, ma suppongo che abbiano diritto di cittadinanza anche i distratti: Fino a Fuorigrotta di Hotel Messico non si può assolutamente perdere.
Non si sa bene cosa, come, perché. O forse lo si sa fin troppo. Di certo (bé, l'espressione è un po' forte) il blogrodeo a colori di Massimo SdC inizia oggi alle ore 15.00 (e la fine, è un concetto di fantasia). Coloratevicisi
Bella. E’ stata bella molte vite fa - lo so, lo sa. Non ha negato il tempo la sua bellezza, l’ha come messa da parte - non più lei, ma appena d’accanto, come fosse d’ombra. Di tempo e di bellezza parlano le rughe telluriche del viso, le unghie spezzate e nere, le scarpe eguali, destre entrambe, e lo sguardo di cielo che pretende ancora il mondo. Intorno al quai aux Fleurs trascina un carrello di ruggine e ricordi, vecchi abiti, manici d’ombrello, e libri, sottili e senza più le pagine, una alla volta strappate per farne dono ai passanti, che abbiano a portarsi dietro anche loro un ricordo, una storia, o della storia almeno un attimo breve, e le pagine prendono strade, nelle tasche diverse, e si allontanano, si riavvicinano scompigliate dal caso, qualcuna naviga già sul fiume, chissà chi le leggerà. Ogni sera lascia il giardino di fianco a Notre Dame. Sola, ma a qualcuno s’accompagna. Parla ai suoi anni di prima, alle notti che non avevano mai fine, alla vita che premeva forte. Sorride ai volti rimasti giovani d’allora, si gira alle loro voci, alle parole che non hanno smesso di vibrare. Declina al presente il suo passato, attende di vivere quel che ha già vissuto. E’ giovane ancora, desiderata, amata. Bacia di nuovo quelle labbra urgenti, la stringono forte quelle braccia – Paul, Vincent, Claude. Chiama i loro nomi, anche quelli che non ricorda, e la loro promessa di un’età che mai si arrende. Dietro al ponte che non ripara dalla notte, si nasconde sotto fogli di giornale. Non ha sonno mai, non ha tempo, solo una vita fuggita via veloce. Parla ancora un po’ con loro, risponde a una domanda pronunciata mai. Poi tace lungamente, annuisce a se stessa, al suo silenzio. Dice d’improvviso Quello che ci condanna, da vecchi, è la memoria, ormai non riesco più a scordare nulla. E’ tutto sempre qui, davanti ai miei occhi, ogni cosa contemporaneamente. Poi si gira e ride forte, chissà con chi, chissà quando.
Questi soloni (*) E pensare che sembrava un tipo a posto
(Ma chi si crede dunque d’essere, costui, che sproloquia di scritture, che dice che cosa sì, che cosa no, che cosa forse?)
Ebbene, perché nasconderlo più a lungo? Io sono dio. Bé, dio. Un dio. E nemmeno. Un semidio, in verità. E allora, cosa sono adesso quelle faccine da martora a primavera, quegli occhietti da cavia peruviana all’ingrasso, quei sorrisini da "Ah, ecco, semi, volevo ben dire"? Non crederete che il semidio lo lascino fare al primo venuto. Voi, per parlare fuor dai denti, potete forse affermare d’esserlo? Lo potete?. Ecco, e quindi. Semidei, tenetevelo per detto, non ci si improvvisa. Occorre conseguire un patentino rilasciato all’esito di corsi per corrispondenza sovvenzionati dalla regione. Il patentino ha validità per i paesi che si affacciano sul mediterraneo, con delega al Walhalla. Annualmente, poi, bisogna sottoporsi ad alcuni test di verifica per poter mantenere l’autorizzazione all’esercizio della professione. Per superare i test occorre dimostrare di saper compiere dei miracoli. Roba da poco, s’intende. Trattandosi di semidei, sono sufficienti dei semimiracoli. Considerate, per esemplificazione, una performance classica che si porta molto anche quest’anno e non passa mai di moda: la predizione del futuro. Ecco, non occorre che la previsione sia proprio precisa precisa, basta andarci vicino, rimanere nei pressi, non eccedere dall’ambito del più o meno. Certo, chi aveva previsto il ritrovamento delle armi chimiche in Iraq, faccio per dire, i test dell’anno scorso non li ha poi superati. E così anche quel collega che quest’anno si è presentato alla Commissione Esaminatrice (in effetti, solo a una parte di questa, una semicommissione) asserendo d’essere in grado di costruire il ponte sullo Stretto di Messina. E insomma, ci vuole anche un certo senso del ridicolo. Però io lo capisco, quel collega, comprendo il suo tentativo disperato. Anche il semidio ha famiglia, e s’arrangia ognuno per quel che può. Ai test non sono poi ammessi trucchi da circo, come ad esempio favorire le vincite al lotto; è anche una questione di competenze, che il lotto è cosa da santi. Se ne occupa un tal Gerardo, credo. No. Gennaro, dev’essere Gennaro. Ma la concorrenza la conosco poco. A volte i test di verifica sono però davvero improponibili. Nel 2001, ad esempio l’esercitazione consisteva nel far vincere le politiche a Rutelli. Fummo tutti bocciati. Altro che semidei: per quello, figuriamoci, non sarebbe bastato un miracolo tutto intero.
Degusto con schiocchi di lingua le frasi che La Pizia alterna come testata del suo blog (quella precedente all'attuale era paternità di Gonio, blogger storico scomparso dalla scena nella colpevole indifferenza delle dannate nuove leve). A oggi, la frase che apre il sito pitico è Non esistono aspiranti scrittori. In modalità di evidente autodimostrazione la verità dell'assunto. Il tutto si riporta a un livello ontologico. Sarebbe infatti degno del teatro dell'assurdo presentarsi dicendo - esempio casuale - Con permesso, buongiorno, io sarei un aspirante essere umano. Lo stesso valga per la dimensione della scrittura. Scrittori lo si è del tutto, oppure per nulla. Lo si è nel tratto, nel gesto della mano, nel tono di voce, nell’anima che crea mondi. Impossibile aspirare a. Ma forse qualcuno sovrappone l’aspetto ontologico a quello editoriale. Intendete forse dire che uno scrittore è tale solo se pubblicato? Preistorici, pleistocenici, mesozoici. Oggi il web offre incomparabili possibilità di far circolare il proprio pensiero. Considerate un qualsiasi blog famoso (e con questo si esclude herzog), uno che accrocchi mille accessi al giorno, ovvero mediamente ventimila letture al mese, e duecentomila all’anno. Quanti scrittori pubblicati - anche non esordienti, dico - possono contare su un tale e fragoroso impatto numerico? Che bisogno c’è della legittimazione cartacea? Scrittori si è, oppure no. (ma non preoccupatevi: in grande maggioranza non lo siamo. Ve ne sia lieve la consapevolezza)
Info 1 Lello Voce in multiforme performance a Torino, il 5 febbraio ore 18.00, presso la Fnac (con Aldo Nove e SparaJurji Lab). Sapevatelo.
Info 2 A Napoli, il 26 febbraio, Galassia Gutemberg parla di blog. Anche di blog stranieri. Lo scorso anno il refrain scarpiano che si derivò dalla Galassia fu "Dio mio, Dio mio, quanta demagogia". Questa volta potrebbe essere My God, o Mon Dieu, o chissà. Da indiscrezioni, pare comunque che sarà un'edizione da non perdere. Risapevatelo.
Info 3 Giovedì 20 gennaio Mie Terre Radio (web radio) apre i propri microfoni agli ascoltatori, che per 12 ore ( 7.30 - 19.30 ) potranno telefonare in diretta per esprimere senza limiti di tempo e di censura qualunque pensiero (tel. 333/96.90.448). Gli amici di Radio Radicale già tremano. Sapevatelo ancora.
Info 4 Mercoledì 26 gennaio Massimo del Salto del Canale invita tutti al suo BlogRodeo (o sarà un FrogRodeo?). E' richiesto il vestito di fantasia (non a fantasia, proprio di). Se ancora non lo sapevate.
Fa doglianza, il Lettore, del fatto che quivi più non si tratti di politica e attualità. Sappia dunque, esso Lettore, che le linea editoriale del blog non si piega, né punto né poco, a richieste e pressioni. S'avanza, il blog, irrefrenabile e indipendente. Ecco. Ora, per felicissima combinazione, ci si trova quest'oggi a dover pubblicare - si guardi il caso - proprio un branetto d'argomento politico e legato all'attualità. Bé, insomma, attualità.
Agro pontino, 168 a. C.
- Salve, pater optime – Ave, viaggiatores – Gentilior fuisse de tua parte, si indicaverint quia strada bona est giustaque Romae raggiungendum. – Extranierus, ne sapis qui omnia stradarum menant Romae? – De padania ego venis, et nescio topografiam loci. – Et quia ragionem lungorum viaggium faticosusque facendum est? Pellegrinus estis, fortasse? – Tasse? Ne nomins haec verbum, assimilabilem imprecationem. Directus sum Romae in quantum electus fuisse senato romanorum. Num, sincerum estote et nihil mendacio dicere, amice: tradunt quia, in haec urbe, politicorum disossolutos sunt, corruptio et concussio dilagant, et senatores ne habent preoccupatio rei publicae, sed temporibus suis trascorrent cum multae et formosae puellae quae dedicant corporibus sui meretricio et fornicationem. – Tu vis finalmente dare terminationem at scandalo et mala tempora, supponendum sum. – Mattus fuisse! Andandum sum Romae proprius de maximus divertimentus compartecipatione. Turismus sexualis, in alia verba. In veritatem, tariffae puellarum salatissimae sunt; et haec motivatio populus padanus Roma Latrona dicit. Nos volens facere partecipazione de bolgia capitolina, ma cum minor espesatio et facia salvantes. – Filie, temporibus cupis haec sunt. Sed expero in meliore futuro. - Nos padanorum dicimus: Qui de experantia vivit, habit pensionem invaliditatis. – Sed habeo visionem clarissima de futuro. Duomiles et quinque post Christum. Italia omnia erabit paesem cun pecunia multa, de magna acculturationem ac dignitate, et magnissima civiltatem. – Davverum? – Certissime. Caput governi erit jovine et altus et bellus, cum longa capiliatura de grano coloribus, sincerum honestusque, amatus de totus populus. Majoritates sua adiuva ei in conductio res publica cum magna liberalitates et maxima democratia. Giornalibus et giornalistoroum erint indipendentes et de nihil fatiositate. Magistratibus liberissimus in activitate suis. Omnia legis emanata eris pro interesse populi et res publicae, et fraterna concordiam regnaverit perpetua. – Amice, nihil mendacio? – Juro qui haec veritas est, et omnia promissione mea mantenenda est. De hoc certus sum, tantus qui sub contracto cum electoribus mea firmatione apporre possum. – Quid nomine tibi, amice? – Silvio Calpurnio Berlusonibus. – Silvio Calpurnio, deinde tranquille stare possumus pro futuro? – Tranquillisime, eris in botte ferrorum. Aut ferrarum.
Gli anni ’70 furono epoca di energia pura che tentava nuove strade per esprimersi creativamente. Fu così che entrai a far parte di una band heavy metal. Avevamo un nome adeguatamente aggressivo: the Beasties Of Oronzo. Oronzo era il proprietario del garage dove facevamo le nostre prove. Era anche il nostro fan più assiduo: non solo seguiva le prove, ma anche tutti i concerti, e sempre con un sorriso soddisfatto sul viso. Il fatto poi che fosse completamente sordo dalla nascita non diminuiva per null’affatto il suo entusiasmo, né la nostra riconoscenza. I Beasties Of Oronzo suonavano in scantinati fumosi e pieni di gente alternativa. Dopo le prime note, immancabile si levava un coro di buu! che interpretavamo come un omaggio all’acronimo del nome della band, BOO, per l’appunto. Qualche dubbio s’insinuava solo dopo il terzo o quarto cespo di lattuga che ci sfiorava le tempie. Ogni band dura che fosse degna di tale definizione terminava il concerto percuotendo il pavimento, e a volte anche gli spettatori, con i propri strumenti fino a sfasciarli; noi non facevamo eccezione. Io, però, suonavo il clavicembalo. Lo avete presente, il clavicembalo. E’ un po’ come il pianoforte, ma assomiglia di più a un clavicembalo; da qui il nome. E insomma, sollevare uno strumento da duecento chili, e sventolarlo in aria fino a distruggerlo, non è attività senza conseguenze. Dopo alcuni anni di concerti iniziai a soffrire di un forma di periartite alla spalla destra, nota alla letteratura medica appunto con il nome di spalla del clavicembalista. Intanto, gli anni ‘70 erano stati sostituiti dagli ‘80. Sempre chiusi negli scantinati, noi ce ne accorgemmo con qualche stagione di ritardo. Le tendenze musicali erano ormai mutate, e lasciai i BOO con un memorabile concerto d’addio che tenemmo per il solo Oronzo. Dopo tre ore di musica durissima, ci separammo tra lacrime e abbracci. Entrai a far parte di un ensemble orchestrale. Facevamo musica colta. Ma non musica colta qualsiasi. Musica colta dodecafonica. Ma non musica colta dodecafonica qualsiasi. Musica colta dodecafonica eseguita in vuoto pneumatico. All’atto pratico, funzionava così: le performance venivano eseguite all’interno di un enorme cubo di plexiglass, sigillato dall’esterno e posto sotto vuoto spinto. Gli orchestrali respiravano grazie a bombole e boccaglio da sub. Noi della sezione fiati, al posto del boccaglio usavano un sondino naso-gastrico per poter suonare liberamente i nostri strumenti. Io, in effetti suonavo il didgeridoo. Lo avete presente, il didgeridoo. E’ un po' come uno zufolone lungo e grosso, ma assomiglia di più a un didgeridoo; da qui il suo nome. Non so dire se lo suonassi bene: per quanto enfiassi aria nello strumento a piene gote, stronfiando e sudando come un camallo, non intesi mai una sola nota. Né mia né degli altri orchestrali. Com’è risaputo, infatti, in assenza d’aria le onde sonore non si propagano. Durante prove e concerti, nessun suono veniva prodotto, nessun suono veniva udito. Trattandosi di musica dodecafonica, ritengo non fosse poi un gran male. Questo tipo di musica silenziosa era l’ideale per Oronzo, che infatti non mancava mai a un concerto. Oltre a Oronzo, l’unico che dimostrava di comprendere le nostre esecuzioni era il Maestro che ci dirigeva. Lui, la musica, la sentiva. Ogni tanto ci interrompeva per segnalare errori e imperfezioni – era un maniaco delle semicrome. In quei casi, agitava freneticamente le braccia nel vuoto penumatico per farsi notare, poi scriveva sopra una lavagnetta il rimprovero, mostrando a tutti quello che aveva vergato. Porgeva quindi la lavagnetta all’orchestrale incriminato, per permettere democraticamente la replica. L’orchestrale scriveva la risposta, e la mostrava a tutti i presenti. Con lo stesso metodo, il Maestro ribatteva, e così via. I dialoghi potevano durare ore, e le prove settimane. Non riuscii a reggere a quei ritmi, e abbandonai l’ensemble. Nel frattempo, nel mondo dotato di aria erano arrivati gli anni ’90, e con loro una nuova tendenza musicale, assai tecnologica. Mi unii a un gruppo che faceva musica dal futuro. Si badi, non del futuro. Proprio dal. Funzionava così: con un computer veniva elaborata una complessa sequenza di algoritmi, sparata poi attraverso un telescopio a infrarossi verso la sonda spaziale Hubble; questa ne defletteva la direzione verso Marte, che catturava la sequenza facendola orbitare sempre più velocemente intorno a sé, fin quando la forza centripeta non liberava gli algoritmi nuovamente in direzione della Terra. Rientrando nell’atmosfera, la sequenza, per effetto dell’attrito, si sarebbe trasformata in suono, dando finalmente vita al concerto. Tuttavia, per completare l’intera operazione occorrevano parecchi anni luce. Quando gli algoritmi torneranno sulla Terra, quindi, nessuno dei musicisti che li ha elaborati sarà ancora vivo. Questo è un bene, perché la morte rivaluta sempre l’artista e la sua opera. C’è da credere che saremo famosi, in futuro. Ora, passati ormai molti anni, ho appeso lo strumento al chiodo. Ho preso in affitto un miniappartamento insieme a un vecchio amico, con cui divido le spese. Passiamo le serate giocando a briscola e osservando dalla finestra il mondo che continua a girare, e che probabilnente ha mutato gusti musicali ancora una volta. Sto anche scrivendo un libro di memorie che racconti la mia vita di artista. Ogni giorno ne leggo qualche bozza al mio coinquilino, con l’intesa che, se qualcosa non gli piace o trova sia scritta male, deve interrompermi e fare la sua critica. Ammetto con un certo orgoglio che l’amico, finora, mi ha ascoltato senza mai interrompermi. E’ sempre una sicurezza, il buon vecchio Oronzo.
Lungo muri già notturni lui s’avanza, seguito e annunciato dalla sua stessa ombra elettrificata e varia. Ben chiuso per difesa nel cappotto, d’estate sempre come d’inverno, logoro ormai non meno dell’anima, questa come quello d’ampia misura. Compie diuturno il suo dovere nascosto, localizza in un punto preciso del suo sentire il dolore per un altro giorno che si allontana, irraggiungibile ormai. Le strade colme di vuoto e di silenzi in eccesso. Cammina, a raggiungere ogni angolo della notte, in alto e in basso, sopra e sotto di lui. Sfama con i pochi avanzi delle tasche i pigri gatti di quartiere, randagi non diversamente da lui, senza patria ed estraneo alla sua stessa vita. A tratti improvvisi, disannunciati, a nulla di visibile ancorati, sorride un sorriso di pochi denti tra la barba ruvida. Riprende a fine notte il passo più lento del ritorno, a salir le scale ancora buie, fin su, con poco faticoso respiro fino al sottotetto. Nella stanza, poche cose, quasi tutte dimenticate ormai. Un abbaino ritaglia nel buio una promessa di poca luce sopra fogli che traboccano di scrittura e febbre avida. Il sole s’intuisce appena sotto la linea dei tetti, ma trattenuto, come l’indecisione di un respiro che è sospeso. In un angolo del buio che ora stinge, la luna larga e alta ancora. Lui si appoggia alla sedia diseguale, e con un fiato appena che sgoccia sopra tutta la città, sussurra che tutto ricominci. Solo allora, con un tremito nascosto al mondo, solo allora inizia ancora il nuovo giorno.
Comunicato ufficiale 2005 delle blogstar a tutti i blog peones
Inopinatamente capitò, nell’anno giustappunto spirato, che alcuni blogger d’ignoto pedigree osassero mostrarsi originali, interessanti e indipendenti, e per di più senza permesso. Con ogni ragione, le blogstar si sono profondamente risentite. In fondo, a loro basta così poco, per essere contente – ricevere olocausti presso il loro altare, e poco più. Perché, allora, tanta mancanza di rispetto? Per l’esercizio in corso, però, le blogstar le hanno cantate chiare, a questi carneadi che si permettono di rubar loro il palcoscenico. Niente più ghiribizzi, se vi preme riportar a casa la ghirba. Si osservi il seguente vademecum, a testa china e con applauso contrattuale a prescindere.
(gennaio - giugno) Presto clicca qui, suvvia linkami lì, ma non li vedi quanti altri blogghini che sono tutti come te, che fan la fila per me, che stanno bravi e non protestano mai. E’ il primo post, però domani ti abituerai e ti sembrerà una cosa speciale fare la fila per me, risponder sempre di sì e comportarti da blogghino civile.
Ti insegnerò a pensare le mie sciocchezze per vere amare il post e il mio template, vengo da un popolo di eroi e di grandi scrittori e poi discendo dalle antiche blogstar. E questo counter che c’è basta appena per me perciò smettetela voi di postare siate di buon umore quando arrivo con clamore tutti in piedi e battete le mani.
(luglio – dicembre) Sei già abbastanza grande, sei già abbastanza forte, ora farò di te il mio supporter, ti insegnerò a scovare un troll dal suo odore, ti insegnerò ad aumentarmi gli accessi. E sempre in fila per me, gli applausi tutti per me. E ricordate la solita storia: io son la star e perciò ho certo sempre ragione e vado dritto verso la gloria.
Ora sei blogger e devi commentare, mettiti in fila senza protestare, e se fai il bravo io ti farò avere un permalink e una citazione. E poi ricorda, mi devi osannare, e dir che sono il blogger più geniale, firma il commento, non farti bannare, se vuoi far parte di questo giro bene.
A esser noto devi pur rinunciare in cambio di tutti i post che io ti ho fatto avere, perciò adesso non recriminare, mettiti in fila e torna a commentare. E se proprio non trovi niente da dire, non fare la vittima se ti devo oscurare, perché in nome del bene della blogosfera, di luce riflessa comunque puoi brillare.