URBI ET ORBI. Questo blog va contro ogni buonsenso. Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi. Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo. (P. O. Enquist, quasi)
martedì, novembre 30, 2004
Cronaca di un post mancato
In questo spazio, che ora sarebbe vuoto se non per la presente annotazione, avevo scritto alcune considerazioni a proposito dell'intervento operato da Baricco sull'Iliade. C'era tutto: e la metafisica, e il senso del destino, e l'immanenza, e lo spessore epico, e il difetto di prospettiva. Bravo, bene (prego, senza bis). Giunto a concludere che le interpolazioni dello scrittore pedemontano sono connotate dalla più cristallina delle inutilità, ho preso consapevolezza del fatto che le mie righe lo erano del pari e non di meno. Ve ne risparmio, di conserva, la lettura. So di aver acquisito benevolenza ai vostri occhi, per questo. Oggi avete risparmiato qualche minuto di buon tempo, sappiate farne uso.
Che poi, Apicella fece confusione e musicò l'Iliade, ma non è che si possa pretendere. Così cantava l'aedo, e tutti lagrimavan, e colmo il cor del dolce ricordo di quei tempi eroici. (Traduzione del Monti. No, non Vincenzo, il poeta. Arrigo, il ragioniere del terzo piano)
Cantami, o Irap, del pelato Premier L’Iva furbesca che infiniti dedusse oneri agli amici suoi, molte altre tasse all’uopo generose rivolse ai risparmiatori, e di accise e balzelli orrido pasto lor 730 abbandonò (così di Gelli l’alto Consiglio s’adempìa)
Non ci si crede. Datemi un blog, e vi solleverò il mondo. Dico sul serio. E' nato un nuovo blog. Un blog da antologia. Signore, Signori e Polimorfi, ecco a voi, tra persona e personaggio: LaLipperini
La mia tecnica di scrittura (ma è per saper le vostre)
- Per favore, no. Non vorrai ricominciare con la solfa solforosa del mezzo che sottende la scrittura, e delle scritture differenti a seconda del mezzo. – Perché, non è forse così? – Mah, boh, forse, e in fondo chissene. – Superficiale. E comunque no, volevo dire una cosa diversa. – Fa’ pure, il blog è tuo. – Per carità, se la cosa t’infastidisce, lasciamo pure perdere. – Adesso non atteggiarti. Dì quel che devi, che non stiam mica qui a baloccarci. – Ci mancherebbe. Ecco, volevo dire... certo che se m’interrompi, poi è difficile riprendere il filo. Dicevo? – E lo chiedi a me? Ma che ne so! – Bon, insomma. Io credo che il blog debba favorire lo spontaneismo della scrittura. – Mammamia, che brutta cosa. – No, voglio, dire che la scrittura del blog dev’essere leggera, veloce, di consistenza aerea, perché è così che il lettore imposta la sua disponibilità alla lettura. Con un libro è diverso, sia nella fruizione… - Guarda che stai scivolando sempre più in basso. - ... nella fruizione, non m’interrompere, che nella composizione. Se io dovessi scrivere un racconto lungo, qualcosa, diciamo, che difficilmente avrebbe cittadinanza sul blog, allora userei una penna, e la carta, per avere un rapporto fisico e meditato con quello che scrivo. Nel blog, invece, ritengo che la scrittura debba essere m-editata poco (intendo poco rielaborata), e molto spontanea. Così che le sciocchezze che scrivo vengono di conseguenza e per la gran parte pensate e scritte in un’unità di tempo, direttamente sul piccì, e subito postate. Me ne sono testimonianza i refusi in gran copia. Nel rileggere poi quanto scritto, capita d’intravedere possibili sviluppi non sfruttati, inciampi o rallentamenti, promesse non mantenute. Cioè a dire che la velocità rischia di lasciarsi indietro delle cose. Ma così, spontanea e libera di fluire, la scrittura appare, o così dovrebbe, non artificiale. E se non è artificiale, allora forse sarà, al suo opposto, autentica. Ma tutto questo è pretesto e merce di scambio. Sarebbe d’interesse sapere come scrivete voi, se avete dei rituali di luogo, di tempo, di mezzo, se siete mediati o immediati, se la vostra scrittura vi de-scrive. E quale pensate che sia la scrittura-verità (ammesso che esista, e sia auspicabile). - ... - ... - Hai finito? – Eh. – Bene. Vorresti, adesso, fare una cosa davvero importante, una cosa che lasci il segno? – Mi piacerebbe, sì. – E allora porta fuori la spazzatura, che l’aria qui dentro è divenuta intollerabile. E questa, credimi, è scrittura-verità.
Argomento già abusato, ripropongo spacciandola per nuova la personale idiosincrasia per le colonne di complimenti in ciclostile che affliggono i commenti ai post di taluni blog. Cotali svenevolezze si articolano, in ispecie, in numero tre tipologie tra loro differenti: A) Bello! B) Molto bello! C) Davvero molto bello! Oltre a essere, suppongo, perniciosi per l'ego del blogger, questi complimenti costituiscono uno stucchevole spam. Sono vuoti. Non aggiungono nulla. Non dicono nulla. Equivalgono alle situazioni in cui, trovandoci nell'ascensore con il vicino di casa (avevamo sì tentato d'intrufolarci prima del suo arrivo, pigiando convulsamente il tasto per la partenza, ma il miserabile ha inserito il piedino tra le porte scorrevoli, angustiandoci ora con la sua presenza olezzante di dopobarba un tanto all'ettolitro) ci rivolgiamo a lui domandando Come va? Nulla c'importa, di come vada il vicino (e anzi, se si ricoverasse quei quattro o cinque mesi in qualche clinica della salute lascerebbe libero il posto auto in cortile). Però, ci troviamo di fronte a uno spazio vuoto (fisico, quello della cabina; temporale, quello della durata dell'ascensione), e un indotto horror vacui c'induce a riempirlo con un rituale, una formula. Il complimento nei commenti questo è, e null'altro: una formula, un tedio, un riempire lo spazio, un timbrare per svogliatezza il cartellino dell'appartenenza. Altro sono, s'intende, gli apprezzamenti o le critiche ragionate (Questo pezzo è degno d'esegesi, in quanto che riprende i presupposti teoretici del simbolsmo russo di Blok [eh?]; Questo pezzo è degno del tritarifiuti, datosicché indugia ancora su elementi francamente obsoleti della programmazione neolinguistica più deteriore [uh?]) Ma di siffatte argomentazioni non son piene le fosse dei blog (per fortuna, è chiaro). Che siano severamente banditi i complimenti-gridolino, dunque, o almeno sottoposti a tassazione separata (oneri non deducibili).
E ora, ditemi se questo post non è davvero, ma davvero bello.
E magari ve lo state perdendo, l'invece imperdibile dramma in quattro post UBU BLOG. Vi devo sempre dire tutto, vi devo. La prima puntata è qui, le successive due in rapida sequenza sullo stesso blog, la quarta forse fate in tempo a leggera in diretta.
Il mondo è sossopra. Dev'essere successo qualcosa. Ma qualcosa di grave, s'intende. Dapprima LaLipperini (scritto proprio così) su Musica di Repubblica, e ora anche Giorgio Levi de La Stampa (noto alla blogosfera come il Bersò, ma forse il suo blog non è più suo, ma forse sì, ma forse no) cita Herzog, per fortuna in compagnia di blog più degni. Gli articoli, a minore onta, non sono on line. Sì, dev'esserci senz'altro qualcosa che non va. Penitenziagite. (Questo dovrebbe essere un ringraziamento. Si capisce, no? No?)
Updait: Ahi. L'articolo E' on line. Ma magari poi lo tolgono, mmh?
Quanta distanza può esistere, tra un lato e l’altro della stessa strada? Molta, di vita e di destino. A mai più di uno sguardo, da finestra a finestra; a mai più di una voce appena di richiamo, così passammo i nostri anni più precoci. Diversi agli occhi, ma uniti sempre da un patto d’identità che non giurammo e non tradimmo mai. Lui, di luce e spazi aperti, io di ombra e di bastioni; solido e ferrigno io, e di solerti malumori, lieve lui invece, e senza affanni. Eravamo uno l’anelito alla parte mancante dell’altro. Non la mia, ma la sua storia ci passò accanto come vento di prima estate, inatteso. Alla nascita, il corpo suo prese subito a veleggiare leggero verso l’alto della stanza. Lo legò alla caviglia la vecchia levatrice, forte d’anni e d’esperienza. "Ne ho visti altri – disse – di quelli come lui. Basterà spiegargli le leggi di natura, il tempo e la ragione lo guariranno dal docile volo". Né l’uno né l’altra lo guarirono mai. Allo sguardo della gente di quartiere sembrò strana la vista del piccolo ragazzo che i piedi non aveva mai per terra, e usciva di casa solo a mano di qualcuno che gli fosse àncora e salvezza. Diverso lo facevano sentire i sentimenti d’altri, e chi lo additava sottovoce. Gli regalò qualcuno un paio di scarpe blu infine, di piombo le suole a trattenere la corrente che, verticale, sempre lo traeva. Normale quindi all’apparenza, ma al prezzo d'una falsa gravità. La vicinanza d’animo e di casa ci portò a esser separati mai. Ovunque l'uno, l’altro sempre ancora. E molti anni non furono altro che così. Fino al giorno in cui vide il libro, e l’immagine del quadro di Chagall, la promenade aerea e leggera sopra i tetti spioventi di Vitesbk. Comprese allora quell'appartenenza. Sentì che era finta, la finta normalità. Non uguale agli altri, ma a quelle immagini d’arte e di pensiero. Rinchiuse in casa il suo sentirsi straniero, nessuno volle più d’accanto. Restava ore a guardare alla finestra verso cieli e tetti e deboli sogni. All’altro lato della strada, ma a una distanza tale da non saperla dire, a lungo attesi la mia metà leggera. Un giorno trovarono non più lui, ma la finestra aperta, piena la stanza d’azzurro e di un addio. Non tornò mai più. Fu la mia stanza, allora, confine e trincea verso il mondo ostile. Privo ormai dell’altro me, non pago di me stesso, rabbuiavo consumandomi a fissare alla finestra oltre le basse case, in cerca d’impossibili orizzonti. A mai più di uno sguardo, a mai più di una voce appena di distanza. L’indomani, la mia stanza finalmente vuota. Chiusa la finestra, dall’interno. Sul davanzale, un paio di pesanti scarpe blu.
Grazie alle cure di Lello Voce, ho potuto ascoltare il suo cd di poesia e musica FAST BLOOD . Qui trovate recensioni interessanti (anche di illustri blogger, a fondo pagina) e un mp3. Indegnamente, anche io ero intenzionato a scrivere una recensione non pretenziosa. Ma ne è uscito qualcosa di diverso. Una rec-emozione.
Se era flusso dinamico, l’intendimento, se era ascolto distratto, la modalità, io non ce l’ho fatta. Se era sottofondo e paesaggio che scorre via veloce, io mi sono fermato. Ho dovuto. Ho ascoltato i Lai del Ragionare Lento – li ho sentiti. Nello stomaco e nel fegato, che per certo costituiscono la sede dell’anima. Ho dovuto gettare un’ancora, e prendere questi pochi appunti, prima di proseguire l’ascolto. Se bisognava scivolare lievi sopra parole e musica(lità), io non ho potuto. Ha peso di corpo anche l’anima, e la tua poesia va ascoltata di carne e di sangue. Far diversamente, non ho saputo. Perdonami, Lello.
Ciò che reclama immediata attenzione è il salto in avanti verso il passato, verso la parola aerea, quella che si fa sorvolo e corrente d'ascensione, la poesia del rapsodo e dell’aedo, e del loro figlio illegittimo ma nobile che cantava le sue storie agli illetterati in un regno di Borboni e di briganti . Un futuro futuribile – la poesia digitale – che denuncia il suo legame con il passato anche nell’uso di plasmare il fonema, di sospendere, di allungare alcune vocali, così come nel greco antico d’Omero, in una metrica che ormai non ricordiamo più. Un poesia che si fa linguaggio, che chiama, che evoca. E in risposta viene subito alla mente – potrebbe non farlo? – Camilo Pessanha, da Coimbra confinato a Macao tra otto e novecento, padre del simbolismo portoghese, che non scriveva le sue poesie, ma le recitava al poco pubblico (parte dell’opera venne infine ripresa in Clepsidra solo nel 1920), lasciando alla musicalità della parola, all’effetto straniante del ritmo, di sottendere il rapporto tra materia e idea. E c’è un idea forte, nella poesia di Voce – una poesia politica, appartenente cioè alla polis, alle sue contraddizioni, ai suoi crimini, alla possibilità (ma esiste davvero?) di redenzione. E c’è materia, nella stessa poesia, c’è senso tattile, ci sono sembianze corporee, c’è la vita e il suo presupposto, la morte. Ci sono dissonanze e sincopi, pause e ripartenze. Per noi, che amiamo la parola scritta, una sconfitta onorevole. Per la poesia che si fa altro, una vittoria. Per chi ascolta, un’esperienza che ha significato e permanenza. Fast Blood è acquistabile anche tramite queste pagine.
(un grazie anche a Proserpina per il suo ruolo di traghettatrice)
A sostituire il ministro degli affari esteri Frattini, approdato alla Commissione Europea, il Gran Consiglio chiama alla Farnesina il giovane Galeazzo Ciano. Il maresciallo d’Italia Biondoglio bussa alla stanza del premier Silvio B. per la presentazione ufficiale.
Biondoglio – Silvio, posso disturbarti? Silvio B. – Proprio adesso? Sto facendo merenda. Biondoglio – Scusa, scusa. Guarda che hai le labbra sporche di Nutella. Senti, qui fuori c’è Galeazzo, Lo faccio entrare? Silvio B. – Oh sì, dai! Ah, carissimo, entra pure. Che piacere incontrarti. Mi ricordo ancora quelle tue fantastiche telecronache delle gare con gli Abbagnale. Cinquanta metri! Venti metri! Dieci! Campioni del mondo! Un vero classico. Ciano – Cavaliere, lei equivoca. Io sono un altro uomo. Silvio B. – In effetti, sembri proprio un altro. Sei secco secco. A quei tempi parevi un facocero con la gotta. Ciano – No, Eccellenza, lei mi confonde con tale Galeazzi. Io invece faccio, e di nome, Galeazzo. Silvio B. – Un Galeazzo solo? Un Galeazzo single, diciamo? Ciano – Esattamente. Silvio B. – Bé, allora è ovvio, quando siete tutti in branco avete un’altra stazza. E dimmi, ti occupi sempre di canottaggio? Ciano – Ma veramente io non... d’accordo, lasciamo andare. Piuttosto, Eccellenza Cavaliere, avrei da avanzare alcune richieste, nella mia veste di ministro degli esteri. Silvio B. – Vuoi un po’ di punti Mille Miglia? Ciano – No, vorrei trasferire la sede del ministero a Predappio. Silvio B. - Predappio, Predappio... questo nome non mi è nuovo. In geografia andavo forte, alle serali Biondoglio – Era in storia che non... Silvio B. – Come dici? Biondoglio – Chi, io? Non ho parlato. Silvio B. – E dimmi, Gal, perché vuoi trasferire il ministero, Roma non ti piace? Ciano – Come no, anzi, ha un fascino, come dire, fatale. Ma a Predappio non c’è il problema dei parcheggi, che qui per poter andare in ufficio al mattino bisogna girare ore e ore, con grave nocumento per la produttività Silvio B. – Eh già, poi voi Galeazzi siete tanti, avete bisogno di spazio. Per me va bene, andate pure a Predazzo. Ciano – Predappio, Cavaliere. E poi, vorrei dotare i dipendenti del ministero di un vestiario consono. Pensavo a camicie in tinta unita. Silvio B. – Facciamo un bell’azzurro? Ciano – Veramente pensavo a un colore scuro, che vada bene per le cerimonie. Silvio B. - Hai ragione. Fumo di Londra? Ciano – Ma perché tutta questa esterofilia? Facciamo un bel nero nostrano, e non se ne parli più. Silvio B. - Massì, che fa subito elegante. C’è altro? Ciano - Per ora no. Adesso, olio di ric... di gomito e pedalare, per ridare alla Patria il lustro che le appartiene. Silvio B. – Bravo, ben detto! Se tutti i miei ministri fossero come te, al potere ci resteremmo per altri dieci anni. Ciano – Almeno per un ventennio, Cavaliere. Ora mi permetta, io andrei. Silvio B. – Hai un appuntamento? Ciano – Sì, con la Storia. Silvio B. – Allora vai pure, e se ti abbisogna qualcosa, ricorda che puoi sempre rivolgerti a noi. Ciano – A noi! Silvio B. - Eh? Ciano – Perdonerà, Eccellenza Cavaliere, è l’abitudine.
Buongiorno. (assume un tono grave) Questo blog è in stato di agitazione. Chi vi parla è stato autorizzato (lascia in sospeso la frase, cancella qualcosa sul foglio che sta leggendo, riprende) Chi vi parla si è autorizzato da solo. Accadono cose incomprensibili. Questo mondo (picchietta con le nocche sul video del pc) ha perduto i suoi valori. Non riconosce le proprie origini, e chi non ha memoria del passato è povero di futuro (si compiace di questa frase, la ripete tra sé muovendo silenziosamente le labbra). Succede che voi, giovani virgulti della blogosfera (minaccia il vuoto con un dito) magari avete addirittura scordato il Suo nome, il Suo genio, il Suo magistero. Ma io, no, ah, io no, perbacco! (batte vigorosamente il pugno sulla tastiera, quindi cancella l'aggrumato di lettere incompresibili che ha involontariamente digitato). Mi domando, VI domando, com'è possibile che questo sia? Non vedete qual vuoto ha lasciato? (trattiene a stento una lagrima, ma subito si riprende) E chi, a colmarlo? Isteriche sciacquette, intrepidi paladini del frou frou, esegeti di se stessi, cantori del nulla! (il tono ora è collerico). Ma vi ricordate - dico a voi, che avete fatto la blogosfera dei tempi belli - vi ricordate come eravamo felici, quando c'era Lui? (di nuovo la voce si strozza) Quando si desiava l'uscita di un Suo post come l'assetato implora l'oasi e il ruscelletto? Quando occorreva un mese per smaltire l'ebbrezza provata nel seguirLo lungo i Suoi voli pindarici? E oggi, nulla più. ( appare sconsolato) Silenzio. Desolazione. Nuoto (si schiarisce la voce, corregge gli appunti) Vuoto, volevo dire Vuoto. E nessuno che protesti per la Sua scomparsa. Nemmeno uno scioperetto della fame (limitatamente alla merenda), un corteo in piazza (o almeno in cortile), un girotondo, una moscacieca. Senza riconoscenza, ecco quel che siete. Dei banditi. Dei bricconi. (lo sguardo è di disapprovazione) Ma io no. Io mi fermo qui, immoto, coriaceo, fintanto che non s'appalesa di nuovo, in qualche forma, il professor Gonio. (si fa marmoreo, incrocia le braccia, a stento riesce a premere il tasto Invio con il gomito)
Economia A fronte dell'autorevole monito giunto dal Capo dello Stato ("E' iniquo che nel Mezzogiorno la disoccupazione sia il doppio di quella del Nord) il ministro Siniscaldo ha prontamente risposto: "E' giusto! Raddoppieremo subito anche quella del Nord".
Società La classe operaia va in paradiso. Ma solo in presenza di un Last Minute.
Cronaca cittadina Un motociclista pedemontano, a giustificazione dell'aver attraversato indebitamente un incrocio, si rivolgeva flemmaticamente a un'automobilista che, inferocita, gli faceva notare il semaforo rosso, spiegandole come "il bilancio etico di questi anni dimostra come il mondo abbia ormai smarrito l'importanza dei propri simboli". L'automobilista, basita.
Cronaca Nazionale Il noto poeta del franchising, Tonino Guerra, dopo esser stato licenziato da una nota catena di megastore a seguito di alcuni atti di libidine violenta di cui si sarebbe macchiato ai danni dei carrelli della spesa, è stato inserito, nell'ottica di un programma di recupero, alla catena di montaggio della Fiat di Arese. All'acme di un'infuocata assemblea sindacale con annessa dichiarazione di sciopero selvaggio per protestare contro gli impossibili standard produttivi imposti dall'azienda, risulta che il poeta sia intervenuto dichiarando: "Gianni, ma come si fa a non esser cottimisti?". I familiari pregano i colleghi di reparto di restituire loro almeno le spoglie dell'infelice vate.
Di nobildonne e valentuomini – d’alti sentimenti, non certo di lignaggio – il suo cas(eggi)ato ne contava più di uno. Un’etica di valori solidi e concreti, come si conviene al sottoproletariato finalmente parvenu all’agio del due camere e cucina. Sensibilità artistica, tuttavia, men che nulla. Ambiente adatto all’epica del piccolo risparmio preordinato al Bot, ma nefasto per le tensioni dell’anima. Definitivamente lo comprese sul far di una qualunque sera, rientrando in casa al vespro. Al suo passaggio attraverso le architetture gotico-fiammeggianti del tinello componibile, il parentado tutto, in delega anche per conto degli assenti di grado più lontano, lo apostrofò con rustica schiettezza. – Perché diavolo porti la cornetta di un telefono pubblico infilata nella tasca dei pantaloni, con il filo tranciato che tristo ne penzola al di fuori? Si converrà che un tal genere di domanda è quantomeno inopportuno, se formulata nei confronti di un artista, quand’anche si volesse tenere nel conto debito il fatto che, per vero, la cornetta di un apparecchio pubblico si trovava realmente nella tasca dei suoi pantaloni, né si poteva negare che il relativo cavo ne ciondolasse avviticchiato al di fuori. Pure, quella – o estimatori dell’arte concettuale, dov’eravate voi, allora? – non era affatto una cornetta, pur essendolo. Invero essa rappresentava, a pieno titolo, un’opera d’arte. Arte moderna, si comprende. Non di quella a puntocroce massimamente apprezzata dal ramo femminile della stirpe. Era, quello, un progetto, consistente nel posizionare la cornetta sulla credenza di cucina, con un cartello posto al termine del cavo reciso che recasse la dicitura Nessuno ci ascolta. Un’opera coraggiosa, una violenta denuncia contro i problemi dell’incomunicabilità. Del tutto secondario il fatto che la cornetta del suo telefono privato si fosse da poco guastata, e inutili si sarebbero rivelati i ripetuti tentativi di sostituirla con quella dell’apparecchio a gettoni. Impossibile, in ogni caso, spiegare agli ottusi Vigili Urbani, intervenuti in seguito a indagare sul misterioso atto vandalico, che quella era pura arte contemporanea. Non tanto nel senso di moderna, ma proprio perché, contemporaneamente alla cornetta esposta in casa, l’opera completava il suo significato anche all’interno della cabina telefonica di fronte al civico 21, dove il telefono istoriato da ogni possibile errore ortografico restava ora muto e orbo della propria penzolante appendice. Se da una parte Nessuno ci ascolta, dall’altra Nessuno ci parla. Le opere d’arte, pertanto, erano dunque due, essendo però un’unica idea. La suburbia non aveva mai conosciuto tanta genialità dai tempi in cui vennero utilizzati i lampeggianti delle gazzelle poliziesche come luminarie per l’albero di natale ufficiale del quartiere. Per due giorni consecutivi, escluse le ore notturne, restò affacciato alla finestra del bagno (in questo provocando un diffuso malcontento intestino, nel senso di casalingo) a godersi le reazioni del pubblico in strada di fronte alla sua performance. L’arte deve scuotere le coscienze, deve essere provocazione, e in effetti la pia gente del quartiere era piuttosto propensa a lasciarsi provocare, uscendo dall’inutile cabina sgranando un rosario d’improperi fino ad allora rimasti sconosciuti financo agli esperti dell’Accademia della Crusca. Un giorno infausto, poi, la censura di regime si appalesò nella figura di un tecnico Telecom, che sostituì la cornetta mancante con un manufatto di colore differente rispetto all’originale, ferendo irreparabilmente il senso estetico di tutti gli inquilini del civico 21 e successivi. La primavera seguente, quando anche la cornetta sulla credenza scomparve inopinatamente durante le operazioni stagionali di pulizia, lui comprese come il pubblico non fosse ancora pronto per l’arte concettuale. Risoluto, passò di conserva dalle cornette alle autoradio – ambito nel quale rivelò, con adeguato riconoscimento della pubblica amministrazione, altrettanto talento. Era l’autunno del 1983.
Questo è un racconto. No. E’ un frammento. E un viaggio. Chi l’ha scritto, non lo posta. Chi lo posta, non l’ha scritto. Chi ha curato l'idea, non la realizza. Chi cerca il racconto, trova un percorso. Al viaggiatore, la ricerca del senso (di significato e direzione). Il racconto ha fine e inizio, ma forse li devi ancora scrivere tu. Effe
Se vuoi, puoi salpare da qui, o da altri approdi che troverai nel magma della blogosfera.
Le vere vittime della Notte dei Blogger (à la Ellery Queen)
Ed ora vi prego, Signori, di volervi accomodare, ciascuno dove meglio gli aggrada. Ritengo di aver finalmente compreso come sono andate davvero le cose, e voglio adesso mettervene a parte. E’ la prima volta che affronto un simile caso, dopo tanti anni di onorata carriera cartacea, anche in apocrifo. Dapprima, le strane modalità del crimine mi avevano fuorviato. Ma la risposta agli interrogativi era là, evidente e mai occulta, e proprio per questo meno visibile. Dell’atroce gesto commesso, conoscevamo ciò che di solito s’ignora, mentre non era noto proprio quello che, nei gialli con cui mi trastullo per guadagnarmi l’amaro pane, costituisce per ottima consuetudine il punto d’inizio e l’occasione. Sapevamo perfettamente, infatti, qual era stata l’arma del delitto – un parallelepipedo 21x13,5x2 di sostanza cartacea, conosciuto al volgo come illibro; noti erano persino i nomi dei colpevoli, in numero di diciotto più uno. Quello che permaneva disorganico ai nostri ragionamenti era l’identità della vittima - o delle vittime – del malsano atto. Le ipotesi, avanzate da illustri colleghi investigatori adatti ormai al ritiro in quiescenza, erano le più fantasiose. Ad avviso di taluni, che s’atteggiano a intellettuali delle piccole cose, le vittime erano i modelli cinematografici e letterari (un Truman Show au contraire, un Faust en travesti, un Big Chill de noantri, un Queneau dai fiori scoloriti anzichenò); secondo altri, iscritti d’ufficio nelle liste degli apocalittici, a finir vittime del perverso meccanismo erano stati gli stessi blogger e la loro libera identità; infine, gli esponenti di una tarda scuola di pensiero – certamente tra tutti i più formali - la vittima non era altri che il corretto uso di un’adeguata punteggiatura. Ebbene, signori, nulla di tutto questo, infine. La verità non era nascosta tra le righe; la verità era le righe. Sfogliate dunque quelle pagine, e ditemi se le vostre dita non restano macchiate del sangue che a fiotti ne cola, generoso e denso. Le vittime del gesto efferato, infatti, sono i caratteri, i personaggi, i protagonisti che, dopo un tratteggio distratto, vengono macellati in gran copia, a sfiorare in tal modo il numero di seicentosettanta (spesso mostrando una stucchevole tendenza alla reiterazione nella ricerca della verticalità dall’alto al basso, verso una realtà a due dimensioni a stretto contatto con il selciato). La verità, signori, è che i blogger sono gente cattiva, gente malvagia, e con il loro libro hanno voluto uccidere – di chi e del perché, ne dovranno rendere conto loro. Sono, i blogger, malati e malattia essi stessi. Gente da cui guardarsi. Pericolosa. Che avesse davvero ragione, nel diffidarne, Tiziano Scarpa? (Ah, no, mi dicono che Scarpa, alla Presentazione Del Libro, ha rivalutato il blog avviandolo verso un sereno processo di canonizzazione. Buon uomo, questo mi costringe a correggere il mio giudizio d’un tempo. Sulla potenza del marketing, voglio dire).
Di prossima uscita:
Le botte dei blogger (riduzione di Fight Club per le scuole medie)
Le cotte dei blogger (Liala style, inserito nella collana Harmony)
Le dotte dei blogger (titolo originale Les Blogeuses de la Sorbonne)
Le gotte dei blogger (la vita sedentaria conduce alla podagra)
Le lotte dei blogger (sono aperte le iscrizioni alla prossima antologia)
Le rotte dei blogger ( con i diritti mi concedo una crociera Genova - Ventimiglia)
Non è verità che all’uomo sempre si offrano possibilità infinite. A volte la possibilità è unica, e allora la si chiami con il nome che le è proprio – condanna, destino, vita. (scrtto da me stesso in un giorno degli anni a venire)
Mentre il vecchio ascensore sale scarrucolando lamenti d’epoca, due sconosciuti si trovano a scambiarsi il fiato nella contiguità fisica e claustrofobica della piccola cabina. Esaminate con ogni cura entrambe le punte delle scarpe altrui e proprie, non resta che disprezzare finalmente il ridicolo, alzare lo sguardo e dare il via alla pantomima dei luoghi-comuni-da-ascensore. Si parli allora, com’è convenzione, delle ultime, avvincenti vicende barometriche. L’usuale dilemma: lo farò io, o reciterà per primo lui? – Finalmente è arrivato, il caldo. L’ha fatto lui. Ma sbagliando stagione. – Il freddo, vorrà dire. E di quelli che non perdonano. – No, no, è proprio il caldo. Non lo sente? Saranno almeno 28 gradi. - A novembre? – domando divertito. – Sì, perché? In effetti, e nonostante ogni evidenza e logica, nell’ascensore l’afa è amazzonica. Sfilo il pesante cappotto. Lo sconosciuto indossa un completo di lino chiaro, e sembra ad agio completo nel forno elevatore. Sono costretto a scrollarmi di dosso anche la giacca, mentre vasti aloni blu cobalto mi chiazzano la camicia. – Ci sarà un guasto nell’impianto di riscaldamento – boccheggio dubbioso. Lo sconosciuto mi occhieggia. Ora tocca a lui essere divertito. L’asma dell’ascensore ci consegna alla salvezza dell’ultimo piano, direttamente sul tetto a terrazzo dell’edificio. Ci avviciniamo al parapetto: d’intorno – quasi addosso a noi – l’intera città di antenne strade macchine persone. Non c’è fine, non c’è inizio, a questa immensità; solo, laggiù, il riverbero azzurro del mare, o forse d’un fiume grande e stanco. – Mi scusi – domando, allentando il nodo della cravatta – mi potrebbe dire dove siamo, esattamente? – Calle Maria del Pilar. – No, volevo dire, con minor dettaglio e maggiore ampiezza: quale zona? – Palermo. – La città di Palermo, in Sicilia? – No, il quartiere Palermo, a Buenos Aires. Argentina. Gli guardo fisso le labbra, mentre parla, a coglierne i labiali, che il vento di quassù non cancelli le parole. Mi aspetto che rida. Non lo fa. – Guardi, non è possibile. Un istante fa mi trovavo in Italia. E c’era la nebbia. L’uomo si guarda intorno. Dal riflesso del fiume-mare arriva un lontano odore vischioso che salmastra la pelle. Il sole schiaccia le ombre delle case contro l’asfalto scuro dei vicoli che scendono verso il centro città. Una risposta eloquente. Insisto. – Ne sono certo. Io non dovrei essere qui. Ero in Italia, e stavo guardando il telegiornale delle nove di sera. – Infatti sono le nove – conferma lo sconosciuto, mostrandomi il polso cronografato –ma di mattina. – Non può essere, allora. Non sono io. A meno che… Che giorno è, oggi? - Dieci novembre. – Ah, no, lo vede, è proprio escluso. Oggi è l’undici novembre. Se mi avesse risposto che era il dodici, cioè domani, avrei potuto pensare, non so, che mi avessero drogato, rapito o che so io, e spedito in aereo fin qui. Ma se sono le nove di mattina di ieri, allora tutto questo non è possibile. – Sono d’accordo – annuisce lui, guardandomi con interesse – è impossibile. Impossibile che oggi sia domani, voglio dire. Lei, l’undici novembre non può ancora averlo vissuto. Oggi, le ripeto, è il dieci. – Vuole scherzare? L’undici non è che l’ultimo di una sequenza di giorni che dura da quasi trentotto anni. E dentro questa sequenza c’è tutta la mia vita – la famiglia, le amicizie, le sconfitte, le poche vittorie. Tutte conducono dritte a quel giorno, a quel domani, cioè, mi sbaglio, a oggi. Dovrei forse rinunciare a quella vita intera, in cambio di questi ultimi dieci minuti? Lo sconosciuto sorride, fuori tempo. – Adesso glielo dimostro – affermo sicuro. – Ha un cellulare? L’uomo annuisce, e immerge la mano all’interno della tasca. – Si può chiamare l’Italia, con questo? – Certamente, faccia pure. Il telefono squilla a lungo. Casa mia. Percorro, insieme al trillo, ogni stanza, ogni corridoio. Lei dovrebbe esserci, a quest’ora. Lo squillo si perde in lontani silenzi. Telefono ai soliti, noiosissimi amici. A miei parenti, fino al terzo grado. Al vicino di casa che accende la radio alle cinque di mattina. Alla portinaia del mio palazzo, che non lava mai bene il mio pianerottolo. Nulla. Nessuno. Finalmente, risponde il centralino della mia azienda – No, non abbiamo nessun dipendente che si chiami così, mi dispiace. Riconsegno il cellulare allo sconosciuto. Lui non dice nulla. Io non saprei cosa. Guardiamo entrambi verso ovest, in favore di brezza. – Non è una magnifica città? - sussurra il mio vicino, o forse è solo il vento che rallenta sulle lastre sconnesse del terrazzo. Davanti a me, e intorno, e sotto di me, un mare di vite inconoscibili. Quassù, due uomini ricordano in opposte direzioni. E io non so chi sono stato.
Frog Salto 0.0 Immagini che dicono parole. O l'inverso. Forse avete una storia - quella storia - da raccontare, e ancora non lo sapete. Se volete, adesso è qui.
Siamo d'accordo, il titolo non c'entra granché. Gli è chi mi avanzava e, in fondo, speravo non ve ne sareste accorti. In ogni caso, si parla di meccanismi mnemonici, e allora non siamo del tutto fuori contrada. Quelle frasi - dico - ad arte masterizzate per permettere di ricordare lunghe sequenze di vocaboli, o distinguere tra loro concetti altrimenti sovrapponibili. L'universalmente noto Come quando fuori piove. O anche Ma con gran pena le reca giù. Aggiungo Dico tanto, oso poco. Tumpeccet, se non sbaglio. Meccanismi utilissimi, questi, soprattuto per chi, come me, ha una memoria di lungo periodo tendente al periodo assai breve.
Dicevamo?
Ah, sì. Ce ne sarebbero altre, di queste utili frasi. A ricordarsele, voglio dire. Chi offre di più?
Esterofilia (a rigore, questa andava postata il 9 novembre. Fate finta che)
Non comprendo le periodiche polemiche sull'inefficienza italiana nella ricostruzione dopo i terremoti, dal Belice, all'Irpina, fino all'Umbria. E che dire, allora, dei sopravvalutati tedeschi: quindici anni, e ancora non son riusciti a ritirare su un solo Muro.
Qui non s'amano le librerie FNAC style. E non le si ama non tanto per supposte carenze, ma all'opposto, perché sono espressione del tutto. Che poi, il tutto è un concetto su cui occorre venire a patti. In natura ne esistono, in verità, differenti tipologie, con gradi diversificati di onnicomprensività (tutto è relativo, si sentenzia). Nel microcosmo di una libreria - che già non è un tutto-tutto, ma una parte del - in bella vista c'è il tutto dei libri esposti sugli scaffali. A scalare, si ritrova poi tutto quello che, dei libri esposti, vorremmo acquistare. Questo tutto non corrisponde al tutto precedente, ma è cio che universalmente più gli si avvicina. Ad adeguata distanza si posiziona poi tutto quello che possiamo acquistare, e il relativismo di questa unità di misura dipende dall'indice MIB, dal prezzo al barile del greggio e dall'ultima una tantum aziendale. Tutto quello che riusciamo davvero a leggere è poi inversalmente proporzionale a tutto ciò che accumuliamo in attesa di tempi maggiormente propizi - concetto, questo, che ha una sua base fisica nel comodino accanto al letto. Infine, c'è poi tutto quello che, una volta letto, ti cambia la vita. Un tutto, quest'ultimo, realmente risicato. La fine del ragionamento è fittizia; è noto, in realtà, che il tuttismo consente innumerevoli spin off. Ecco. Alla FNAC c'è un tutto diverso, un tutto di plastica, senza increspature.
- Avete l'unico libro mai scritto dal premio Nobel per la letteratura del '67? - Sì. - Avete il premio Nobel del prossimo anno? - Sì. - Avete la Biografia ragionata dello zio scapestrato (da parte di madre) di Kierkegaard? - Sì. - Eh, ma mi sa che non esiste mica. - Ce l'abbiamo lo stesso. - E avete anche l'ultimo di Zfdfesgnaus? - Come no. - Vabbé, mi arrendo. - C'è. - Che cosa? - Mi arrendo. Abbiamo tutta la trilogia: Io uccido, Io indago, Io mi arrendo.
Insomma, alla FNAC c'è davvero tutto. Ma è un tutto finto. Meglio quel poco, quasi nulla, che dia illusione di un'impossibile verità.
Nel levarvi dal letto a inconsuete ore notturne, se vi rifugiate ancora vaghi di sonno nel buio senza compromessi di chiaroscuro che galleggia nell’aria immobile di casa, scoprirete stranite figure che camminano per corridoi e stanze che non ricordate di aver mai veduto. Creature, tutte e ciascuna intente a qualche attività dell'animo. Sono, questi individui, i vostri se. Sono le ipotesi delle vostre vite altre. Ognuno è ciò che voi sareste stati, se solo aveste, o non aveste, preso quella decisione, scelto quella strada, rifiutato quell’incognita. A ogni breve istante d’esistenza, frutto di un no o di un sì, siamo quel che ci troviamo ad essere, e non quello che avremmo potuto. A ogni insignificante svolta, un nostro possibile io muore alla vita, e non sarà, obliato presso uno degli innumeri bivi alle nostre spalle. Ma tutti questi se, ogni rimpianto, ogni occasione, ogni meno male che, continua la propria non-esistenza, ci segue, irrisolto e non visto, e procura la fatica di vivere. Siamo, nolenti, anche quel che non abbiamo voluto essere.
Colazione della coalizione alla trattoria Er Chiatta, specialità trippa con fagioli (giovedì, gnocchi).
Silvio B. – Allora, Sirchia, te ne occupi tu di eliminare dal prontuario quel prodotto dietetico? Ce l’ha chiesto Ferrara, lo sai che lui ritiene persecutori e oscurantisti i farmaci che bruciano i grassi. Sirchia – Sgnap… sgnam… Silvio B. - Quante volte ti ho detto che non si parla a bocca piena! Sirchia – Scusate, è che in tutto questo magna-magna… Martino - Signori, ho una bella notizia: abbiamo vinto le elezioni. (in coro) – Evvai! Gli abbiamo spezzato le reni, a quel comunista di Prodi! Calderoli – E io, quanti voti ho preso, io? Gasparri – Tu avrai preso li soliti voti de li parenti tua, meno quello de tu’ suocera, che proprio nun te po’ soffrì. Martino – No, no, intendevo riferirmi alla elezioni americane. Castelli – Ma perché, abbiamo comprato i voti pure di là? Follini – Ma non li leggi i giornali? Ad aver vinto è stato Bush, l’uomo che abbiamo sposato. Buttiglione – Ah no, io con queste cose promiscue, con questi matrimoni tra uomini, non ci voglio avere niente a che fare. Martino – Intendeva dire: la cui leadership abbiamo sposato. E’ un po’ come se avessimo vinto anche noi, no? Maroni – Ma allora comandiamo il mondo! Fini – Altroché. Siniscalco – Questo vuol dire che riusciamo a sbolognarlo alla Commissione europea, il Buttiglione? Letta – No, macché, quello ce l’hanno rispedito indietro. Buttiglione – Guardate che sono stato io a non volerci più andare. (in coro) – Seee, bum! Follini – Ma allora chi ci mandiamo, in Commissione? Silvio B. – Avrei pensato, per garantire una linea di comportamento da protagonisti, a Frattini. A proposito, dov’è? Lunardi – S’è infrattato. Pisanu – Nome omen. Gasparri – E che vor dì? Pisanu – E che ne so? Moratti – E agli Esteri, chi ci va? Silvio B. – Mah, qui ci vuole un volto nuovo. Uno che non si sia sporcato le mani con la politica della Repubblica. Un uomo che garantisca polso, e continuità con la nostra tradizione. Me l’ero anche segnato da qualche parte, il nome (si fruga nelle tasche e ne fuoriesce un post-it spiegazzato). Ah, sì, ecco. A me pare suoni bene. Signori, che ne dite di Galeazzo Ciano?
Pare che, alla notizia di Fini come prossimo ministro degli esteri, le Cancellerie di Germania e Giappone si siano mobilitate per siglare un nuovo patto tripartito denominato (T)Asse.
Pare, da fonti vicine a Bin Laden, che alla notizia della riconferma di Bush alla guida degli States e dell'esercito USA, dalle grotte di Kandahar si sia levato un cavernoso sospiro di sollievo.
Pare che, il giorno successivo alle elezioni, Tonino Guerra, cantore del merchandising e poeta della grande distribuzione, abbia telefonato a Kerry per dirgli: "Johnny, ma come si fa a non essere ottimisti?". Del vate del franchising non si ha più nessuna notizia.
Mi libero dalle catene del detto e del non detto. Ritorno sui miei passi, e li moltiplico in opposte direzioni. Così è deciso: pubblicherò un racconto. Lo renderò pubblico, ne farò cosa che appartenga a tutti, res publica materica, oggetto di spazio e di volume. Lo pubblicherò sopra i muri di città, racconto metropolitano non per genere ma per coerenza. Su ogni micromondo d’intonaco e mattoni scriverò una frase, una soltanto, un solo respiro del racconto, che continui a vivere poi più avanti e altrove. Lo scriverò, una frase per volta, sulle porte delle case – delle vostre case. Lo lascerò esposto e nudo ad ogni sguardo rapido e già sazio. Lo scriverò sui marciapiedi, a esser calpestato e maledetto, per rinascere ad ogni pioggia nuova. Lo verticalizzerò, tronco-conico, sui tralicci d’alta tensione, facendone elettrica scrittura. Schiumerò parole alcoliche e iperboliche di fronte alle uscite delle vinerie. Le darò ai senzatetto, disegnate su cartoni buoni per dormirci una notte solamente. Accorderò i miei segni al silenzio irrevocabile di chi si è arreso in fondo a un vicolo di suburbia, a metà fuga tra una vita sospesa e una dose di futuro. Le mie frasi fermerò alla stazione della metro, dove poeti da nulla chiedono pane e veleno. Di forgia e d’altoforno le parole ai cancelli notturni dalle fabbriche, eretiche sul portale della chiesa serrata al bisogno di bestemmia e di preghiera, eterodosse lungo i corridoi grigioministeriali di moderni scuolifici. E la prima delle frasi sarà: Soffriva di un eccesso d’anima, rispetto al debole corpo. La prima frase. O forse l’ultima. O l’unica. Perché non ci saranno tracce a indicare dei frammenti la giusta successione. A voi inseguire le parole – a loro il lasciarsi ritrovare d’improvviso nelle vostre giornate, a tradimento nelle notti accelerate che all’alba non vi appartengono già più. Sarete voi a ricucire i frammenti, e le ferite, a leggere la mia storia facendone la vostra – le vostre, in un ordine involontario e mai casuale. E se anche cercherete poi difesa, scordando le parole sotto intonaco e vernice, il racconto resterà, della stessa sostanza di calce e di mattoni, pronto a disvelarsi ad ogni crepa, ad ogni nuova esfoliazione, ancor vivo, frase a frase, a sorprendervi come le parole, le più inaudite e mute, resistono, senza resa esistono, per non morire mai.