URBI ET ORBI.
Questo blog va contro ogni buonsenso.
Andare contro ogni buonsenso, tuttavia, è un buon modo per non arrendersi.
Se avessimo più buonsenso, ci arrenderemmo.
(P. O. Enquist, quasi)

lunedì, marzo 17, 2008
E soprattutto nell’addio, siate brevi

Chi se ne va ha sempre torto.
Me ne vado.
(aprile 2003 – marzo 2008)
 
p.s.
Quanto era da dire ristà, in stringata coerenza con il titolo, nelle due righe in esergo. E’ pertanto solo per crudeltà estrema (nel senso di ultima) che vi affliggo con questo ridondante post scriptum.
Herzog finisce qui, e non per difetto di parole. Le parole non hanno fine, e continuano oltre e malgrado noi.
Herzog finisce per un sentimento di soddisfatta completezza.
Questi sono stati cinque anni pieni di persone e di idee, dentro e intorno al blog. Cinque anni vogliono ben significare qualcosa. Se non altro, corrispondono al periodo di una пятилетка.
Herzog finisce per una scelta e(ste)tica alla Bartleby, e per il gusto teatrale del No.
Finisce per un atto di esibizionismo alla Salinger. D’altronde, anche continuare a scrivere sarebbe del pari un atto di esibizionismo, per cui non c’è soluzione né via d’uscita – e in ogni caso, non ho assolutamente nulla contro gli atti di esibizionismo.
Herzog finisce perché, come Max Frisch fa dire a Gantenbein, "Ogni uomo si inventa prima o poi una storia, che ritiene la sua vita". E’ tempo allora di tumulare un’idea di me stesso, per inventarne di altrettanto ingannevoli e nuove.
Herzog finisce per pura voluttà di rinuncia, e per queste frasi tratte dal numero 4 di Buràn: "C'è qualcosa nella privazione che ho sempre trovato attraente. Ho rotto con gli uomini perché volevo sapere come sarei stata senza. Mi sono allontanata mille miglia dalle persone che amavo di più. Negli anni, mi sono privata della famiglia, dell'amore fisico e spirituale, e del cibo. Tutto per l'euforia che questo mi dà." Spero di rimpiangere a lungo questa scelta: vorrà dire che quello a cui oggi rinuncio ha avuto, in vita, un minimo significato.
Herzog finisce perché le molte iniziative comuni e collettive realizzate grazie e insieme a voi hanno dimostrato in modo definitivo che la rete è un Autore Plurale, in cui la scrittura individuale deve alla fine fondersi per sublimazione.
Herzog finisce, da ultimo, perché non c’è nulla di più indiscutibile dell’inesistenza - e io non amo essere posto in discussione.
Ma scordate, invece, quanto affermato fin qui: si tratta probabilmente di autentica finzione.
In realtà, un giorno di cinque anni fa ho avuto la certezza che avrei aperto un blog, senza necessità di altra giustificazione che questa stessa certezza. Cinque anni dopo - e con precisione il 29 febbraio 2008, giorno inesistente per calendario e definizione - ho saputo che avrei chiuso il blog, senza bisogno di altra motivazione che questa identica, trasparente e piena consapevolezza.
Dimenticatemi spesso.
Ite, blog est.
F

affrancato e spedito da Effe | 00:43 | commenti (185)


martedì, marzo 11, 2008

Dal profondo del nero del mare
seconda parte e ultima
(la prima qui)

Cinto non avrebbe voluto neppure vederlo, il bambino, né sapere di lui, né custodirlo fra tetto e cielo sulla coffa della casa, anche se E’ per una notte solamente.
Non avrebbe voluto che il bimbo-uccello fosse portato a forza su per le scale in pietra grigia e costretto a entrare nella stanza sottotetto, legato ancora a catena e sedia, mentre agitava le braccia mulinando gorghi, e fischiava, e lanciava attorno schegge di paura e canto.
Ma poi il bimbo si era fatto quieto sul davanzale della finestra ancora chiusa, calmo d’improvviso alla vista dei tetti e di tutto quel cielo smarginato a sera. Si era rannicchiato con la fronte appoggiata ai vetri, un braccio avvolto ad ala intorno alle ginocchia, mentre con l’altra mano teneva stretta la catena che lo legava al mondo. Ogni poco tubava un suono rotondo e minimo, voltando la testa a scatti brevi verso il volo degli stormi che intagliavano diagonali fra i tetti.
Cinto gli lasciò un po’ di pane a tocchi sul davanzale, come faceva con gli uccelli che vivevano tra i coppi, e spense poi la luce nella stanza, a riempirla di nero come ogni sera. Disegnando cerchi metallici con l’andatura a compasso delle ruote, arrangiò al buio una mezza cena, un’abitudine che poi non consumava.
Quando la stanza fu del tutto oscura, e dall’esterno gli ultimi rumori si addensavano attorno al legno degli infissi premendo contro i vetri, Cinto aprì la finestra e lasciò tracimare la notte, che allagò a onde lente il mondo.
Il bambino si spostò sul davanzale, di quel tanto necessario perché la finestra potesse spalancarsi, immerso nel nuovo silenzio di quella marea nera che non aveva fine. Nel suo sguardo continuava a ripetersi, ancora e ancora, il movimento degli stormi migrati prima e già lontani.
Ci saranno ancora mani e gabbie, pensò Cinto stringendo forte le ruote di ferro.
Il bimbo-uccello si era voltato verso di lui, e negli occhi non portava anima ma solo rotte oblique e desiderio e cielo.
Ancora mani e gabbie.
Cinto indietreggiò fino alla cassetta di legno che teneva rincalzata sotto il letto. Affondò la mano impastando una burrasca invisibile di suono e di metallo. Poi tornò lento al davanzale, la sedia a ruote affiancata a quella pesante ancorata al bambino.
La marea chiamava, facendo risuonare la catena.
Il vuoto era una voce che cantava vertigini e divideva le acque.
La finestra precipitava verso un’oscurità liquida in cui galleggiavano sparsi e opachi i tetti.
Ancora lo guardò il bimbo-uccello, poi si voltò alla voragine del mondo.
Le tronchesi mangiarono il ferro della catena con uno schiocco definitivo e breve.

fine

[per chi desidera farsi (ancora più) male, la fine vera è poi questa:]

Dopo, Cinto restò a occhi chiusi sulla tolda della sedia al centro esatto della notte, addormentato di un sonno inautentico e leggero, aspettando che tutto avesse fine. Il vuoto ondeggiava un mare lungo fra strada e tetti, e sui palmi delle mani Cinto portava profondi i solchi rossi lasciati dalle ruote a cui restava artigliato.
Non era schiarito ancora, quando bussarono alla porta del sottotetto per prendersi il bimbo-uccello e portarlo via legato Per sua incolumità.
Troppo tardi, pensò sollevato Cinto, voltandosi verso la finestra aperta al vuoto.
Ma sopra il davanzale, con occhi notturni e gonfi di cielo, il bambino ancora stringeva forte la mano attorno alla catena che oscillava tronca, le nocche bianche e il palmo solcato di rosso, mentre più sotto s’increspava la strada, e ogni pensiero era inghiottito dal profondo del nero del mare.

[quanto al bimbo-uccello, qui

quanto agli infernotti sotto le case barocche di Torino, qui

quanto al titolo, qui]

 

 


affrancato e spedito da Effe | 23:29 | commenti (30)


lunedì, marzo 10, 2008
Dal profondo del nero del mare
prima parte
 
Aprì la finestra, che affacciava ripida sul vicolo, e il buio compresso della stanza rotolò fuori, gocciolando dal davanzale lungo grondaie e stenditoi fino ad allagare intero il selciato. Così Cinto faceva esistere ogni volta la notte.
Visto dalla sua camera sottotetto, il piano mosso della strada, venti metri di vuoto più sotto, s'increspava scuro, con le ultime chiazze di vita – una voce, il riflesso d’un vetro, un passo lungo in fondo al vicolo – che ne rompevano la superficie.
Al di sotto del cortile e della strada, la casa affondava la chiglia per trenta metri ancora, quattro piani di stiva sotterranea che un tempo era stata ghiacciaia e stallaggi. Oggi la casa sommersa era una rimessa per i carretti di ambulanti che facevano mercato nella piazza grande. Quando ancora l’ammasso del cielo, steso tra un tetto e l’altro, non era ruotato verso il mattino, i carretti venivano trainati a forza su per quatto piani di rampe lastricate fino a emergere dalle gallerie, per galleggiare finalmente in strada e lungo la debole discesa al mercato.
Ma al di sotto del selciato e del giorno, nel buio delle gallerie, c’era anche chi viveva là una vita di poca aria e nessun colore. Da laggiù era venuto il bambino, mai visto prima d’allora, e da sette anni invece era in fondo a quei cunicoli. La madre non gli aveva rivolto parola mai, né lo aveva rivelato ad altri; soltanto lo circondava, nascosto nel ventre di tufo e come mai nato, d’ogni sorta di volatile da gabbia, uccelli a decine che riempivano le volte mattonate di canti e volo stento. Il bambino così sapeva il mondo, solo fatto di trilli e sbattere inutile d’ala, anche lui legato con catena lunga alla caviglia a una sedia pesante.
Con la madre poi scomparsa da tre giorni, il bimbo era salito per la prima volta in strada trascinando dietro catena e sedia, senza arrendersi per istinto alla fine degli altri uccelli, che nelle gabbie non volavano già più. Al piano della via si era però spaurito: troppa luce agli occhi, troppo mondo improvviso e grande. Lo avevano raccolto magro e rannicchiato in un angolo del portone, tutt’uno con catena e sedia. Per prenderlo gli avevano spezzato quasi le braccia fragili, mentre le agitava trillando a imitare volo e fuga per difesa da tutte quelle mani.
Domani verranno a prenderlo, al mattino, un ospedale, un istituto, qualcuno, lo studieranno, già si moltiplica nei vicoli la notizia del bimbo-uccello, del bambino che non parla, che non è umano, gli metteranno aghi forse nel cervello, faranno esperimenti, lo esporranno nelle mostre e dentro ai libri, e ci saranno ancora mani e gabbie. Questo pensava Cinto dopo aver creato la notte dalla sua finestra all’ultimo piano.
Non sapevano a chi darlo, il bimbo, finché il mondo non lo avesse reclamato, e l’avevano affidato a lui, lassù nel sottotetto.
Tu lo sorvegli, avevano detto, Non esci di casa, avevano detto, Ci stai attento.
Da quattro anni Cinto non aveva altro mondo che quei tetti, e altro compito che l’inizio di ogni notte. Si muoveva nell’unica stanza spingendo ruote di ferro al posto delle gambe, dopo che uno dei carretti, tirato su per le rampe della casa sotterranea, aveva rotto i freni schiantandogli vita e schiena.
A volte quell’altezza misurata a coppi gli dava stordimento, quel muoversi oscuro della strada increspata lo chiamava, aprendosi in onde calme di acciottolato. Cinto soppesava il vuoto, considerava il salto, lo scorrere rapido dei muri davanti ai suoi occhi, il liberarsi infine.
Poi stringeva le ruote di ferro fino a farsi bianche le nocche, fino a non sapere più dove aveva termine l’incagliarsi dell’anima e dove iniziava il dolore della carne. Resisteva così, ancorato alla sedia, finché la luce nuova raschiava via la notte dal profondo del nero del mare.
 
fine prima parte

affrancato e spedito da Effe | 08:38 | commenti (17)


giovedì, marzo 06, 2008
“I don’t necessarily agree with everything I say”
 
Marco Traferri e Giovanna Piccioni di E-Boom! mi estorcono benignamente un’intervista su Buràn, che sarà resa disponibile in podcast venerdì 7 marzo.
Nell’intervista, con sottofondo di trapani e martelli – non so se colti dal microfono – che fa tanto neorealismo, non si rivela in realtà nulla che il fedele e scafato lettore della rivista non conosca di già; tuttavia, le mie ammissioni vengono sciorinate con fare omertoso, in tono da confessionale, con una dizione da patata in bocca e un accento sabaudo che neppure il Macario dei tempi migliori.
Voglio dire, roba per palati forti.

affrancato e spedito da Effe | 08:47 | commenti (25)


domenica, marzo 02, 2008
De celestiale votatione

Deinde in illo tempore dicettero l'ommini: E abbasta cum essa vida ‘nfame, cum toda essa ruina, et botte et percossione uno die sì et l’alter similmente. Non bono facette lu monno, Domine Deo. Fusse ca fusse che macari cum lu Dimonio le cosae putissero ire melior et maior? Et alora faciamo novella votatione, jammo a l’urne per facere sceglimento intra cielo et ‘nferno.

Deinde ce fu subbito una campania elettorale co’ li diaboli et li ancioli che se ne ìvano a destra et a manca a facere comitio et raccattare preferentia, et facivano promissione de hic et de hoc, "cchiù salarium et minor erarium", et "lu sole tuttu l'annu", et li uni et anco li altri non se metteveno scuorno di promittere et jurare le istesse eguali cosae.
Deinde la resultatione elettorale diedette facultate a lu Dimonio de gubernare lu monno, et isso Dimonio mettette subbito subbito li diaboli sua a li ministeri, a le banche d'o mutuo soccorso, a li consorzi agricolarum, a li teleggiornali, a le poste et anco a le assicurazioni.
Deinde traserunt da illo tempore duo o tremilia anni, et todo fue istesso como ante, como quando ca ce steva Domine Deo rex, et li ancioli a’ posto de li diaboli.
Deinde li ommini dicettero: Accà ce stoce qualcosae che non quagliavit, ca lu monno semper ‘nfame arimanette, cum botte et percossione comme se pluvisse, non solum ante, cum Domine Deo, sed etiam mo’, cum lu Dimonio. Sarìa fortasse melior uno guberno celestiale de li tecnicorum empirearum.
Deinde li ommini istituerunt uno guberno de salus publica intra lu cielo et lu ‘nferno, et subito isso guberno de salus publica facette privatizzatione de la sanitas. Poscia ce fuerunt arrubatione, concutione, corruptione et tangentorum.
Deinde li ommini dicettero: Et pejor ce sentimm’. Ma comm’est que semper a lu monno ce stoce separatione intra potentorum et pezzentibus, et que lu ruolo de li pezzentibus semper a nuje ce toccavit? Ahora abbasta, nun vulimm’ ténere nihil cchiu a que fare cum lu cielo et lu ‘nferno, cum Domine Deo e lu Dimonio, cum l’ancioli et li diaboli, pozzeno passa’ nu guaio. Ahora ce simm’ scucciatibus, et faciamo decisione de gubernasse lu monno da noi istessi ommini, lu autogestimm’, va’, et alora sì que nun ce saria cchiù doloramento et soprusione, nec patrone, nec muort’e famm’, nec tassatione supra la prima spelonca.
Deinde, da illo tempore so’ trasuti n’antro par de millenium cum magna satisfatione et plena moralitate, et todo est perfecto, anco si, per veritate, videmus campoeggiari, supra muros civitatis, novelli manifesta electorale, et qui sas qui est Domine Deo, et qui lu Dimonio, et quod serà de isso nostro monno.

[ispirazione e gramelot da questo post di Mario Bianco]

affrancato e spedito da Effe | 23:28 | commenti (18)


venerdì, febbraio 29, 2008

In un giorno che non c'è, un blog che non esiste

Non prima di oggi, e dopo mai, ma solo ora, finché resiste l'illusione del 29 febbraio, le vostre storie di ogni inesistenza sul blog che non c'è.


affrancato e spedito da Effe | 01:20 | commenti (39)


lunedì, febbraio 25, 2008
The show must go on

- Nel nome del P...
- Un momento, un momento, padre Piana. Potreste ricominciare da capo?
- Piano – rispose l’officiante.
- Oh, sì, scusate – bisbigliò il regista - dimenticavo il rispetto per il luogo in cui ci troviamo.
- No, intendevo dire che mi chiamo Piano, veramente. Santo Piano.
- Padre veramente Santo, potreste rifare tutto dall’inizio?
- La messa è un rito sacro, figliolo, mica la si può rifare finché vien bene.
- Lo so, ma consideriamola una falsa partenza, una prova microfono. Non ci hanno ancora dato la linea dal tiggì regionale. E siamo qui per questo, no? Per mandare in onda tutto.
Don Piano sacramentò a mezza voce; conosceva la posta in gioco. La chiesa e la società civile unite a puntare il dito per il j’accuse, per rivendicare finalmente dignità.
Alla funzione presenziavano tutti. In prima fila sedeva il sindaco Vito Lo Capo in gessato blu, comunista e mangiapreti praticante, e addirittura in odore di satanismo (o solo di corna, secondo una vulgata più recente). Accanto a lui si rattrappiva il ragionier Cosimo Bonocore, in rappresentanza dell’opposizione, con la solita faccia da colica renale. A chiudere il parterre all’estrema destra, il maresciallo Salvo Salimbeni della locale caserma dei carabinieri, in alta uniforme e bassa statura.
- Ecco, ecco, ci siamo. Tre, due, uno. In onda!
- Nel nome del P...
Il blue tooth del sindaco Lo Capo zufolò l’Internazionale ben oltre il livello di decibel consentito dalla Asl.
- Pronto? Oh, da quanto tempo! Come dite? Aspettate un momento.
Il sindaco si rivolse al resto dei fedeli.
- E’ la Protezione Civile. Dicono che, se vogliamo, vengono adesso con i camion e portano via tutta quanta la monnezza che per protesta abbiamo accumulato di fronte alla chiesa. Che gli devo rispondere?
Le artistiche navate in calcestruzzo a vista si riempirono di silenzio.
- E’ quello che volevamo, no? azzardò senza convinzione don Piano.
- Un momento, padre – intervenne il regista della trasmissione – riflettete. Qui non si tratta di spazzar via quella tonnellatina o due di rifiuti dal sagrato. E domani? E posdomani? E le responsabilità per tutti gli anni di malamministrazione? E gli sponsor che hanno già acquistato gli spazi pubblicitari? Qui occorre gridare ben forte allo scandalo, occorre che tutto il mondo sappia.
- Grazie lo stesso – arrischiò allora il sindaco al telefono, a nome della cittadinanza tutta – stiamo a posto così. Giù le mani dalla monnezza nostra.
Un brusio borbonico sottolineò il consenso plebiscitario dei presenti.
- Nel nome del P...
Un colpo secco e risoluto esplose rimbombando sotto l’abside. I più pii tra i membri della comunità portarono ratti la mano alle semiautomatiche con la matricola abrasa.
- Calma, fratelli, non è successo nulla.
Il colpo era stato schioccato dal ragionier Bonocore che, forse in atto di plateale contrizione, si era lasciato cadere in ginocchio schiantando all’unisono entrambi i menischi sull’inginocchiatoio di legno, e ora restava raggrinzito e accasciato, il mento affondato contro lo sterno e le spalle curve.
- Maresciallo – disse spazientito don Piano – volete spiegare voi al ragioniere che, tecnicamente, la messa non è ancora iniziata? L’atto di contrizione viene dopo. Se frequentaste di più la parrocchia tutti quanti, ben le sapreste queste cose. Lo faccia alzare.
- Ci penso io - rispose solerte il maresciallo Salimbeni, battendo i tacchi. - In nome della legge...
- ...di Dio, maresciallo. La legge di Dio. Siamo pur sempre in chiesa.
- Nei secoli fedele – rispose il milite, irrigidendosi in un segno della croce d’ordinanza.
- Nel nome del P...
- Afpettate un poco.
- Ma che c’è ancora? domandò stizzito il celebrante.
Questa volta a interrompere il sacro officio era stato il dottor Solla, medico condotto e logopedista (nonostante un lieve difetto di pronunzia) che sedeva nel banco giustappunto arretro al ragionier Bonocore, cui stava tastando volenterosamente la giugulare.
- Queft’uomo defunfe.
- Ma che dice, questo?
- Defunfe. Fpirò E’ trapaffato, infomma. Ora della morte – precisò il medico controllando l’ora sul proprio cellulare - le diciotto e quarantacinque e fedici fecondi. Forfe diciaffette, va'.
- Pubblicità, andiamo in pubblicità! gridò il regista.
- E adesso che facciamo? domandò il sindaco Lo Capo, preoccupato di essere rimasto antidemocraticamente orbo dell'opposizione.
- Padre – intervenne il regista in ambasce – qui finiamo dritti alla Commissione di Vigilanza. Siamo in fascia protetta. Mica si può morire così, in diretta e senza la preventiva liberatoria. Io direi di annullare tutto e mandare in onda qualche vecchia puntata di padre Brown.
La comunità ondeggiò tra i banchi, mentre montava tra battistero e altare una marea di imbarazzante indecisione. A separare le acque si erse fulgido e ispirato don Santo Piano.
- L’ho detto e lo ripeto: la messa è un rito sacro. Non si interrompe. Non si ricomincia. E soprattutto, non si annulla per sostituirmi con un prete nano e racchio. Sindaco, maresciallo, prendete il fu ragioniere sotto le ascelle e tiratelo su, tenendolo in piedi spalla a spalla in mezzo a voi. Tutti in piedi.
Da destra e da sinistra le autorità cittadine agganciarono sottobraccio Bonocore, che rimase in posizione artatamente eretta con la fronte penitente e bassa.
- Adesso – sibilò don Piano – io dirò questa strabenedetta messa dalla prima all’ultima parola, costi quel che costi, e che nessuno fiati o interrompa, pena la scomunica. Nel nome del P...
In quell’esatto momento, la porta della chiesa si spalancò, e dall’esterno riverberò un'aura ultramondana che per qualche istante abbagliò i presenti, mentre un celestiale profumo di violette si spandeva tra i fedeli. Qualcuno gridava già al miracolo di un’apparizione. E in effetti apparvero due figure semiangeliche, circonfuse dalla luce dei faretti e delle cineprese. L’inviata della trasmissione nazional-popolare La Vita Indiretta entrò in chiesa a passo di carica brandendo un microfono, seguita a stento dall’arcivescovo della diocesi che arrancava a ritmo sincopato e asmatico .
- Bel lavoro, ragazzino – ringhiò l’inviata scostando con un colpo d’anca il regista – vi hanno passati al prime-time nazionale. Ora vai a giocare da un’altra parte, che è arrivata la cavalleria.
- Sono basito, Eminenza. Uno spettacolo così squallido, e per di più in chiesa – si lamentò don Piano baciando genuflesso l’anello vescovile.
- Vanitas vanitatis – rispose ieratico il sant’uomo, sorridendo in favore di telecamera. – Ora torna pure in sacrestia. Ci penso io a chiudere la baracca, quando tutto è finito. Va’, va’.
- La Vita Indiretta, ancora una volta, vi porta in casa la vita, più vera di quella vera – incalzò l’inviata dopo la sigla di testa. - Ma sentiamo loro, la gente, il volgo reietto, ascoltiamone la voce, il dolore, lo strazio, la sconfitta.
L’inviata, puntando il microfono come una rabdomante, cercava tra le prime file il soggetto più adatto per l’intervista, qualcuno che avesse la capacità di bucare il video, di arrivare al cuore della gente con parole chiare e, possibilmente, lacrime in gran copia. La telecamera indugiò dapprima sul profilo sudato del sindaco Lo Capo, che sporse volitivo il mento e il labbro inferiore. Poi si spostò sul maresciallo Salimbeni, impettito sull’attenti. Mentre la telecamera si spostava ancora, il maresciallo non seppe trattenersi, e fece timidamente ciao ciao con la manina.
Infine, il piano americano dell’obbiettivo mise a fuoco il soggetto giusto e, a nome della comunità catodica tutta, e di tutta una regione, e finanche dell’intero Paese, il microfono si piazzò, protervo come la lama che incide l’albero di caucciù e ne attende il succo gommoso, sotto la smorfia vizza e il capo vinto del ragionier Cosimo Bonocore.

[or non è guari, quasi tutto questo capitò, in parte qui, o là, o altrove. Chi ha memoria minima di cronaca, comprende e sa che qui non si è inventato, ma solo cucinato a stracotto]


affrancato e spedito da Effe | 00:24 | commenti (17)


lunedì, febbraio 18, 2008
Buràn n. 4: Il Cibo

Di cosa parliamo, quando parliamo di cibo?
Sappiamo, lo abbiamo sempre saputo, che il mondo è fatto non di atomi, ma di parole, e il cibo è uno dei principali mediatori nella nostra relazione con il mondo e nella rappresentazione di noi stessi in relazione agli altri.
Il cibo è logos, è simbolo, è espressione, è conquista o rifiuto, è luogo di cittadinanza o misura di assenza (“Il mio cuore è in Oriente e io sono nell’Occidente più remoto”, cantava il poeta Judah Halevi. “Come posso gustare il cibo che mangio?”)
La portata e il senso delle nostre vite si misurano sulla base delle storie cui siamo disposti a cedere ascolto e di quelle che ricordiamo per poterle raccontare.
Non si può allora parlare del cibo senza parlare delle storie che lo compongono come e più degli ingredienti, e delle vite che di quelle storie sono il sapore turbinoso o agro.
Il quarto numero di Buràn prosegue la collaborazione con il British Council di Londra per i giovani scrittori africani (Uganda, Zimbabwe e Malawi), con il mondo dei magazine letterari delle università anglofone (come Harvard, Chicago, Wellington in Nuova Zelanda e molte altre) e con realtà geograficamente più vicine ma del tutto irraccontate, come la Lituania e l’Estonia.
In questo numero di Buràn c’è tutto il mondo in rigoroso disordine alfabetico: 53 voci e sguardi da 26 Paesi diversi e da ciascuno dei continenti.
Della straordinaria partecipazione dei traduttori (29, tra professionisti e aspiranti tali) dobbiamo ringraziare, oltre che i traduttori stessi, anche Marina Rullo della lista di discussione Biblit e Barbara Buratti dell’agenzia letteraria Herzog.
Non cederemo alla troppo facile tentazione di definire questo numero di Buràn come tutto da divorare; presterete attenzione, piuttosto, che non siano le sue storie a divorare voi.

p.s. Buràn ha avuto, nel suo primo anno di vita, numerose recensioni e segnalazioni da tutto il mondo, realizzate da autori, riviste, università, lettori. Oggi è come leggere la ricetta di un piatto succulento, questa recensione di Lorenzo Cairoli. Ringrazio lui e tutti gli altri, a nome del centinaio di persone che, tra autori, fotografi, editori, responsabili di progetti culturali, redattori, webmaster, traduttori e scouter, hanno reso possibile questo numero di Buràn.

affrancato e spedito da Effe | 08:38 | commenti (26)


lunedì, febbraio 11, 2008
Quanto manca

Il giorno inesistente si avvicina con subdola malizia, a ingoiarci nella sua anomalia.
Non dite poi che non ne eravate avvertiti.
Vi ricordo allora questa iniziativa: inviate le vostre storie sull’inesistenza alla mail del blog che non c’è, e contate i giorni fino al 29 febbraio – ci accolga, dopo, l’oblio.

affrancato e spedito da Effe | 08:16 | commenti (24)


giovedì, febbraio 07, 2008
Damasco
 
Anteoggi m’inoltro per casualità lungo la strada di Damasco, programma letterario di Radio 3. Si parla di Walt Whitman, e m’attardo come d’obbligo su quelle frequenze.
Non vien detto nulla d’originale, ma è sempre gradevole sentir parlare del Poeta, e ascoltarne i versi – nell’occasione declamati, per verità, con l’entusiasmo di un impiegato del catasto da parte di tal Alessando Pala.
Il conduttore per l’occasione (cambiano settimanalmente) è Giordano Bruno Guerri, e sottolinea quello che ha colpito tutti, credo, nell’avvicinare la poesia di Whitman: la distanza, più in termini di tempo che di spazio, rispetto alla poesia italiana dell’epoca. Mentre il bardo americano scriveva Io canto il corpo elettrico, in Italia il maggior poeta a lui contemporaneo metteva sotto torchio un’innocente cavallina storna (e gli animalisti, tutti zitti).
E’ lo spirito dei due popoli a essere differente, continua Guerri, e questa stessa differenza espressa nella poesia si ritrova anche nelle due diverse carte costituzionali.
Fiscale e definitoria la nostra: L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro [e si domanda, il conduttore, cosa questo significhi, che la Repubblica sarà fondata piuttosto sui cittadini. Qui mi sento di correggerlo: la nostra Repubblica è davvero fondata sul (ministero del) lavoro, sugli appalti pubblici e le relative tangenti], laddove più roboante e teatrale è l’attacco dell’altra: Noi, il Popolo degli Stati Uniti.
Sarà forse per questa maggior propensione al teatro (anche di guerra) che lo yankee interpreta la campagna elettorale come uno psicodramma collettivo (c’è anche chi piange a favore di telecamera, lo sapete).
Qui da noi, invece, le elezioni si risolvono in una Questione Privata, e non gli eligendi piangono ma, semmai, l’elettore nell’intimo della propria spoglia stanzuccia.

affrancato e spedito da Effe | 09:03 | commenti (7)


lunedì, febbraio 04, 2008
Un addio
 
E’ così: che per morirne occorre prima viverla, la vita, incontrarne una fulminante e rapida, una vita definitiva e senza preavviso che chiuda finalmente somma e conti. Non si ha liberazione e fine senza aver percorso prima ogni passo, e svoltato ogni canto, e saputo ogni giorno l’attesa e la tregua della notte.
E’ così: che per averti ho dovuto incontrare te notturno e scuro, un amore indesiderato prima e poi teso di ogni desiderio, che ha circondato ogni mio lato e via di fuga.
Ora non ricordi quasi più l’agguato, il tuo seguirmi ovunque, l’essere in ogni cosa come un riflesso, come una lega e una materia, e irrisolto ogni mio rifiuto.
E fu sera e dopo fu mattina, e ogni costellazione aveva perso senso e orbita, ed ero io così a inseguire improvvisamente te, vinta ormai e posseduta.
A notte piena uscivo di casa con il freddo che si adagiava sotto i piedi nudi, scalzi per sormontare ogni rumore, e scalza camminavo la strada ruvida fino a te, fino alla porta della tua casa, per passare ogni ora di quelle notti a saziarmi di te, a farmi dono e mano che riceve e prende.
Solo noi sapevamo accendere ogni fuoco dei nostri desideri, e il fuoco era a volte tanto forte che me ne restava piagata la carne per settimane, e d’estate anche giravo con un cappotto addosso per paura che la gente mi leggesse le bruciature dell'anima.
Di giorno, lontana, mentre ogni tendine, ogni muscolo e tutti i miei pensieri erano risucchiati verso di te, era tutto un rimasticare tra i denti il tuo nome – sempre tu, sempre tu - un rifare con la saliva il tuo sapore la cui memoria portavo nascosta sotto la lingua e da qualche parte al centro della vita, e quando infine tornavo nella tua casa, era per saziarmi finalmente di te davvero, per bere e per mangiarti, e per essere piena delle tue parole e del tuo corpo.
Ognuno mi diceva che era un amore inutile e con danno, una strada senza entrata, e che tu mi avresti chiesto tutto e dato nulla, e questo proprio io volevo, che tu di me prendessi tutto, che mi lacerassi con parole che erano baci d’anima, che mi facessi cedere le ginocchia, che mi sanguinassi via, volevo soffrire ogni tuo dolore, ogni tuo piacere – tutto di te, tutto te.
Così ho abbandonato i volti e i giorni che conoscevo allora, redenta a una nuova vita che era tutta in due sillabe, tu, io, una vita di cui eri centro e regola e ogni cosa.
Ora non ricordi più.
Non ricordi dei giorni quando, in mezzo alla gente e per strada, sapevamo dissimulare la passione sotto abiti larghi e dietro gli occhi chiusi, e ci amavamo così, in mezzo a tutti gli altri ignari, noi quasi immobili - solo quel respiro più violento e breve, quell’inarcarsi improvviso della schiena.
Adesso non hai che un silenzio di me, e sei fatto di ogni lontananza.
Prima sapevo raggiungerti ovunque, adesso sei cosi vicino ed è impossibile toccarti, e il tuo sguardo mi recide tendini e legamenti, tendini e legamenti.
Anche ora sono a piedi nudi, qui, ma è una fuga ormai, ogni costellazione ha ripreso senso e orbita, non ti appartengo più, non mi sei appartenuto mai.
Non ricordo quasi più il tuo nome e il mio.
Ecco, è così: ora mi alzo e guardo per un volta ancora il tuo profilo scolpito, il corpo nodoso, le braccia inchiodate e tese a est, a ovest. Dimenticherò ogni tua fibra.
Mi sfilo via velo e soggolo e dal petto strappo l’immagine di te, mentre chiudo per una volta definitiva alle mie spalle la porta così a lungo nota della chiesa.

affrancato e spedito da Effe | 08:36 | commenti (29)


venerdì, febbraio 01, 2008
Negare sempre

Per questo esatto motivo abbiamo necessità di fissare giorni della memoria in merito a questo o a quest’altro: perché, in tutti gli altri giorni del calendario, dimentichiamo ogni cosa.
Neghiamo tutto.
Rimuoviamo indefettibilmente.
Ci abbiamo il gene della rimozione forzata.
Ad esempio, vi anticipo la soluzione finale adottanda dal prossimo governo per risolvere l’emergenza rifiuti in Campania: l’emergenza verrà revocata per decreto immediatamente esecutivo.
I rifiuti resteranno, che c’entra.
Ma dell’emergenza non ci sarà più traccia. Niente servizi televisivi, niente prime pagine sui giornali. Per par condicio, ci appassioneremo a un elegante eccidio familiare nel nordest.
Quanto a tutto il resto, l’importante è negare sempre.
Non sembri allora troppo azzardato il passaggio prossimo.
Lunedì 4 febbraio alle 18.00, presso la Feltrinelli di piazza CLN a Torino, Demetrio Paolin, con il viatico di Giulio Mozzi, presenta il suo saggio Una tragedia negata sulla latitanza della cifra tragica nella narrativa italiana ispirata agli anni di piombo.
Ho saltato le precedenti presentazioni di Remo Bassini (impossibilità di orario) e della Lipperini (mancato preavviso). Gli allibratori danno la mia presenza di lunedì 10 a 1.
Io, naturalmente, nego tutto.

affrancato e spedito da Effe | 09:04 | commenti (9)


martedì, gennaio 29, 2008
La sposa bambina

Giovanni Battista Schellino aveva sposato, nel giorno esatto e caldo del suo diciottesimo compleanno, la figlia tredicenne della Massara, una bambina con fianchi di daino e occhi di volpe che correva tutto il giorno per i campi a caccia di lucertole e nidi. La sera, stremata, prendeva un panchettino, sedeva vicino alla suocera, le posava il capo sulle ginocchia e si addormentava, mentre la donna le sfilava piano pagliuzze e fili d’erba rimasti intrecciati ai capelli.
La sposa si chiamava Anna Francesca Antonia Chirri*, e non sapeva scrivere il suo nome.
Mordendosi il labbro aveva resistito tutta la messa e metà del pranzo a tavolata sull’aia, nel giorno velato e afoso del suo matrimonio. Ma poi aveva finalmente buttato via le scarpe nuove e sollevato la gonna, correndo a piedi nudi con i figli degli invitati giù per le argille asciutte della costa .
La prima notte era rimasta in camicia bianca nel centro del giardino, legata al cielo da una mezzaluna bassa, dilagata e muta.
Vienincasa, le diceva Giovanni di traverso la finestra aperta.
La mastica notte a notte e pezzo a pezzo, aveva risposto Anna a naso in su.
Vienincasa, aveva ripetuto a mezzavoce Giovanni, come per incantare senza spavento un’ombra selvatica.
Poi la sputa intera e tonda, e ricomincia.
Ma chi?, aveva chiesto Giovanni.
Ma chi che cosa?, aveva riso via Anna, mentre già inseguiva al limite della macchia di pinastri una falena grande.
La notte calda si era rovesciata su ogni cosa, rilasciando, nel suo lento scivolare, suoni e vapori d’umido. Giovanni aveva ritrovato notte e sposa a mattino ancora lontano, raggomitolate insieme su un cespo di lattuga nuova, la pelle bagnata di sogno e di costellazioni.
Al ritorno da uno dei suoi viaggi per lavoro di un anno più tardi, Giovanni fiutò già nell’aria un odore di malombra, prima ancora di girare l’ultimo tornante. Saltò prima su una stanga e poi giù dal biroccio, lasciando la cavalla che sapeva da sola strada e curva, e tagliò a piedi su per il coltivo. Il casolare sembrava salvo, ma l’odore di bruciato aveva annerito per sempre il muro dietro la schiena della sposa, mentre la suocera le massaggiava il dolore di una spalla.
Erano tre, han visto che c’eravamo solo io e la bambina e volevano razziare, disse la donna. Ma Anna ha sparato.
Il vecchio fucile era di traverso all’aia, lungo e dritto come un’ombra di meridiana, a segnare l’angolo di tiro e fuga.
Erano di fuori. Stranieri. Liguri, aveva spiegato Anna, mostrando la macchia livida lasciata dal calcio del fucile sulla spalla che non sarebbe stata uguale all’altra mai più, lasciandole anche da vecchia, molte vite dopo, un’andatura provvisoria come di chi è pronto a cambiare idea e scappar lontano.
Anna abitava ed era abitata da una terra di mezzo, non chiara né scura, lontana dall’alto e impossibile al basso. La Liguria poco lontana era già per lei oriente, e le Alpi addosso a Cuneo un miraggio malfidato.
Ti porterò con me nei viaggi sul carretto, non ti lascio più da sola, le aveva detto allora Giovanni carezzandole i capelli speziati di rosmarino, e immaginò in quell’unico mattino tutti gli anni in cui le sarebbe stato padre e amico, e marito mai. Non sarebbe diventata adulta, la sposa bambina, troppo inseguita dalla vita per sapere del correre del tempo.
Il primo viaggio fu proprio nella Liguria appena oltrevalle, attraverso i boschi che da Calizzano rotolano giù verso Finale e il mare. Con i piedi che oscillavano nudi giù dal biroccio, per l’intero giorno Anna si riempì gli occhi di tutto quel senzafine azzurro mai veduto prima, di quel colore a onde che non quietava mai.
Durante il viaggio di ritorno fino a casa, si era poi leccata via dalle labbra un pianto continuo e silenzioso, mentre le si fermavano sulla pelle dei piccoli cristalli lucidi, scordati delle lacrime di sale.
Salirono anche alle nevi alte di Limone, rigidi negli abiti fuori misura che li infagottavano; ma fu molto tempo dopo, lui aveva già trentacinque anni, lei forse non ancora quindici. Si rincorsero tirandosi addosso neve e risate, sprofondati nel bianco fino a mezzagamba, e ogni volta risalivano le gobbe del terreno per poi scenderne ruzzando.
Nel ritorno a sera, Giovanni a stento riusciva a reggere le redini con le mani di ghiaccio, mentre Anna dormiva sulla sua spalla stringendo il secchiello che aveva riempito di neve per portare a casa quel giorno intero.
Fu poi una vita di anni e viaggi brevi, di legna a ciocchi per l’inverno e pomeriggi a cielo rosso, di sedie da rimpagliare e temporali scuri, di pomodori messi a seccare e lune mangiate a morsi, di stagioni che iniziavano improvvise a mezzogiorno, ché per tutto il mattino la nebbia piena aveva cancellato ogni mondo intorno.
Ma è così che succede alle persone, e senza colpa: la vita ha per loro velocità e fretta differenti.
Era vecchio ormai Giovanni, il carretto da tempo fermo e inusato sotto il portico. Nessuno quasi si ricordava più di loro, del casolare con il muro annerito per sempre dal fuoco del fucile, dei nidi e delle code di lucertola in un angolo dell’aia, dopo la linea curva dell’ultimo tornante.
Anna era rimasta per sempre con lui, che le era stato in ogni anno amico e padre. Lei, giovane ancora, i capelli speziati, i fianchi stretti come quelli di un daino, nell’ultimo giorno di Giovanni era accanto al suo letto, sposa e bambina, con tutte le parole necessarie a raccontare ancora i loro viaggi, e le lente carezze di adesso, e i giorni in cui sarebbe stata sola.
Aveva mani lui di ghiaccio.
Lei, ancora lacrime di sale.

* parole e pretesto sono colte da questo post, che di Giovanni Battista Schellino, il Gaudì delle Langhe, racconta la storia vera; qui s’è voluto concedere ad Anna Francesca Antonia Chirri una vita in più – la scrittura lo può, e deve. Segnalo così, colpevolmente in ritardo, i sapori e i ricordi a ventaglio del blog di Lorenzo Cairoli.

affrancato e spedito da Effe | 00:09 | commenti (37)


martedì, gennaio 22, 2008
Tutti giù per terra

Ancora adesso, che sempre taglio la notte in due per il lato più estremo e duro, e lascio che ogni oscurità mi insinui sé con i suoi olii tra vestito e pelle, la testa inclinata e bassa verso ogni prossimo marciapiede, mentre mastico il liquore di una nebbia piena e lenta che smuove i contorni delle svolte.
Ancora adesso, che son trascorsi e netti dieci anni ormai di una distanza priva di sopportazione, un mare scuro di giorni tirati in secco e resi uguali dall’assenza, tutta una vita a occhi chiusi a partire dalla costa di quel fiume – solo uno schianto ripetuto senza numero di volte, ogni volta più lontano e ogni lontananza con maggiore colpa.
Ancora adesso, che cammino e tocco e vedo e potrei parlare cavando dal silenzio una voce che non sia la mia, in cui mi possa però conoscere o sostare almeno, per calcolare dove sono e dov’è tutto, e forse avrei parole che non so ma che conoscerei dicendole, come se ascoltassi da lontano un altro e diverso vivere.
Ancora adesso di quella porta ho più paura.
Di quello che c’è dietro.
Di quello che non c’è.
Contavo ogni ora della notte fino a che potevo, a occhi fermi sulla maniglia, in una morte di paura e di desiderio che si aprisse. Ogni più inimmaginabile mondo poteva uscirne se solo non l’avessi vegliato e atteso al freddo del pavimento.
Per dieci anni.
La casa aveva voci che scandivano sogni, li infiltravano sottopelle, li spalmavano su occhi e labbra e fin dentro ai pensieri, e non rimaneva nessuno a sorvegliare il mondo, nessuno a impedire che lo cancellassero, che mi cancellassero, nessuno pronto a setacciare la notte con unghie e denti, a strapparla con pugni chiusi e piedi scalzi perché avesse una fine breve, perché dalle lacerazioni tornasse una luce appena di malaombra a rifare i contorni netti di ogni cosa, a giurarne il peso, la solidità, l’inutile resistenza.
Sul pavimento restavo seduto a lungo, la schiena appoggiata allo stipite della mia stanza, a un passo dalla porta appena oltre l’inguadabile corridoio, le tasche segnate dagli avanzi di una cena mal consumata e tenuti da parte per non cedere al sonno durante la notte lunga.
Ma la porta non si è aperta mai.
Non ha girato nessuno la maniglia, non i cardini, nessuna lama di luce è mai filtrata dalle fessure, nessun rumore, o parola, o mondo, così aumentando il desiderio e il terrore a ogni ora di veglia e attesa.
Per dieci anni.
A ogni mattino il risveglio era nel mio letto che qualcuno, tu, aveva fatto scivolare sotto il mio corpo arreso e raccorciato sul pavimento come un feto mai nato.
Cercavo nella notte il cuore della verità, ma il cuore non è mai al centro delle cose, il cuore è sempre un atto periferico, per trovarlo occorre smarrirsi e deviare e arrivare fin sul margine, sulla costa scoscesa di quel fiume, sull’erba fradicia e inafferrabile mentre lui scivolava giù e io non potevo far altro che chiudere gli occhi per non vedere, e coprire le orecchie per non sentire la sua voce e soprattutto, poi, il suo silenzio, il tuo silenzio, ora, la domanda non ripetuta mille volte - perché lui, l’altro tuo figlio, e non invece me, perché lui se n’è andato e sono rimasto io al suo posto, al posto che era suo, di lui che l’assenza ha reso perfetto e la morte meritevole d’ogni amore, lui così irraggiungibilmente migliore, e meglio sarebbe adesso se su quella costa ci fossi stato io, questo vorresti dire da dieci anni, dietro quella porta che era sua, ma adesso, d’improvviso, adesso attraverso il corridoio che per tante notti è sembrato così vasto e scuro, lo attraverso ancora fradicio di oscurità esterna, e scivolo anch’io da una costa sdrucciola, dai miei non vissuti dieci anni, e rotolo infrenato verso la sua porta, la tua porta, affondo la mano sulla maniglia cedevole, la porta che si apre, e tu dentro che mi guardi stupito come fosse da dieci anni che non sai chi io sia, e mentre ti scaglio in faccia la mia voce, mentre ti lancio parole per trapassarti e ucciderti, mentre dico il mio odio per non avermi difeso e voluto e perdonato, è amore quello che dico, è anche questo amore, non è mia la colpa, ma è mia la pena, e quello che vorrei è solo una minore distanza, un rinascere appena, un quietarsi, lo stringersi di un abbraccio, mentre la tua mano che per ogni notte ho desiderato e temuto si muove e mi lascia le guance e la vita abrase per sempre dal segno violento delle tue dita.

[la madre di uno dei sette operai bruciati vivi nel rogo della Thyssenkrupp ha dichiarato che certo sarebbe andata con lui, l’avrebbe seguito subito, perché il figlio aveva bisogno di lei, se solo non avesse avuto anche un altro figlio; soltanto per questo, non poteva. Perduti tutti – chi è stato portato via, chi è rimasto, chi è nel nulla del mezzo]

affrancato e spedito da Effe | 08:46 | commenti (20)


giovedì, gennaio 17, 2008
Il blog che non c’è
storie in un giorno che non esiste

Appendice in apice al post precedente.
Qui, nelle segrete dell’ufficio postale, si è all’opra chini, colletivamente e alacremente, per chiudere il prossimo numero di Buràn, tanto che non s’ha quasi tempo per altro. E la situazione non può che peggiorare.
Pure, non mancano le tentazioni. Nei commenti al post sottostante, che chiosa l’inesistenza del 29 febbraio e di tutto ciò che in quelle ore accade, la semiramide Signora delle nebbie sobilla: “si potrebbe pensare di consegnare al 29 febbraio le storie di ogni inesistenza”.
Diavolessa.
Supponiamo allora che venga creato immantinente un blog apposito, un blog che non c’è, destinato ad accogliere le vostre storie in un giorno che non esiste.
Supponiamo che detto blog sia ora oscuro, e che torni ad esserlo dal 1 marzo e in eterno, e messo in chiaro solo e soltanto durante l'illusione per 24 ore durevole del 29 febbraio.
Supponiamo che questo strano blog, una volta scoperchiato, mostri le storie che voi avrete nel frattempo scritto ad hoc, (“le storie di ogni inesistenza”).
Supponiamo che esista financo una mail apposita (ilblogchenonce@gmail.com), cui inviare le storie che verranno spaginate nel blog che non c’è.
Ebbene, e infine: sareste disposti voi ad accettare la sfida di affidare le vostre parole a una vita densissima e breve, a un’esistenza effimera e all’oblio poi per sempre?

affrancato e spedito da Effe | 09:23 | commenti (64)


martedì, gennaio 15, 2008
Il giorno che non c’è

Sto dunque chiudendo, sul calepino, il bilancio defintivo del 2008.
2008, sì, che le cose fatte all’ultimo momento si sa poi come vengono.
Ma c’è un elemento di disturbo, al cui cospetto sono in giuste ambasce. Come ci si deve regolare, infatti, nei confronti del 29 febbraio?
Trattasi con tutta chiarezza di un giorno impossibile, inesistente. E’ un’illusione, un abbaglio, il gioco di maja.
Sicché, che credito si può mai dare a fatti e circostanze che dovessero verificarsi in costanza di quel dì?
Sono valide, le promesse di matrimonio?
Esigibili, i crediti?
Ostentabili, le vittorie?
Riscattabili, le anime?
Corruttibili, i corpi?
Inseguibili, le perdute occasioni?
Oppure sarà vero che, per convenzione, nulla può accadere in quel giorno, che non lascia traccia dentro le vite né smotta rughe ai volti.
Ecco, a tal proposito, e questa è la domanda che più m’insegue – oh me, oh vita.
Come si regolano coloro che per ventura, disattenzione o maleficio, si trovano a esser nati con esattezza giuliana nel giorno che non c’è? Quando lo festeggiano, il genetliaco? Una volta ogni quattro anni? E durante quel quadriennio non invecchiano, lasciando noi incanutire al posto loro? E nell’anno bisesto recuperano di repente l’invecchiamento differito, o forse vivono semplicemente quattro volte più a lungo di noi?
E chi sono infine costoro, nati dall’impossibile e dall’invisibile: forse son come i nati con la camicia, i benandanti che si recano in sogno, durante le quattro tempora, a combattere l’esercito furioso?
Ma a farci pensiero, non ho mai conosciuto nessuno che sia nato il 29 febbraio.
Ma proprio nessuno nessuno.
Statisticamente, questa dovrebbe costituire prova validante del fatto che il 29 febbraio non esiste del tutto.
Peraltro, non ho conosciuto mai nemmeno chicchessia nato il 15 maggio, e vi confesserò dunque i miei dubbi sulla veridicità anche di quella data (nel mio bilancio definitivo del 2008, pertanto, traccio due righe rosse sul calendario. Di tempo ne resta poco)

affrancato e spedito da Effe | 09:06 | commenti (30)


lunedì, gennaio 14, 2008
In loving memory
A Georgia/Buba devo amicizia e riconoscenza.
Lei ha disegnato l'ufficio postale di Herzog, e ricordo come componeva grafica e pagine di sacripante!: notturnamente e con una mano sola, mentre con l’altra sorreggeva la neonata Larissa per la poppata.
Adesso Georgia è più sola; so che ha la forza per nuovi domani.
F

affrancato e spedito da Effe | 08:43 | commenti (10)


giovedì, gennaio 10, 2008
Walden, ovvero vita nei boschi (delle Langhe)

Se vi pungesse mai vaghezza di solcare invernalmente quei luoghi fenogliani che digradano da Mombacaro a Monesiglio, e d’inseguire nei boschi di larici e castagni le peste non sbiadite ancora delle bande partigiane e garibaldine, e le uste di volpi, cerbiatti e cinghiali, dovrete allora acconciamente munirvi d’uno strumento che, ben più che utile, si rivelerà necessario per sopravvivere nella e alla boscaglia: il sigaro cubano. Per vostra edificazione, o scettici, m’appresto ora alla dimostrazione dell’assunto.
Siete dunque sui pendii descritti, e arrancate sbuffando il vostro fiato e il fumo di un robusto e muscolare avana. Vi sedete su un tronco divelto, ad ammirare il silenzio che scorteccia gli alberi spogli. Di repente, vi giunge da una forra lì da presso uno scalpiccio sullo spesso strato di foglie cadute. V’immaginate già un ungulato tenero e disneyano cui offrire una paterna carezza, quando il tonfo del piccolo trotto che allontana da voi l’animale, infastidito dai miasmi del tabacco, rivela che non di leggiadro cerbiatto si trattava, ma verosimilmente di uno scorbutico e zannuto cinghiale. Il sigaro inizia già a preservare la vostra incolumità di apprendista Papageno.
Riflettete sul fatto che, qualora diramassero le ricerche in seguito al vostro probabile smarrimento nella boscaglia, potreste segnalare la vostra presenza innalzando segnali di aromatico fumo o anche di luce e di bragia, qualora le ricerche si protraessero notturnamente. Impossibile comprendere la ragione per cui nessun manuale di surviving menzioni il sigaro tra l’equipaggiamento irrinunciabile dell’avventuriero.
Riprendete quindi la marcia, superando a saltafosso i rittani pietrificati di neve e le basse giogaie. Siete certi che, scavando con perizia e fortuna, ancora si troverebbero sotto l’humus tracce di quegli inverni ragazzi passati a far la guerra partigiana.
Iniziando la discesa, passate attraverso una frazioncina munita e imprevista. Il vostro aspetto – giacchino trapuntato ma senza maniche, sigaro in bocca, cappelluccio sghembo di lana color ruggine, fatto a punta – vi dona l’aspetto dell’ultimo dei sette nani, l’ottavo, il più alto, quello di cui ci si vergogna in società e non viene mai invitato alle feste in famiglia. La gente del piccolo borgo (antico?) risponde al saluto, attonita alla vostra visione. In campagna, nei luoghi isolati, ci si saluta ancora tra sconosciuti, al contrario di quanto avviene in città. La socialità non è quindi un prodotto del consesso, ma della solitudine, tenetevelo per detto.
Constatate che avete fatto male il calcolo dei tempi, quelli naturali e vostri. La marcia si è protratta più del previsto, e ora scurisce il cielo rapidamente. Tagliate quindi per campi arati e coltivi, lasciando i margini del bosco alle spalle, per affrettare il rientro. La prossima volta prestate più attenzione alle sterpaglie di rovi, prima di saltare un fosso, che ora bisognerà giustificare un opportuno rammendo ai calzoni.
A questo punto, i legacci dei vostri scarponi si saranno verosimilmente allentati. La soluzione più semplice sarebbe legarli di nuovo, ma provatevi voi, dopo un paio d’ore passate a una temperatura dapprima poco superiore, e poi certamente inferiore agli zero gradi, e senza guanti (che con i guanti son buoni tutti) ad afferrare un qualsivoglia oggetto. Le mani saranno definitivamente anchilosate nella forma tipica della zampa d’orso. Un sentimento di pieno affetto solidaristico vi empie, pensando ai poveri plantigradi impegnati disperatamente in millenni d’evoluzione a cercare, senza costrutto, di allacciarsi gli scarponi da trekking. Ma ancora una volta il fido sigaro vi soccorre: mettete infatti le mani a conca intorno al suo corpo caldo, aspettando che le falangi perdano il loro aspetto da stoccafisso. Potreste anche accelerare il processo spalmando il braciere direttamente sul palmo delle mani, se non siete di quei damerini di città che rifuggono le ustioni per motivi estetici.
E insomma, alla fine, con le scarpe che, di nuovo fenoglianamente, tonnelleggiano di fango, arrivate in vista della vostra casupola che s’indovina nel buio ormai stellato. Siete soddisfatti e ricostituiti: avete passato finalmente un pomeriggio salubre, all’aria pulita e corroborante, in mezzo alla natura ristoratrice.
Vi piega in due l’improvvisa fucilata del primo, crudo e definitivamente corrosivo colpo di barbarica tosse.

affrancato e spedito da Effe | 09:22 | commenti (24)


lunedì, gennaio 07, 2008
L’Uomo Bisesto

La luce era giovane ancora e umida, e l’aria di vetro nuovo.
La prima ora aveva gocciolato notte, la seconda brina e la terza finalmente giorno e silenzio.
Ogni colore era scordato via: la neve aveva smerigliato il mondo cancellando differenze e destini e suoni. Era bianco fondo tutto intorno, e sopra, e anche dentro, ma in segreto.
Dall’alto della valle, la strada pedaggera si portava a traino il resto del mondo che altrimenti restava a molte vite di distanza dal paese a conca e dal casolare sul bricco. Non la sapeva, Tino, quella parte di mondo, non la conosceva da generazioni. Non l’aveva vista il padre, né quelli prima di lui, come se quelle creste acuminate di pinastri avessero voci e gridassero di non passare più in là. Erano così forti, quelle voci, che Tino doveva a volte coprirsi le orecchie con le mani, e buttarsi a terra con la faccia ben calcata tra le zolle, per ripararsi dalle folate che potevano legarlo ai sassi della valle per una vita o più.
Ma oggi, dopo la terza ora, si poteva finalmente uscir fuori dal casolare sul bricco, e bersi con gli occhi per intero la linea della Pedaggera che scriminava la collina, fino a vedere da lontano l’aria dapprima appena crespa di movimento, poi in un chiaroscuro a scendere, e infine l’ombra più netta sulla neve del vecchio motocarro.
Arrivava ogni quattro anni solamente, e in quel giorno esatto, quel giorno così sottile da potersi consumare a morsi, e tanto trasparente da vederci dentro. Ogni ventinove febbraio l’Uomo scendeva la costa scartavetrando il motore con le marce basse, fin giù nella conca e dritto al centro del paese, attraverso la strada appena sgombra di neve. Quello era l’unico giorno dell’anno in cui le voci che salivano dal fiume e scendevano dai crinali non potevano legare nessuno, e dovevano rimandare nodi e vendette a tutto il resto dell’anno.
Tino avvolse la sciarpa e prese a calpestare orme più grandi di lui sulla neve. Aveva le scarpe del fratello tornato da militare, e sul bianco restavano rosari a grana grossa di cuoio chiodato. Arrivò in paese che la piazza era ancora grigia dei fumi lasciati dal motocarro. L’Uomo aveva già preso a lavorare, e una mareggiata di mani cotte dal freddo ondeggiava per aiutarlo a scaricare il cassone, e tutti sapevano quel che poteva essere il guadagno.
A metà mattina la giostra era pronta, con il telone a spicchi a far da tetto, l’impiantito con la segatura e i cavalli allungati in un trotto immobile.
Per un soldo l’Uomo faceva salire un adulto o due ragazzi, e di giri ne facevano uno solamente, ma senza fine, ché la giostra non fermava mai, spinta fino a sera dal motore che tossiva un fumo nero. La giostra era ogni anno più rammendata e stenta, a qualche cavallo mancava un occhio ormai o forse due, e una zampa era steccata da un bastone di castagno, e qualche coda era fatta ora di saggina.
E’ come la vita, diceva l’Uomo nel suo accento distante, che perde pezzi ma non si arrende.
Il ventinove febbraio era un giorno lunghissimo, si poteva vivere e morire molte volte tra il suo inizio e poi la fine, e non mancava tempo per una cosa e per l’altra. Tutti nel paese o dai cascinali avevano un soldo in mano, e un giro senza fine stretto nel pugno.
Ogni tanto l’Uomo beveva un sorso forte e poi cantava canzoni tristi di parole sentite mai; allora tutti si fermavano intorno a sentirlo, con gli occhi che pungevano non più per il vento freddo, e la giostra continuava a girare per qualche po’ da sola, con i cavalli che dondolavano liberi e stupiti. Poi tutto riprendeva, che di tempo ce n’era ancora tanto, forse un anno intero, o anche quattro, prima che finisse il giorno.
E quando, dopo molte vite, scendeva alla fine sera, allora la stessa mareggiata di mani del mattino infuriava contro i pezzi della giostra, subito smontata e riposta sul cassone.
Quella era infine l’ora, e il momento, e il motivo.
Perché l’Uomo sarebbe ripartito presto sulla Pedaggera, a girare il mondo oltrevalle per quattro anni ancora, su strade dritte come meridiani, in mezzo a città di case alte come pini, fino a sfiorare forse il mare, o anche il cielo che gli fa da specchio.
E avrebbe portato con sé uno di loro.
Solo in quel giorno, solo ogni quattro anni.
Ne erano partiti tanti con lui, rimasti poi chissà in quale angolo di mondo a mandare ogni tanto notizie e foto in bianco e nero con vestiti eleganti presi per l’occasione a prestito.
Solo in quel giorno, mentre le voci già premevano ai margini del cielo scuro.
Vieni? chiese l’Uomo.
A Tino il bianco che dal mattino aveva dentro, ma in segreto, si tinse di calore. L’Uomo stava guardando lui, fino in fondo agli occhi.
Vieni? chiese ancora l’Uomo, e già tendeva la mano verso Tino per farlo salire sul motocarro.
Vieni? ripeteva la voce che sapeva canzoni tristi e necessarie, e che odorava di notti e strade lunghe.
Tino aspettava quelle parole e quella mano e quegli occhi da tempo ormai.
Pensò al casolare, alle zolle, alle scarpe troppo grandi del fratello, al salato del sudore d’estate, alla pelle spaccata d’inverno, alla faccia ben piantata tra le zolle, a tutto il mondo che aspettava fuori.
Distolse lo sguardo senza abbassarlo e voltò morbido le spalle, mentre ai bordi già notturni della piazza le voci si addensavano tra i vicoli e, premendo lungo i muri fin quasi a piegarli, dicevano il primo giorno ormai di marzo.

affrancato e spedito da Effe | 09:01 | commenti (25)


lunedì, dicembre 17, 2007
La nostalgia del buio

- Lo zio Italo è quello a destra, aveva specificato mio padre dopo aver valutato a lungo la foto.
In effetti, la confusione tra i due soggetti era possibile.
Quella a sinistra era una grossa mortadella.
Lo zio Italo aveva lavorato per tutta la sua vita di scapolo in un’azienda di insaccati, e ben si sa che, a lungo andare, il salumiere finisce con l’assomigliare ai suoi salumi. Lo zio era del tutto pelato, di complessione tendenzialmente cilindrica, e con la pelle a macchie.
- Non è vero che non si capisce la differenza, aveva borbottato mia madre, ché lo zio gli veniva fratello.
- Hai ragione, aveva ammesso papà, la mortadella è più sorridente.
E’ in verità quella era la foto che ritraeva lo zio nel giorno del suo pensionamento, sei mesi addietro. Da allora era caduto in un’untuosa depressione, e passava ore seduto in macchina nel parcheggio antistante l’azienda a rimpiangere la sua vita produttiva, il suono elettrico della sirena a inizio turno, l’odore del grasso che impregnava i vestiti, il pranzo rigorosamente vegetariano.
“Sono un uomo inutile, finito”, c’era scritto sul retro della foto ricevuta per posta, “ricordatemi così”.
Mia madre aveva sospirato a lungo.
- Dobbiamo fare qualcosa per mio fratello. E’ quasi Natale. Invitiamolo qui per qualche giorno, gli farà bene passare le feste in famiglia.
Il venti dicembre lo zio Italo si presentò dunque alla porta di casa nostra, una piccola valigia in una mano, e una mortadella intera nell’altra. Lo zio sfoggiava un lungo sciarpone rosso ciliegia, per proteggersi dal freddo. La mortadella, per parte sua, era accuratamente avvolta in una sciarpa più corta ma di identica tonalità.
- Per mantenerla morbida, aveva spiegato con sufficienza da intenditore lo zio, porgendo a mia madre la strenna.
Lo zio era una pasta d’uomo, e in casa non rappresentò un peso. Restava tutto il giorno in cucina  a leggere quieto gli opuscoli pubblicitari dei supermercati, commentando i prezzi esorbitanti e la dubbia qualità degli insaccati e delle carni che vi campeggiavano in quadricromia.
- Tutta roba gonfiata a estrogeni, diceva, tutta acqua, appena la metti in padella batte in ritirata e si riduce a un francobollo.
La prima lampadina a fulminarsi fu proprio quella del lampadario a disco volante della cucina.
- Vado a comprarne una di ricambio, disse risoluto lo zio. Poco dopo, era in piedi su una sedia ad avvitare il bulbo nuovo.
Un’ora dopo si fulminarono le lampadine del bagno, e il giorno successivo quelle del salotto e del corridoio in rapida sequenza. Stanco di andare ogni volta al negozio per comprare il necessario, lo zio ne tornò definitivamente con una fornitura industriale di lampadine per ogni punto luce della casa.
Bastarono a stento. Ogni giorno se ne fulminavano dalle dieci alle quindici.
 -A volte succede, le cose arrivano a un loro naturale termine a causa dell’usura, aveva provato a razionalizzare il babbo, da sempre positivista e logico.
- Macchè, aveva risposto lo zio Italo senza alzare gli occhi dagli opuscoli pubblicitari delle carni surgelate, è la nostalgia del buio. Qui in città c’è sempre luce, anche di notte. Lampioni, insegne, fari delle auto. Non esiste più un solo angolo buio. Se anche chiudi gli occhi, dietro le palpebre resta sempre un leggero alone luminoso. Non esiste più il buio, capisci? Siamo condannati alla luce.
- Sciocchezze, suggestioni, aveva replicato mio padre.
Però le lampadine continuavano a fulminasi a ripetizione, finché mio padre mostrò a mia mamma una tabella vergata a mano.
- Guarda, ho rilevato la successione delle lampadine fulminate per capire se c’era un percorso logico tra gli eventi, un qualche legame. E c’è. E’ Italo.
- Come sarebbe? chiese mia madre.
- Le lampadine si sono fulminate sempre nelle stanze dove si trovava lui. Leggi qui, la tabella parla chiaro. Salotto, Italo, zac. Camera degli ospiti, Italo, zac.
- Ma cosa vuoi dire, che ci ha sabotato l’impianto? domandò mia madre ridendo.
- No, ma è come se lui, non so, è come se la sua presenza, in qualche modo, provocasse il fenomeno.
- Ma cosa dici, sei impazzito? Tu non ci credi mica, a queste cose.
- No che non ci credo, è ovvio, sono solo stupide superstizioni. Non ci credo. Però è vero. Senti, dobbiamo chiedergli di andarsene. Non è tanto per le lampadine, ma che ne sappiamo di cos’altro potrebbe provocare? Lo dico per nostro figlio, dobbiamo proteggerlo.
- Ma come facciamo a mandarlo via? Lo abbiamo invitato noi, e poi Italo è solo, e tra poco è Natale.
- Inventati qualcosa. Non possiamo rischiare.
Lo zio Italo se ne andò il giorno dopo, con la valigia, lo sciarpone rosso, la stessa tristezza di quando era arrivato, e senza la mortadella.
Le lampadine smisero di fulminarsi.
La vigilia di Natale mio padre ricevette una lettera dall’azienda dell’energia elettrica.
“A causa di un’anomalia nei nostri impianti, nei giorni scorsi si sono verificati alcuni sovraccarichi di tensione che potrebbero aver provocato danni ai vostri apparecchi domestici. Ce ne scusiamo, segnalando che le anomalie sono state nel frattempo risolte.”
- Lo dicevo io che non possono essere vere, certe superstizioni, c’è sempre una spiegazione logica, commentò imbarazzato mio padre.
- Ma come abbiamo potuto pensare che Italo… sussurrò mia madre, mordendosi il labbro inferiore e, dopo aver riflettuto a sazietà, appena prima della mezzanotte prese finalmente una decisione.
- Noi qui a brindare, e lui solo a casa sua. Telefoniamogli almeno per fare gli auguri.
- D’accordo, hai ragione, lo faccio io, rispose inaspettatamente mio padre, la cui coscienza laica e scientifica ancora rimordeva. Lo metto in vivavoce, così lo potete salutare anche voi.
Il telefono era accanto all’albero di Natale, carico di luci e di una magia di plastica.
Dal vivavoce, uno squillo.
Un altro.
Poi, e proprio mente le campane suonavano la mezzanotte, la voce di zio Italo venne gracchiata via dall’altoparlante:
- Pronto?
Nell’intero condomino, nel quartiere, e in tutta la zona est della città, il black out fu immediato, violento, uniformemente esteso e del tutto definitivo.

 

(questo post, di ordine necessariamente natalizio grazie alla pervicacia sardo-sassone di Sir Squonk, fa parte dell'annuale raccolta dei Post sotto l'Albero - il che significa, fatevene una ragione, che anche il 2007 è proprio giunto al termine)

affrancato e spedito da Effe | 08:46 | commenti (55)

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